The Project Gutenberg EBook of La plebe, parte IV, by Vittorio Bersezio

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Title: La plebe, parte IV

Author: Vittorio Bersezio

Release Date: August 29, 2014 [EBook #46726]

Language: Italian

Character set encoding: UTF-8

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA PLEBE, PARTE IV ***




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LA
PLEBE

ROMANZO SOCIALE

DI

VITTORIO BERSEZIO


PARTE QUARTA


PROPRIETÀ LETTERARIA

TORINO,
PRESSO CARLO FAVALE E COMP., EDITORI
1869.

[3]

PARTE QUARTA

La Catastrofe.

CAPITOLO I.

Secondo era inteso fra il marchese di Baldissero, Don Venanzio e Maurilio, quest'ultimo, la mattina dopo il colloquio che aveva avuto luogo fra i tre ora nominati personaggi, erasi recato al palazzo del marchese per fissarvi senz'altro la sua dimora in qualità di segretario.

Dal marchese erano stati dati gli ordini opportuni. Appena si presentò, Maurilio fu condotto dal mastro di casa che lo ricevette come individuo specialmente raccomandato dal padrone.

— Signore, dissegli, tutto è pronto ad accoglierla, e nella sua camera troverà un assortimento d'abiti fra cui potrà scegliere quelli che meglio le piacciano e meglio le si attaglino.

Maurilio arrossì fino alle orecchie e nascose la sua confusione in un inchino, balbettando inintelligibili parole di ringraziamento.

La camera destinatagli era pulita, allegra, appetto a tutte le altre abitazioni ch'egli aveva avute sino allora, elegante. Il sarto e gli abiti, come aveva detto il mastro di casa, lo stavano aspettando. Scelse panni scuri, senza esagerazione di forme alla moda; e quando vestito di nuovo da capo a piedi, e' si guardò nello specchio che stava sopra il canterale, quasi non riconobbe se stesso: fece al suo pallido volto riflesso dalla lastra un sorriso in cui c'era più vergogna che compiacenza, e disse mentalmente a se stesso:

— Tu se' un altro Maurilio.... I panni ti faranno oramai giudicare dal mondo un uomo ammodo.... Ma sei vestito di roba altrui!...

Il sarto, secondo le abitudini del più di questi mercatanti, cianciò egli la parte sua e quella del giovane a cui la confusione dell'animo e della mente non lasciava aver parole fatte; rifornitolo per allora d'ogni parte d'abbigliamento, gli prese misura per altri abiti da farglisi di ricambio, che tali erano gli ordini di S. E., e partissi accompagnato dal domestico che era stato testimonio a codesta vestizione, e la cui presenza non aveva conferito poco a vergognare ed imbarazzare il timido Maurilio.

Questi rimase solo in mezzo alla modesta suntuosità di quella stanza che gli era destinata. E' guardò allora tutt'intorno a sè, come per conoscer bene quegli oggetti che lo circondavano, cui non aveva ancora osato esaminare e prenderne, come dire, possesso: un lettino in ferro, una tavola da lavabo, un cassettone con sopravi lo specchio incorniciato di legno su cui una vernice di color naturale, un caminetto alla Franklin, un seggiolone appiè del letto, una mezza dozzina di seggiole impagliate, di quelle leggerissime di Chiavari, un armadio in un angolo, un tavolino da scriverci, un acquasantino d'alabastro a capoletto, quattro incisioni che rappresentavano le imprese di Cortez al Messico, in cornici di [4] legno appese alla parete tappezzata di carta colore di foglia secca, bianchissime cortine alla finestra, tendoline ai cristalli della medesima, sullo spazzo di quadrelli immasticati, una lista di tappeto innanzi al letto, per mettervi su i piedi scendendone, ed ecco tutto. Ma tutto respirava la pulizia, il buon gusto e l'agiatezza. Maurilio si piantò innanzi allo specchio e vi si mirò con una specie di fissità inquisitoriale, mezzo dispettosa, quasi maligna.

— Che fai tu qui? s'interpellò egli con quel suo sogghigno: sei tu fatto per questi ambienti? è egli tuo posto questo? Povero buttero di campagna, misero figliolo del fangoso rigagnolo della strada, sangue di plebe, come osi tu mettere il piede su questo terreno? E che ci vieni a far tu? a viverci da parassita?

I suoi lineamenti si contrassero con una dolorosa espressione.

— Parassita io?

Scosse il suo grosso capo arruffato e gettò uno sguardo che pareva di sfida e di minaccia alla sua immagine rimandatagli dallo specchio.

— No, no, e poi no.... Sarà il mio lavoro che mi guadagnerà questo pane, che mi guadagnerà questi abiti, che pagherà questa dimora. Non ho io vissuto press'a poco in tal guisa quand'ero agli stipendi del signor Defasi?... E perchè questo non avrebbe ad essere mio posto?

Ricordò le parole della vecchia Gattona, che Selva e Don Venanzio gli avevano riferite, e le quali potevano far argomentare d'una sua non plebea origine, sentì risollevarsi più vive in cuore le speranze, vissute in lui sempre, ora rinfocolate cotanto, di giungere a penetrare il mistero della sua nascita e trovare in fondo di esso un onorevole, forse illustre destino.

— Ah! esclamò egli ad un tratto passandosi la mano sulla vasta, pallida fronte: sento che da questo dì comincia per me una sorte novella. Più trista delle varie che ho subite non può essere; sarà dunque più lieta?...

Sentì, cominciando dal cervelletto giù giù pel midollo spinale scorrere e diramarsi per tutti i nervi, passare in tutte le vene quel certo fluido, dargli una lieve scossa quel brivido cui produce una intima emozione, e che a lui pareva un vincolo d'unione, il mezzo di rapporto fra sè ed il sognato suo spirito protettore. Levò gli occhi verso il cielo, impallidì ancora nelle guancie incavate, e giungendo le mani come si fa per pregare esclamò:

— Oh angiolo mio benigno! oh madre mia! Sei tu che qui mi hai tratto? Sei tu che mi vuoi ospite in questa casa?...

Un novello pensiero a tali parole s'impadronì di ogni facoltà del suo animo: un pensiero che era immanente in lui, ma che ora altre momentanee sensazioni parevano avere assopito: il pensiero di lei!

— Questa casa è la sua! Soggiunse egli, interrompendo il suo primo discorso, e cambiando di tono: essa abita qui, a poca distanza da me, sotto il medesimo tetto; e la potrò vedere, e la vedrò tutti i giorni.

Schiuse le labbra ad un sorriso di beatitudine e corse alla finestra. Lì sotto era la strada cui egli aveva passeggiato tante volte, là in faccia era la cantonata, a cui tante volte s'era fermo a contemplare quel palazzo, dov'egli ora si trovava. La stanza assegnatagli era al secondo piano e Maurilio riconobbe con una strana sensazione che poteva dirsi di gioia, come la fosse quasi al di sopra di quella in cui aveva indovinato dormire Virginia.

Questo nome ripetè egli come se la invocasse.

— Virginia! Virginia!

All'udire la sua voce far suonare quella parola fra quelle pareti, si riscosse, tremò, si soffuse di rossore, si volse rattamente a guardar indietro e dintorno, come pauroso alcuno l'avesse potuto udire. Si rassicurò vedendosi compiutamente solo; non ci aveva altra compagnia, non s'udiva colà altro rumore che quello del foco che schioppettiva nel caminetto.

— La vedrò ogni giorno: ripetè quasi avesse bisogno di dirselo più volte, affine di credere egli medesimo; la vedrò oggi stesso, fra poco!...

Un legger colpo battuto all'uscio della sua stanza lo fece sussultare.

— Avanti: diss'egli volgendosi alla porta, curioso e quasi inquieto di vedere chi fosse.

S'apri un battente e comparve la faccia bonaria di Don Venanzio, più lieta, più sorridente, più benigna del solito.

— Cospetto! esclamò il buon vecchio, come sei bene alloggiato, e come vestito! Mi sembri un medico o un avvocato.

Si fregò le mani con espressione di viva contentezza:

— Dio sia lodato che mi ha voluto far la grazia di soddisfarmi uno dei maggiori desiderii che avesse ancora la mia vecchiaia: quello di vedere il tuo destino assicurato, Maurilio, mio buon figliuolo.

Il giovane, preso da un vivo intenerimento, sentì inumidirsi le ciglia e non seppe fare altra risposta che gettarsi al collo del sacerdote ed abbracciarlo. E Don Venanzio, tenendolo così stretto al suo seno in un affettuosissimo amplesso, continuava:

— Sì il tuo destino assicurato, perchè qualunque cosa venga o non venga a scoprirsi intorno alla tua nascita, la protezione di questo generosissimo uomo, che è il marchese, non ti può mancar più, e tu non sei tale da rendertene indegno mai....

Maurilio nascose la fronte sulla spalla di quel vecchio che aveva saputo amarlo d'un amore paterno.

— Ma le triste vicende del mio passato... balbettò egli.

[5] — Il marchese sa tutto, e d'or innanzi non correrai più il pericolo che la rivelazione di quelle tue sciagure possa farti perdere l'impiego... Nega ora, se il puoi, col tuo orgoglio di razionalista, l'azione e la bontà della Provvidenza che mi ha tratto qui dal mio villaggio, giusto appuntino per poterti allogare come si conviene, e forse forse per trovarti eziandio la tua famiglia: e quest'ultima cosa dopo dimani spero che la sapremo.

— Ah! se mai fosse! esclamò cogli sguardi sfavillanti Maurilio, il quale sentiva nel capo suscitarsi e tumultuare la follia di mille assurde speranze.

— Sì, sì, sarà... sarà anche questo. Io confido nel Signore; e non è per nulla di certo che la sua bontà ci ha messo sulla traccia ora soltanto, dopo tanto tempo... Ma questo non è momento di parlare di ciò... nè di ciò nè di altro, perchè la è l'ora dell'asciolvere, e siamo attesi tuttedue.

Maurilio guardò Don Venanzio con aria esterrefatta. Questo asciolvere, voleva egli domandare, si farà con tutta la famiglia? Era dunque giunto il momento desiderato e temuto, felice e pur penoso, di comparire innanzi egli all'amata fanciulla?

Il buon vecchio prete che nello sguardo e nella mossa del giovine vide soltanto una maraviglia, credette rispondere a quest'essa spiegando come andasse la cosa.

— Sì, continuò egli, ci siamo attesi tuttedue. Il marchese ha voluto ad ogni patto che fin tanto che io rimango a Torino, venga a farti compagnia... Se ti dico che con tutta la sua dignitosa fierezza è il migliore dei bravi uomini! Ha capito che ciò farebbe un immenso piacere a me e nel medesimo tempo gioverebbe a levar te di suggezione, ti sarebbe d'aiuto nell'affarti all'ambiente della casa... Dunque poc'anzi sono venuto, come egli me ne aveva detto, e discorso un poco insieme del più e del meno, vennero ad annunziare che se S. E. voleva si sarebbe servito in tavola per l'asciolvere. Il marchese mi disse: «Ella non ha ancora visto la camera del sig. Nulla?» — «No, signor marchese:» io gli risposi. «Ebbene se vuole andare a chiamarlo Ella medesima per l'asciolvere, avrà tempo a dargli un buon giorno ed un abbraccio: e così potrà interrogarlo se gli manca e se desideri alcuna cosa cui forse non oserebbe domandare al mastro di casa.» Ve' che bontà!... Io accettai l'incarico ed eccomi... Già son persuaso che non ti manca nulla.

— No certo.

— Dunque non c'è altro che discendere nella sala da pranzo.

— Andiamo: disse Maurilio il quale si sforzò a dominar la emozione che nacque subitamente e vivissima in lui.

Ma al punto di varcare la soglia di quella stanza dovette fermarsi e reggersi allo stipite, tanto il cuore gli batteva e glie ne tremavan le gambe.

— Coraggio! gli disse Don Venanzio che credette questa soltanto emozione di timidità; e' son tutti in fine uomini come siam noi, per quanti titoli abbiano al proprio nome.

Maurilio si fece forza e discese in compagnia del parroco. Quando entrarono nella sala da pranzo non c'erano ancora che due domestici in piccola livrea, immobili come statue presso un'alta credenza di legno d'ebano scolpita, nella quale brillavano nitidissimi cristalli, porcellane ed argenti, e il servo di confidenza del marchese, in abito nero e cravatta bianca, dritto dietro l'alta spalliera della seggiola su cui soleva sedere il capocasa.

Non tardarono a sopraggiungere il marchese che dava il braccio alla marchesa, e dietro essi Virginia. Maurilio sentì la presenza di lei, ma non osò alzare il capo nè gli occhi a guardarla: se ciò avesse fatto, avrebbe trovato così pallido il viso della fanciulla, così chiare in esso le traccie della insonnia e d'una pena morale che ne sarebbe stato più di commosso.

Don Venanzio fu amichevolmente salutato da tutti, anche dalla superba marchesa; la sua qualità di sacerdote gli valeva siffatta distinzione dalla fierezza aristocratica di quella donna, più per principio politico che non per devota osservanza al sacro di lui carattere. Virginia con un sorriso di tutta amorevolezza andò a porger la mano al vecchio prete dicendogli parole piene di grazia e di dolcezza.

— Il signor Nulla, il nuovo segretario di cui vi ho parlato: disse il marchese facendo un cenno colla mano per presentare Maurilio, che s'inchinò, alla marchesa ed a Virginia. — Mia moglie e mia nipote: soggiunse poi additandole a loro volta al giovane.

La marchesa aveva fatto un legger cenno colla testa pieno di superbia, e certo avrebbe prestato più attenzione e regalato uno sguardo più cortese ad un cagnolino che le fosse condotto dinanzi; Virginia aveva fatto un piccol saluto sbadato nella evidente preoccupazione onde aveva presa l'anima, e stava per voltar via la testa, senz'altro, quando i suoi occhi cadendo sopra il volto dell'uomo che le veniva presentato, un sovvenire ed un'idea sorsero di subito nella sua mente. Il suo sguardo si fermò su quelle fattezze che le parve avesse già viste altre volte; e da quegli occhi color del mare balenò una fiamma viva cui Maurilio, benchè timido e vergognoso tenesse volti a terra gli sguardi impacciati e la faccia arrossita, sentì arrivarlo, circondarlo, penetrarne entro il cervello il calore. Sollevò allora le pupille ancor egli; lo sguardo della fanciulla era come un'investigazione. «Dove vi ho io visto? pareva domandare: chi siete? che cosa venite a far qui?» Negli occhi di lui c'era tanta ammirazione, tanta devozione, tanta ardenza di affetto che impossibile una donna nulla ne scorgesse; Virginia non vide, non sognò nemmanco che ci fosse, che [6] ci potesse essere dell'amore; scorse, avvertì, sentì che in quel giovane timido e modesto avrebbe potuto avere in un caso un aiuto; glie ne diede un tacito ringraziamento, e prese quasi atto come d'una muta promessa con una mossa gentile e andò a sedersi al solito suo luogo fra lo zio e la zia.

— E mio figlio? domandò il marchese nell'atto di spiegare il suo tovagliolo.

— È uscito or ora, appena levato: rispose uno dei domestici: ed ha lasciato detto che pel déjeuner non sarebbe venuto.

Il marchesino, che contro il divieto del padre voleva battersi quel giorno medesimo con Benda (e già sappiamo come il duello avesse luogo alle tre di quel pomeriggio) aveva pensato miglior consiglio fuggire la presenza del genitore.

Il padre e la madre di Ettore scambiarono un ratto sguardo in cui c'erano un medesimo timore ed un medesimo sospetto; una nube passò sulla fronte del marchese, il quale non fece altre osservazioni nè domande, e di suo figlio non parlò più. Anche sul volto di Virginia apparve, ma dominata e repressa tosto, una espressione di ansietà.

Durante la colazione si fu piuttosto silenziosi. Il marchese parlò talvolta con Don Venanzio ed anche con Maurilio; ma poi, vedendo che quest'ultimo aveva dal suo impiccio la maggior pena del mondo a rispondere, lo lasciò tranquillo; la marchesa rivolse alcune fiate il discorso al prete intorno ad argomenti indifferentissimi e ne ascoltò le risposte come si ascoltano le cose di che non c'importa niente affatto; Maurilio fu per lei come se non esistesse.

Al nostro giovane amico il tempo di quell'asciolvere parve lungo, eterno, e insieme fuggito come un istante. Egli si trovava quasi di fronte a Virginia. Avrebbe voluto guardarla sempre, bearsi nella desiata contemplazione di quel volto leggiadro; e il timore d'incontrare lo sguardo di lei, gli faceva tenere gli occhi fissi inchiodati sul tondo che aveva dinanzi. Ma pure due o tre volte ardì sollevarli, e di nuovo essi incontrarono quello sguardo scrutatore di lei; anzi ad un punto parve al confuso giovane che un'espressione di lieta sorpresa, d'una inesplicabile speranza fosse nell'occhieggiare dell'adorata fanciulla. Ei si disse che ciò era impossibile, che questo era un inganno, che egli non aveva da essere altro per lei fuori d'un estraneo indifferente, ch'ella non poteva in lui ravvisare una conosciuta persona, a meno che riconoscesse il miseruzzo di giovane di libraio che le recò un giorno dei libri, e cui ella non aveva pur degnato d'uno sguardo, o il vagabondo che s'era introdotto un dì nel parco della villeggiatura in cui ella si trovava, e ch'essa medesima aveva visto punire e scacciare come ladruncolo di frutta; ma questo riconoscimento egli aveva sperato e tutto gli faceva credere non potrebbe avvenire, e non sarebbe per esso che gli sguardi di lei avrebbero preso quella che gli pareva ombra d'interesse e di favore. Era dunque una compiuta illusione la sua.

E invece la era una realtà. Virginia non aveva riconosciuto in Maurilio il giovane di libraio, nè il creduto ladroncello del parco, sibbene quell'individuo che poche sere prima, nell'occasione del ballo dell'Accademia filarmonica, ella, nel vestibolo del palazzo dove aveva luogo la festa, aveva veduto in compagnia di Francesco Benda. La nostra memoria ha di queste stranezze: ella, senza che ce ne accorgiamo, riceve delle impressioni e le alloga, per così dire, in qualche suo riposto cantuccio, indipendentemente dal concorso della nostra volontà; ad un dato momento, quando appunto ci diventa più utile il poterci servire di quell'impressione, il trarre in campo il ricordo di quel fatto, di quella circostanza, ella ce lo trae fuori per mettercelo dinanzi fresco, preciso ed efficace.

Virginia, dopo la nuova provocazione avvenuta al ballo la sera prima fra suo cugino Ettore e l'avvocato Benda, non s'illudeva punto sulle conseguenze di quel fatto. Nell'insonnia onde aveva avute turbate le ore di riposo che trammezzarono tra la partenza dal ballo e l'asciolvere, ella posseduta da una indescrivibile ansietà, s'era con sommo dolore convinta, che nulla poteva fare affine d'impedire uno scontro, ed aveva dovuto limitarsi ad ardenti preghiere e ad invocare che almeno le fosse concesso di sapere tosto e tutta la verità. Inviare a domandarne a casa dei Benda per un domestico, e non osava, e temeva non le sarebbe concesso per la sorveglianza della zia; altro modo di ottenere il suo intento non sapeva immaginare. Al primo vedere il nuovo segretario dello zio, un confuso sovvenire d'averlo già visto e una più confusa idea che quell'uomo la potrebbe servire le nacquero in una. Quando il suo ricordo chiaro e spiccato le ebbe posto innanzi la vicenda e il modo ne' quali quel giovane era stato da lei incontrato, ella non dubitò più che un pietoso riguardo della sorte glie l'avesse mandato pur farla soddisfatta nel suo ansioso desiderio: la lo guardò coll'occhio benigno con cui si guarda l'opportuno stromento della nostra salvezza: il povero Maurilio dovette a codesto la infida gioia — invano voluta da lui medesimo cacciare e soffocare — d'un momento di ventura ch'egli stesso dichiarava impossibile: la ventura d'uno sguardo affettuoso!

Nel recarsi dalla stanza da pranzo al vicino salotto da prendervi il caffè, Virginia seppe far così bene che rimase indietro da venire a costa di Maurilio, il quale nel vedersela vicino, tremava verga a verga.

— Signore, diss'ella con quel coraggio che le dava l'amor suo e con quella franchezza che le permetteva la superiorità della sua condizione sociale sopra quella del giovane; mi pare che la non sia questa la prima volta che noi c'incontriamo.

[7] Il povero Maurilio impallidì ed arrossì in una. Ella aveva dunque notata la presenza di lui? Ma dove, e come, e quando? Si accrebbe il tremore de' suoi nervi e il palpito del suo cuore: siccome non poteva spiccicar parola dalle labbra, e' si contentò d'inchinarsi in segno di rispettosa affermazione.

La nobile fanciulla continuava:

— La ho veduta, se non erro, l'altra sera insieme coll'avvocato Benda.

Pronunziò essa quel nome senza la menoma esitazione, senza deviar lo sguardo, senza punto arrossire, ma abbassando la voce così che il suono di tal parola non potesse giungere a svegliare in alcun modo l'attenzione dello zio e della zia che precedevano.

Ma a questi detti parve al misero Maurilio che una mano di gelo venisse a serrargli il cuore che si dilatava ad accogliere sempre meglio quella ineffabil gioia di assurda speranza. La nebbia rosata ond'era avvolto il suo spirito si ruppe, e traverso la fatale illusione che cominciava a dileguarsi, travide il principio d'una realtà dolorosa.

— Sì, sì signora, balbettò egli, osando pur finalmente guardarla nel volto. Ero insieme a Benda, mentr'ella passava su per la scala dell'Accademia Filarmonica.

La ragazza chinò gli occhi innanzi a lui.

— Ella è molto amico di quel signore?

— Signora sì.

Virginia non fu padrona di contenere la vivacità dell'interesse con cui affrettatamente soggiunse la domanda:

— Ne sa Ella qualche notizia di lui da questa mattina?

— No: rispose Maurilio con tanto appena di voce da farsi sentire.

E la ragazza più frettolosamente e più infervorata di prima:

— Deve essersi battuto... con mio cugino. Sono ansiosissima di saper novelle dello scontro prima di mia zia... Sarei molto riconoscente a chi me ne recasse il più presto possibile.

S'era giunti al salotto. Virginia s'allontanò dal giovane senz'altro, e non vide per fortuna la nuova espressione che avevano presa i lineamenti di lui.

A Maurilio s'era svelata tutta la verità. Quella sera in cui primamente gli era avvenuto di vedere insieme Francesco e Virginia aveva indovinato che Benda amava ancor egli l'oggetto dell'amor suo; ora e' si faceva per lui chiaro come la luce del giorno che ancor essa, Virginia, riamava Francesco. Quell'odio che già aveva sentito per quest'ultimo e cui aveva confidato a Giovanni Selva, assalì con nuova vampa e con nuovo impeto l'anima di Maurilio: desiderò ogni danno al suo fortunato rivale, non inorridì, a tutta prima, allo scellerato pensiero, il quale si faceva per lui una infame speranza: che cioè quel duello di cui le aveva fatto cenno Virginia medesima, potesse, forse in quel momento medesimo, togliere di mezzo quel fortunato per cui s'era aperto il cuore della donna ch'esso era condannato ad amare inutilmente. Ma non tardò ad aver vergogna e rabbia e disprezzo di se medesimo: aspettò poterlo fare senza violare nessuna convenienza, e come il marchese gli ebbe detto che per allora non abbisognava dell'opera sua, Maurilio corse a rinchiudersi nella sua stanza, rifiutando anche la compagnia di Don Venanzio, bisognoso come era d'esser solo e di affondarsi nel turbatissimo caos de' suoi pensieri. Si gettò boccone sul letto e cacciandosi le mani contratte entro le chiome arruffate, stette colà immobile a sentire, quasi come si fa per una voluttà, l'interno spasimo che lo travagliava. Che cosa era venuto a far egli in quella casa? tornava a domandare a se stesso: non era meglio morir anzi mille volte di fame che venire a farsi corrodere il cuore da simili angoscie? Qual delirio lo aveva preso, qual odio di se medesimo quando aveva consentito a entrare in quella famiglia? Come era mutato ora l'aspetto d'ogni cosa! Poc'anzi gli pareva che fosse quello il fine delle triste venture, adesso invece sentiva essere il cominciamento di nuovi e forse ancor più aspri dolori.

Le poche parole dettegli da Virginia seguitavano a suonargli nella mente, come se un'eco incessante fosse lì a ripetergliele. Ella evidentemente sperava in lui, ci aveva contato su per sapere tosto quelle nuove di cui aveva schiettamente confessato essere ansiosa: e perchè mancherebbe egli alla fiducia che in lui aveva ella riposta? Se alcuno gli avesse detto un tempo: — «Tu puoi risparmiare un minuto di dolore a quella che ami:» non avrebb'egli lietamente offerto se stesso ad ogni tormento per quest'effetto: ed ora?...

Si levò di sopra il letto con nuova risoluzione; uscì della sua stanza, scese precipitoso le scale del palazzo e prese correndo la strada per alla dimora di Francesco Benda.

Mentre Maurilio recavasi a casa dei Benda, nel palazzo del marchese di Baldissero avveniva una scena che non è inutile conoscere per la prosecuzione del nostro racconto.

Presentavasi nell'anticamera una sordida vecchia che, invocando il nome di Dio, della Madonna e di tutti i santi, protestava avere gravissime cose da comunicare a S. E. il marchese, proprio a lui in persona, ed insisteva perchè andassero a dirglielo affine di esserne ricevuta. I lacchè, ai quali questa donna era già ben conosciuta, la ricevettero con tutto il superbo disprezzo di cui questi valorosi sono capaci verso la povera gente, e per quanto ella non iscoraggiata ed audace instasse, non acconsentirono a darle retta.

— Oh sentite, Gattona, finirono per dirle, smettetela chè omai ci avete fradici, e sono tutte inutili [8] le vostre parole. Il marchese ha ordinato, espressamente ordinato, capite, di mandarvi ai cento mila diavoli ogni quel volta vi presentiate, ch'egli, per cantarvela in musica, non vuol più avervi tra' piedi in nessun modo. Se gli è per ispillargli qualche soccorso, venite nei giorni e nelle ore solite, quando fa distribuire elemosine dal suo segretario, che al vostro turno alcuna cosa vi potrete buscare, altrimenti, a star qui ed insistere, voi seccate inutilmente noi, e ci perdete il vostro tempo.

La Gattona pensò che, parlando al segretario, un'autorità superiore nella schiera dei dipendenti dal marchese, avrebbe forse avuta maggior probabilità di fare arrivare sino all'orecchio di S. E. l'ambasciata che voleva, e per cui ella era persuasa di essere dal marchese ricevuta. Domandò adunque di potere almanco vedere questo sor segretario; e n'ebbe in risposta che egli era uscito, e che non sapevasi dirle l'ora nella quale avrebbe potuto vederlo di quella giornata, perchè era nuovo affatto in ufficio, entratovi soltanto quella mattina medesima, e non aveva ancora assunto regolare servizio.

La Gattona si partì finalmente, e borbottando fra sè come persona che ha gravi preoccupazioni pel capo ed è più incerta che mai del partito cui prendere, s'avviò verso la sporca viuzza dove ci aveva la dimora. Sotto le volte che dalla strada di Dora Grossa mettono nella piazza del Palazzo municipale trovò essa Gognino, il quale, abbandonata in un angolo la sua cassetta dai fiammiferi, faceva chiasso con altri sbarazzini della sua risma, tirando addosso a sè ed anco alla gente che passava pallottole di neve. Gognino vide bensì ad un punto la nonna che veniva, e corse alla sua cassetta; ma era troppo tardi, l'occhio grifagno della vecchia lo aveva colto in flagranti; e di più, come se ciò non bastasse ad irritare la già indispettita, maligna femmina, ecco una di quelle palle di neve tirata dalla mano d'uno fra i compagni del nipote, venirla a colpire nella cuffia, mandargliela per traverso e scomporle tutto il poco elegante edifizio della sua capigliatura grigia ed arruffata.

La Gattona piombò sopra il nipote, proprio come uno di quegli animali che avevano avuto l'onore di darle il nomignolo sopra un povero topo, lo ghermì e fece le vendette della sua autorità sconosciuta, dei suoi comandi disubbiditi, della sua cuffia oltraggiata, della sua dignità offesa dalle sghignazzate dei biricchini sulle orecchie di Gognino, cui tirò senza misericordia, non ostante gli strilli del povero ragazzo.

Ma l'incontro di Gognino le fece pure venire in mente una buona idea. Quell'uomo cui la sorte le aveva condotto innanzi così inaspettatamente poche sere prima, ed al quale ora ella credeva essere in grado di rendere un nome ed una famiglia, e studiava appunto di far ciò nel modo che più le fruttasse; quell'uomo avevale promesso dieci soldi al giorno a patto gli conducesse il nipote ad imparare da lui lettura e scrittura. Ora di quel giorno ella aveva trascurato di menargli il bambino e di esigerne le promesse monete; e non ci vedeva nessuna buona ragione di perdere quel tanto. Amministrata adunque la severa correzione alle orecchie di Gognino, la vecchia lo prese ad un braccio, se con buona grazia ve lo lascio pensare, e fattogli deporre la cassetta di fiammiferi sotto il banco d'una rivendugliola sua comare, lo trasse con sè verso la casa dove dimorava il pittore Vanardi coi suoi amici.

Salita su fino all'alto quarto piano ed entrata in quel quartiere che ben conosciamo, la Gattona ci trovò sola sora Rosina la moglie del pittore, la miglior donna del mondo, come sappiamo, ma non delle meno ciarliere. In breve la vecchia che cercava di Maurilio, ebbe appreso tutte le novità che lo riguardavano; e la venuta del vecchio prete di campagna, e l'intromettersi di quest'esso per trovare a Maurilio un impiego, e l'avergli trovato il posto di segretario presso il marchese di Baldissero, e l'essere già Maurilio fin da quella mattina allogato in tal qualità da quella famiglia.

All'udire siffatta novella, la Gattona parve cadesse dal quarto cielo, tanto rimase sbalordita dalla meraviglia. Maurilio in casa dei Baldissero! Se lo fece ripetere parecchie volte, come se la fosse cosa a cui non potesse prestar fede così di piano; ed alla fine, levando le scarne mani verso il cielo, esclamò con un'espressione che faceva pensare a chi sa qual mistero la volesse adombrare:

— Oh Provvidenza! oh Provvidenza!

Sora Rosina non mancò al suo dovere di curiosa stuzzicando con varie domande la vecchia popolana a parlare; ma la Gattona, cosa d'ogni altra più meravigliosa, si rinchiuse nella discrezione d'un assoluto silenzio, da cui fu impossibile farla uscire; anzi troncò senz'altro il colloquio e se ne andò frettolosa dicendo che avrebbe cercato del signor Nulla nel palazzo del marchese: ma non fu colà ch'ella diresse i suoi passi, bensì al convento dei Gesuiti presso la chiesa del Carmine, dove domandò di padre Bonaventura, e dove, non essendoci egli, si fermò fino a tanto che rientrasse, cosa che non avvenne fino al cader del giorno.

Fra il frate gesuita e la pitocca venditrice d'abitini ebbe luogo un altro segreto colloquio lungo ed animato, che si conchiuse colla risoluzione, il frate medesimo avrebbe parlato al marchese ed avrebbe da lui ottenuta udienza a Modestina Luponi chiamata la Gattona.

Ma di quel giorno fu impossibile a chicchessia vedere il marchese di Baldissero, perchè gli avvenimenti capitati presero al vecchio gentiluomo tutto il tempo, e quando, compito quello che credette il debito suo, si ridusse in casa, non volle che nessuno [9] più di estranei, qualunque si fosse, venisse introdotto presso di lui.

Ecco intanto quel che era capitato.

Verso le quattro Ettore di Baldissero rientrava nel palazzo paterno. Virginia, che stava ansiosamente attendendo ed a cui niuna nuova da nessuna parte era ancora pervenuta, appena udì rientrato il cugino, senza badare a verun'altra considerazione più, ma mossa soltanto dall'impulso della sua ansietà, fece pregare Ettore di passare tosto da lei. Il marchesino era troppo galante per tardare ad obbedire a un simil cenno della sua bella cugina.

La ragazza gli venne incontro fin verso la soglia, che Ettore aveva appena varcata; e guardandolo fiso in mezzo agli occhi come chi vuol leggere altrui nell'animo, gli disse con tono di asseveranza come se già sapesse tutto:

— Tu ti sei battuto quest'oggi coll'avvocato Benda.

Fra le tante cose meno degne d'un gentiluomo che Ettore di Baldissero aveva imparate pur troppo, non c'era almanco quella di saper mentire. Chinò il capo in segno affermativo.

Virginia continuava con aspetto pieno di coraggio, benchè fosse pallida ed avesse alquanto affannoso il rifiato:

— Un duello quale deve aver avuto luogo fra voi non si conchiude senza morte o ferita di alcuna delle parti. Tu sei compiutamente illeso.....

— Ti rincresce? interruppe con un sogghigno pieno di malignità il marchesino.

La giovane parve non badar neppure alla interruzione.

— È dunque l'avvocato Benda che rimase colpito.

— Tu la ragioni meravigliosamente giusto: rispose Ettore colla medesima ironia.

Virginia impallidì ancora di più e le sue palpebre tremarono un pochino; fu il solo segno di debolezza che apparisse in lei.

— Morto? domandò ella con voce più sommessa.

— No.

— Ah! — Ella fece una breve pausa e mandò più grosso il respiro. — La ferita è grave?

— Non è delle più leggiere: rispose con serietà il marchesino, che a questo punto non ebbe il coraggio più di essere ironico nè impertinente: ma la spero neppure delle più gravi.

Virginia tornò ad affondare i suoi occhi più brillanti che mai negli occhi del cugino, e domandò con una franchezza che svelava in una la forza e la nobiltà del suo amore:

— Vivrà?

— Spero di sì: rispose il marchesino.

Il colloquio fra i due cugini non aveva più ragione di continuare: stettero un istante l'uno in faccia dell'altra, senza saper più che cosa dirsi, finchè egli, tornando a far sentire nel suo accento quel tanto d'ironia, ruppe il silenzio:

— Mi pare che tu non abbia più nulla da dirmi, Virginia?

Ella scosse la segno negativo la testa. Ettore si inchinò leggermente ed uscì con aria disinvolta e quasi ilare, ma con un vivissimo dispetto in cuore. Non gli rimaneva più dubbio alcuno sull'amore di sua cugina per quel borghesuccio, ed egli, colla ferita che a quest'ultimo aveva procacciata, non aveva fatto altro che renderlo più interessante.

Appena sola, Virginia chiamò a sè la sua cameriera.

— Fa di sapere, dissele, se il segretario di mio zio è rientrato; e se sì, digli che venga a parlarmi.

La cameriera guardò stupita la padroncina.

— Va e fa come ti dico.

Aveva un aspetto di tal risoluzione e di comando, mai più visto in lei, che la fante si mosse ad obbedire senza fare pure una di quelle osservazioni che le erano venute in folla sulla punta della lingua.

Ettore, rientrato nelle sue stanze, trovò il domestico che gli trasmise l'ordine del marchese di presentarsi subito innanzi a lui.

— Andiamo da mio padre: disse il giovane fra i denti con un soffocato sospiro che manifestava la malavoglia e il disagio ispiratigli da questo abboccamento.

E ci fu sollecito. Alle interrogazioni del padre egli rispose con franchezza tutta la verità.

— Voi avete disobbedito in una al vostro genitore ed al vostro re; gli disse con severissimo accento il marchese. Nè l'uno nè l'altro non vi possono così agevolmente perdonare: mi recherò da S. M. ad intendere quale punizione voglia infliggere alla vostra pervicacia. Voi aspetterete in casa il mio ritorno.

Il figliuolo s'inchinò in atto di rassegnazione, e il marchese si recò senza indugio a Corte per riferirne al re. Mezz'ora dopo egli rientrava coll'ordine reale: Ettore di Baldissero si recasse incontanente agli arresti in cittadella.

Ma entrando nella vasta sala dell'anticamera, il marchese s'incontrava colla nipote che, apparecchiata per uscire, s'avviava in compagnia della cameriera verso lo scalone. Era già scuro per le strade della città.

— Dove vai, Virginia, a quest'ora? le domandò.

Ella si confuse, arrossì, balbettò, ed insistendo lo zio nella richiesta, rispose:

— Vado a consolare una mia amica e compagna di collegio a cui è capitata una grande sventura.

— Chi?

Virginia si confuse e arrossì vieppiù.

— Chi? ripetè il marchese osservando attentamente la ragazza.

— Maria Benda.

[10] — La sorella dell'avvocato?

— Sì.

— Ah! — Stette un istante guardando la nipote con fissità osservatrice, ma non ostile, nè severa; — questa grande amicizia è nata da ben poco tempo, che prima d'ora mai non vi fu fra voi attinenza di sorta.

Virginia chinò il capo e non disse parola. Lo zio la prese per mano con un'autorevolezza piena di affettuoso interessamento.

— Vieni, vieni meco, Virginia, soggiunse. Conviene che ci parliamo noi due. — Andate ai fatti vostri, voi: disse alla fante, e trasse con sè la nipote in quel suo studiolo in cui siamo già penetrati parecchie volte.

Maurilio, più veniva accostandosi alla casa di Francesco e più sentiva in cuor suo diminuire quel tristo sentimento d'odio che gli era sorto verso l'amico. Anzi la riazione che avveniva nella sua natura fondatamente buona, lo faceva a poco a poco ancora più sollecito, ansioso e dolente del pensiero che a Benda avesse potuto accadere disgrazia. Ciò lo mosse ad affrettare il passo così che giunse al portone della casa, quasi correndo. Entrò egli nel casotto del portinaio e interrogò Bastiano che stava seduto con un gran braciere in mezzo alle gambe, fumando la sua pipa.

Apprese che Francesco non era ancora rientrato, e che in famiglia non si aveva sospetto nessuno del pericolo del giovane. Si fermò alquanto nel camerino del portinaio ad aspettare, poi non potendo più stare alle mosse, uscì ed andò a scalpitare con impazienza la neve dei viali. Avrebbe voluto camminare incontro alla novella per apprenderla più presto, ma non sapeva da qual parte Francesco e i suoi compagni fossero per giungere; pensava all'ansietà che, maggiore certo della sua, provava a quel medesimo tempo Virginia, e in parte se ne arrabbiava con invida gelosia, in parte se ne accorava come quegli che a lei avrebbe voluto risparmiare ogni affanno.

E intanto il giorno se ne andava e in quell'annuvolato aere scendeva assai presto il primo scuriccio della sera. Maurilio, intirizzito ornai dalla brezza invernale che spirava gagliarda, vide finalmente una carrozza che veniva a quella volta al trotto serrato d'un cavallo di prezzo. Questa carrozza si fermò innanzi al portone, un giovane signore ne discese frettoloso con aria visibilmente preoccupata ed entrò nella casa. Maurilio indovinò che con quel signore era giunta la novella, e dal volto del messaggiero capì che la non era lieta. Era diffatti il conte San-Luca che veniva a preparare la famiglia alla luttuosa vista del figliuolo ferito. Il sangue diede un rimescolo al nostro giovane; avrebbe voluto entrare colà e domandarne, e non osò; vide il conte venir fuori della casa, la faccia ancora più conturbata di prima, salir nel legnetto e questo ripartire, senza ch'egli avesse la risoluzione di spiccarsi dal luogo, di fare checchessiasi.

E di qual misura era la disgrazia che ormai non dubitava più fosse capitata a Francesco? Stette lì ad aspettare ancora senza sapere al giusto che cosa. Mezz'ora dopo giungeva a lento passo la carrozza che portava il ferito. Nelle tenebre della sera, Maurilio si cacciò innanzi di guisa da scorgere il meglio possibile, s'appiattò dietro il tronco di un albero là dove la carrozza doveva voltare per entrar nel portone, e mentre questa gli passava a un metro appena di distanza, gettò in essa avidamente lo sguardo. Travide la faccia pallida di Francesco appoggiata alla spalla di Giovanni Selva; negli occhi sbarrati del ferito che fissavano la casa paterna, scorse l'ansia ed il dolore fisico e morale. Maurilio non fu visto da nessuno; e' si ritrasse indietro quasi con ispavento e con orrore di sè medesimo. L'empio desiderio che nell'accesso del suo geloso furore aveva poco prima formolato, gli tornò in memoria come un rimorso, e gli parve poco meno che d'esser egli eziandio colpevole di quel sangue.

Dal suo nascondiglio vide sotto il portone, di cui Bastiano aveva spalancato le imposte, le dolorose accoglienze cui padre, madre e sorella facevano al povero ferito, che con riguardosa cura fu tratto fuor di carrozza e condotto al piano superiore; vide traverso i vetri delle finestre dell'abitazione il correre di qua e di là di lumi per l'affaccendarsi a provvedere le cose occorrenti al misero giovane; voleva entrare e domandarne e non osò: sperava che uno di quelli che accompagnavano Francesco uscisse ed egli potesse da lui informarsi e nessuno veniva. Finalmente il pensiero di Virginia, la quale stava sempre attendendo, che in lui s'era affidata, ed alla cui fiducia non voleva fallire, lo decise; entrò, chiese di Selva, lo ebbe a sè, apprese come stessero le cose, e addoloratissimo prese correndo la via del ritorno al palazzo Baldissero.

Virginia aveva giustamente mandato in cerca di lui. Maurilio le comparve innanzi ancora tutto affannato della sua corsa.

— So che il suo amico è stato ferito, le diss'ella con una specie di brusca vivacità che era irrequietezza dell'animo commosso e sgomento; ma se e quanto sia pericoloso il suo stato, lo ignoro. Può Ella apprendermi il vero?

Maurilio mestamente le ripetè quanto a lui medesimo aveva detto poc'anzi Giovanni.

La ragazza lo ascoltò fredda, immota, si sarebbe detto quasi indifferente. Quand'egli ebbe finito, essa fece un moto della testa che significava insieme ringraziamento e congedo, e disse semplicemente, ma la sua voce tremava un pochino:

— La ringrazio.

Il giovane uscì, e Virginia abbigliatasi e comandato alla fante si abbigliasse per accompagnarla, voleva accorrere presso di Francesco a vederlo, [11] confortarlo, apprendere co' suoi occhi medesimi la fatal verità.

— S'egli morisse, pensava, ed io non potessi manco più dargli un addio!

Era per uscire, come vedemmo, quando s'incontrò collo zio che ne la impedì, conducendola seco nello studiolo.

— Aspettami qui un istante, le disse: devo dare pochi ordini e poi sono da te.

Ebbe a sè il figliuolo, e comunicatogli la sovrana decisione, comandò che immediatamente si recasse nella cittadella, dove già erano trasmessi gli ordini opportuni per riceverlo. Ettore non rispose una parola: s'inchinò e fu sollecito a recarsi in fortezza. Eravi diffatti già aspettato, ed a lui — vedete gioco del caso! — toccò appunto quella camera nella quale due giorni prima era stato rinchiuso come prigioniero politico il suo rivale ed avversario Francesco Benda.

— Virginia: cominciò così a parlare alla nipote il marchese di Baldissero, poichè fu rientrato nello studiolo, dove la ragazza stava attendendolo. Hai tu confidenza in me? Ti pare che io la meriti intiera e compiuta la tua fiducia?

La giovane stava dritta presso il camino e guardava fisamente la fiamma che volteggiava sulle legna nel focolare. Anche sulle sue guancie, precisamente come una fiamma, andava e veniva a volta a volta una vampa di rossore, un'onda di sangue che coloriva la sua pallidezza un istante, e spariva. Ella era levatasi dalle spalle il mantello e gettatolo comecchessiasi sopra una seggiola, s'era tolto del paro il cappellino e lanciatolo a quel modo. Le sue chiome abbondanti color d'oro, coi ricci cascanti sul niveo collo chinato, splendevano alla luce della lampada che era stata accesa sulla caminiera. Al di sopra della lampada pareva chinarsi sopra di lei il grande crocifisso d'avorio dalle braccia tese, e il riflesso rosato del lume dava a quel volto mite e sofferente scolpito dall'artista un'espressione che sembrava pietà.

Alle parole dello zio, Virginia alzò il capo reclinato, e guardando con franchezza e intenerimento insieme la bella figura del vecchio gentiluomo, rispose con voce vibrante d'emozione:

— Oh zio! Ella è l'unica persona al mondo in cui io possa aver fiducia e debba. E non vi ha alcuno che più la meriti di Lei.

Il marchese le pigliò una mano.

— Io ho fatto sinora tutto il mio possibile, perchè meno aspra e funesta ti fosse la tremenda sciagura a cui ti volle condannare il Signore: quella di non aver più nè padre, nè madre.

Virginia alzò gli occhi al soffitto, come se volesse lanciare uno sguardo fino al cielo a cercarvi cari perduti.

— Mia madre! esclamò essa coll'affetto di chi invoca in supremo bisogno un aiuto. Baldissero lasciò andare la mano della nipote, si passò la propria destra sulla fronte, e continuò con accento più sordo:

— Tua madre io l'ho amata cotanto!.... Eppure!....

S'interruppe come chi ha pronunziata parola che non doveva, e s'affrettò a riprendere:

— Ella aveva ogni fiducia in me... fin ch'io rimasi al suo fianco.... Ah! s'io non mi fossi allontanato, i miei consigli, il mio amore le avrebbero risparmiato indicibili affanni. Or bene, Virginia, in nome di tua madre medesima io ti prego a non voler mai tener celato a me quello di cui ti sentiresti obbligo di rendere istrutta tua madre.

Virginia tornò a chinare la testa in aria più perplessa che confusa.

— Ed ora, continuava lo zio, mettendo nelle sue parole maggiore caldezza d'affetto: ora se tua madre fosse qui, non avresti tu nulla da confidarle?

La ragazza parve il sul punto di parlare; poi si rattenne; mandò un'esclamazione e volse in là il viso arrossito.

— Tu hai dunque un segreto? seguitava il marchese coll'accento il più paterno: e questo segreto la tua determinazione di poc'anzi abbastanza lo rivela. Che cosa c'è di comune fra te e quel signore?

Virginia sollevò di nuovo la faccia con un'espressione piena di coraggio: guardò fermamente lo zio e disse colla franchezza d'una purissima coscienza e d'un nobile sentimento:

— Ci amiamo! Egli me lo svelò, io non glie lo nascosi.

— Sventurata! esclamò il marchese con accento in cui non c'era collera ma piuttosto dolore. E che speri tu?

— Nulla.... Glie lo dissi.... Egli, forse appunto per disperazione di ciò, volle morire.... Non debbo io prima che scenda nella tomba consolarlo d'un addio?

Negli occhi le spuntarono due lagrime, ma la voce e l'aspetto non manifestarono la menoma debolezza.

— Sventurata! Sventurata! ripetè lo zio. È dunque destino che anche tu?...

S'interruppe di nuovo; parve recarsi sopra sè, e per un istante regnò in quel salotto il più assoluto silenzio. Virginia guardava lo zio con una specie di curiosa ansietà che le parole e i contegni di lui le suscitavano. Dopo un poco egli soggiunse:

— Tu sai che nella vita di tua madre fu un gran dolore, ma quale esso sia stato ignori tuttavia. Fu desiderio di quella povera donna che tu l'apprendessi un giorno, e me lasciò giudice del momento opportuno. Oh forse ho avuto torto a indugiare cotanto: e il racconto delle sciagure di lei avrebbe potuto servirti d'ammaestramento! Ma così mal volentieri, e ne intenderai il perchè, accosto quel discorso!... Ora però non debbo più nulla tacerti. Siedi costì, Virginia, ed ascoltami. Udrai finalmente la storia di tua madre.

[12] Virginia mandò un gridolino di desiderio, di soddisfazione insieme e di preghiera e di ringraziamento.

— Ah sì! esclamò giungendo le mani: ch'io l'oda finalmente!

Il marchese si raccolse, e cominciò poscia a narrare coll'accento di chi esponendo le più dolorose vicende della sua vita, sente riaprirsi le mal rimarginate piaghe del cuore.

Ma poichè non tutte le circostanze di quel funesto avvenimento poteva egli e doveva raccontare alla nipote, noi esporremo da parte nostra in termini più compiuti quel dramma, come già può essere narrato, senza pregiudicar l'interesse dei fatti avvenire, al punto in cui si trova lo svolgimento del nostro racconto.

CAPITOLO II.

Si era verso la fine dell'anno 1820. Che si avesse a vedere qualche novità in Piemonte molti dicevano, parecchi speravano, pochi affatto credevano. Carlo Alberto principe di Carignano continuava ad essere il centro di quel movimento liberale che aveva preso proporzioni abbastanza considerevoli nell'aristocrazia piemontese, la quale aveva sognato un momento poter giungere a sostenere presso la monarchia sabauda e presso il popolo subalpino quella parte moderativa e di dominatrice influenza che da secoli è tenuta dalla nobiltà del sangue, del merito e del denaro nell'isola inglese. S'era visto i medesimi Borboni di Francia accettare una costituzione; perchè non l'avrebbero accettata anco i Savoia? Alcuni spiriti aristocratici, mossi senza saperlo dalla forza impellente del progresso, vagheggiavano la distinzione e l'autorità di una parìa ereditaria nella loro famiglia colla guarentigia d'una libera tribuna. Credevano con questo modo risuscitare sotto forme novelle contro il trono, il feudalismo schiacciato dalla monarchia assoluta, e non s'accorgevano che aprivano la strada ad un più forte, nuovo, invasore potere, quello della libertà che non poteva a meno di far capo alla sovranità popolare. Ma ciò scorgevano bensì alcuni dei più generosi e dei più ardenti patrioti; i quali, oltre alle libertà interne miravano ancora ad un altro sacrosanto scopo; quello dell'indipendenza della comune patria dallo straniero.

La costituzione in Piemonte, speravano, sapevano, volevano che fosse la guerra all'Austria; guerra che non si aveva da conchiudere se non colla cacciata degl'imperiali al di là delle Alpi, ed ardenti giovani ufficiali, anche di aristocratico sangue, affrettavano coi voti e volevano affrettare coll'opera questo grandissimo fatto. Santorre Santarosa, nobile recente, ingegno non comune, degno d'andare fra i primi in qualunque tempo e presso qualunque popolo per cuore e per forza di volontà; Santorre Santarosa sapeva e voleva precisamente lo scopo necessario, legittimo, ultimo di quell'agitazione liberalesca, e spingeva verso di esso con ogni suo potere.

Ma i più dei nobili ritornati, colla ristaurazione dei Principi, a riprendere i loro privilegi, le loro cariche, le loro ricchezze, l'autorità, non capivano come fra i proprii compagni di casta ci fossero dei matti che, per una, secondo essi, poco illuminata ambizione, cercassero di cambiare ciò che era il meglio nella migliore delle monarchie assolute aristocratico-militari, e volessero porre a repentaglio i vantaggi attualmente posseduti per diritti e politiche guarentigie, di cui si poteva benissimo fare senza. Codestoro avversavano accanitamente cotali novatori; e tra essi era de' più accesi il vecchio marchese di Baldissero, padre di quello che abbiam conosciuto per capo della famiglia al tempo del nostro racconto. Egli era stato uno dei più fieri odiatori della rivoluzione di Francia, dell'impero e di Napoleone; ed odiava ogni novità, come un fanatico inquisitore sapeva odiare le eresie; aveva seguito il suo re in Sardegna, aveva trovato crudelissimo quell'esilio e ne aveva accresciuto il rancore ai giacobini (sotto il qual nome egli comprendeva tutti quanti non la pensassero esattamente come lui nella strettezza delle sue idee cattoliche, monarchiche, assolutiste); tornato nel continente con Vittorio Emanuele, era stato uno dei più caldi ed insistenti a dare quello sciocco, funestissimo consiglio che fu pur troppo messo in pratica, di ritenere come non avvenuti gli anni d'interruzione nel regno di Casa Savoia, di cancellare con un frego tutta la storia della dominazione repubblicana ed imperiale, e distrutta ogni innovazione, riprendere e rifare le cose come si trovavano a quel medesimo punto in cui il Re dovette fuggire innanzi allo spirito rivoluzionario rappresentato dalle baionette francesi. Ogni progresso legislativo, politico, sociale, civile fu tolto di mezzo: si volle rievocare la società del secolo scorso morta e sotterrata: e l'ultimo Palmaverde (annuario di Corte e degl'impieghi) fu preso per norma di distribuzione delle cariche di cui si spogliarono i titolari per rivestirne gli antichi, e se morti, i figli loro.

Codesto intrattabile ed accanitissimo nemico di ogni liberalismo odiava più ancora degli altri quei nobili che accennavano piegare alle idee moderne. A lui parevano codestoro come apostati e traditori; onde immaginatevi voi quali non dovessero essere il suo dispiacere e la sua collera, quando gli parve scorgere che suo figlio, il suo unico figlio medesimo si intingesse di questa pece.

Era da parecchi mesi a Torino un giovane signor milanese: Maurilio Valpetrosa. Era bello, geniale, elegante, pieno di brio e di piacevolezza nella parola, [13] di grazia e di avvenenza nei modi, di buon gusto nel vestire e in ogni diportamento; ardito e destro ad ogni esercizio corporeo, cavalcare, schermeggiare, al nuoto, alla danza, al pallamaglio, allora di moda; generosissimo nello spendere; non inferiore a nessuno, facilmente superiore ai più in ogni cosa onde possa comporsi eletta educazione signorile, Venuto nella capitale del Piemonte con autorevoli ed efficaci commendatizie era stato fin dalle prime intromesso nella più scelta e titolata società e non aveva tardato a diventare assiduo frequentatore di quel gruppo di giovani ufficiali, letterati ed artisti che si raccoglievano nel palazzo Carignano intorno al giovane principe che doveva fare ammenda del fallo al Trocadero.

L'aristocrazia torinese, difficilissima e assai cauta in quel tempo ad ammetter ne' suoi salotti in condizioni di famigliarità e d'uguaglianza chi fra i suoi concittadini non contasse il numero voluto dei quarti, era assai più larga e benigna verso i forestieri; e quando uno venuto di fuori avesse maniere acconcie, ricchezze all'avvenante, lo accettava come invitato alle sue feste, e visitatore nelle sue conversazioni, senza domandargli di più. Codesto non poteva aver tratto di conseguenza; il forestiero sarebbe partito, recando seco la memoria della forbitezza di quella società, che quando voleva, sapeva essere veramente squisita, ed ecco tutto.

Maurilio Valpetrosa venne accolto di questo modo e per queste ragioni. I denari gli colavano di mano come ad un milionario, aveva una figura da principe di conte de fées, nel suo nome c'era anche un certo profumo, direi quasi, d'aristocrazia, un titolo non disdiceva nè stonava con quella sonora riunione di lettere d'alfabeto; s'avvezzarono a chiamarlo di Valpetrosa, e gli uomini per mangiare le sue cene, fumare i suoi sigari, averlo allegro compagno nelle loro pazzie, le donne per sorridere alla maschia di lui bellezza, per lasciarsi incantare dalle seduttrici parole dette con ispirito dalla sua voce insinuante, non gli domandarono se potesse provare che i suoi maggiori erano stati alle crociate.

Con costui il padre di Ettore Baldissero aveva stretto una più intima attinenza, che quasi poteva dirsi amicizia. Si erano conosciuti precisamente nelle sale del Palazzo Carignano, e dapprincipio e per alcuni mesi fra di loro non fu altra attinenza che quella di persone ammodo fra cui non v'è ragione alcuna di intrinsichezza. Ma ad un tratto il giovane milanese si pose con tanta insistenza e con tanta gentilezza a voler acquistare l'affetto e la confidenza del marchese di Baldissero che impossibile resistergli. E' diventarono gli Oreste e Pilade di quella nobile società torinese, e i maligni non tardarono a scoprire e susurrare la causa di questo premuroso zelo d'amicizia nell'elegante e leggiadro forestiero, quella cioè di accostarsi così vieppiù alla signorina Aurora di Baldissero, della quale cupidamente bramasse la beltà eccezionale e la dote vistosamente ricca.

Per quest'ultima parte si calunniava quel giovane, il quale in realtà era una delle più generose e valenti anime d'uomo che esser possano; ma quanto all'affetto che in lui avevano acceso la beltà, le grazie, l'ingegno della nobile fanciulla ch'egli aveva avuto campo di conoscere e di apprezzare in molti di quei salotti a cui era ammesso; quanto all'amore che egli ad Aurora aveva consecrato, caldo, insuperabile, eterno, tutto quello che diceva la gente, e parevano già cose esagerate, era un nulla appetto al vero.

Valpetrosa amò Aurora con tutto l'impeto di quella sua natura vivace ed ardentissima; l'amò di quell'amore che, come si esprime Dante: «a nullo amato amar perdona,» di quell'amore così assoluto, così vasto, così dominante che di esso non può a meno qualunque donna che assuperbirsi; e la natura gli aveva concesso, oltre il valore dell'interno, anche quei fisici pregi esteriori per cui cotale affetto si può a meraviglia esprimere, eloquentemente significare e con efficacia comunicare. Egli non aveva ancora parlato alla fanciulla che delle più indifferenti cose onde si possa occupare il discorso di due che conversino colle stampite delle cerimonie, e già la giovane sapeva d'essere amata con infinito ardore, e già quel leggiadro garzone amava ancor essa, senza averlo voluto, come spintavi da una forza superiore.

Il male si fu che di codesto ebbero ben presto ad accorgersene, come dissi, anche gli altri. Gli uomini non erano disposti a perdonare che questo intruso venisse loro a portar via il cuore della più bella fanciulla del loro ceto e della città; le donne perdonavano anche meno, che l'adorato loro vincitore abbandonasse il campo della galanteria, dove si piacevano assai affrontare le audaci di lui aggressioni e rimanerne vittime. Prima d'allora, passando egli da avventura in avventura, da questo a quell'intrighetto, messa in giuoco la vanità, non occupato il cuore, aveva saputo così bene governarsi con quei capricciosi esseri che sono le donne civette, da sciogliere ed annodare intime relazioni coll'una e coll'altra, senza offenderne veruna mai, senza farsi una nemica dell'oggi dell'amante di ieri; ma ora la passione vera e soverchia non gli lasciava più agio e prudenza da ciò. Abbandonò i sentieri fioriti della galanteria, dove prodigava madrigali e dichiarazioni piene di brio ad ogni incontro, lasciò vedere che tutto il resto gli era diventato indifferente e che chi non voleva accomodarsi a questa poco lusinghiera condizione a riguardo di lui, gli diventava uggioso.

Ora le donne di quello stampo perdonano assai poco altrui che le abbiano per indifferenti, meno ancora che le si trovino uggiose. Gli amori di Valpetrosa e di Aurora ebbero quindi intorno una schiera di nemici congiurati a loro danno.

[14] Un bel giorno il vecchio marchese ricevette in mezzo agli scherzi agrodolci d'una leggiadra signora la rivelazione delle pretese sopra la figliuola dei Baldissero di quel forestiere che non si sapeva come fosse nato e che sentiva orribilmente di liberale le mille miglia lontano. Il marchese era amico dei mezzi spicci ed assolutisti, ordinò che Aurora non sarebbe uscita più in quelle occasioni nè andata in quei luoghi, dove e quando ci era probabilità potesse incontrare quel cotale: ebbe a sè suo figlio e senza scendere a spiegargliene il motivo, gli comandò rompesse ogni attinenza con quel Valpetrosa e sopratutto si guardasse bene dall'accoglierlo ancora una volta in casa. Il figliuolo rispettosamente volle opporre a questo comando, non resistenza, sibbene qualche considerazione soltanto; ma a' suoi cenni il vecchio marchese non ammetteva pure un indugio nell'ubbidienza: e siccome gli parve che il figliuolo non avesse troncato secondo suo ordine ogni relazione con colui e continuasse eziandio a frequentare quel circolo di liberali che a lui erano cari come il fumo negli occhi, domandò al re ed ottenne che l'erede del suo nome e del suo titolo fosse mandato sollecitamente a Madrid, come addetto a quell'ambascieria.

Il fratello d'Aurora partì e sventuratamente, senza aver nulla appreso nè nulla scoperto del reciproco amore di Valpetrosa e di sua sorella; e intanto fra questi, come sempre avviene, gli ostacoli frapposti ne accrescevano l'impeto e la fiamma della passione. Col denaro che il giovane milanese spendeva così liberalmente, gli fu facile acquistare degli alleati, dei complici nella casa stessa del marchese di Baldissero, intorno alla fanciulla da lui amata, e questi furono una cameriera specialmente addetta al servizio della marchesina Aurora e lo stesso intendente che aveva tutta la fiducia del marchese, il signor Nariccia. Questi non aveva tanto preso il suo tempo dagli affari della nobil casa che lo pagava, da non poter pensare tuttavia a mandare innanzi per suo conto certi traffichi con cui preludiava a quella sua condotta d'usuraio ch'egli impudentemente chiamava professione di banchiere. Valpetrosa che era venuto a Torino con molte lettere di credito per somme assai vistose, aveva pensato accorto partito il rivolgersi a questo cotale per lo sconto e la conversione in denari di quegli effetti, e Nariccia il quale aveva visto in ciò un buon guadagno, vi si era prestato con una certa premura, con una facilità, con uno zelo, che pel forestiero riescirono come una fiorita gentilezza ed avviarono fra di loro una certa fiduciosa attinenza che ben poteva dirsi amichevole.

Nariccia era diventato proprio il banchiere di Valpetrosa; egli teneva di costui in deposito le somme tutte in conto corrente, e veniva rifornendolo tratto tratto di denaro, mentr'egli per le tratte stategli rimesse era al di là di guarentito lucrandovi ancora interessi e sconto e diritto di commissione, e va dicendo.

Di questa guisa era capitato che al giovane venisse un giorno la infelice idea di confidare il suo amore a quest'uomo e cercare da lui consiglio ed aiuto. Nariccia per sapere il segreto di Valpetrosa, non aveva bisogno di questa confidenza, perchè era troppo accorto osservatore egli stesso e la cosa erasi fatta troppo oramai palese a troppi perchè la ignorasse, ma fece tuttavia come se la gli giungesse la più nuova del mondo. Al giovane, il quale, credendolo molto addentro nelle grazie e nei segreti del marchese, lo interrogava se dovesse mai avventurarsi a fare al marchese la domanda della mano di Aurora, egli rispose, ciò che era pure la giustissima verità, come il vecchio, superbissimo nobile, non avrebbe altrimenti accolto che quale un oltraggio siffatta richiesta da chi non potesse vantare tutti i voluti quarti di nobiltà, pensasse che direbbe a Valpetrosa quando questi avesse dovuto confessare di essere figliuolo d'un fabbricante di pannilana! Il giovane amante d'Aurora che era di umore vivacissimo e di spiriti più che audaci, decise in conseguenza non esporsi alla superba ripulsa, a cui non egli sarebbe stato capace di rispondere con calma, e giurò pur tuttavia che la fanciulla, a dispetto di tutto e di tutti, gli avrebbe appartenuto.

Nariccia medesimo, divenuto suo confidente e consigliere, fu quello che lo aiutò ad entrare in intimi rapporti con Modestina Luponi, la cameriera di Aurora, e seppe in questo modo tutto quello che avvenne fra i due giovani amanti. Tre mesi dopo la partenza del fratello di Aurora per la Spagna, la nobile figliuola dei Baldissero, posseduta da una irrifrenabile passione, aveva fatto padrone di sè, del suo avvenire, dell'onor suo il seducente giovane, il quale coll'intensità e la sincerità dell'amor suo meritava pure un tanto di lei sacrifizio.

La rivoluzione intanto era prossima a scoppiare. Valpetrosa doveva, secondo gli accordi presi coi congiurati, recarsi alla sua città natale e spingerla ad insorgere contro lo straniero per concorrere alla gran causa della libertà e dell'indipendenza della patria. Per lui separarsi da Aurora, e per quest'essa l'essere lontana dal suo amante era insopportabile pure al solo pensiero: egli parlò di fuga; la fanciulla resistette alcun tempo, esitò di molto, ma cedè finalmente. Stava per diventar madre, e questa sua condizione non poteva più celarsi a lungo oramai. La vergogna, il timore della tremenda collera paterna, la mancanza assoluta di persone affezionate in cui confidare e da cui prendere consiglio non le lasciarono campo a pure veder possibili altri partiti, acconsentì, ed una notte usciva ella furtivamente dal palazzo di Baldissero colla Modestina sua cameriera, complice e mezzana, e salita in una carrozza ferma ad una cantonata vicina, nella quale Valpetrosa stava aspettandola, partivasi con lui alla volta di Milano.

[15] Ella dalla casa paterna non recava con sè nulla, nè gioielli, nè denari (ed era stato il suo amante eziandio a voler così), fuor quelle poche robe che vestiva ed alcuni oggetti suoi particolari che le erano preziosi, fra cui un rosario d'agata, memoria di sua madre morta.

Prima cura di Valpetrosa, appena furono i fuggitivi fuori di ogni pericolo di venir raggiunti, innanzi di condurre Aurora in presenza di sua madre, fu quella di sposar la sua amante, di far consecrare dalla benedizione del sacerdote, ai piedi dell'altare di Dio, quell'unione che tra di loro già avevano giurato eterna; così che entrando nella casa della genitrice potesse dire a quest'essa senza punto menzogna:

— Ecco mia moglie. Abbila qual figliuola.

La madre di Valpetrosa era donna di senno, di prudente carattere, d'indole un po' asciutta, cui le molte traversie della vita che aveva dovuto sopportare avevano resa taciturna, cupa anzi che no, aspra talvolta eziandio. Amava ella immensamente suo figlio senza fallo; e inoltre in lui riconosceva il capo della famiglia, il proprietario delle domestiche sostanze, e il padrone di soddisfare come gli piacesse i suoi onesti desiderii; ma quest'autorità del suo Maurilio ella per prudenza e per affetto voleva temperata da' suoi richiami, dalle sue obbiezioni; e siccome il giovane, di carattere alquanto svagato e leggero, non soleva dare alle parole di lei tutto il rilievo che ella avrebbe voluto e che si meritavano, soleva la madre punirnelo con un broncio che si dileguava poi, ad ogni momento che il figliuolo volesse, sotto le carezze e le dolci parole di lui.

E sarebbe stato invero un gran bene per tutti che sul giovane la madre avesse avuto più impero ed autorevolezza da impedirgli col positivo cenno e non soltanto coi consigli, ascoltati scherzando il più sovente e dimenticati poi tosto, lo sciupio delle famigliari fortune. Ma questa autorità la buona madre non credeva d'averla, non seppe e non pensava neppure poterla acquistare. Le condizioni in cui era quando il matrimonio col padre di Maurilio la fece entrare in quella casa; le condizioni cioè d'una povera operaia che non aveva di ricchezze che la sua avvenenza e la sua virtù, congiunte alla sua indole un po' timida, un po' permalosa, l'avevano fin da principio messa in un certo stato di sommessione e di dipendenza riguardo al marito, uomo operoso e procacciante, volontà ferma ed imperiosa, natura audace e piuttosto inchinevole a piegare e guidare e dirigere a suo senno le individualità altrui, che più deboli lo avvicinassero. La moglie di fatti, di lui, delle cose e degli interessi domestici seppe quello soltanto che a lui piaceva comunicarle, ed egli aveva sempre trovato superfluo il comunicarle gran che. La fabbricazione e il commercio dei pannilana da lui esercitati parevano prosperare il meglio possibile e mercè i grossi guadagni venir formando alla famiglia un enorme patrimonio. Era credenza comune in tutta Milano; ed era anco quella della madre di Maurilio che non vedeva, non pensava, non prendeva manco la fatica di immaginare diverso e più in là.

Si viveva da milionarii; non già essa, la moglie del fabbricante, la quale allevata fra le privazioni in una povera famiglia, non aveva disposizioni nessune, nè gusto nemmanco a comparire e scialarla da gran signora; viveva essa modestissima, rinchiusa fra le eleganti pareti del suo suntuosissimo quartiere, non vedendo alcuno mai; ma il marito non si rifiutava nulla di quanto potesse la ricchezza procacciare di sfarzo e di spassi, e l'unico loro figliuolo adoratissimo era tenuto ed allevato come l'erede di principesche fortune.

Ma, sventuratamente, ad un tratto il padre mancò. Dovendo venir appurata l'eredità del figliuolo, ancora in età minore, ne venne a risultare che cospicuo era bensì l'attivo della medesima, molti però eziandio i carichi e le passività in tal grado da ridurre di più che metà le rendite patrimoniali, quando mancassero quell'operoso spirito industriale, quell'intelligente intraprendenza che valevano al defunto fabbricante sì vistosi guadagni de' suoi capitali. Un'accorta amministrazione di quel patrimonio in mezzo a tutti quei viluppi ed imbrogli avrebbe saputo salvare all'erede una ricchezza più che considerevole; ma la vedova di Valpetrosa, donna di timidi spiriti, vissuta sempre ritratta, senza la menoma idea, senza la menoma disposizione per nessuna sorta di affari, non ne capiva nulla, non n'ebbe altra impressione che d'una gran confusione nella testa e d'un grande sgomento nell'animo. Di una cosa sola ella scongiurò gli onesti uomini che presero cura degl'interessi di lei e del pupillo, che cioè si sceverasse da ogni debito, da ogni traffico, da ogni complicazione quel tanto di più che si potesse delle fortune del marito, lo s'investisse in sicuri impieghi di capitale, da averne un reddito certo, fisso, immanchevole, in cui misurare le sue spese e la condotta e l'educazione del figliuolo.

La fabbrica fu venduta, fu ceduta ogni ragione che il defunto aveva sul principalissimo fondaco di panni che allora esistesse in Milano, e pagato ogni creditore, si ebbe tuttavia il risultamento d'un patrimonio di duecento e più mila lire austriache, cui la madre (suo marito essendo morto senza testamento) volle investire nel nome del figliuolo, come unico ed assoluto proprietario.

Questa buona e savia donna, cresciuta in mezzo agli stenti, anco fra le grandigie nel tempo della prosperità del marito, alle quali ella così poco aveva voluto partecipare, aveva sempre conservato spirito ed abitudini parsimoniose. Ora, spaventata da quel crollo che avevano subitamente sofferto le fortune dei Valpetrosa; crollo che da principio sembrava anche maggiore, e le aveva fatto temere [16] poco meno che d'essere ridotti alla miseria, quelle sue tendenze a scemare le spese, a restringerle nel necessario, si aumentarono grandemente, ed esagerandosi benanco andarono fino alla grettezza ed all'avarizia.

Maurilio, per disgrazia, era perfettamente d'umore e di tendenze opposti. Il gusto dello scialo, l'amor dello spendere, l'ambizione dello sfarzo, e' doveva averlo recato seco fin dalla nascita; glie l'avevano radicato ed accresciuto i modi ed abitudini di vita della sua famiglia, vivente il padre; così bene che i diportamenti e le delicature dell'esistenza signorile eransi fatti per esso quasi una necessità. Un ridurlo a più modesti costumi, accompagnato da validi ragionamenti che gli ponessero in chiaro le sue condizioni, avrebbegli certo giovato e sarebbe riuscito a modificarne le propensioni; ma la madre esagerando e privandolo del tutto d'ogni suo precedente diletto, recando in tutto ciò che a lei sembrava superfluo una falce così spietata che a pochissimo invero trovavasi ridotto quel necessario che gli era concesso, ottenne anzi l'effetto contrario, suscitò quel sentimento di riazione che sta in ogni spirito umano contro ciò che gli si vuole imporre, destò più vivi ed irritò quei desiderii di godimento che acquistavano ancora, oltre tutte le altre, la seduzione del frutto proibito. La madre gli aveva pariate di povertà, ed egli era pure stato in caso di apprendere che una certa parte delle fortune paterne era salva: ignaro del vero valore del denaro, parevagli che duecento mila lire austriache fossero un gran che; si persuase quindi agevolmente che le continue ammonizioni di non ispendere, i continui lamenti sull'eccessività dei costi della roba, i continui consigli di risparmiare fossero esagerazioni cagionate da una specie di mania di sua madre, cui non bisognava contraddire, ma a cui si poteva e si doveva non dar retta. La gente in mezzo a cui soleva passare il suo tempo, non era acconcia a fargli nascere altra persuasione, nè ad inculcargli la virtù del risparmio. Mentre sua madre con infiniti risparmi riusciva in capo d'ogni anno ad aumentare d'una piccola somma il capitale, Maurilio coi debiti, che di soppiatto veniva facendo, lo intaccava senza misericordia, così che ne avrebbe dovuto fondere una gran parte quel dì che, arrivando alla maggior età, egli sarebbe stato costretto a pagare.

Quando quest'epoca dell'età maggiore del figlio fu arrivata, la madre si spogliò senza indugio dell'amministrazione del patrimonio che era proprietà assoluta di Maurilio, e cui pure ella mercè l'economia ed i risparmi aveva di qualche poco accresciuto; e il giovane trovatosi di poter disporre di una somma che a lui in quei primi momenti pareva inesauribile, la diede per mezzo ai dispendi, senza che servissero di valevol freno gli ammonimenti prima, e poi, visto inutile ogni parola, i bronci della madre. Di siffatta guisa non andò gran tempo che Valpetrosa ebbe consumata una gran parte di quelle sostanze salvate alla liquidazione dell'avere paterno. Ardente di carattere, generoso dell'animo, aperto e inchinevole ad ogni nobile impulso, Maurilio era entrato nella congiura dei patrioti che volevano francare dallo straniero l'Italia e sognavano nella monarchia, nell'esercito e nel popolo piemontesi un aiuto alla santa difficilissima impresa.

Trattandosi di fermare più stretti gli accordi fra i congiurati dell'una e dell'altra parie del Ticino, si pensò mandare in Piemonte uno dei lombardi che seguisse attentamente lo svolgersi dei fatti, si mettesse in giorno d'ogni processo della congiura, e di là comunicasse notizie, cenni, istruzioni; e niuno fu pensato poter meglio adempire questo ufficio di Maurilio Valpetrosa di scelte maniere, di vivacissimo ingegno, di simpatiche sembianze e di animo sicurissimamente incrollabile. Da ciò quelle tante ed efficaci lettere di favore dell'aristocrazia milanese che l'avevano introdotto nell'intimità della superba aristocrazia di Torino; per ciò quelle sue lettere di credito per somme vistose, di cui egli usava così largamente, cui egli aveva ritenute assolutamente indispensabili alla riuscita del suo compito e per ottenere le quali egli aveva impegnato tutto o quasi tutto il restante suo patrimonio.

Le cose gli erano andate perfettamente a seconda. Aveva egli mandato innanzi con uguale buon esito e di pari passo gl'interessi della patria causa e quelli del suo amore; aveva udito dalla bocca di Carlo Alberto parole che erano più d'una speranza, che potevano dirsi promesse; coi capi della cospirazione mezzo civile, mezzo militare, che si rannodava intorno al palazzo Carignano, aveva inteso i modi d'esecuzione del vasto disegno; aveva ottenuto da Aurora le massime prove d'amore. Ogni causa di suo soggiorno a Torino era cessata; partì come vedemmo e rapì alla sua famiglia la sedotta figliuola del marchese di Baldissero.

La madre di Valpetrosa non accolse Aurora come una figlia, sibbene con e una straniera intrusa nel loro domestico affetto. La sua timidità, l'amore misto ad una soggezione che aveva per suo figlio, non le lasciarono manifestare in modi aperti e positivi questo suo sentimento verso la nuora; ma esso apparve continuatamente nella freddezza poco meno che ostile, nell'impaccioso silenzio, nella costante musoneria che teneva con Aurora. Dopo alcun tempo, venutole un maggiore coraggio, si mostrò eziandio in certe indirette rampogne, in velate lamentazioni che ella faceva ad alta voce seco stessa in presenza della nuora, senza volgere a lei la parola, ma perchè andassero a ferirla. Aurora non aveva mezzo alcuno, nè credeva manco sua dignità, di rispondere; curvava il capo e taceva, come se quello non fosse fatto suo; ma sentiva intanto invaderla un'immensa amarezza.

[17] Per la nobile figliuola dei Baldissero già cominciava la crudele epoca delle delusioni; dalle serene regioni dell'ideale dove s'inebriava di vaghe chimere l'anima sua, veniva ella precipitando nell'aspro mondo della realtà, e per affarsi a questo nuovo ambiente ond'era avvolta conveniva le si strappassero dintorno le antiche abitudini, dalla mente le antiche idee e le si venissero facendo a poco a poco, quasi direi, una nuova carne, un nuovo spirito. Bene l'aveva il suo amante chiarita dapprima delle proprie condizioni, ed adombratole il destino ch'egli poteva offrirle; ma come avrebbe potuto dipingerle con esatti colori la verità, mentre egli medesimo non era tuttavia ben conscio di questa stessa verità? Inoltre cosiffatti discorsi tenuti di fuggita in ratti colloquii, fra due proteste d'amore, usciti dall'appassionato labbro dell'uomo che vi ama, come potrebbero agli occhi d'una innamorata fanciulla, inesperta del mondo, vestire le giuste sembianze della realtà? Aurora, dietro i detti di Valpetrosa, aveva si pensato ad un'esistenza modesta, ritirata, anche povera; ma rallegrata pur sempre dalla divina luce di quel loro amore, ma vista traverso quell'immenso desiderio comune di unire le loro sorti, codesta esistenza si lumeggiava di certe poetiche tinte, si ornava del pregio d'un sacrifizio nobilmente sostenuto, onde si compiacevano lo spirito romanzesco e il generoso istinto di quella eletta e leggiadra creatura. Ella non aveva menomamente pensato, perchè non poteva in nessun modo supporle, alle piccole volgari contrarietà d'una vita domestica in ristrette condizioni, alle fastidiose tribolazioni d'una lotta intestina, alle punture di spillo d'una suocera inasprita; e quando la si trovò in mezzo a tutto ciò, ebbe in fondo all'anima una pena ed uno scoraggiamento, cui, volendo nascondere, sentì più forti, e che, se non furono un pentimento, s'accostarono di molto ad un rimorso.

Durava tuttavia, e nelle stesse proporzioni, l'amor suo per l'uomo a cui aveva sacrificato ogni cosa; ed egli si mostrava e mantenevasi degno pur sempre di tanto affetto. Se Valpetrosa avesse potuto dare tutto il suo tempo, o la maggior parte almeno, al dolcissimo compito di circondare dell'amor suo l'anima e l'esistenza della sua giovane sposa, qual traversìa, qual contrarietà avrebbe ancora avuta tanta forza da penetrare sino al cuore di lei, difeso da sì cara e potente armatura? Ma le bisogne della congiura esigevano imperiosamente il tempo, le cure, la mente tutta di Maurilio Valpetrosa, che nella rischiosa intrapresa aveva impegnati la sua più dominatrice idea, le sue più forti aspirazioni, il più solenne suo giuramento. Aurora, per forza trascurata, rimaneva sola, in casa, senza trammezzo nessuno, alla presenza della suocera ostile, al contatto delle uggiose volgarità, all'inevitabile paragone del suo presente col passato.

Si ritraeva ella nella camera coniugale, così infaustamente disertata dal marito, e si affondava nelle più dolorose meditazioni dei suoi casi. La sua colpa, della quale il trasporto dell'amore le aveva dapprima velata la gravità, allora le appariva d'una inesprimibile enormezza. Vedeva la faccia sdegnata di suo padre improntata d'una severità che non perdona; le pareva d'udire suonare da quel labbro superbo la maledizione sul suo capo; pensava eziandio a sua madre morta, e si figurava con ispavento vederla ella stessa, che pure l'aveva amata cotanto, sorgere dal suo sepolcro e lanciarle un'inesorabil condanna. Correva allora a prendere quel rosario d'agata che aveva portato seco, unico ricordo della spenta genitrice, e lo baciava implorando perdono, e, gettatasi in ginocchio, pregava. Poi piangeva, e correva il suo pensiero all'amoroso fratello colaggiù nella Spagna. Che cosa avrà detto del fallo di sua sorella? pensava la misera. Certo si sarà unito ancor egli a tutti gli altri a condannarla e maledirla. Sentiva coll'immaginativa il coro di riprovazione che aveva dovuto levarsi nella nobile società torinese, in tutta la cittadinanza, allo spargersi della scandalosa novella della sua fuga; arrossiva e tremava, tutto sola, a questo pensiero, e si copriva colle mani la faccia e si diceva con infinito tormento: — «Nessuno, nè anche mio fratello, non ha diritto di impor silenzio a quelle voci che affermano il mio disonore.»

Ma pure il fratello, ella sperava, sapeva che non si sarebbe congiunto cogli altri ad imprecare su di lei. Egli l'amava tanto! Se c'era anima al mondo in cui potesse entrare un sentimento di compassione per essa, insinuarsi un generoso impulso di perdono, era quella. Dov'essa Io avesse pregato intercessore fra lei e suo padre, non egli si sarebbe rifiutato all'opera pietosa. E se a lui scrivesse?... Ah! no; era inutile. Intercessione veruna non avrebbe giovato mai a placare la giusta collera paterna, ch'ella immaginava seco stessa tremando. Quando erasi partita aveva pure pensato un istante di lasciare pel padre un motto che umilmente supplicasse perdono; e non aveva nemmanco osato vergarlo. Ora gli parve che pur tuttavia al fratello potesse e dovesse assolutamente dirigere una parola; scrisse a Madrid e stette ansiosamente aspettando risposta.

Infelice! Ella non prevedeva quanto crudeli e fatali avrebbero avuto ad essere le conseguenze di questa sua lettera.

Pel superbo marchese era stata la fuga della figliuola una ferita crudele e profonda; non tanto per l'amore ch'egli avesse ad Aurora, il quale in verità era temperatissimo, e veniva dopo altri affetti e sentimenti parecchi, quanto per l'orgoglio che giudicò l'onore della stirpe gravemente offeso. Suo primo impulso era stato correr dietro egli stesso ai fuggitivi, strappare dalle braccia del rapitore la figliuola e gettarla in un monastero, lui ammazzare [18] come si fa del ladro che si coglie nell'atto di rubare; ma la riflessione lo trattenne. La sua condizione sociale, il suo grado, la età non gli consentivano di questi partiti spicciativi; non a lui sì apparteneva raggiungere e punire i colpevoli; egli, supremo capo della famiglia, doveva avvisare e decidere ciò che occorresse per vendicarne l'offesa e lavarne la macchia, ma un altro doveva essere di quella il braccio vendicatore, l'individualità esecutrice. Si diresse alla Polizia per avere esatti ragguagli sull'essere di quel Maurilio Valpetrosa e sul luogo dove si sarebbe potuto afferrarlo, e scrisse a suo figlio in Ispagna. Gli apprese ogni cosa e comandò venisse in patria tosto: quel che gli toccasse di far poi, non disse nemmanco, sicuro che il figliuolo avrebbelo ben saputo discernere da sè.

Il fratello d'Aurora, appena ricevuta la lettera paterna, non mise tempo in mezzo, e benchè sua moglie l'avesse reso da pochi giorni padre d'un figliuolo (che fu quell'Ettore, uno dei principali personaggi del nostro racconto) partissi alla volta del Piemonte, risoluto a vendicar l'onore della famiglia, punire il rapitore e tornare poi tosto presso la moglie.

Ma frattanto, appena divulgatasi per Torino la notizia del ratto d'Aurora, un altro erasi presentato al marchese padre, per assumere questa parte di vendicatore. Era un giovane gentiluomo, il conte di Castelletto, amico del fratello d'Aurora, che non aveva nascosto un rispettoso amore per quest'essa, che fra i nemici di Valpetrosa contava quindi per primo, cui tutte le condizioni di famiglia, di fortuna, d'età facevano degno sposo della fanciulla, e che quindi nella società aristocratica era già da tempo considerato come il futuro marito di madamigella di Baldissero. Chiesto un colloquio da solo a solo col marchese, ed intromesso alla superba presenza di costui nel suo riposto gabinetto, il giovane, senza preamboli, colla franchezza di un carattere schietto ed impetuoso, coll'accento di chi ha preparate e studiate le precise parole da dirsi, così parlò:

— Signor marchese, io amava immensamente — l'amo tuttavia — madamigella Aurora; non posso permettere che l'infame suo rapitore goda del suo delitto, respiri ancora in questo mondo. Ella può — deve contentarsi di punirlo colla sua maledizione e col suo disprezzo; non io: nè s'acqueterebbe pure suo figlio se qui fosse. Ho la superbia di credere che nessun altro ne può prender le veci, può aspirare a sostituirlo, meglio di me. Sono dunque venuto a pregarla, per l'amicizia che mi lega a suo figlio, per l'amore che nutro verso quella infelice, di volermi permettere che io mi consideri come della famiglia e prenda il desiderato incarico della sua vendetta.

Il marchese lo guardò un poco in silenzio con quel suo superbo cipiglio quasi ostile; poi rispianò le rughe della fronte, ed abbozzato un suo cotal sorriso pieno di orgoglio, rispose tendendo al conte di Castelletto la mano:

— La ringrazio; ma la famiglia di Baldissero non ha ancora, grazie a Dio, bisogno alcuno che uno a lei estraneo ne pigli le difese e ne compia i doveri. Ho scritto a mio figlio e senza aspettare altra risposta, confido che verrà, partitosi di Madrid a volta di corriere. Se mio figlio mancasse, cosa che io credo impossibile, gli anni non hanno tuttavia così logorato il mio corpo da non poter io stesso compiere quel che si deve.

E siccome Castelletto s'inchinava con una certa penosa mortificazione, il marchese soggiunse con maggiore e quasi domestici espansione:

— Terrò tuttavia conto della sua offerta. Mio figlio avrà bisogno di compagni nella sua impresa; ed Ella, conte, sarà senza fallo uno di questi.

Pochi giorni dopo, viaggiando in posta, senza riposo, e facendo premura ai postiglioni con ogni fatta sollecitazioni e generose mancie, giunse a Torino il fratello d'Aurora, afflitto, sdegnato, pieno di cordoglio verso la sorella, di odio e di furore verso l'antico amico Valpetrosa.

I discorsi col padre non furono molto lunghi nè molto precisi; ma si capirono ciò nulla meno i due Baldissero. Non si aspettava più, perchè il figliuolo corresse a raggiungere il seduttore, se non le esatte informazioni dalla Polizia del luogo dove quell'infame, secondo essi lo appellavano, si fosse rimpiattato. Ma già fin d'allora era cosa usuale che la Polizia non riuscisse a saper bene cosa nessuna che importasse davvero.

Valpetrosa aveva le mille ragioni per nascondersi, fra cui era eziandio, se non la principale, non delle ultime nemmanco, quella del ratto della nobile ragazza torinese. Principalissima poi fra codeste ragioni era la congiura politica, di cui egli era uno dei capi. Avvisato da quei personaggi autorevoli, da cui egli aveva avute le efficaci commendatizie per Torino, che il Governo austriaco era in sospetto della cospirazione e stava per mettere la mano su alcuni fra i più compromessi di cui gli era uno; Valpetrosa, consigliato a fuggirsi e non volendo ciò fare e per non essere lontano al momento dell'insurrezione ch'egli sperava possibile e prossima, e perchè sua moglie in uno stato già inoltrato di gravidanza non avrebbe potuto sostenere il viaggio, ed egli non voleva separarsene; Valpetrosa, dico, fece correr voce della sua partenza e nascose il suo domestico focolare e sè stesso in un rimoto quartiere, presso fidatissimi amici, dove nessuno mai sarebbe riuscito a scoprirlo.

La Polizia adunque fece sapere ai Baldissero che quel cotal individuo, nominato Maurilio Valpetrosa, stato a Milano un po' di tempo, erasi poscia partito di là e fuggito in Isvizzera, dove non si sapeva bene in qual città avesse riparato.

Il figliuolo del marchese stava per partire in [19] compagnia del suo amico il conte di Castelletto per la Svizzera coll'animo di girarne tutte le città e borghi e casolari finchè vi avesse trovato i fuggitivi, quando la fatalità volle che sopraggiungesse a Torino la lettera che Aurora aveva scritto al suo fratello a Madrid, la quale, arrivata colà quando egli erane già partito, gli veniva rinviata. In questa lettera la infelice pregava suo fratello perchè non la volesse condannare severamente egli stesso, perchè si facesse intercessore di pietà e perdono eziandio verso il padre così che non proseguisse col suo odio e colla sua maledizione lei e l'uomo che essa amava: queste supplicazioni le faceva non tanto in nome suo, ella di cui certo la colpa meritava ogni pena, ma in nome dell'innocente creatura che stava per nascere. Pensasse egli e chiamasse al pensiero del padre che quella creatura era pure sangue loro e che il proteggerla, l'amarla era in essi ad ogni modo un debito. Sè affermava piena di tristi presentimenti, aver paura della morte, sentire tremenda pesar sul suo capo la collera paterna, tremare, piangere, abbrividire al solo pensiero che quando avrebbe dato la luce al frutto già dilettissimo delle sue viscere, potrebbe per lei dischiudersi la tomba; affronterebbe con animo più calmo il fatale momento, non si spaventerebbe più dell'avvenire quando sapesse che almanco suo figlio non sarebbe fatto reo di quella colpa ch'ei non aveva, avrebbe trovato malgrado tutto nella famiglia di sua madre una famiglia eziandio. Da quanto aveva potuto scorgere e capire delle condizioni del suo sposo, avrebbe potuto nascere agevolmente il caso in cui l'innocente nascituro sarebbe stato esposto anco alle strette del bisogno: oh il diletto fratello di sua madre, quegli che aveva tanto amato la infelice Aurora, non l'abbandonasse, non lasciasse che a quel misero si chiudesse affatto come ad un estraneo il cuore e la casa dell'avo. Se sciolta da queste paure ella sarebbe lieta pur anco morendo. Affinchè suo fratello potesse farle risposta, l'imprudente scriveva il preciso indirizzo del luogo in cui Valpetrosa nascondeva la donna dell'amor suo e se stesso.

Il marchese figlio non lesse quella lettera, che avreste detto scritta con inchiostro di lagrime, senza grande commozione. Il suo tanto affetto per Aurora non era spento, ed a quelle umili e calde preghiere gli si era tutto risuscitato in cuore insieme con una immensa pietà. Si recò incontanente dal padre a dargli comunicazione di quello scritto ed a prenderne gli ordini ulteriori.

Mentre nel rileggere forte a suo padre le parole della sorella la voce tremava al giovane marchese, ed alla fine non erano senza lagrime i suoi occhi, il fiero capo di quella famiglia ascoltò ogni cosa con aspetto freddo, maligno, quasi ironico, e poichè il figliuolo si fu taciuto, un baleno di feroce soddisfacimento passò ne' suoi sguardi.

— Ah ah! esclamò egli con un sogghigno. Ella stessa ci rivela il covo della mala bestia. Non avrete dunque da sciupar tempo e fatica per andarla a schiacciare.

Il figliuolo sentì nel suo cuore generoso tutto aperto in quel momento alla pietà, entrare una profonda amarezza ed un raccapriccio, che erano una dolorosissima pena. Ripiegò lentamente la lettera di sua sorella e disse con voce sommessa ed accento d'un gelato rispetto e d'una malvogliosa sommessione a suo padre:

— Che cosa mi ordina Ella adunque di fare? Nel volto del marchese apparve più spiccata quell'espressione d'una fierezza mista a crudeltà, che guastava la bellezza scultoria di quei lineamenti.

— Avete bisogno degli ordini miei? disse con superba severità. Non vi dicono abbastanza quali sieno la coscienza del vostro dovere e il sentimento dell'onore?....

Il figliuolo interruppe con qualche vivacità:

— Sì padre, per quanto riguarda lui.... ma essa? Aurora? (e pronunziò questo nome quasi esitando); ma il figlio che ne nascerà?

Il marchese padre corrugò la fronte molto minacciosamente:

— Quello non è sangue nostro: proruppe; invano vorrebb'essa, quella perduta, impietosirmi su quel figliuolo d'ignobil padre, d'un perfido e abbominato e disprezzevol lignaggio. Nulla possono aver di comune i Baldissero con quella schiatta di volgo... Ma cominciamo a punir lui. Tolto di mezzo quel vile, penseremo alla disgraziata ed al frutto della sua colpa.

Il fratello d'Aurora accennò voler insistere, e il padre, come per torsi di subito ogni ulteriore fastidio in proposito, soggiunse, non lasciandolo parlare:

— Ad ogni modo non dimenticherò mai che quella è mia figlia.

Il giovane marchese sapeva anche troppo che nessuna sollecitazione avrebbe mai potuto ottenere di più e di meglio da suo padre a questo riguardo: s'inchinò in segno di riverente acquiescenza, e si tacque.

Quel giorno medesimo partirono alla volta di Milano il fratello d'Aurora, il conte di Castelletto ed un capitano delle Guardie, amico dei due precedenti, il quale venticinque anni dopo, all'epoca del nostro racconto, abbiamo trovato governatore della città di Torino. Insieme con loro partiva eziandio l'intendente del marchese, messer Nariccia, con particolari e segrete istruzioni del suo padrone.

Per far conoscere quali fossero queste istruzioni, ci convien qui riferire un segreto colloquio che poche ore prima della partenza aveva avuto luogo fra il marchese padre, l'intendente e Padre Bonaventura, in quel tempo giovane gesuita d'una trentina [20] d'anni, molto operoso e inframmettente, frequentatore assiduissimo e graditissimo di tutte le case dei nobili.

Il marchese padre aveva raccontato al gesuita la scoperta avvenuta del luogo in cui si nascondevano i fuggitivi e la partenza che stava per avvenire del figliuolo affine di coglierli alla posta; poscia, guardando fisso il frate con quella sua aria imperiosa che voleva dire: le mie parole hanno da accettarsi senza discussione, e parlando con una certa simulata deferenza, nella quale pure si faceva sentire il tono orgoglioso della superiorità, soggiunse:

— Ella, quantunque viva all'infuori delle esigenze e delle passioni del mondo, pur sa, reverendo, quali siano gli obblighi che a noi, gentiluomini, impone l'onore della famiglia, e a quelli nè io nè mio figlio non saremo per mancare giammai.

Padre Bonaventura incrocicchiò le mani, le serrò al petto che teneva ricurvo, levò un momentino gli occhi al soffitto e poi li abbassò tutto compunto, mandando un profondo sospiro che voleva significare:

— Eh! pur troppo conosco le crudeli esigenze dell'onore mondano: le deploro, ma sono disposto a dar loro passata.

Il marchese continuava:

— Ciò riguardo a quello scellerato; ma riguardo a mia figlia ed al frutto della sua colpa, sento il bisogno di consultarmi con un buon religioso qual è Lei, padre Bonaventura.

Il gesuita s'inchinò.

— Di udire dalle sue labbra se le mie decisioni possono approvarsi da Quel di lassù, come sento che le approva e stima necessarie la mia coscienza.

Queste parole erano dette con una maschera di umiltà sì mal messa che di sotto appariva agevolmente e più effettivo ancora il vero intendimento del favellante, che suonava: «Voglio che mi diate la ragione, e coll'autorità del vostro carattere religioso consecriate come opera irriprovevole lo sfogo della mia passione.»

Bonaventura prese il contegno di chi si mette ad ascoltare con profonda, vivacissima attenzione.

— Disgiunta dal suo vile seduttore, mia figlia sarà tenuta in luogo dove nessuno la veda nè pur la sappia finchè siasi liberata... Dopo, appena guarita, entrerà in un monastero, dove rimarrà finchè... finchè decideremo noi che basti... Lei, padre Bonaventura, mi farà il favore di cercarmi un monastero acconcio, in cui possa ravvedersi quella povera anima, espiare colle preghiere e colle macerazioni della carne il proprio fallo, e dove nello stesso tempo non si dimentichi che quella è figliuola del marchese di Baldissero.

Il gesuita tornò ad inchinarsi.

— Mi farò una premura d'obbedirla, Eccellenza, diss'egli, e spero che riuscirò a soddisfarla compiutamente.

Successe un istante di silenzio; il marchese pareva non voler più dir nulla; il frate, chinato un poco verso il suo interlocutore, stava nella mossa di chi aspetta il principale del discorso; Nariccia, rimasto sempre a bocca chiusa, seduto un po' discosto, guardava di sottecchi colle sue pupille bircie ora l'uno ora l'altro.

— E?... e?... disse poi il frate.

— Che cosa? interrogò il marchese superbamente.

— E il fanciullo? susurrò con voce sommessa che quasi non s'udiva, padre Bonaventura.

Nella faccia del marchese apparì quella feroce espressione che già gli conosciamo.

— Quel fanciullo, diss'egli a voce bassa, ma fremente, è l'onta della mia famiglia personificata: e come questa onta si de' cancellare, così egli ha da scomparire.

Padre Bonaventura si trasse indietro colla seggiola; Nariccia fece un leggier trasalto sulla sua.

— Scomparire! esclamò il frate; come la intende, signor marchese?

Questi si piegò verso il gesuita.

— Che privilegio può aver egli ad una sorte diversa da quella degli altri frutti di simili colpe? La famiglia di suo padre andrà dispersa, nella nostra non può entrare: non gli resta che il destino del trovatello. Sarà posto come tale in un ospizio.

I due che udivano queste parole erano troppo soggetti al potente personaggio che parlava, per manifestare in alcun modo, anche il più lieve, la menoma riprovazione, e fors'anco non sentivano neppure entro sè veruno sentimento siffatto; ma tuttavia a que' detti del marchese tenne dietro un silenzio che tornò per tutti impaccioso e che nessuno sapeva rompere.

Fu il signor di Baldissero che dopo un poco riprese a dire come complemento del precedente discorso:

— A quell'ospizio, nello stesso tempo che sarà presentato il bambino, arriverà una vistosa somma d'elemosina, così che tutti i compagni di sventura di quel frutto della colpa avranno dalla sua venuta alcun giovamento; e nello stesso tempo, a propiziare la divina pietà all'anima medesima di quell'empio che mi rapì la figliuola, alla nostra così crudelmente provata famiglia ed alla sorte del neonato, intendo presentare alcuna offerta alle chiese dei Ss. Martiri e della Madonna del Carmine, che sarà di due lampade d'argento, e pregare la loro carità, reverendi padri, a voler dire un centinaio di messe a mia intenzione.

Padre Bonaventura s'inchinò più basso di quello che non avesse ancora fatto per l'innanzi, e disse col suo tono mellifluo, colla sua voce untuosa, coi suoi occhi bassi e colle sue mani incrociate:

— S. E. invero è sempre un esemplare di sentimenti religiosi e di generosità. Iddio saprà darle compenso, e dileguate queste poche nubi, vedrà [21] che le manderà più splendido il sereno di quella felicità anche terrena che la si merita.

Fece una pausa, mandò un sospiro, strabuzzì degli occhi e poi riprese con maggior compunzione:

— Ah! certo Ella ora si trova in una penosa condizione. La nostra divina religione inculca il perdono delle offese, ed io che conosco il suo bel cuore so quanto sarebbe pur dolce a Lei il perdonare.

Il marchese fece una smorfia, che smentiva ricisamente l'allegazione del frate.

— Ma, continuava questi, pur troppo noi non possiamo aggiustare il mondo e le cose come vogliamo, e ci conviene accettare quali sono le circostanze in cui ci volle mettere la Provvidenza. Ella, pel grado che occupa, pel lignaggio a cui appartiene, per le condizioni sociali in cui si trova ha certi obblighi, certe necessità su cui non può transigere, ed è volontà divina che ciascuno compia suoi doveri varii secondo il diverso stato. Considerata adunque bene ogni cosa, io credo che V. E, fu bene ispirata nelle sue decisioni, e che a Lei, nel metterle in atto, non sarà per mancare il divino aiuto.

Il marchese si alzò; e gli altri ne seguirono lo esempio.

— Non dubitavo punto che avrei trovato anche questa volta in Lei, padre Bonaventura, quel religioso prudente e di buon consiglio che sempre mi si mostrò. Ecco dunque ciò che rimane da farsi. Voi Nariccia partirete con mio figlio per essere colà sopra luogo a provvedere a tutto ciò che possa occorrere. A voi l'incarico di condurre Aurora nel più rimoto ritiro che sappiate trovare; a voi quello di togliere, quando sia tempo, dal fianco di lei il neonato... A Lei, padre Bonaventura, l'accorrere presso la infelice a farle udire la voce di Dio e condurla al convento... Io, quella disgraziata, non la vo' manco vedere... Non ho bisogno di dirvi, Nariccia, che tutto quanto occorrerà, potrete spendere.

Il gesuita e l'Intendente uscirono insieme, e il secondo accompagnò il primo per un tratto di strada verso il suo convento.

Non si parlarono per un po': sembrava che evitassero perfino di guardarsi. Ad un punto fu il frate che, chinatosi vivamente verso il suo compagno, gli disse all'orecchio:

— Credo che fareste bene a mettere un segno a quel bambino nell'esporlo, affinchè in un caso qualunque lo si potesse riavere... Non si sa mai quel che possa arrivare!...

Nariccia fissò entro gli occhi il gesuita e gli sguardi di quei due maliziosi s'affondarono l'un nell'altro.

— Ci ho già pensato: disse poi l'intendente. E continuarono la loro strada in silenzio.

E di molte cose ne aveva pensato il tristo Nariccia. Egli aveva continuato a mantenersi in relazione col rapitore d'Aurora; quando Valpetrosa stava per partire, aveva scritto all'intendente dei Baldissero quella lettera di cui il medichino aveva letta una parte salvata dalla fiamma, allorchè Graffigna, che se n'era impadronito in casa dell'assassinato Nariccia, aveva voluto porgergli fuoco da accendere il sigaro.

Ritirate da Valpetrosa le quindici mila lire che aveva creduto necessarie per la sua fuga con Aurora, un altrettanto e più di spettanza del giovane milanese rimaneva tuttavia presso Nariccia; e questi, posseduto fin dalla sua prima giovinezza da una smania feroce di arricchire, dalla passione dell'avaro e da quel rabbioso amore dell'oro onde cotanto si degrada l'anima umana, all'apprendere la venuta del fratello d'Aurora e il suo disegno di vendetta su Valpetrosa, aveva pensato che quando questi nello scontro con Baldissero morisse, quella somma rimarrebbe sua senz'altro.

Quando arrivarono in Milano Baldissero coi suoi due padrini e Nariccia, quest'ultimo, mentre gli altri per l'ora troppo tarda decidevano di non presentarsi a Valpetrosa che il domattina, di soppiatto e sollecitamente recavasi dallo sposo d'Aurora ad avvisarlo di quel che lo minacciava. Il giovane ebbe una forte emozione che non cercò nemmeno dissimulare: ah! non era timore per sè, che dotato egli era d'ogni valore; ma era paura, viva paura del dolore e della sorte che sarebbero toccati a sua moglie ed al figliuolo suo nascituro. Macchiarsi egli del sangue del fratello di lei era grave al suo pensiero, ed era più grave ancora il pensare ch'egli stesso potesse nello scontro soccombere. Per intanto ciò che premeva era fare in modo che Aurora non avesse a concepire pure un sospetto della minacciata sventura, da avanzarle almanco delle ore penosissime di spasimi e paure. Decise a quest'effetto che il mattino vegnente si sarebbe appostato fin di buon'ora sulla strada ad aspettare la venuta dei padrini di Baldissero, perchè non avessero da entrargli in casa ed esser visti dalla sposa, la quale, riconoscendoli, avrebbe potuto agevolmente indovinare il motivo della loro presenza. Già di molto erasi turbata Aurora del vedere l'intendente di suo padre, e benchè le avessero detto che cagione di questa venuta erano gli affari d'interesse tuttavia pendenti fra quell'uomo e suo marito, tuttavia una specie d'istinto la teneva in un'ansietà piena di sospetti.

La seconda e rilevantissima cosa a cui volle provvedere Valpetrosa fu il destino della moglie e del figliuolo da nascere. E per ciò a cui aveva egli da affidarsi se non a Nariccia, al quale la sua fama di religioso dava aria di onesto, e che, nelle attinenze sino allora avute, all'inesperto e confidente giovane era apparso fedele e leale? Lo pregò volesse egli assumere codesta opera pietosissima; salvasse Aurora e il suo bambino dall'ira e dalle vendette [22] della famiglia di lei; gli consigliò la moglie e la madre da cui la morte lui disgiungesse, Nariccia facesse riparare in qualche oscuro, rimotissimo luogo della Svizzera, e là sovvenisse di quanto abbisognavano quelle infelici; egli, Valpetrosa, con una ultima lettera da consegnarsi loro in caso di sua morte, avrebbe alle medesime manifestato come in tutto e per tutto dovessero in lui rimettersi ed a lui affidarsi.

Quanto ai mezzi di vivere, quanto alle fortune di quelle poverette, ohi come si dolse allora Valpetrosa d'avere così sconsideratamente sciupata tanta parte dell'aver suo! Ma quel che rimaneva, come fare perchè rimanesse e bastasse al sostentamento della famigliuola, e s'aumentasse da fornir poi al figlio che doveva nascere se non un'agiatezza, quanto meno una sicurezza del pane? Qui si trovarono a fronte la facile fiducia e la leale natura del giovane da una parte e dall'altra la frodolenta accortezza dell'antico servo dei Gesuiti, il quale non era stato tardo ad architettare per queste circostanze sopra le proposizioni del giovane un suo perfido disegno. E si decise: che Valpetrosa facesse un atto solenne di cessione d'ogni aver suo a Nariccia medesimo, perchè da costui si potesse esigere ogni capitale di spettanza del primo ed insieme colle somme che ancora rimanevano presso di lui in deposito, trafficarlo nelle sue speculazioni ch'e' chiamava bancarie; che di tutto questo avere il depositario pagherebbe un annuo interesse del cinque per cento non che una data parte degli utili ricavati dall'uso di tali somme, le quali annualità sarebbero pagate a Valpetrosa medesimo finchè e' vivesse, alla madre ed alla moglie venendo egli a mancare; che Nariccia pagherebbe a semplice richiesta di Valpetrosa di chi per lui, tutto o quella parte di tal capitale che si volesse poi ritirare; e che per impedire gli effetti giuridici di quell'atto di cessione, Nariccia avrebbe rilasciato a Maurilio una privata dichiarazione, con cui si certificasse come quella cessione fosse una finta soltanto e si determinassero i veri patti fra loro intravvenuti.

Valpetrosa prese di poi le mani dell'ipocrita Nariccia, e stringendogliele con forza, guardandolo con occhi umidi, con atto e voce che erano tutta una supplicazione, soggiunse:

— Vi raccomando ancora una volta Aurora e mia madre... e mio figlio! (Nel dire quest'ultima parola, tremò la sua voce.) Oh mio figlio! Se il mio sangue avesse da farlo felice, con qual gioia lo darei tutto!... Egli porterà il mio nome... Aurora lo desidera... lo desidero anch'io... ricordatevene! ch'ei sia battezzato sotto il nome di Maurilio..... Ma più di tutto egli e sua madre sieno sottratti alla famiglia di Baldissero... Appena lo scontro avvenuto, s'io muoio, accorrete a torli di qua, perchè il marchese non li trovi... Ch'e' fuggano, per amor di Dio!... Voi me lo promettete? Voi me lo giurate?

Nariccia diede tutte le promesse e tutti i giuramenti che piacquero a Valpetrosa, e questi ebbe il coraggio di rientrare colà dove aspettavalo sua moglie, con una fronte serena così che Aurora se ne sentì rassicurare la povera anima conturbata.

CAPITOLO III.

Era una fredda mattinata invernale, e Maurilio Valpetrosa tutto avvolto nel suo mantello stava passeggiando da un po' di tempo nella strada innanzi alla sua abitazione, quando, visto da lontano due persone bene imbacuccate ancor esse venire a quella volta, e' si piantò sulla soglia del portone che metteva nella casa ove dimorava; e trattasi giù dal viso la falda del mantello, lasciò scorgere le sue leggiadre fattezze. E' non s'era ingannato nella sua previsione; que' due si fermarono a quella porta, lui guardarono bene, si ammiccarono, scambiarono sommesso e ratto due parole, ed avvicinandoglisi uno si scoprì la faccia del pari e gli disse con un accento in cui sotto una finta cortesia nascondevasi un'ostilità superba:

— Giusto Lei, signor Valpetrosa, è la persona di cui venivamo in traccia.... La mi riconosce?

Valpetrosa fece un lieve inchino ed un gentile sorriso:

— Perfettamente, rispose, signor conte di Castelletto.

Il compagno di costui s'era pur egli scoperta la faccia, e il conte lo presentava dicendone il nome.

— Ed ora, riprese Valpetrosa con elegante scioltezza, a che cosa debbo attribuire l'onore che mi fanno cercandomi?

Rispose il conte di Castelletto:

— È cosa che richiede per dirsi altro luogo più acconcio che la strada; ma spero ch'Ella indovinerà agevolmente la qualità della nostra ambasciata, sapendo che ci manda il marchese di Baldissero figlio, il quale è qui, a Milano, venuto apposta da Madrid.

— Capisco senza bisogno d'altra parola: disse Valpetrosa con una serena tranquillità, ma benchè mi rincresca assaissimo il non poter aver l'onore di accoglierli nella mia umile casa, capiranno, spero, senza difficoltà anche loro le ragioni che mi tolgono di invitarli a salire nel mio quartiere.

I due padrini di Baldissero fecero un moto di assenso.

— D'altronde, continuava lo sposo d'Aurora, quello che si ha da trattare fra chi li manda e me, esige anche da parte mia l'intravvento di intermediarii. Faccianmi il favore di stabilire un luogo di ritrovo e fissare un'ora, ed io manderò colà i miei rappresentanti.

— È giusto: rispose di Castelletto. Ella non vorrà [23] stupirsi se questo ritrovo lo fisseremo ad un'ora piuttosto vicina. Per le ragioni ch'Ella può facilmente immaginare, il marchese brama ardentemente che ogni cosa sia presto, assai presto finita.

Valpetrosa sorrise con mesta ironia.

— Capisco la sollecitudine del signor marchese, diss'egli, e non la condanno; anzi la partecipo ancor io. Ma lor signori capiranno pure come, per quanta volontà io abbia di accondiscendere alle brame del signor marchese, mi ci vuole un certo tempo a trovare due fidati amici a cui commettere il mio mandato, e come io, dovendomi preparare a quello che è scopo della loro venuta con provvedere ad infinite cose, non posso altrimenti che differire a domani l'onore di trovarmi a fronte del loro principale.

I padrini di Baldissero mossero di subito alcuna obiezione, da cui non si lasciò smuovere Valpetrosa, il quale dichiarò fermamente che nulla lo avrebbe fatto cambiare di proposito a tal riguardo. Si stabilirono il luogo e l'ora de! convegno fra i padrini, e poi sì separarono. Lo sposo d'Aurora non tardò a trovare due amici che acconsentirono a rendergli quel funesto servizio, e si decise che il duello all'ultimo sangue avrebbe avuto luogo il domattina per tempissimo, arma la spada.

Tutto quel giorno Valpetrosa ebbe lo straordinario coraggio di comparire in presenza di sua moglie e di sua madre più lieto, sereno e tranquillo che mai; se vi fu un cambiamento in lui non si mostrò che nella tenerezza dell'affetto che si sarebbe detta più espansiva e maggiore; potè avere la forza d'animo di parlare con Aurora dell'avvenire, di confortarla colle più lusinghiere speranze d'un destino migliore, di parlare delle gioie che la nascita del loro bambino avrebbe arrecato a far più prezioso e più santo ancora il diviso amor loro. E in cuore il misero aveva pur troppo i più funesti presentimenti; e la sua natura abitualmente risoluta era tutto ondeggiante fra le più opposte contraddizioni. Ora non voleva difendersi, voleva disarmare il suo avversario colla mitezza del suo contegno, presentandogli il petto indifeso, chi sa che alcun resto dell'antico affetto non fosse ancora per lui nell'animo di Baldissero, ed al vederlo così non si ridestasse tornando quale al tempo della loro amicizia? pensò perfino un momento — ma fu un solo momento — ad umiliarsi innanzi all'avversario, a tentare di vincerne colle parole e colle supplicazioni la collera, a dirgli come di loro l'uno a niun modo potesse uccider l'altro, perchè egli non doveva tornare dalla sua sposa lordo del sangue del fratello di lei, e questi non poteva presentarsi alla sorella, omicida dell'uomo a cui ella aveva dato l'amore, la sua sorte, tutto di sè. Ora invece egli pensava a difendersi con ogni vigore, a combattere con accanimento, ad offendere con feroce ardimento. I vincoli del sangue, le memorie dell'antico affetto non dovevano aver più ragione alcuna di farlo riguardoso verso i giorni di Baldissero: non s'aveva da veder più in costui che un fiero nemico il quale veniva per distruggere la sua felicità. Era suo diritto, era suo dovere, anche per Aurora, il ripulsarne, fosse pur colla sua morte, la minaccia e l'offesa.

Ed era egli tuttavia colla tenzone di questi varii pensieri in capo quando il mattino di poi Valpetrosa vide giunta l'ora di recarsi al fatale convegno. A Nariccia, col quale il giorno innanzi aveva terminato ogni cosa che occorresse per quel certo aggiustamento che ho detto; a Nariccia, cui aveva pregato di un ultimo abboccamento prima dello scontro, Valpetrosa diede la lettera per la moglie e per la madre e tutte le più minute istruzioni sul modo di governarsi, ed ottenuto anco una volta i più solenni giuramenti di fedeltà da quell'ipocrita, partissi accompagnato da' suoi padrini pel luogo del ritrovo, mentre Aurora, ignara affatto d'ogni cosa, dormiva tuttavia tranquillamente.

Quale fosse l'esito del duello fra il marchese di Baldissero e Maurilio Valpetrosa, lo sappiamo già dalle parole che dal primo di costoro sorprendemmo pronunziate a se stesso in un momento d'angoscia nell'attesa del figlio e poscia nel suo colloquio col Governatore.

Non vi narrerò la desolante scena che avvenne quando in casa di Maurilio Valpetrosa fu quest'ultimo recato in aspetto di cadavere, innanzi alla povera Aurora che di nulla sapeva, ma che pur tuttavia era turbata da un'indefinibile inquietudine che era un presentimento di sventura. Il marchese di Baldissero non volle, non osò presentarsi innanzi alla sorella per annunziarle cotanta disgrazia; e nessuno l'osò di quelli che avevano assistito al duello fatale, da Nariccia in fuori, a cui si diede e il quale accettò l'incarico di correre a preparare, per quanto fosse possibile, al brutto colpo l'anima sensitiva dell'infelice amante. Ma Nariccia, fosse insufficienza in lui al dilicato ufficio, fosse anche (e di quel tristo ben può pensarsi cotanto orribile disegno) uno scellerato proposito di ferire mortalmente al cuore la misera donna, annunziò la cosa in modo che Aurora svenne e parve dovesse morire di quel colpo ancor essa. La madre di Valpetrosa non aveva guari maggior forza e coraggio della sposa di lui. Il trafitto recato con ogni precauzione a casa, non potè parlar più, non potè più esprimere che cogli sguardi i suoi ultimi addii alle dilette persone del suo cuore, e raccomandarle ancora a Nariccia, e morì fra le braccia delle sconsolatissime donne.

Fu allora che primamente Baldissero ardì entrare in quella casa in cui egli aveva recato il dolore. Aurora giaceva priva di sensi abbandonata sul corpo di suo marito che abbracciava strettamente: la vecchia madre, in un accesso di dolore furibondo, malediva colei che aveva portato al suo figliuolo la barbara morte immatura.

[24] Baldissero sentì stringersi il cuore, e fino da quel momento gli penetrò nell'animo quel dubbio crudele che gli abbiamo udito manifestare tanti anni dopo all'epoca del nostro racconto, quando si domandava, s'egli aveva avuto il diritto di troncare colla spada dell'omicida il nodo di quelle due esistenze, se Dio aveva da perdonargli l'aver versato quel sangue.

Mentre il marchese rimaneva colà fermo, immobile, sovraccolto, la faccia pallida, i lineamenti contratti, stretto il cuore da un'emozione impossibile a dirsi, Nariccia gli si appressò rispettosamente, e gli parlò piano:

— Che ordina Ella si faccia?

Il fratello d'Aurora volse su di lui uno sguardo torbido e semispento.

— Lasciamo quell'infelice al suo dolore. L'intendente s'appressò ancora di più al figliuolo del suo padrone e soggiunse con voce ancora più bassa:

— Mi rincresce, ma ho altri ordini da S. E. il marchese suo padre.

Baldissero levò la testa con qualche vivacità:

— Ah! quali?

— Trar subito fuori di questa casa l'illustrissima signora marchesina Aurora.

— Per condurla dove?

— Ho già preso a pigione una comoda casetta fuori di città dove è intenzione di S. E. che nascostamente da tutti la stia finchè siasi sgravata... E mi pare opportuno profittare di questo suo stato medesimo per togliere la signora marchesina di qua.

Il marchese stette un momento sopra pensiero e poi rispose asciuttamente:

— Fate quel che vi ha comandato mio padre.

Quando Aurora tornò in sè la si trovò in letto entro una stanza che non aveva visto mai, con intorno un medico sconosciuto, la sua cameriera Modestina e dietro le cortine del letto l'ombra d'un uomo ch'ella non poteva scorgere chi fosse.

Dapprincipio non la si ricordò di nulla; non sentiva che un indolorimento generale, e per raccogliere il suo pensiero aveva bisogno d'uno sforzo penosissimo che gli tornava come una viva trafittura al cervello. Ma poi venne la funesta memoria: gittò un grido e volle gettarsi giù dal letto: ve la trattennero con amorosa violenza.

— Lasciatemi, lasciatemi.... Il mio Maurilio!.... Il mio Maurilio!.... Dov'è?... Voglio vederlo ancora.... Siate pietosi.... Vo' morire con lui.

L'ombra d'uomo dietro le tende s'agitò, si mosse e come tratto da una forza esteriore, venne fuori con passo lento, quasi riluttante fino all'arrivo degli sguardi della giacente.

Questa mandò un'esclamazione soffocata che pareva di sorpresa: si lasciò andare sul letto senza più sforzi per togliersene, guardò fiso fiso un istante la faccia di quell'uomo che pareva non poter riconoscere. Dopo un poco allargò le pupille, come sotto l'impressione d'un insuperabile orrore, si trasse indietro sui cuscini più che potè, allungando innanzi le braccia come per respingere un'orribile visione ed esclamò con accento pieno di ribrezzo, di sdegno, d'odio:

— Via, via, via!.... Tu qui!.... Tu osi venir qui!...

Il fratello d'Aurora si ritrasse; uscì di quella stanza con infinita oppressura dell'anima.

La misera diede nuovamente in ismanie: ma il medico che le stava al fianco trovò pure le magiche parole con cui ricondurla alla calma, infonderle forza e coraggio.

— Se la fa di questa guisa, le disse, la si uccide.

Aurora lo guardò con una certa espressione che significava chiaramente: — E che m'importa? Se gli è questo appunto ch'io voglio!

Ma il medico lesto a soggiungere:

— E la sua morte sarà quella eziandio della innocente creaturina che porta nel suo seno. Ella ha l'obbligo, il sacrosanto obbligo di conservarsi per suo figlio.

Aurora non rispose parola: ma si calmò di presente; stette lungo tempo sopra pensiero, muta, immobile, appena se con sembianza di viva, tanto era pallida, solo che tratto tratto due grosse lagrime le colavano giù delle guancie. Quando il medico tornò a vederla, ella gli disse piano:

— Ha ragione. Debbo vivere per mio figlio: e lo voglio... Mi faccia guarire.

Il medico si pose con tutta la sua scienza e con tutto il suo zelo a lottare contro la morte che pareva aver già posto il suo artiglio su quella infelice; e la lotta fu varia, lunga, dolorosa.

Mai non fu che il marchese fratello d'Aurora le comparisse dinanzi: il medico lo aveva assolutamente proibito: ma Baldissero seguiva con ansia e sollecitudine l'andamento della malattia di lei, nè si sarebbe mosso di colà se notizie arrivate di Madrid non avessero costrettolo ad una ratta partenza. Suo figlio nato da poco, Ettore, era stato assalito da una di quelle malattie infantili che tante vite mietono nella prima età e temevasi pei giorni suoi. Il marchese raccomandò la sorella a Nariccia, e partì.

Ed era proprio in buone mani, la povera Aurora, affidata alle cure di quel tristo uomo di Nariccia, il quale veniva dicendosi fra sè con cinica e scellerata speranza:

— Se questa donna morisse, portando seco nel mondo di là il frutto del suo amore, chi vi sarebbe ancora a cui dovrei dar conto dei capitali di Valpetrosa?

Legalmente egli s'era già governato di modo da non avere ostacolo nessuno alla sua ruba, poichè aveva fra le carte dell'ucciso Valpetrosa frugato, trovato quella sua dichiara che certificava simulata la cessione, presala e distruttala: ma se la vedova e [25] il figliuolo del derubato sparissero, tanto di meglio: alla madre di Maurilio contava dare una piccola somma per azzittirla.

Ma dopo alcuni giorni intorno all'ammalata venne da Torino un'altra persona, mandata dal padre medesimo di lei: il frate Bonaventura, il quale Aurora guarita e liberata, doveva poi condurre al scelto monastero: e la misera vedova di Valpetrosa fu dunque in piena balìa di queste tre persone: Nariccia, il gesuita e la fante Modestina Luponi. Quella che per si poco tempo era stata sua suocera non sapeva dove Aurora fosse riparata, nè ancorchè lo avesse saputo avrebbe cercato vederla: ned Aurora chiese mai menomamente di lei.

Non andò gran tempo che una quarta persona si aggiunse a prestare le sue cure alla giacente, e queste furono le cure veramente amorevoli ch'ella ebbe. La cameriera, Modestina, si lagnava che da sola erale troppo faticoso e poco meno che impossibile il bastare ai moltissimi ed incessanti uffizi da rendersi all'ammalata, e siccome se a quella piccola schiera in mezzo a cui viveva Aurora era da aggiungersi una persona, questa volevasi delle più fidate, Modestina, che tutta oramai s'era posta ai servigi di Nariccia e di Padre Bonaventura uniti in una comune e strettissima lega d'interessi, suggerì ella stessa una donna che secondo lei poteva ed era dispostissima ad aiutarla nell'accudire l'inferma, senza pericolo di ciarle o d'indiscrezioni qualsiasi: ed era questa insieme una buona opera che la Modestina, in quel tempo non ancora trista del tutto, come quando la conoscemmo noi sotto il nome di Gattona, invecchiata e pezzente, faceva in vantaggio d'una povera vittima, che era sua cognata, la moglie di suo fratello Michele, soprannominato più tardi Stracciaferro.

E qui ci occorre fare una nuova digressione per narrare brevemente la storia di questa infelice.

Si chiamava Eugenia ed era figliuola di un armaiuolo; questi che un tempo se la ricavava per benino, aveva fatto dare alla figliuola un po' d'educazione di cui essa, dotata d'un ingegno non comune, d'una buona volontà eccezionale e di una rarissima disposizione ad apprendere, aveva tratto un tal profitto che si sarebbe giudicato impossibile. Bellissima e virtuosissima, aveva intorno una nuvola di galanti, da cui era la sua saviezza sola a difenderla, perchè sua madre era morta, e suo padre, sempre inclinato al vizio, s'era ora buttato sulla mala strada addirittura e crescevano in lui lo sciupo del danaro, la smania dei bagordi nella proporzione diretta con cui diminuivano il lavoro ed i guadagni.

Michele era allora maestro di scherma; era di umore irascibile, di carattere impetuoso, d'abitudini manesche, conscio della sua forza e facilmente tracotante, ma non aveva commesso ancora atto che si potesse dir disonesto. La sua abilità nel mestiere gli dava sufficienti guadagni, e il marchese di Baldissero dietro la raccomandazione della cameriera di sua figlia (sorella di Michele) lo aveva fatto nominare eziandio maestro all'Accademia militare. Per ragione del suo mestiere. Michele aveva dapprima conosciuto l'armaiuolo padre di Eugenia, e veduto poscia quest'essa se n'era fieramente innamorato. Aveva cercato ogni maniera per diventare intrinseco dell'armaiuolo; e siccome la più facile era quella di farglisi compagno nella vita disordinata ch'ei menava, Michele, il quale aveva pur esso le medesime tendenze, non trascurò questo mezzo e divenne il compagno assiduo delle orgie e dei bagordi di quello sciagurato, il quale in breve tempo ebbe la maggiore ammirazione e della robustezza di stomaco del maestro di scherma che ingollava vino a bizzeffe senza manco darsene per inteso e della forza straordinaria dei muscoli di lui che lo facevano temuto e rispettato da tutti e la miglior salvaguardia per quelli che fossero dalla sua in ogni baruffa che potesse nascere, tanto che non poteva più passarsela senza l'amico Michele.

Quando adunque quest'ultimo ebbe fatto appena un cenno del suo amore per Eugenia e del suo desiderio d'ottenerla, il padre di lei glie la gettò, come si suol dire, fra le braccia, lieto e di far cosa grata al suo amicone, e per dir tutto il vero, di sbarazzarsi d'un imbarazzo e d'una spesa.

Eugenia non amava nessuno, ma l'ideale dell'uomo a cui avrebbe voluto dare il suo bel cuore ed il suo animo eletto era ben diverso da quello che suo padre le presentava in isposo. La grossolanità fisica, morale ed intellettiva di quell'omaccione facevano il più spiccato contrapposto colla delicatezza di lei: tutto in essa si ribellava a codesta che in fatti era una mostruosa unione, e più che un presentimento la certezza d'un'infelicissima sorte le si affacciava alla mente. Volle contrastare, ma essa era debole, mite, timida; ed ai primi peritosissimi detti che ardì pronunziare di opposizione e diniego, il padre la rimbeccò con tale violenza ch'ella non ebbe altro scampo che curvare il capo e tacersi.

Sposò adunque Michele, ma senza farsi la menoma illusione sul conto di lui, sulla possibilità di trarlo a miglior condotta, sul destino che l'aspettava: andò realmente come vittima rassegnata all'altare, e le sue previsioni e le sue paure avevano pur troppo ad essere tutte effettuate!

La condotta di Michele non si mutò pel matrimonio e non accennò neppure volersi mutare; ma tuttavia da principio l'amore che aveva per Eugenia, se con questo nobil nome può pure chiamarsi il sentimento affatto materiale di desiderio che gli ispirava la bellezza di quella giovane, la mite dolcezza di lei e quell'influsso inesplicabile che in certa misura esercita anche sull'animo più rozzo la grazia d'una donna gentile, poterono ottenere che almanco verso la moglie quello sciagurato usasse alcun riguardo e mostrasse qualche rispetto: così che quando [26] tornava a casa concitato dai bevuti liquori, coll'anima sconvolta e l'umore inasprito dalla perdita nel giuoco, dalle liti che sempre finivano male pei suoi avversari grazie alla sua forza erculea, e cui sempre era il suo spirito tracotante a provocare, Michele cercava di nascondere il suo stato alla giovane moglie e si faceva uno studio di non dirigerle pure la parola. Ma questa specie di suggezione non volle durar lungo tempo. Non tardò guari ad accorgersi il marito, che la sua presenza, i suoi modi, le grossolane manifestazioni de' suoi ardori non cagionavano in Eugenia che una ripugnanza invano voluta dissimulare; sotto l'azione del dispetto ch'e' ne sentì, scomparve anche quella suggezione che prima si prendeva di lei; cominciò dalle rampogne e da quelle ond'era capace la sua anima bassa e volgare, ne venne alle minaccie, senza più riguardo nessuno si mostrò in tutta la bruttezza della sua indole; la qual cosa se fosse atta a scemare quel sentimento di ripulsione che era in lei giudicatelo voi.

Frattanto, come sempre accade, anche le condizioni materiali di quella famigliuola andavano peggiorando. Il padre d'Eugenia aveva fatto capo ad un fallimento in conseguenza del quale aveva dovuto smettere il fondaco e vivere oramai di varii, incerti e non sempre onorevoli spedienti, a cercare e mettere in atto i quali concorreva massimamente Michele. Questi da parte sua, per la mala condotta, aveva perduto il posto da maestro all'Accademia militare, e vedeva ogni dì più dimagrarsi di accorrenti e di allievi la sua sala di scherma. Se malesuada, secondo il poeta latino, è la fame, più mal consigliero ancora è il vizio che non ha più mezzi di soddisfare le sue accanite ed empie voglie: un dì Michele e lo suocero furono implicati in un certo processo di truffa, ed andarono tuttidue a far conoscenza la prima volta col pane di prigione. Furono condannati a più anni di carcere: il padre d'Eugenia dopo non molto tempo ci morì; lo sciagurato di lei marito fu onninamente perduto, perchè colà strinse conoscenza e lega coi più scellerati fra i delinquenti, primo dei quali quel Graffigna che, conosciuto ben tosto il giunto della corazza in quel robusto colosso, seppe colla sua felina accortezza insinuarvisi nell'animo e governarlo a suo talento.

La povera moglie di Michele rimase adunque sola, senza mezzi di fortuna, con una salute resa cagionevole dai sofferti affanni, coll'onta d'avere padre e marito colpevoli, e per maggior sventura portando nel seno un frutto del materiale amore di Michele. Gli era in queste condizioni che l'aveva lasciata la Modestina, quando insieme colla padroncina erasi fuggita per alla volta di Milano. Siccome Eugenia erasi venuta raccomandando più volte alla cognata, e questa non poteva a meno che sentire alcuna pietà per lo stato veramente compassionevole in cui quell'infelice era ridotta, trattandosi poscia di avere qualcheduna a compagna nelle cure da prestarsi alla marchesina Aurora, la sorella di Michele propose e riuscì a fare aggradire da Padre Bonaventura e da Nariccia che a questo ufficio fosse chiamata Eugenia, della segretezza della quale essa si rendeva compiutamente garante. Aveva inoltre la Modestina in codesto un'altra idea ed un'altra speranza: ed era che Eugenia essendo per diventar madre ancor essa, quantunque la liberazione di lei dovesse venire qualche mese dopo quella di Aurora, potesse tuttavia combinarsi che la medesima diventasse poi nutrice, custode ed allevatrice del figliuolo della marchesina, la qual cosa all'immaginativa non infeconda della Modestina si presentava come sorgente e cagione di prosperità e di vantaggi, non che per sua cognata, ma eziandio per sè.

Padre Bonaventura, incaricato di arruolare a quella piccola schiera l'Eugenia, di darle le sue istruzioni e di condurla seco, riuscì compiutamente nella sua missione; e come già dissi, Aurora ebbe quindi delle cure veramente amorevoli, poichè l'anima pietosa della nuova attendente a' suoi bisogni non tardò a porre in lei e nelle sue condizioni il maggior interesse possibile ed un verace, sincero affetto.

Venne finalmente il giorno fatale. Aurora diede alla luce un bambino, di cui, fino da quel primo stadio di vita, non potevano essere più dilicate le forme, nè più avvenente l'aspetto. Nel trasporto ineffabile di quella divina gioia della maternità, la misera dimenticò tutti i suoi passati dolori, tutto il buio dell'avvenire che le si minacciava. Coprì quella piccola, bellissima creaturina di baci e di lacrime, in cui si stemperò la infinita tenerezza dell'anima sua; le parve fosse ricomparsa in quelle deboli forme di neonato per accompagnarla ancora nella vita, l'anima amorosa di quell'uomo che essa aveva supremamente amato: tutto il suo mondo, l'esistenza, ogni affetto sentì concentrati per sempre in quel debole bambinello, che già pareva sorriderle. Si ricordò di botto del voto tante volte manifestato dal suo sposo, che il nascituro, se maschio, portasse il medesimo nome di lui; volle che presso al suo letto senza ritardo Padre Bonaventura battezzasse il neonato e gl'imponesse tosto quel nome adorato: Maurilio; dopo tanti e tanti giorni di spasimi, di affanni, di atrocissimi tormenti, la misera sentì finalmente un istante di celestiale beatitudine quando, stringendosi al suo seno suo figlio, cadde in un lieve sopore, di cui sentiva il riposo, e nel quale pure si sentiva vivere, e sentiva fra le sue braccia il dolce carco del figlio, sopore di cui non è descrivibile, appena immaginabile, se non da una madre, la profonda dolcezza.

E intanto l'intendente di suo padre ed il gesuita pensavano a darle un nuovo e massimo dolore, congiuravano per decidere il come toglierle quel bambino condannato all'obblio, alla miseria morale e materiale del trovatello, dall'odio implacabile di colui che era pure suo avolo.

[27] Ben sapevano che farla acconsentire a separarsi dal suo figliuolo era cosa impossibile; erano più che certi, quand'ella avesse avuto sentore dello scellerato loro disegno, che Aurora avrebbe difeso il bambino colla forza indomabile di quell'amore materno che non ha pari sulla terra; decisero pertanto ricorrere all'astuzia, e levarle di letto il piccino quando la fosse addormentata.

Vedete meraviglia di quel sovrumano affetto di madre! Mentre i due tristi nella camera vicina complottavano a bassa voce, proprio come si fa per combinare un delitto, Aurora dormiva chetamente nel più soave de' riposi che si possa gustar mai: pareva dunque affatto propizio quel momento medesimo ad eseguire l'empio rapimento, e i due malvagi non vollero perder tempo; entrarono dunque con infinita precauzione in quella stanza dove presso il letto della dormiente stavano sedute le due cognate Modestina ed Eugenia. Ma non avevano appena varcata quella soglia con passo guardingo, che la puerpera si svegliava in sussulto e fissava su di loro uno sguardo inquieto, scrutatore, sospettoso, sgomento. Un inesplicabile istinto l'aveva di subito riscossa ed ammonita del pericolo; strinse fra le braccia il neonato e chiese a que' due con accento in cui c'era alquanto dell'orgogliosa supremazia della famiglia Baldissero:

— Che cosa vogliono? Perchè entrano nella mia camera senza farsi annunziare mentr'io riposo?

L'imbarazzo ch'ella scorse sul volto dell'uno e dell'altro, accrebbe i suoi sospetti. Nariccia si confuse in umili proteste e domande di perdono; il frate parlò dell'interesse che aveva per la salute temporale e spirituale di lei e dei debiti del suo ministero che lo chiamavano intorno a chi soffrisse sì dell'anima che del corpo. Aurora giurò a se stessa che non avrebbe smesso nè dì nè notte della più attenta vigilanza sul suo bambino.

Rimasti un poco, Nariccia tolse licenza pel primo e passando innanzi alla Modestina le fece un piccol cenno che le comandava lo seguisse nelle altre stanze; la cameriera comprese e si affrettò ad obbedire; dopo alcuni minuti anche fra Bonaventura s'alzò e partì. Aurora, per una affatto nuova finezza d'intuizione e d'indovinamento, comprese press'a poco ciò che si voleva: si rivolse con accalorato accento all'Eugenia che era rimasta sola:

— Tu, le disse, mostri all'aspetto di avere un'anima bella e pietosa; stai per diventar madre tu pure e proverai, e già senti per certo che stretto, indissolubil legame ci avvince alla creatura delle nostre viscere; per la pietà che l'ispirano i casi miei, per l'amor di Dio, per quell'essere che avrà vita da te, Eugenia, ti scongiuro, tu non tradirmi, tu non unirti a chi vuole i miei danni, tu aiutami a difender me e mio figlio dalle insidie altrui.

La povera donna aveva gli occhi e la voce pieni di pianto. Eugenia commossa promise tutto ciò che volle l'inferma.

— Vogliono disgiungermi da mio figlio, continuava quest'essa, lo sento, lo so. Mio figlio che è l'unico bene che mi rimane!

Prese il bambino, lo sollevò all'altezza della sua faccia e lo baciò con passione.

— Povero piccino! Nato appena, hai già nemici così accaniti che ti vogliono togliere tutta la ventura che ti ha concesso Iddio, l'amor di tua madre. Eugenia, se tu vuoi che la Provvidenza conceda fortuna a tuo figlio, sta dalla mia parte e concorri meco a salvarmelo.... Dio! Puniscimi de' miei falli nella più crudel guisa che tu vuoi, ma non in questa, non togliendomi questo povero innocente. Lo raccomando alla tua pietà, Vergine Santa, che conoscesti l'amore di madre; mi raccomando anche a te, anima di mia madre, che non devi volere tanto strazio della tua figliuola.

Un'idea le venne, quasi un'ispirazione, staccò dal capoletto il rosario d'agata di sua madre, cui aveva portato seco e lo passò al collo del neonato, come volendo porlo con ciò sotto l'immediata protezione di quell'anima benedetta.

— Questo rosario, soggiunse, ti sia, o Maurilio, come un sacrosanto talismano. Tu non avrai a lasciarlo più nella tua vita.... Ricordatene anche tu, Eugenia, e s'io morissi, lo dirai tu a mio figlio: «quella è la memoria di tua madre, serbala cara come un pegno dell'amor suo.»

In questo frattempo, nella camera vicina Nariccia e Padre Bonaventura riuscivano senza troppi sforzi, colla promessa d'una somma in di più di quelle già stipulate, a trarre complice al loro proposito la Modestina. Bene pareva dapprima a costei troppo crudel cosa quella che le veniva proposta a danno della sua padrona; ella aveva sì immaginato che quel figliuolo d'un matrimonio odiato e disprezzato dal marchese sarebbe tenuto lontano dalla nobile famiglia ed aveva anzi contato che ella stessa potrebbe fare dei buoni guadagni in proposito, dando come nutrice al bambino l'Eugenia che fra pochi mesi sarebbe stata madre ancor essa e facendosi accettare lei medesima come allevatrice e custode di esso: mai più non avrebbe creduto che quell'innocente bambino fosse gettato fra i trovatelli e che essa a codesto avesse da por mano; ma quella certa somma che ho detto vinse ogni scrupolo.

La sorte volle favorire essa medesima gli empi disegni orditi a danno del figliuolo di Valpetrosa: una violentissima febbre sopravvenuta ad Aurora, pose e tenne in grave pericolo parecchi giorni la vita di lei e la trasse per una settimana affatto fuor di senno. Nariccia pensò opportunissima l'occasione di fare sparire il bambino. Modestina essa medesima lo prese dal letto della madre assalita dal delirio; ma Eugenia, che aveva data pochi giorni prima alla infelice madre la promessa che noi sappiamo, tentò con ogni suo mezzo opporsi all'iniquo ratto. Ebbe essa tutti contro di sè, anche la cognata, e finì per [28] cedere più che all'autorità di Padre Bonaventura, che impiegò tutti i mezzi della sua eloquenza gesuitica a persuaderla, alla promessa d'una somma che le assicurava un boccone di pane per quel tempo in cui la nascita e le prime cure da darsi a quella creatura ch'ella portava nel suo seno le avrebbero impedito di poter lavorare tanto da guadagnarsene.

Nariccia avrebbe egli medesimo recato seco l'infante e dispostone a suo grado, senza che nessun degli altri complici sapesse il come. Eugenia pregò che almanco al collo del bambino si lasciasse il rosario che la madre gli aveva messo, come vedemmo, e che alcun altro segno gli si ponesse per cui poterlo riconoscere poi in quell'ospizio od in quell'altro luogo qualunque in cui l'infelice venisse abbandonato. Modestina entrò facilmente nelle ragioni della cognata; una specie di sentimento superstizioso la persuase che s'ella a quel misero, cui concorreva a rigettar dal seno della famiglia, dèsse alcun mezzo per cui gli fosse possibile poi il rinvenire ancora questa famiglia medesima, diminuirebbe la gravità del suo fallo; pose in un sacchetto fatto appositamente il rosario d'agata, un bottone di livrea che aveva appartenuto a suo marito, domestico un tempo della casa de Meyrand, ed un biglietto, che scrisse ella medesima, per dire a coloro, chiunque si fossero, nelle cui mani capitasse il neonato, qual nome fosse il suo e per raccomandarlo alla loro pietà, e quel sacchetto unì alle fascie onde il bambino era avvolto. Nariccia lo prese con sè tal quale una notte e partissi solo con esso in un legnetto che guidava egli stesso, senza che alcuno mai sapesse a qual parte si dirigesse. Stette assente parecchi giorni e poi tornò presso di Aurora; ma il giorno prima erasi egli presentato al marchese padre ed avevagli detto:

— Tutto è aggiustato.

— Aurora? Aveva domandato il marchese fissando lo sguardo interrogativo sul suo intendente.

— Le nacque un figliuolo.

— E?...

— E questi è sparito.

— Morto?

— No: ma finchè Ella vorrà sarà come se sia tale.

— Lo vorrò sempre: disse con voce secca il marchese.

Nariccia s'inchinò.

— E sarà secondo il suo volere.

— Voi sapete dove egli si trova?

L'intendente fece un cenno affermativo.

— E se voleste rinvenirlo ancora, lo potreste?

— Signor sì.

— Gli avete lasciati mezzi di riconoscerlo?

— Glie li ho lasciati.

— Ed alcun altro li conosce?

— Signor no. Fuori di me nessuno potrebbe riaverlo.

— Sarà il meglio che questo modo lo dimentichiate anche voi.

Nariccia tornò ad inchinarsi senza rispondere.

Il marchese si alzò, prese da uno stipo un forte sacchetto di denari e lo pose in mano all'intendente.

— Eccovi trenta mila lire: disse: ne darete venti mila a quell'ospizio che voi sapete perchè sieno conservate a quell'esposto consegnato nel giorno e nell'ora e coi connotati che voi indicherete: il resto vi risarcirà delle spese che avete dovuto incontrare in quest'occasione.

Nariccia prese i denari, s'inchinò profondamente ed uscì senza aggiungere parola. Nessuno degli ospizi di trovatelli che esistevano allora in Italia ebbe pure un soldo di quella somma. Che cosa il trist'uomo avesse poi fatto del figliuolo di quel Valpetrosa che tanto si era in lui affidato, non è ancora giunto il momento di saperlo, ma lo apprenderemo poi.

Dopo quel colloquio col marchese padre, l'intendente ripartiva per la Lombardia e giungeva nella riposta casa dove era ricoverata Aurora, trovandola ancora nel medesimo stato di delirante e nel medesimo pencolo di vita. Ma pure quell'infelice donna (e fu questa per lei una ventura?), contro ogni previsione, potè resistere a quel male e vincerlo. Un bel dì la si svegliò come da un lungo sonno, colla mente intorpidita, rotta tutta la persona, confuse tutte le sensazioni, ma presente la volontà, riviva la coscienza, tornata la memoria. Non si poteva movere, ma fece uno sforzo per cui riuscì a staccare da sè la mano e tenderla nel letto a sè vicino al luogo dove stava suo figlio; non trovò nulla; radunò ogni suo vigore per volger la testa e con grande stento lo potè fare; non vide nulla. Volle mandare un grido e fece un sobbalzo nel letto per levarsi a sedere: ricadde sui guanciali e la voce le spirò come un gemito di dolore sulle labbra. Modestina che era in quel tempo sola nella camera le fu accosto sollecitamente.

— Che ha, signora marchesa? disse ella; e vedendo lo sguardo intelligente con cui la padrona la fissava, soggiunse: Dio sia lodato! Ella è pur finalmente tornata in sè.

Aurora diceva mille cose col suo sguardo acceso; ma le labbra non poterono che sommessamente balbettare:

— Mio figlio?

Era stato deciso che alla infelice madre, se e quando risensasse, si sarebbe detto che il bambino, durante il terribile periodo trascorso della infermità di lei, era morto; ma ora, vedendone tanto spasimo, giudicando che tal novella sarebbe stato un precipitarla di nuovo in quello stato da cui appena era venuta fuori, sarebbe anzi molto più facilmente un ucciderla addirittura, Modestina non ebbe il coraggio di darle un colpo così crudele. Rispose adunque esitando che il piccino si era dovuto per [29] forza allontanarlo per dargliene una nutrice, ma che Aurora intanto non istesso in pena per lui, al quale in ogni modo era accuratamente provvisto.

L'inferma trovò per prima cosa che si sarebbe dovuto far venire questa nutrice presso di lei, piuttosto che allontanare da lei il figliuolo; volle sapere se il luogo dove egli era a balia fosse lontano, se lo si sarebbe potuto aver di frequente colà dove essa giaceva inferma, che già star lungo tempo senza vederlo, non la voleva a niun patto; se la famiglia presso cui s'era allogato il bambino fosse tale da ispirare tranquillità e fiducia per le cure che si avessero di lui: alle quali cose tutte, Modestina, non preparata, rispose impacciatamente e con affatto nessuna soddisfazione di Aurora.

Ed era già costei piena di dubbi parecchi e di ansie indefinite, quando sopravvenne Padre Bonaventura, al quale con più ardore, con più sollecita insistenza ella rivolse le interrogazioni medesime.

Il gesuita sedette presso al letto dell'inferma, cogli occhi bassi, le mani incrociate sul ventre, la mossa d'uomo in sè raccolto, scambiò due o tre occhiate colla Modestina che gli ammiccava di soppiatto per significargli come la pietà le avesse consigliato di parlare alla padrona un po' diversamente da quel che era stato inteso fra di loro, e quando Aurora ebbe finito le sue domande e stava attendendo ansiosamente risposta, il frate diede alle sue sembianze l'espressione d'un intimo, profondo cordoglio, d'un rassegnato dolore, mandò un sospiro, levò gli occhi al cielo, e tutto compunto incominciò un sermoncino di melliflua rettorica per esporre che questa terra è una valle di lagrime, che Dio non vuole si metta nella creatura tutto il nostro affetto, che dobbiamo prepararci alle grandi prove e sostenerle con fermo animo, quando le ci arrivano, eccetera, eccetera.

La povera madre che aveva notalo l'impaccio della cameriera, gli sguardi scambiati fra costei ed il gesuita, interruppe ad un punto quella predica con un grido straziante che partiva dal profondo dell'anima.

— Gran Dio! Mio figlio non è più!

Le rispose troppo eloquentemente il silenzio della cameriera e di Padre Bonaventura. L'infelice arrovesciò il capo sui guanciali, divenne più pallida che un cadavere, chiuse gli occhi e mandò un fievol gemito: era svenuta.

— Misericordia! esclamò la Modestina: ella è morta.

Il gesuita si curvò sulla giacente ad esaminarne l'aspetto, e le pose una mano sul cuore.

— No, diss'egli; la Provvidenza non le vuole far questa grazia.

Si dovette ricominciare la lotta colla morte, ed anco questa volta vinsero la gioventù e la natura.

Ma una persona era intorno all'inferma che aveva di lei la massima pietà e sentiva nel cuore un cocente rimorso dei fatti suoi: la povera Eugenia. Ella si diceva di aver empiamente mancato alla solenne promessa da lei data ad Aurora di fare ogni possibil cosa affine di salvarle il figliuolo; degli spasimi che soffriva la madre orbata ella accusava sè stessa che se avesse mantenuto fede, avrebbe potuto conservarle allato il bambino. Qual modo avrebbe potuto avere per ciò non sapeva bene; ed anzi talvolta per iscusarsi innanzi a sè stessa dicevasi che nessuno affatto era in poter suo e lo avesse anche tentato, ella ad altro non sarebbe riuscita che a farsi cacciare di colà; ma pur tuttavia non poteva tranquillare la sua coscienza. Non aveva ella accettato un compenso pel suo silenzio? Lo aveva fatto per suo figlio: ma doveva ella per un vantaggio al suo sacrificare il figliuolo della donna che in lei s'era affidata? Un pauroso presentimento, allora invadeva il suo animo. Codesto le avrebbe recato disgrazia; Dio ne l'avrebbe punita, dicevasi; ma purchè non la volesse punir poi nel figliuol suo! Raccapricciava a questo pensiero. Se la sorte l'avesse voluta colpir poi colla pena del taglione? Se anco a lei una mano crudele venisse a rapir poi quel frutto delle sue viscere che già amava cotanto? Sentiva allora che togliere un figlio a sua madre era il più iniquo delitto che si potesse compire: ed ella di questo infame delitto s'era fatta complice! Infelice! I suoi paurosi presentimenti dovevano aver ragione; ed ella stessa un anno dopo doveva provare, prima di morire, lo spasimo atroce di vedersi rapito il figliuolo.

Codesto faceva che amorosissime, incessanti, piene d'uno zelo impareggiabile fossero le cure che Eugenia prodigava all'inferma. Avrebbe dato tutto di sè per restituirle la salute e il figliuolo; la sua vita non fosse stata necessaria per un altro essere, avrebbe offerta anche quella in benefizio d'Aurora.

A questa intanto ritornando a poco a poco la salute e la possibilità, non certo la voglia di vivere, era più forte rinato il desiderio di conoscere ogni particolarità della morte del suo bambino. Voleva le si dicesse ogni menoma cosa che riguardasse quel luttuoso avvenimento; domandava dove fosse stato il corpicciuolo sepolto, voleva che colà sorgesse un modesto tumulo a segnarne il luogo che sarebbe stato in avvenire meta a frequenti e pietosi di lei pellegrinaggi, moveva un'infinità di interrogazioni che mettevano in imbarazzo le due donne e sopratutto l'Eugenia, alla quale sentendo per lei più simpatia, Aurora volgeva con più amorevole insistenza, con più pressante supplicazione le sue domande.

Eugenia non sapeva mentire. Oltre ciò, col pensare e ripensare a quel crudele atto a cui ella aveva partecipato in danno della povera Aurora, aveva finito per giungere alla conclusione che il male cagionato non era irrimediabile; ella sapeva quali contrassegni fossero stati posti al bambino, mercè cui poterlo riconoscere; svelando tutta la verità alla [30] giovane madre, questa poteva ottenere da Nariccia le dicesse il luogo dove il fanciullo era stato abbandonato e, per via di que' certi indizi, riaverlo: stava adunque discutendo seco stessa intorno all'opportunità di tutto rivelare ad Aurora. Questa, da parte sua, guidata da una specie di segreto istinto, aveva maturamente riflettuto seco stessa sull'imbarazzo, sulle incertezze, sulle contraddizioni che aveva dovuto notare nelle risposte fatte alle sue domande intorno la morte del bambino, ed una vaga, inesplicabile speranza le era nata in cuore che la si fosse voluta ingannare, che il suo figliuolo non fosse morto. Le pareva impossibile che ella potesse rimanere ancora sulla terra quando ne fossero partiti lo sposo ed anco il bambino; Dio avrebbe avuto tanta pietà almeno da farla morire, lei pure; se la aveva conservata malgrado tutto a questa vita, gli era dunque ch'ella ci aveva da fare ancora qualche cosa, e qual altro dovere poteva incomberle oramai fuor quello di madre?

Da queste mutue disposizioni dei loro animi avvenne che una volta finalmente che Aurora ed Eugenia eran rimaste sole, si fu molto presso a venir fuori la verità. La figliuola del marchese aveva riprese le sue dimande e le ripeteva con maggiori l'insistenza e la pressa; la cognata di Modestina rispondeva più impacciata che mai. Aurora la guardava con occhi penetranti che parea le volessero leggere nell'anima, e nella sua voce si mise a palpitare, per così dire, un'emozione che era l'effetto di un'incantevole speranza.

Ad un punto ella afferrò vivamente la mano della giovane, che teneva gli occhi bassi ed era presa ancor essa da un notevolissimo turbamento.

— Eugenia, le disse con ineffabile passione, oh! ditemi il vero voi, oh non vogliate ingannarmi voi pure!... È un sogno illusore che nacque nella mia fantasia? è la voce del cielo che mi parla segretamente all'anima? Una folle speranza mi è entrata in cuore.... Io non sono tanto infelice come mi si vorrebbe far credere.... Mio figlio non è compiutamente perduto per me, come sarebbe se lo possedesse la tomba....

La cognata di Modestina non ci resse; sollevò i suoi occhi in cui in mezzo alle lagrime di commozione brillava la gioia di poter dare a quell'afflita madre un conforto: con una famigliarità che non s'era mai permesso e che ora pareva concederle la solennità del momento, ella afferrò le mani della marchesina e le strinse forte.

Aurora indovinò la buona risposta che stava per uscire dalle labbra tremolanti di quella donna; gittò un grido di giubilo e disse affannosamente:

— Ah! Mio figlio vive?

Eugenia non aveva che un monosillabo da pronunciare per dar la risposta; ma non lo potè profferire. Suonarono ad impedirglielo un passo e poi tosto una voce d'uomo.

— Ritiratevi Eugenia: disse questa voce: debbo parlare alla signora marchesa.

Le due donne si volsero in sussulto, Aurora contrariata, Eugenia esterrefatta; era loro dinanzi la faccia scialba, falsa ed antipatica di messer Nariccia.

— Che mi volete? domandò asciuttamente Aurora, appena Eugenia fu uscita della stanza.

— Esporle gli ordini che ho ricevuti or ora da S. E. il marchese suo padre.

— Quali sono?

— S. E., stomacata delle gazzarre rivoluzionarie che succedono in Piemonte, se n'è partito e trovasi a Modena: mi ordina di andarvelo a raggiungere.

— Ed io?

— Ella sarà condotta in pari tempo da Padre Bonaventura a quel monastero che egli medesimo ha scelto.

Aurora si drizzò in piedi con vivacità.

— Io! Ad un monastero!

— Il marchese lo ha ordinato.

— Mostratemi la sua lettera.

— Eccola.

La giovane la lesse, e poi rimase un poco immobile, assorta in profonda riflessione. Che cosa doveva ella fare? e che cosa avrebbe potuto se non obbedire? Curvò la testa e disse con voce appena intelligibile:

— Sta bene: farò quel che vuole mio padre. Nariccia si dispose ad uscire senz'altro: ma quando fu alla soglia, colla mano già sulla gruccia della serratura, Aurora si riscosse e fece vivamente alcuni passi verso di lui.

— Udite: diss'ella con accento quasi di supplicazione.

L'intendente si fermò e stette in attitudine di chi aspetta gli ordini d'un suo superiore. La marchesina gli parlò con tutta la più soave dolcezza della sua voce.

— Voi non avete alcuna ragione di volere il mio male. Che cosa vi ho io fatto perchè abbiate da essermi nemico?

— Io sono il più fedele de' suoi servitori: rispose Nariccia colla sua più ipocrita sembianza.

— Ho una voce in cuore che mi dice mio figlio non essere morto.... Ah! io avrei per voi la maggiore riconoscenza del mondo, se voi foste così pietoso da restituirmelo.

Nariccia alzò dalla punta de' suoi scarponi lo sguardo de' suoi occhi birci, e lo fece guizzare un momento sulla faccia d'Aurora.

— Suo figlio? diss'egli poi colla voce flebile di chi con pena si decide a parlare di cosa altrui dolorosa. Perchè la vuole tornar sempre su questo per lei crudelissimo argomento? Oh! se io potessi restituirglielo! Che cosa non farei per ciò? Ma la terra non rende più la sua preda.

Aurora, dimentica un momento di quel suo riserbo [31] di maniere con cui aveva sempre trattato Nariccia, lo prese ad un braccio e glie lo strinse forte.

— Mi giurate voi che il mio bambino è morto davvero? Me lo giurate sull'anima vostra?

Nariccia, che conosceva perfettamente la teoria gesuitica delle restrizioni mentali, rispose senza punto esitare:

— Glie lo giuro.

La giovane lasciò andare il braccio di lui, e le mani le caddero abbandonatamente lungo il corpo con desolata rassegnazione.

— Partirò quando si voglia: diss'ella dopo un poco, facendo un atto che indicava preferire a quel momento rimaner sola, e Nariccia s'affrettò a levarsi dalla presenza di lei.

— Che cosa avete detto? Domandò l'intendente con feroce cipiglio ad Eugenia, avutala sola tosto dopo quel colloquio con Aurora. Che cosa avete lasciato capire alla marchesina?

Eugenia, allibita, non seppe che cosa rispondere.

— Traditrice: riprese più niquitoso che mai il tristo. Voi ora, tosto, senza un minuto d'indugio, prendete le vostre robe ed uscite di questa casa.

La misera, senza il menomo cenno di resistenza, si dispose ad obbedire. Avrebbe voluto vedere ancora la padrona cui stava per abbandonare per sempre, ma non le fu concesso. Nariccia per punirnela avrebbe anche voluto privarla affatto di quella somma che le era stata promessa per comprarne il complice silenzio, ma in ciò Modestina si intromise efficacemente, ed aiutata da Padre Bonaventura ottenne che ciò nulla meno Eugenia non fusse priva del pattuito compenso. Usci essa di quella casa nè le si diminuì il rimorso del suo passivo concorso a quell'empio delitto che ogni giorno le sembrava maggiore, di avere derubato ad una madre il figliuolo; e molte volte anco di poi fu sul punto di rinviare a chi l'aveva pagata i mal guadagnati denari, per riprendere il diritto di dar compiutamente ascolto alla sua coscienza e rivelar tutta la verità in una lettera alla marchesina Aurora.

Ma com'avrebb'ella fatto poscia per vivere? Tornare a Torino le ripugnava profondamente: preferiva rimanere dove non si sapesse che suo padre e suo marito erano condannati in carcere per truffa; pose la sua dimora a Milano e cercò lavoro per guadagnarsi la vita. Presto conobbe che non era così facile il trovare questo lavoro, principalmente a lei nello stato di gravidanza inoltrata in cui si trovava. Se non avesse avuto la somma pagatale da Nariccia avrebbe dovuto morire di fame essa stessa, altro che poter bastare alle provviste necessarie pel nascituro, ai bisogni di quest'esso quando fosse venuto al mondo. Ritenne con pena il male acquistato denaro e si tacque.

Aurora frattanto era stata condotta al monastero scelto da Padre Bonaventura. Aveva ella domandato di Eugenia e meravigliatasi assai dell'improvvisa di lei sparizione, ed erale stato risposto da tutti d'accordo che, venuta prima che si credesse a maturanza la gestazione di lei, aveva essa dovuto allontanarsi sollecitamente per disporsi al parto che in quella casa non si doveva, nè si voleva avesse luogo. La spiegazione era affatto naturale, ma tuttavia sembrava ad Aurora che un momento avrebbe pur potuto averlo Eugenia a venirle dare il saluto d'addio, e un intimo sospetto ch'ella si guardò bene dal manifestare ad alcuno, l'avvertiva che par null'altro erasi impedito fra lei e quella donna un ultimo colloquio che pel timore si ripigliasse fra loro quel discorso cui la venuta di Nariccia aveva in sì mal punto interrotto. La speranza convien dire che sia un'edera tenace e vivacissima quando s'attacca al cuore d'una madre e per poco favorevoli che trovi le circostanze pur vive, poichè un vago sentimento di essa, una specie di lusinga continuò ad esistere nel fondo dell'anima di Aurora, cui ella nascose quasi come un tesoro che temesse le venisse rapito, e ad appurare la verità del quale sentimento ella si riprometteva di impiegare ogni mezzo che le si presentasse ed appena potesse.

Modestina Luponi, pagata de' suoi servigi, fu congedata colle più serie minaccie s'ella parlasse, e fra Bonaventura e Nariccia s'incaricarono di vegliare sul suo silenzio. Ella, datasi in preda alla più sregolata vita, non istette gran tempo che cadde nella miseria, vide, come udimmo da lei medesima narrato, volgere a male sua figlia, e visse finalmente di elemosine col raccattato nipotino di cui traeva, come sappiamo, profitto, elemosine alle quali concorreva dapprima la famiglia Baldissero e poi, quando l'attuale marchese, stomacato di lei, proibì la si lasciasse ancora entrare nel suo palazzo, che la aiutava a guadagnare Padre Bonaventura, rimasto sempre con lei in abbastanza intime attinenze.

Aurora stette un anno circa nel monastero. Passato questo tempo, suo fratello tornò di Spagna. La sua anima buona e generosa era tormentata dal rimorso di tutto il male che aveva fatto a quella sorella, cui aveva amato ed amava tuttavia pur tanto. Si adoperò presso il padre affinchè Aurora fosse ripresa come prima in famiglia, posto compiutamente in oblio, come se non fosse avvenuto mai, tutto il passato. Ma il marchese padre disse che non altrimenti sua figlia avrebbe potuto degnamente tornare e non sarebbe tornata alla società che al braccio d'uno sposo, il quale coll'onorevolezza del suo nome coprisse tutto il disdoro dell'episodio trascorso; Aurora da canto suo si mostrò riluttante ad ogni modo a entrare di bel nuovo nel seno della famiglia, in quel luogo pieno di memorie ora tanto dolorose per lei, in mezzo a persone che avevano cagionato la sua irrimediabile sventura. Si rifiutò ella persino a tutta prima a rivedere suo fratello che supplicava caldamente di poterle andare a chieder perdono; e acconsentì finalmente a riceverlo, perchè un nuovo [32] disegno era nato in lei, attinente sempre a quella incerta, irragionevole speranza che pur durava nel suo cuore.

Con qual animo si trovassero a fronte dopo tanto tempo e dopo le cose intravvenute, fratello e sorella, è più facile immaginare che descrivere. Il cuore palpitava ad entrambi, a lui di tenerezza soltanto; a lei parte di commozione nel trovarsi a fronte il compagno della sua infanzia, l'amico più caro della sua giovinezza, parte d'odio nel pensare che quello era pur l'uccisore del suo Maurilio.

I primi minuti del colloquio furono penosamente impacciati. Fu Aurora medesima che dominata dal concepito disegno, diede per prima più animata andatura al discorso. Disse al fratello le sue vaghe speranze, aggiunse che allora avrebbe perdonato a chi le aveva tolto il marito, quando egli le avesse restituito il figliuolo. Il marchese non potè a meno che trovare destituiti d'ogni buon fondamento quei dubbi onde si lusingava l'amore materno d'Aurora: ma pure promise a lei ed a se stesso che tutto avrebbe fatto per venire in chiaro della verità e se la cosa era possibile, egli ad ogni costo avrebbe ritornato fra le braccia della misera madre il bambino.

Per saper qualche cosa in proposito non gli si presentava che un mezzo: quello d'interrogare la persona che da suo padre era stata incaricata di accudire ad Aurora, l'intendente Nariccia; ed il marchese, benchè senza la menoma credenza che i sospetti della sorella avessero ragione, si recò da lui. Nariccia a quel tempo aveva già abbandonato il servizio della casa di Baldissero e si era dato esclusivamente a quel bel traffico d'usuraio che doveva gonfiare sino ai milioni la già rotonda cifra dell'aver suo.

Non occorre dire come alle prime parole che il marchese figliuolo diresse a quel tristo a tal riguardo, egli giurasse, e spergiurasse che il bambino era morto per davvero, positivamente morto, e non c'era più da discorrerne. Il fratello d'Aurora stava per partirsene, quando una subita ispirazione suscitata in lui dal desiderio di non lasciar nulla d'intentato per soddisfare all'assuntosi debito, lo fece arrestarsi e ricorrere ad un argomento che, per la conoscenza cui già aveva del suo interlocutore, sapeva potentissimo sull'animo di lui; promise che se mai questo bambino non fosse morto e venisse ritrovato, si sarebbe disposti a ricompensare chi lo recasse alla madre con una vistosa somma che si lascierebbe fissare a quel fortunato medesimo a cui si dovrebbe il suo rinvenimento.

Nariccia non fu tanto padrone di sè da non manifestare una certa emozione onde fu sovraccolto, e il marchese che se ne accorse, cominciò a sentire alquanto scossa la sua incredulità nei dubbi e nei presentimenti della sorella. Ripetè le sue parole, insistette con calore, fece ad ogni modo perchè quella emozione momentanea di Nariccia si traducesse in qualche precisa parola, in qualche ulterior segno soltanto onde un più sicuro concetto egli potesse farsi del fondamento o della insussistenza di quella speranza; ma l'accorto impostore aveva saputo metter tosto la maschera al suo volto impassibile e si rinchiuse nelle precedenti negative espresse gli è vero con meno vigore di prima. Il marchese uscì di colà coll'animo combattuto; stette parecchi giorni infra due e si decise finalmente ad un grande ed audacissimo passo: quello di aprirsene a suo padre.

CAPITOLO IV.

Nel marchese padre, da qualche tempo veniva declinando assai la salute, ed avreste detto sfuggirgli a poco a poco la vita. Il suo carattere, divenuto taciturno e melanconico, era pur tuttavia rimasto fiero ed orgoglioso del pari. Usciva di rado fuor del palazzo, spessi giorni non abbandonava il suo appartamento, di frequente non discendeva manco di letto: non si lamentava mai di nessun male, non faceva nulla, non voleva medico intorno a sè, amava rimaner solo, passavano dei giorni intieri senza ch'ei disserrasse le labbra a dir pure una parola. Chi avesse conosciuto l'intima storia degli ultimi anni passati, avrebbe potuto dire che un interno rimorso con travaglio continuo ne consumava l'esistenza, se il suo aspetto, l'espressione della sua fisionomia non avessero fatto troppo aperto contrasto a tale supposizione. In lui non c'era nulla dell'uomo che si pente o soltanto rimpiange quel che ha fatto: nè una parola, nè pur la fugace mostra d'una sensazione. Padre Bonaventura che il più delle volte era solo ammesso alla presenza di lui, ed al quale non si rifiutava mai l'ingresso e il marchese pareva tenere aperto il più riposto sacrario dell'anima sua, non udì mai parola, non sorprese mai atto nè cenno qualsiasi da cui altra cosa si potesse indurre se non questa: che il marchese ciò che aveva fatto sarebbe disposto a ripeterlo di tutto punto, dove ne fosse il caso.

Eppure egli veniva morendosi a poco a poco. Tutti lo scorgevano intorno a lui, e lo scorgeva e mostrava saperlo egli pure. Quando gli si parlava di cose avvenire, aveva un certo sorriso sulle sue labbra tirate che mostrava com'egli non avesse più illusione di sorta sul suo destino. L'orizzonte del suo futuro, nel pensiero come nelle parole, egli lo limitava alla data di pochi mesi: allo scultore aveva dato egli stesso la commissione del bassorilievo che nel sepolcro di famiglia avrebbe segnato la sua fossa e fissatogli il tempo in cui avrebbe dovuto essere compito; nelle mani del Re aveva rassegnato tutte le sue cariche di Corte, e la solitudine di cui [33] voleva essere circondato oramai era per lui la preparazione a morire.

E che così fosse era persuaso quant'altri mai anche Nariccia. La morte del marchese avrebbe potuto mutare le condizioni e le convenienze del già intendente verso la famiglia, rapporto all'episodio doloroso che riguardava la marchesina Aurora. Le parole del fratello di costei aprirono allo scellerato un nuovo campo di speculazioni in proposito. Certo egli era già che la povera madre avrebbe pagato vistosamente per riavere il figliuolo creduto morto; ora le s'aggiungeva il fratello: destramente maneggiandosi egli avrebbe potuto ricavare e dall'uno e dall'altra i migliori guadagni del mondo, se la paura del vecchio marchese non ne lo avesse ad ogni modo trattenuto. Ma questa paura poteva dileguarsi: pochi mesi ancora, e chi la ispirava facilmente non sarebbe stato più. Che cosa avrebb'egli ottenuto dai figliuoli suoi quando egli si fosse presentato loro col bambino ricuperato, adducendo incontrovertibili prove dell'identità del medesimo? E giustamente il giorno dopo quello in cui era venuto da Nariccia il fratello d'Aurora a fargliene le aperture che sappiamo, il marchese padre, assalito da nuova debolezza, si sentiva nell'impossibilità di levarsi di letto e confessava esser preso da una tale languidezza che gli pareva quasi sciolto il legame che tiene l'anima incatenata al corpo. Alcuni giorni passarono in cui quel malore venne via via crescendo; parve all'infermo stesso fosse opportuno farsi amministrare i sacramenti onde la religione conforta la morte dei cristiani, e fra' Bonaventura a cui glie ne disse, pensò a tutt'altro che a dissentire.

Codesto spinse vieppiù Nariccia alla determinazione di adoprarsi in guisa da potere, morto il marchese, presentare ad Aurora il bambino fatto rivivere; vedremo più tardi come e che cosa egli facesse per ciò; ma intanto si può dire fin d'ora che in breve tutto fu da lui immaginato e preparato, perchè dopo la morte del vecchio marchese fossero soddisfatti i voti e le speranze d'Aurora.

E di costei che cosa ne avveniva? La cresciuta infermità del padre e l'avvicinatosi pericolo avevano consigliato al fratello d'Aurora di tentare una riconciliazione fra il moribondo e la figliuola. Al primo fece, per mezzo di fra' Bonaventura, inculcare la virtù del perdono, alla seconda scrisse egli medesimo dicendo esser obbligo de' figli innanzi all'agonia de' genitori obliar tutto e cancellar dall'animo anche i più giusti risentimenti. Riuscì ad ottenere che il padre consentisse ad accogliere la figliuola, e questa non si rifiutasse ad entrare di nuovo nella casa paterna. Tra padre e figlia nel ritrovarsi in presenza di nuovo dopo tali e tanti avvenimenti, non si scambiò una parola d'affetto, nè un cenno pure qualsiasi che alludesse a quanto era passato. Fu peggio che freddo il loro contegno: il dovere solo riuniva ora quelle due persone fra esse, non più la menoma corrente di benevolenza; nel contegno del vecchio, anzi, un'irritazione quasi un accanimento d'ostilità, frenato, ma non punto sminuito da quello che aveva voluto la morte di Valpetrosa e le lagrime amarissime d'Aurora.

Questa si pose a dare al padre tutte quelle cure che lo stato di lui richiedeva, che il suo dovere di figlia imponevale; ma il vecchio mostrò che quelle attenzioni e la presenza medesima di lei tornavangli fastidiose, ed Aurora si tenne, per quanto le convenienze permettevano, lontana dal letto e dalla camera paterna.

In questo stato di cose il marchese figliuolo ebbe l'infelicissima ispirazione di credere che il vecchio padre non avrebbe voluto scendere nella tomba senza riparare, quando ciò si potesse, al soverchio dolore dato alla figliuola, alla barbara ingiustizia usata verso l'innocente di lei creaturina, se pur era vero che il bambino vivo fosse stato strappato alle braccia della madre, e condannato al disonore ed alle miserie del trovatello. Aspettò un di in cui parve tornato qualche poco più di forza all'infermo, e chiamando in aiuto tutto il coraggio ond'era capace, entrò risolutamente nel discorso, e disse a suo padre dei sospetti di Aurora, del passo ch'egli aveva fatto presso Nariccia, dell'ambiguo contegno di costui onde ancor egli aveva sentito qualche dubbio cui prima non avrebbe accolto mai, e finì colle più calde suppliche e deprecazioni affinchè, se tanta crudeltà era stata veramente commessa, non si tardasse oltre a rimediarvi, non volesse il malato tenere sotto il peso di sì grave risponsabilità la sua vecchiaia. Il marchese padre al discorso del figliuolo rimase in apparenza perfettamente insensibile, da un vivo lampeggiar d'occhi all'infuori che alle prime parole udite gli accese lo sguardo e poi tosto si spense. Quando il fratello d'Aurora si fu taciuto, il vecchio volse verso di lui un sogghigno ironico ed una faccia beffarda.

— E tu credi a codeste fandonie? diss'egli. Un diplomatico tuo pari, un uomo d'ingegno, come ti ho sempre creduto!... Va, lasciami tranquillo, e non venire altrimenti a turbare la mia quiete con simili fiabe.

Ma rimasto solo, il vecchio marchese fece venire a sè il suo servo di confidenza e gli comandò senza indugio, andasse in cerca della Modestina e glie la menasse il più sollecitamente possibile, facendola passare per la segreta scaletta del palazzo e in ora tale che i figliuoli di lui non potessero non che vederla, ma neppure avere il menomo sentore della sua venuta. Fu egli prontamente obbedito, e poche ore dopo, quella che doveva poi essere sopranominata la Gattona, trovavasi presso al letto del vecchio marchese. Questo esigeva da lei gli raccontasse la verità, ma proprio e tutta la verità di quello che era accaduto alla nascita di quel bambino, cui egli aveva voluto e voleva per l'affatto smarrito; e [34] lo esigeva in quel modo con cui sapeva imporre a chiunque l'ubbidienza ed a cui non c'era caso di resistere. Modestina disse tutto dal principio alla fine; e il marchese ascoltò colla massima attenzione.

— Come segni di riconoscimento: disse il vecchio di poi, come per confermare viemmeglio nella sua memoria la cosa; egli ha seco il rosario d'agata della mia defunta, un bottone di livrea di vostro marito e la carta scritta dalla vostra mano?

— Sì, signor marchese.

— Sta bene. Andate e non parlate con anima viva di quanto avete detto, e sia per tutti, anco per voi, come se qui non foste oggi venuta, come se questo colloquio non avesse avuto luogo mai.

Modestina giurò il più assoluto silenzio e se ne fu a' fatti suoi. Il marchese meditò tutto quel giorno profondamente e non volle veder nessuno nè della famiglia nè dei conoscenti tranne il fidatissimo suo servitore. Alla sera diede a quest'esso il comando di andar a prendere e condur seco al palazzo messer Nariccia. Con costui, del quale erasi fatto ora mai un giusto concetto, per riuscire sicuramente nel suo disegno, il vecchio marchese aveva pensato usare un inganno. Gli disse che vedendosi avvicinare ogni di più il fine della sua vita, il rimorso lo aveva assalito di aver tolto alla figliuola il suo bambino ed un gran desiderio gli era nato di restituire a quella poveretta suo figlio, parendogli che dopo ciò più tranquillamente avrebbe potuto avviarsi verso la tomba; aver udito con molta soddisfazione che al bambino erano stati posti certi contrassegni per cui riconoscerlo e poter riaverlo, Nariccia saper egli dove questo bambino si trovasse, glie io dicesse perchè si fosse in grado senza ritardo, di provvedere pel ricupero del medesimo.

Nariccia, con tutta la sua accortezza, cadde compiutamente nella rete. La cosa era troppo naturale perchè non si avesse da crederla, chi non sapesse qual provvista d'odio avesse continuato a rammontarsi, invece che diminuire, nell'anima fiera e crudele del marchese contro il morto Valpetrosa e il rampollo del sangue di lui. Attonito che il marchese sapesse così bene ogni particolare della cosa, l'ex-intendente non osò negar nulla; ma quando il suo antico padrone volle svelasse il luogo dove il bambino era stato posto, fu egli l'uomo più impacciato del mondo, e per torsi d'imbarazzo fini per dire:

— A S. E. non importerà gran che il sapere ch'e' si trovi in questo o in quell'ospizio, purchè la conclusione sia ch'Ella riabbia il bambino. Di qualcheduno Ella avrà pur sempre bisogno il quale vada a prenderlo; chi può far ciò meglio di me che conosco appuntino i contrassegni, e so il giorno e l'ora precisi in cui venne il neonato deposto? Affidi dunque a me siffatto còmpito, ed io fra quindici giorni le prometto di presentarle il bimbo con tutti quegli oggetti che, come S. E. conosce, ne stabiliscono l'identità.

Il marchese guardò ben fisso un istante il suo interlocutore, e poi disse:

— Sia pure.... fra quindici giorni la cosa deve esser fatta, e conto aver nelle mani il bambino ed i contrassegni.... Se ci mancate, guai a voi!... Non comparitemi più dinanzi che per annunziarmi il giorno e il momento in cui potrete farmi la consegna di quel che voglio. E di tutto questo sopratutto, assoluto silenzio con mio figlio e con Aurora.... Siamo intesi!

Nariccia si curvò in un profondo inchino.

— Andate.

I quindici giorni non erano ancora trascorsi quando Nariccia introdotto furtivamente presso il marchese dicevagli a bassa voce:

— Eccellenza ho nelle mie mani il bimbo.

Uno strano lampo passò negli occhi del vecchio, il quale, con impeto che pareva indicare tornato in lui tutto il primitivo vigore, si levò a sedere sul letto.

— Dove ce l'avete?

— A casa mia.

— Proprio desso?

— Signor sì.

— E i contrassegni?

— Ancora nel sacchetto che cucì e gli appese al collo l'Eugenia.

— Sta bene.

Successe un momento di silenzio.

— Ho da portarglielo qui io stesso quel bambino; domandò poscia Nariccia: o che cosa ne debbo fare?

— Stassera, a mezzanotte, siate sveglio in casa vostra e pronto ad accogliervi chi si presenterà. Verrà alcuno, a cui consegnerete ogni cosa.

— Come si farà egli riconoscere per inviato da V. E.?

— Lo riconoscerete.

L'antico intendente non aggiunse più verbo.

Un anno o poco più era allora trascorso dalla morte di Maurilio; anche allora si era in una fredda notte invernale come quella in cui vedemmo cominciare il nostro racconto, e Nariccia, mentre battevano le dodici ore al non lontano campanile della parrocchia, andava e veniva nella fredda stanzuccia da lui abitata a quel tempo, fermandosi di quando in quando innanzi ad una tavola sovra cui, avvolto in povere ma pulite fascie, stava un bimbo di pochi mesi d'età, il quale dalla pallidezza del piccolo viso, dagli occhi chiusi, dai guaiti di dolore che mandava tratto tratto, pareva più presso a morire che non altro. L'antico intendente non era per nulla contento dei fatti suoi, e volgendo lo sguardo a quel fanciullo, i suoi occhi avevano un'espressione di rincrescimento, di dispetto, di disappunto che impossibile il descriverla. Dalla presenza di lui, Nariccia [35] aveva sperato un momento nuovi guadagni, maggiori di quelli che glie ne avrebbe dati il vecchio marchese il quale non aveva promesso nulla. Dalla marchesina Aurora e da suo fratello avrebbe egli osato domandare quel più che gli piacesse e le sue esigenze sarebbero state subìte: dal marchese padre non poteva pretendere nulla. Andava egli mulinando seco stesso con rabbia di questa sua disavventura e pensando se non avrebbe potuto trovar modo per cui raggirare il mandatario dell'antico suo padrone (e ancora non sapeva egli tampoco chi sarebbe), quando un picchio nell'uscio lo avvertì che la persona aspettata era giunta.

Nariccia aprì e vide entrare due uomini imbaccuccati nei mantelli, uno, che pareva camminare a stento, sorreggendosi all'altro. Nel secondo riconobbe tosto il servo fidatissimo del marchese, e nel primo, quando abbassò la falda onde si copriva la faccia, dovette ravvisare con infinita meraviglia il marchese medesimo, a cui una specie di febbre che gli faceva lucicchiare gli occhi, unita ad una energica volontà, aveva data la forza di sorgere e di venirsene segretamente fin là egli stesso.

— Lei Eccellenza: esclamò inchinandosi Nariccia che vide ogni possibilità di ulteriore inganno affatto svanita.

Il marchese non rispose; andò dritto, diviato alla tavola su cui stava il bambino e lo guardò — la similitudine è vecchissima, ma è l'unica che si attagli — come falco che guarda la preda cui ha da ghermire. Serrò al petto le braccia e stette un istante immobile; tutta la sua vitalità, avreste detto, raccolta nello sguardo. Intorno a lui regnava un silenzio di morte.

Volse di poi la faccia verso Nariccia e domandò bruscamente:

— È desso?

La sua voce aveva una vibrazione metallica che le dava un carattere più imperioso ancora e più aspro.

Nariccia s'inchinò profondamente in segno di affermazione.

— Le prove? Ridomandò col medesimo accento il marchese.

L'antico intendente si accostò al bimbo, levò di intorno a lui un sacchettino di tela che, appiccatogli per un legaccio al collo, stava nascosto in un risvolto delle fascie e lo porse al marchese senza aprir bocca.

Il padre d'Aurora aprì quella tasca e ne trasse fuori gli oggetti che vi si contenevano; erano quelli che sappiamo: il rosario, il bottone e la cartolina scritta dalla Luponi. Esaminò ben bene ogni cosa; poi come se quegli oggetti gli bruciassero le mani li depose sulla tavola. Si accostò vieppiù al fantolino, gli passò intorno al collo il cordone del sacchetto che allora era vuoto, e si chinò su di esso a fisarlo ancora di meglio. Cercava con avido sguardo una rassomiglianza che non riusciva a trovare.

— È strano, disse poi, quasi parlando a se stesso: nulla vi ha in questi tratti che ricordi quelli di colui... nè quelli pur di mia figlia.... Ed e' mi par molto piccino....

Si volse al servo che era sempre rimasto in un angolo con riserbatissima discrezione:

— Venite un po' qua: gli disse. Guardate questo bambino. Vi par egli che abbia un anno di età?

Il domestico s'appressò e guardò.

— Veramente è assai piccolo: disse.

Il marchese teneva gli occhi fissi su Nariccia, il quale stava impassibile.

— Ma, soggiunse il servitore, di bambini a quel tempo è difficilissimo poter giudicare a vista i mesi che hanno.

— Egli è deboluccio, a quanto pare, disse allora Nariccia, è da un po' di giorni ch'è separato dalla nutrice, ha sofferto.

Il marchese tornò a prendere in mano e ad esaminare l'un dopo l'altro gli oggetti che dovevano certificare la identità del figliuolo di Maurilio. Non v'era cosa da opporvi, erano proprio dessi: il rosario che il marchese ricordava aver appartenuto a sua moglie, il bottone collo stemma a lui ben noto dei de Meyrand, la scritta col carattere di Modestina. Stette ancora un poco in silenzio: non una fibra del suo cuore palpitò di tenerezza, nè di compassione per quel povero infante, che seguitava di quando in quando a gemicolare; poi si volse in là, come se gli fosse uggioso il vederlo e disse a Nariccia:

— Rimettetegli addosso quella roba.

Fu caso o fu volere della Provvidenza? Mentre il marchese intendeva che quegli oggetti fossero riposti entro la piccola tasca cui egli stesso aveva rimessa al collo del bambino, Nariccia non fece altro che ficcarli in mezzo ai risvolti della fascia che lo cingeva, lasciando pendere vuoto il sacchetto al collo di lui.

— Nariccia, disse poscia il marchese con quel suo accento che era da incutere timore a chicchessiasi: voi mi avete disubbidito, e ciò non dimenticherò mai più. Quel bambino non aveva da trovarsi mai, e voi stesso dovevate smarrirne le traccie: eccovelo invece innanzi agli occhi... Ora me ne impadronisco e ne dispongo io stesso.... Stolto voi se poteste credere ch'io mi lasciassi vincere da debolezza d'animo fiacco e rimpiangere e voler mutare quello che ho fatto. Il figliuolo di quel miserabile ho condannato alla sorte che gli spetta, e non ne avrà altra nel mondo.... Voi, voi non mi comparirete più dinanzi, eccetto che un mio ordine espresso vi richiami.

L'antico intendente non trovò parole da rispondere: era furibondo nel suo intimo contro se stesso per esser caduto nella pania; s'inchinò profondamente innanzi al marchese che passava più fiero che mai dirigendosi all'uscio per partire.

[36] — Prendete quell'involto: comandò il padre d'Aurora al servo, accennandogli con un moto della testa il bambino: e seguitemi.

Se ne uscirono così tuttedue. Il vecchio, come se gli fosse tornata tutta la vigoria della salute, camminava diritto della persona, colla sua mossa superba e l'aspetto pieno d'autorità; il domestico lo seguiva in silenzio. Si avviarono verso una delle strade le peggio rinomate della vecchia città; e quando furono alquanto inoltrati per essa, il marchese si fermò; il suo fidato servitore s'arrestò del pari, interrogando collo sguardo, colla parola non osava, il padrone su ciò che si dovesse fare.

Non v'era anima viva in quella fredda oscurità della notte; una brezza sottile e ghiaccia soffiava alle cantonate. Il marchese additò il mezzo dell'acciottolato della strada, dove un rigagnolo fangoso tutto congelato rendeva ronchioso il terreno.

— Deponetelo colà: comandò al servitore.

Questi, fosse pietà che lo assalisse, o non potesse credere a tanta barbarie nel suo padrone, esitò.

— Avete capito? disse il marchese con quell'accento che non permetteva indugio all'obbedire.

Il servo si chinò a terra e depose pianamente su quella fanghiglia gelata il suo fardello.

— Poverino! pensava egli: domattina lo troveranno tutto un ghiacciuolo.

Mentre stava per rialzarsi, la voce del padrone gli diede un altro comando:

— Toglietegli quel sacchetto che gli pende dal collo e riponetelo nelle vostre tasche.

Il domestico ubbidì; poi si volse al padrone per vedere se altro ancora avesse da fare; ma in quella nel marchese parve venir meno ad un tratto tutta quell'energia che fino allora lo aveva sostenuto: egli si appoggiò alla muraglia della casa presso cui si trovava, e disse con voce appena se intelligibile:

— Ah! mi sento mancare.

D'un balzo il servitore gli fu presso e lo sorresse nelle sue braccia.

— Glie l'avevo detto io, Eccellenza, che non si avventurasse a tanto sforzo.

— Conducetemi a casa: mormorò il vecchio, abbandonandosi nelle braccia del servo, il quale recandoselo quasi in braccio, s'affrettò verso il palazzo, vi penetrò per la porticina e la scaletta, e senza che alcuno avesse pur sentore della loro uscita, lo guidò nel suo appartamento e lo coricò, mentre i denti del vecchio battevano dalla febbre.

Due ore dopo, il marchese alquanto riconfortato, disse al servo che non s'era mosso dal suo fianco:

— Datemi qui quel sacchetto.

Il domestico se lo trasse di saccoccia e lo porse al giacente; ma questi lo ebbe appena tocco colla sua mano che mandò un'esclamazione di rabbia e disappunto: il sacchetto era vuoto.

Il marchese credette ad un inganno di Nariccia e mandò tosto da costui quel suo servo fidatissimo perchè ne tornasse ad ogni modo con quegli oggetti che aver voleva in poter suo. Il domestico fu di corsa in casa l'usuraio, ma non potè ottenerne che le più vive proteste, aver egli rimesso addosso al bambino quei contrassegni: e il mandatario del marchese s'affrettò allora verso quel luogo dove il fanciullo era stato abbandonato. Era presso l'alba e un pallidissimo chiarore già spuntava sopra la collina all'orizzonte: qualche passo di cittadino mattiniere incominciava a suonare per le strade ancora oscure, in cui venivano spegnendosi i lampioni municipali; alcuni carri di ortolano e di lattaio dei dintorni facevano saltare le loro ceste e le loro bigoncie correndo sull'acciottolato al trotto dei loro ronzini sollecitati dal chioccare importuno della frusta. Giunto a quel luogo dove il fanciullo era stato deposto, il servo non vide più nulla; invano percorse tutta quella straducola, il fantolino era scomparso. Dovette ritornare con queste novelle al suo padrone, che ne rimase assai poco soddisfatto. Pareva al marchese che il suo proposito di volere affatto smarrita quella creaturina, corresse così pericolo di non venire ottenuto, e un giorno o l'altro potesse ripresentarsi innanzi alla nobile sua famiglia quell'essere che a suo vedere ne incarnava una disgraziata vergogna.

Ma, tra le emozioni di quella notte, la rabbia del non compiuto successo, lo strapazzo fisico che la sua volontà aveva imposto al corpo affaticato ed infermo, avvenne che la malattia del marchese il giorno dopo s'aggravò notevolmente, ed una settimana non era ancora trascorsa che un mesto corteo accompagnava a Baldissero, per seppellirla nel fastoso sepolcro de' suoi maggiori, la salma del padre di Aurora.

Questa un anno dopo acconsentiva a sposare il conte di Castelletto, il quale l'amava tuttavia, e del quale essa ignorava compiutamente la parte avuta in quel funesto duello che le aveva tolto il primo marito. Che ogni ulteriore ricerca del figliuolo fosse inutil cosa, le nuove asseveranze di Nariccia congiunte colle parole del defunto marchese avevano finito per mandare persuasi tanto Aurora medesima quanto il fratello di lei. Da questo maritaggio nasceva poscia Virginia; ed era questa giunta appena ai due anni, che un fatalissimo destino la orbava del padre e della madre, e questa, morendo, la raccomandava al fratello, a cui finalmente aveva perdonato di tutto l'animo.

Di questa lugubre storia narrava il marchese a Virginia quelle cose soltanto ch'egli sapeva e che potevano conferire all'assunto ch'egli s'era proposto: di far vedere alla fanciulla come un amore per uomo che non appartenesse alla sua classe non potesse avere altro risultamento che di dolori e sventure. Quali fossero le impressioni di Virginia sarebbe stato difficilissimo giudicare dal suo aspetto: tanto ella aveva ascoltato e tanto rimase anco di [37] poi immota, senza un accento, senza uno sguardo, senza un atto che ne rivelasse l'intimo sentire. E se avesse dovuto dire quali fossero queste sue impressioni, non avrebbe manco saputo ella stessa, poichè le si affollavano intralciate, confuse, poco meno che inestricabili.

Superiore ad ogni altra era una grande compassione per la povera sua madre. Dapprima però la sua era stata come una delusione: la madre, di cui ella non ricordava nulla, di cui non conosceva che la mite fisionomia dall'aria dolorosamente rassegnata, la quale le volgeva un mesto sorriso dal ritratto ch'ella teneva appeso a capoletto come un quadro di Madonna, la madre era per lei qualche cosa di sopraterreno, di superiore a tutte le cose e le passioni del mondo, ed udire parlare di cosa che poteva dirsi fallo di lei, tornava a Virginia quasi una profanazione. Poi tosto la somiglianza del suo coll'affetto di sua madre le destò un più ardente trasporto di simpatia verso la memoria di quell'estinta che tanto aveva sofferto; sentì un subito moto di repulsione verso lo zio che aveva tal dolore inflitto alla povera donna, verso quello zio che pure era stato così buono per lei sempre, e ch'ella s'era avvezza ad amare e venerare come padre. La barriera fra sè ed il giovane ch'essa amava, già sapeva quasi insuperabile, il racconto dello zio le dimostrava che era tale senza rimedio: non aveva ella mai nutrito lusinga di speranze, ma ora più chiaro di prima le appariva l'assoluta impossibilità d'ogni ventura.

Quand'ebbe finito il suo racconto, lo zio le prese fra le sue tuttedue le mani e le disse con accento di amorevolezza infinita:

— Se io non fossi stato assente, Aurora, mi avrebbe confidato l'amor suo, come tu hai fatto or ora del tuo; e sai tu quello che io le avrei detto? «L'amor tuo è una follia: se tu vi resisti potrà esserti un dolore, ma se ti abbandoni ad esso, sarà una colpa. Sul dolore il tempo sparge a poco a poco pur sempre il suo balsamo infallibile, la colpa non si cancella mai più. Tutti nella vita possono trovarsi nella cruda lotta del dovere e della passione: per noi, classe privilegiata, questa lotta può aver luogo più facilmente, in più frequenti occasioni, perchè sono molti più i nostri doveri; e dobbiamo trovare nell'animo nostro tanta forza che basti a tutti i doveri, anche quelli speciali della nostra casta. Una fanciulla del nostro sangue non può sposare un plebeo, non deve dunque amarlo, deve soffocare ad ogni costo l'amore che per esso abbia imprudentemente lasciato nascersi in cuore...»

Virginia interruppe con un'esclamazione, e si levò pallida in volto, risoluta nell'aspetto.

— Come io non isperi nulla di codesto amore, già glie lo affermai, zio; già lo dissi al signor Benda medesimo. Viva o muoia quell'infelice, noi siamo separati per sempre, lo so, non mi ribello a questo decreto del nostro destino, non ripeterò l'errore della mia povera madre.... S'egli vive non le prometto di cancellarmelo dal cuore. Non amerò altri più sulla terra. Ma non lo rivedrò mai. S'egli muore, voglio, zio, vederlo un'ultima volta, dargli un ultimo addio; ed Ella non deve negarmelo.

Il marchese fece un atto che pareva d'assentimento: e la nobil fanciulla con mossa dignitosa e severa partissi; allora osò entrare nello studio del padrone il cameriere, che recava: Padre Bonaventura essere venuto lungo la giornata per parlare al signor marchese che trovavasi assente dal palazzo, essere tornato la sera, ed averlo rinviato i domestici dietro il preciso ordine di S. E. di nemmanco annunziarle chiunque si fosse di persone estranee alla famiglia, aver quindi il gesuita mandato testè una letterina pel marchese che si veniva a presentargli.

Baldissero prese quella lettera e la lesse. Era concepita ne' seguenti termini:

«Eccellenza.

«Un gravissimo motivo mi spinge a domandarle l'onore d'una conferenza con Lei, quanto più presto Ella voglia degnarsi d'accordarmela.

«Si tratta d'un importante scoperta, d'un avvenimento da non credersi, se non ci fossero le prove materiali e palpabili, d'un vero miracolo della divina Provvidenza.

«Esso riguarda un fatto doloroso, pur troppo, della sua famiglia, al quale Iddio volle che ancor io avessi una parte; e per quanto io senta pena e ripugnanza a venirla ad intrattenere di quel funesto argomento, a rievocare fatalissimi ricordi, in presenza della gravità della cosa, sento il debito di farlo.

«Quando V. E. mi abbia inteso, mi perdonerà, e sarà persuasa che altro non mi muove che l'interesse, l'affetto e la reverenza che ho sempre avuta e che ho per la nobile di Lei casa e con cui mi protesto

«Suo Umil.mo e Devot.mo Servo

«Padre Bonaventura
della Compagnia di Gesù

Il marchese, nel leggere queste parole, provò una dolorosa scossa. Qual poteva essere il fatto della sua famiglia a cui aveva partecipato il gesuita, se non quello appunto del quale aveva fino allora discorso alla nipote, e con quanta pena dell'anima, Dio vel dica! E che cosa poteva essere il nuovo avvenimento di cui faceva cenno il frate, il miracolo della Provvidenza ch'egli diceva riguardo a quella funesta storia? Invero doveva pur confessare egli a se stesso che da due giorni tutto in lui e intorno a lui pareva cospirare a far rivivere quelle sanguinose memorie che dopo tanti anni dovevano essere e pensava egli stesso obliterate e sepolte: [38] tutto, il suo pensiero, il suo rinascente rimorso, gli eventi che parevano voler riprodurre per la nipote le tristi vicende avvenute alla sorella. Era dunque veramente la Provvidenza che veniva preparando le cose allo scoppio di qualche nuovo episodio di quel dramma non ancora finito? Ma quale?... Una viva impazienza, un'ansiosa curiosità lo assalse di saper tosto che cosa fosse questo mistero adombratogli dalle parole del frate. Fu sul punto di uscire egli stesso e recarsi senza indugio al convento dei Gesuiti al Carmine; ma si trattenne. Scrisse e mandò a Padre Bonaventura la seguente risposta:

«Il marchese di Baldissero aspetta a casa sua il Reverendo Padre Bonaventura domani alle ore nove della mattina.»

CAPITOLO V.

Quella medesima sera, in cui successero i tristi fatti che abbiamo narrati alla fabbrica dei Benda, Maurilio, ignaro di quelle funeste vicende, avendo sfuggito ogni compagnia, perchè desideroso di rimaner solo col tumulto de' suoi pensieri, col cumulo de' suoi affetti e delle sue passioni, se ne tornava verso il palazzo Baldissero, ora sua dimora, a lento passo, dopo un lungo giro fatto nella parte più solitaria della città, insensibile all'aria frizzante della sera, quando alla cantonata proprio del palazzo medesimo, vide un piccolo essere spiccarsi dalla parete, e ponendoglisi dinanzi dirgli colla voce rauca d'un bambino assiderato dal freddo:

— Giusto Lei che aspettavo; ho una commissione da farle.

Maurilio riconobbe la vocina, la faccia patita ma intelligente, l'occhio vivo e la testa arruffata di Gognino il nipote della Gattona.

— Tu qui? diss'egli assalito di subito da una specie di rincrescimento d'aver perfettamente obliato il suo piccolo protetto. E m'aspettavi?

— Gnor sì. È la nonna che mi ci ha mandato e guai se me ne andavo prima di averla vista e parlatole.

— E come sapevi tu che io sarei venuto qui in questa strada?

— Lo si seppe andando a cercare di Lei al suo antico quartiere, là, dove l'altro dì la mi disse di tante belle cose, quando poi son venuti ad arrestarla.

Maurilio sentì una specie di tenerezza a queste parole del fanciullo.

— Tu non le hai dimenticate le cose ch'io ti dissi? domandò ponendogli con atto affettuoso la mano sul capo.

— Oh no.... non ancora: rispose ingenuamente Gognino.

— È dunque la tua nonna che ti manda in cerca di me a quest'ora?

— Non è mica lei che la vuole: gli è Padre Bonaventura.

— Padre Bonaventura! esclamò Maurilio stupito: che può aver meco da spartire costui?

Il frate era conosciuto in tutta Torino come uno dei più influenti, operosi ed intriganti fra i gesuiti che allora tenevano nella cosa pubblica un'autorità incontestata, a cui nessuno osava pure opporsi: il nostro giovane amico poi conosceva ancora più particolarmente i meriti e le gesta di quel cotale, perchè di lui gli aveva discorso a dovere Giovanni Selva, il quale all'influsso di quel tristo doveva la sua esclusione dalla casa di suo padre.

Alla domanda di Maurilio, Gognino non sapeva far alcuna risposta, e non ne fece, contentandosi a stringersi nelle spalle.

— E dunque, riprese Maurilio, che hai tu da dirmi a nome di codesto Padre Bonaventura?

— Che le ha da parlare di cose d'importanza e di premura che la riguardano.

— Me?

— Gnor sì. E che perciò la aspetta questa sera medesima colaggiù al convento; ed io ci ho ordine dalla nonna di accompagnarla fino dal fra' laico portinaio e non lasciarla finchè non abbia acconsentito a venire.

Il primo impulso di Maurilio fu una viva curiosità di conoscere la ragione di questo appello, cui, per quanto immaginasse non sapeva indovinare: e già era per avviarsi, quando una quasi istintiva diffidenza lo trattenne.

— E s'io non ci volessi andare a trovare quel gesuita? diss'egli al fanciullo, che stava osservandolo con un'aspettazione che pareva quasi ansietà.

— Ah! disse vivamente Gognino con una fiduciosa ingenuità da ragazzo: ci venga per far piacere a me soltanto. Se io non la conduco almanco fino alla portieria del Carmine, dove la mi sta aspettando, la nonna crederà che invece di fare secondo il suo comando, io sono andato a baloccarmi, e me ne dà una famosa strigliatina.

Maurilio sorrise mestamente, e non disse altro più che questa parola:

— Andiamo.

Gognino si mosse camminando zoppo e rattratto pel dolor dei geloni e per l'intirizzimento delle sue piccole membra, e Maurilio gli tenne dietro.

Erano aspettati. La Gattona nel vedersi dinanzi quel giovane, sentì entro il suo inaridito cuore di vecchia ipocrita un certo non so che da potersi quasi dire una emozione; qualche cosa di più che una curiosità la punse di vedere, di esaminare ben bene quell'individuo, e piantandosegli in faccia lo squadrò ben bene coi suoi piccoli occhietti infossati nel suo vecchio ceffo da uccello di rapina coperto di pergamena, mentre con voce lentamente trascinata [39] e più aspra e fessa del solito gli veniva dicendo:

— Sia lodato Dio e la Madonna ch'Ella sia venuta. Avevo paura che la non volesse dar retta alle parole di Gognino. E sarei pure andata io ad aspettarla per la strada; ma una povera vecchia mia pari a questa fredda brezza di notte star ferma impiantata c'è da lasciar subito le sue quattro miserabili ossa. Ho pregato tanto il mio santo protettore e la santissima Vergine che....

A Maurilio lo sguardo fisso, scrutatore della vecchia dava un inesplicabile fastidio, quasi un'irritazione; le parole di lei gli producevano un'impazienza uggiosa; sentiva una più spiccata ripugnanza per quell'essere degradato.

— Eccomi qua: interrupp'egli bruscamente. Se son venuto gli è, perchè non credeste che Luchino avesse mancato di ubbidirvi, chè altrimenti non avrei visto ragione alcuna di rendermi all'invito di Padre Bonaventura, che non mi conosce, ch'io non conosco, e col quale non ho attinenza di sorta.

— Ah! esclamò la vecchia con un'espressione di zelo e d'interesse che ognuno avrebbe detta esagerata: la non si penta d'esser venuta, sa!... Ella volle farmi del bene, a me ed al mio nipotino, e mai non fu carità nessuna così presto e così largamente ricompensata dal Cielo.... Ringrazio la bontà divina che mi volle così presto esaudita nelle mie preghiere.... Questa povera e umile vecchia, questa abbietta creatura volle Iddio fosse stromento de' suoi decreti; e per cagion mia Ella potesse finalmente....

Maurilio ricordò le parole che gli avevan detto Don Venanzio e Giovanni Selva del colloquio avuto da costoro colla vecchia, nel quale essa aveva preso l'impegno di fare fra due giorni importanti rivelazioni sulla nascita di lui; non dubitò punto che gli ambigui detti della Gattona non avessero rapporto a codesto, e impallidito per subita forte emozione si accostò a lei d'un passo e disse con voce tremante:

— Parlerete voi dunque? Potete voi dunque squarciare il mistero, e volete farlo?

— Si calmi: rispose la Gattona indietrandosi: io, come da un pezzo la direzione della mia coscienza, ho posto questo delicato affare nelle mani di quel sant'uomo, di quel perfetto religioso che è Padre Bonaventura. Questi ha desiderato appunto parlarle in proposito, e saprà dirle quello che conviene....

— E dov'è questo Padre Bonaventura? proruppe con impazienza Maurilio. Conducetemi adunque da lui.

Il frate laico si fece innanzi.

— Abbia la bontà di seguirmi, disse, ch'io ho l'ordine di condurla alla cella di lui.

Maurilio non rispose che con un gesto impaziente e vibrato che significava: — Andate, vi seguo.

Il portinaio prese in mano un lanternino acceso e s'avviò seguito dal giovane; la Gattona tenne dietro collo sguardo a quest'ultimo, finchè l'uscio richiudendosi glie ne tolse la vista.

— Non lo avrei mai più immaginato di quella fatta, diss'ella fra sè; chi lo direbbe mai, a vederlo, figliuolo d'una marchesina, com'era quella creatura là che pareva un angioletto, e di un sì bel giovane, chè gli era proprio bellissimo daddovero. Non ci ha punto di rassomiglianza nè coll'uno nè coll'altra, eccetto gli occhi.... Ah sì, quegli occhi son quelli della povera marchesina Aurora, i medesimi che ha eziandio madamigella Virginia. Ora ch'e' mi guardava fiso, ci fu un momento che mi parve proprio di vedere gli occhi di quella buon'anima là quando mi raccomandava appunto il suo bambino....

Diede uno scossone come se assalita da un subito brivido.

— E se restituisco il suo figliuolo alla condizione che gli conviene, la non avrà più da volermene quella benedett'anima là.... E questo figliuolo dovrebbe pure essermi riconoscente della bella maniera.... Ah se avessi potuto menare da me tutto questo affare senza intromissione di Padre Bonaventura, sarebbe pure stato meglio pel mio interesse; ma come farla? Il marchese non mi avrebbe manco dato retta; se avessi minacciato uno scandalo mi avrebbe fors'anco mandato a finire in una casa di custodia questi quattro dì che mi restano, e questo diavolo d'un frate ha in mano tutti i fili della matassa. Lasciamo dunque far da lui; e son certa che qualche cosa in mio vantaggio lo vorrà pur fare.... Andiamo a casa.

Prese Gognino per un braccio e tirandolo seco di mala grazia uscì del portone, che richiuse cautamente dietro di sè.

Intanto Maurilio seguendo i passi della sua guida attraversava un lungo andito appena se illuminato dalla fioca luce d'una lanterna, saliva quattro branche d'una vasta e comoda scala, ed arrivava quasi a capo d'un corridoio all'uscio d'una cella nel quale il frate laico picchiava discretamente colla nocca delle dita.

— Avanti: diceva dall'interno una voce tanto piena di benevolenza che l'avreste detta un'ostentazione.

Il portinaio aprì a mezzo il battente e cacciò dentro la testa.

— Gli è quel giovane ch'Ella aspetta, Reverendo: disse.

— Dio sia lodato! rispose quella voce ancora più compunta. Ch'egli venga.

Il laico si trasse in disparte, con una mano aprì di meglio l'uscio, coll'altra fece invito al giovane di passare e lo confermò colle parole:

— Entri: quello è Padre Bonaventura.

Maurilio entrò, e dietro di lui la porta fu richiusa dal frate portinaio che se ne andò ai fatti suoi. La cella era abbastanza vasta: le pareti, scialbate [40] a calce, bianchissime, senz'altro ornamento; un lettuccio basso in un angolo, sopra di esso appiccati al muro un quadro rappresentante San Luigi Gonzaga, un acquasantino di cristallo, una palma; in faccia al letto un sofà semplicemente impagliato, seggiole compagne intorno, appoggiate alle pareti; presso la finestra, che faceva quasi riscontro alla porta, una tavola coperta d'un tappeto verde, la quale serviva di scrivania; sopra di essa delle carte, un calamaio, una croce piuttosto alta di legno nero inverniciato che si drizzava sopra la base di due scalini, dietro questa croce uno specchietto accortamente posto così che vi si riflettesse la figura di chiunque entrasse nella cella da poterla vedere ed esaminare chi si trovasse seduto alla tavola; presso a questo una piccola scancìa piena di libri.

Padre Bonaventura stava appunto seduto a codesta sua tavola su cui era posta una lampada con una ventola che ne rifletteva giù la luce; così che Maurilio entrando non vide che le spalle larghe del frate e la grossa persona avvolte d'una vestaccia di lana nera. Ma il gesuita diede colla mano un piccol colpo alla ventola della lampada e rialzandola fece correre i raggi della luce, da una parte sulla faccia di chi entrava, dall'altra sullo specchietto appostato dietro la croce. Il nostro giovane che s'avanzava guardando non senza molta curiosità verso il famoso gesuita ancora immobile al suo posto, potè vedere riflesso nello specchietto lo sguardo acuto, investigatore, penetrante che fra' Bonaventura fissava sui lineamenti di lui che gli si dipingevano innanzi. Maurilio fece un sorriso; la ventola s'abbassò di nuovo sulla fiamma della lampada, e il volto del giovane rimase all'oscuro; il frate s'alzò e volse verso il nuovo venuto una faccia piena di benevolenza, di cordialità, di interesse e di bonaria semplicità, espressione di sembianze che era evidentemente preparata e sincera come il complimento di un adulatore.

Tese a Maurilio tuttedue le sue mani bianche, grassotte, morbide e carezzevoli, e disse con quel suo accento di sdolcinata gentilezza:

— Sia Ella il benvenuto nella umil cella del povero frate. Avrei dovuto io stesso recarmi da Lei; ma non sapendo come e dove trovarla per un colloquio segretissimo, quale dev'essere il nostro.... E poi un monaco non può uscire a gironzare la sera. (Mostrò le sue due file di denti a dispetto dell'età ancora bianchissimi e tutti presenti in un sorriso tutto ameno, e soggiunse:) E d'altra parte la cosa premeva e bisognava proprio che di stassera avessi l'onore di avere con esso Lei una conferenza.

Siccome colle sue aveva afferrato le mani grosse e ruvide del giovane, lo trasse per queste sino al sofà e ve lo fece sedere.

— Benchè noi non ci conosciamo affatto, riprese egli a dire, sedendogli presso, noi dobbiamo parlare come due amici, due vecchi amici. La mi permetta di usare con Lei d'una famigliarità che la mia età, il mio carattere, ed anche, come vedrà, le circostanze possono permettermi, e m'ascolti con pazienza ed attenzione.

L'idea di questo colloquio con Maurilio in Padre Bonaventura, ecco di che modo era nata.

Abbiamo visto, come Gognino, tornato presso la nonna dopo l'arresto di Maurilio che aveva interrotto la prima di quelle lezioni che il giovane s'era assunto di dare al povero orfanello, avesse narrato alla vecchia che lo interrogava tutto quello che era successo: le parole dettegli, e che nel bambino erano state meravigliosamente impresse, la seguita invasione degli agenti polizieschi, la perquisizione e l'arresto, coll'episodio del bottone uguale a quello che possedeva la vecchia; ed abbiamo visto che la Gattona aveva creduto di dover tosto affrettarsi a riferir tutto ciò a Padre Bonaventura, dal quale quella mattina medesima, nelle prime ore del giorno, erasi già recata a raccontare l'avventura della sera precedente, l'incontro cioè fatto da Gognino d'un cotale che voleva pagar lei perchè lo lasciasse far da maestro al bambino.

Padre Bonaventura era già stato punto da curiosità molta di sapere chi e che cosa fosse quell'originale di cui s'era fatto lasciare la polizza, da lui stesso data alla Gattona, con sopravi scritto il suo nome e l'indirizzo della sua abitazione. Quando la vecchia venne più tardi a narrargli le cose sopravvenute, il gesuita che non aveva ancora avuto tempo ad occuparsi di quello sconosciuto, vide anzi tutto che egli non aveva giudicato male mettendo quell'individuo in ischiera coi fautori ed apostoli delle novità politiche e sociali, dei liberali amatori e credenti del progresso, amici e patrocinatori dei cosidetti diritti dei popoli e va dicendo: i discorsi tenuti a Gognino e il successivo arresto, col sequestro delle carte, di certo per motivi politici, ne lo chiarivano abbastanza, e il buon Padre Bonaventura si riprometteva di raccomandare egli stesso quel dabbene a cui si dovesse, così bene da farlo torre per un po' di tempo alla propaganda attiva de' suoi detestabili principii avversi (è la formola solita) al trono ed all'altare. Ma quello che soggiunse di poi la Gattona lo interessò ben altrimenti, e senza ch'egli concepisse di botto un definitivo progetto da attuare, intravide però senza indugio, che se fondati fossero i sospetti dalla vecchia manifestatigli alcuna cosa poteva da lui combinarsi che riuscir potesse in vantaggio suo proprio dapprima (cosa che non era da obliarsi nè trascurarsi), in vantaggio della buona causa, quella dell'assolutismo e della Compagnia di Gesù.

I sospetti della Gattona si presentavano con una non disprezzabile apparenza di fondamento. Il nome stesso che quel giovane portava, cui la Luponi medesima aveva scritto su quel suo biglietto, perchè chiunque nelle cui mani capitasse il bambino [41] glie lo lasciasse, nome tutt'altro che comune in queste provincie; il cognome di Nulla, che lasciava supporre in chi io portava, e che probabilmente se l'era dato, la condizione di fanciullo senza famiglia, e l'aver egli un oggetto simile ad uno di quei pochi che erano stati posti come segni di riconoscimento al bambino della marchesina Aurora, erano indizi da tenerne conto; e Padre Bonaventura che aveva avuta tanta parte in quegli avvenimenti della famiglia Baldissero, decise di volere il più sollecitamente possibile appurare la cosa.

Congedata la vecchia colla raccomandazione di attendere, di non fare nulla da sè e di venirgli a riferire poi tosto ogni menoma cosa che in proposito capitasse, o cui ella venisse ulteriormente a scoprire, il gesuita, per prima cosa, pensò recarsi da messer Nariccia, il quale in codesto poteva dare gli elementi più sicuri per formarsi un esatto giudizio, come quello che solo sapeva dove e come fosse stato abbandonato il bambino della infelice vedova di Valpetrosa.

L'usuraio fu assai cauto nelle sue risposte, nè, quantunque molto rimanesse meravigliato alle parole del frate, e fosse colto proprio alla sprovveduta, ci fu verso che si lasciasse sfuggire parola alcuna da cui l'accorto suo interlocutore potesse argomentare o indovinare alcun che di quanto era succeduto dopo che Nariccia col bimbo erasi partito dalla casa in cui la puerpera dolorava in lotta colla morte. Nariccia, senza però dirne ragione veruna, si rimase a dire che egli non credeva punto punto che il giovane di cui si trattava fosse il figliuolo di Valpetrosa, che tuttavia la cosa meritava attenzione, e prima di pigliare un partito e di agire in qualunque senso si fosse, conveniva ben bene appurarla. Il frate, incerto come prima, anzi più di prima, perocchè si fosse ora persuaso che quel tristo di Nariccia aveva in suo potere una parte di segreto che a lui era affatto sconosciuta, uscì di là e risolvette informarsi tosto di quanto riguardava quell'individuo misterioso che si faceva chiamare Maurilio Nulla. A lui siffatta cosa era facilissima per le relazioni che aveva nelle alte sfere governative e per l'ascendente cui su tutti i più cospicui e potenti pubblici funzionari avevano la Compagnia a cui il frate apparteneva e personalmente egli medesimo uno dei maggiorenti di quella temuta e intromettentesi società. Non istette perciò guari ad apprendere gran parte dei fatti, dell'indole e delle tendenze di chi lo interessava. Seppe che Maurilio era appunto un trovatello, come egli aveva supposto, che era stato arrestato come nemico del Governo, che presso di lui s'era sequestrato uno scritto incendiario pieno delle massime più sovversive, ma che rivelavano un gran talento, così che dal Commissario di Polizia al generale dei Carabinieri, da questo al Governatore, dal Governatore al marchese di Baldissero, e dalle mani del marchese era pervenuto niente meno che in quelle stesse del Re.

I Gesuiti furono sempre abbastanza accorti per riconoscere la potenza dell'ingegno, e prima di perseguitarlo nemico a loro ed alla loro causa, hanno sempre cercato di acquistarselo, di arruolarlo nelle proprie schiere, a difesa del loro principii, mercè blandizie, in cui sono maestri, e vantaggi personali con cui sanno comprare, o quanto meno avvolgere le coscienze meno salde ed inconcusse. Di questa guisa essi ottengono due guadagni: tolgono ai nemici una forza e ne accrescono la propria parte. Padre Bonaventura era dei più accorti in codesta caccia al paretaio delle giovani coscienze, e maestro insuperabile di blandizie e di sofismi rincalzati dalle promesse; più intelligenze, nella sua lunga carriera di intrigante politico e domestico, era già riuscito ad inretire. Ei non credeva a profondità di convinzioni che le renda incrollabili. Nei giovani considerava che agisse più la fantasia che il ragionamento, e che le idee liberali seducessero le ardenti intelligenze parte per quello sbarbaglio di generosità onde lucicchiano, parte per sentimento fors'anco inconscio d'ambizione in chi non è nulla e vuol pervenire, d'invidia in chi non ha mezzi di potenza verso chi li ha, il qual sentimento trova uno sfogo nei patrocinio delle idee democratiche e spera un appagamento nel trionfo delle medesime. Credeva che per tutti la corazza della coscienza avesse un giunto per cui penetrare nel lato debole e vincerla; la difficoltà era nello scoprire quel giunto, ed egli, senza troppa superbia, che i fatti glie l'avevano provato più e più volte, poteva dirsi abilissimo a codesto.

Non era forse il caso ora di usare di questa abilità verso quel cotal personaggio che andava in cerca per le vie de' figliuoli del popolo, affine di insinuar loro il catechismo sovversivo delle idee liberali? Se si fosse potuto farne un affigliato, un diffonditore de' buoni principii, che trionfo! E se mai stato egli fosse in vero figliuolo della sorella del marchese, val quanto dire appartenente ad una delle prime, più ricche e più potenti famiglie dello Stato, qual vantaggio maggiore! Però, siccome fra le cose apprese del passato di Maurilio aveva saputo eziandio che egli era rimasto alcun tempo presso il libraio Defasi, col quale egli era in relazione, e cui conosceva il primo onest'uomo del mondo, fra' Bonaventura decise di andare a chiederne a costui, per farsi di quel giovane e del suo valore un più esatto concetto.

Il signor Defasi, se vi ricorda, nel giovane derelitto, cui la Provvidenza gli aveva un giorno menato innanzi privo d'ogni mezzo di sussistenza, aveva posto dapprima la maggiore delle affezioni, e, conosciutone lo straordinario ingegno, una speciale stima eziandio, che di tanto aveva rafforzata la sua benevolenza per lui, da fargli concepire il disegno di dare a quell'orfano senza nome la mano di sua figlia; e Maurilio fino ad un certo tempo aveva corrisposto [42] alla generosità ed all'affetto del suo benefattore con tutto lo zelo e la riconoscenza ond'era capace. Ma di poi, per sua disavventura, era piombato addosso al povero giovane quel suo matto amore per la nobile fanciulla Virginia di Castelletto, e il dominio di questa infelice passione lo aveva mandato ad una stranezza di condotta che il suo buon principale aveva cominciato per compiangere soltanto e per tentare di voler guarire, credendola effetto d'infermità. La sorte che perseguitava il povero trovatello aveva voluto che Nariccia, sapendo Maurilio allogato presso del libraio, si credesse in obbligo di avvertire costui come quel giovane fosse stato per mesi e mesi in carcere sotto l'accusa di un orrendo misfatto, come egli stesso, che aveva avuta la dabbenaggine di prenderlo poi al suo servizio, l'avesse dovuto scacciare di casa sua, perchè aveva avute le prove che quello sciagurato sfacciatamente lo derubava.

Il signor Defasi provò a queste rivelazioni tutta la amarezza d'un disinganno, e non potè fare che il sospetto e la diffidenza non entrassero in lui verso quel giovane che gli era stato ed ancora gli era sì caro, e del quale gli strani contegni da qualche tempo assunti davano ampia ragione ad una poco benevola interpretazione e ad una prudente sorveglianza de' fatti suoi. Avvenne, come udimmo narrato da Maurilio medesimo, che un giorno il libraio trovasse sparito un rotolo di monete d'oro del valore di cinquecento lire ch'egli aveva riposto nel cassetto del suo banco. Interrogatine tutti della famiglia, e niuno sapendone dar ragguaglio di sorta, era inevitabile lo accusare di questa scomparsa colui che tanto era venuto in sospetto, e il quale, per una strana coincidenza, di tutto il giorno, obliando il dover suo, non s'era lasciato vedere a bottega. Maurilio quindi era stato scacciato da quella casa e da quell'impiego, come udimmo narrare da lui medesimo a Giovanni Selva. Ma qual fu la sorpresa, la pena e il rimorso del buon Defasi, quando parecchi mesi di poi, avendo non so per qual guasto da far aggiustare il suo banco, il rotolino delle monete d'oro si trovò in uno stretto spazio fra la rivestitura esteriore e il cassettino che non correva sino al fondo, sdrucciolato colà chi sa per che caso! L'onesto libraio avrebbe dato qualunque cosa per riparare l'avvenuto errore, più ancora per non averlo fatto. Cercò istantemente del giovane; ma egli ne aveva perdute affatto le traccie, e Maurilio, pieno di vergogna, si guardava bene dal farsi vivo per quella famiglia e studiosamente evitava perfino di passare per la strada in cui erano l'abitazione e il fondaco dei Defasi. Il suo antico principale dovette rimanersi ad un inutile rimorso, ma nell'anima di lui generosa, avvenne una tal riazione in favore dell'innocente calunniato ch'egli cessò di prestar fede a tutto quanto riguardo a lui avevagli detto di male messer Nariccia (l'accusa ch'egli stesso gli aveva mossa era effetto d'un deplorabile errore; perchè non sarebbe stato la stessa cosa delle accuse precedenti?); e rinacquero più forti e più vivi l'affetto per quell'infelice, la stima e l'ammirazione per quell'intelligenza superiore di molto a quante intorno a sè Defasi avesse mai conosciute.

Da ciò avvenne che quando Padre Bonaventura fu da lui a chiedere di Maurilio, il libraio ne intessè tale un elogio della mente, del cuore, della volontà, della dottrina, che il gesuita si confermò ancora di meglio nel suo proposito di guadagnare alla buona causa quella valente individualità. Non fosse anche quegli che si sospettava, sarebbe sempre stato per la Compagnia un buon acquisto. La riuscita del tentativo di seduzione il gesuita la vedeva facile, tanto più trattandosi d'un povero abbandonato, senza famiglia, senza sostanze, senza punto avvenire. Chi sa che non lo si potesse indurre a vestire l'abito nero della Compagnia! Egli, conosciuto quel giovane e tastatolo, avrebbe giudicate se conveniva spingere innanzi le indagini intorno alla sua origine, o pur lasciarle nel buio, e si riserbava d'agire a seconda, anche riguardo alle possibilità del contegno che avrebbe assunto il marchese; ma gli avvenimenti camminavano più rapidi e decisi che al gesuita non piacesse, e la Gallona veniva ad informarlo di quanto era occorso fra lei e Don Venanzio e Giovanni Selva, e del meraviglioso fatto che quel giovane già trovavasi in qualità di segretario, introdotto ed albergato nel palazzo medesimo dei Baldissero.

Conveniva prendere sollecita risoluzione. L'intromettersi del virtuoso parroco vivamente rincresceva al frate intrigante. Quegli avrebbe spinto la sua azione sino al compiuto conseguimento della verità; era utile affrettarsi a farsene egli stesso merito ed entrando innanzi a quegli altri agire presso il marchese per cercare di volgere le cose secondo il proprio interesse. Incaricava quindi la Gattona di menargli ad ogni costo innanzi quella sera stessa il giovane, ed egli domandava pel domani udienza al marchese il quale di quel giorno aveva chiusa a tutti la porta del suo studio. Secondo il risultamento del suo colloquio con Maurilio, fra' Bonaventura avrebbe determinato il modo di regolarsi col marchese, i consigli da dargli e la direzione per cui avviare i propositi del medesimo.

Maurilio e il gesuita si trovavano dunque seduti l'uno accosto dell'altro, sul piano impagliato del sofà, nella modesta cella del frate, al dubbio chiarore d'una lampada, i cui raggi erano impediti di espandersi all'intorno da un coprilume. Si osservavano attentamente, quasi cercando cogliersi l'un dell'altro nel volto il segreto pensiero e le intenzioni: di fra' Bonaventura la conoscenza del mondo e degli uomini, l'abilità accresciuta dall'uso continuo, facevano un osservatore acutissimo, il cui sguardo penetrava molto agevolmente entro l'anima di chi [43] gli stava innanzi; Maurilio, dalla diffidenza cui la specialità delle sue condizioni aveva fatta in lui naturale, dal sospetto che gli nasceva spontaneo per la nota volpina falsità del gesuita, dall'altezza medesima del suo ingegno, il quale, quando veramente esista, prova in ogni cosa a cui si applichi, aveva tutti i mezzi onde passare fuor fuori i raggiri e gli inganni del suo interlocutore. Era dunque una lotta fra due capaci e degni campioni; ma sul principio il vantaggio stette da parte del monaco, perchè il pensiero che in quel colloquio egli avrebbe appreso alcuna cosa del suo destino diede al giovane un'emozione, che congiunta a quella cui soleva sempre da principio destargli la sua timidezza in ogni nuovo contatto con altre personalità, arrivò quasi alle proporzioni d'un turbamento.

A Padre Bonaventura la vista di Maurilio fece la medesima impressione che aveva fatta alla vecchia Modestina Luponi.

— Che? disse fra sè. Questi sarebbe il figliuolo della bella marchesina Aurora? Fidatevi ai contrassegni della schiatta! Ecco il discendente di due leggiadre creature dalle più fini forme aristocratiche, al quale una misera vita in mezzo all'ambiente plebeo ha dato tutte le sembianze d'un figliuolo della plebe.

La sua attenzione fu però chiamata dall'intelligente ampiezza della fronte e dalla misteriosa potenza di quegli occhi color del mare e come il mare profondi.

— Oh oh! costà in quel cranio non c'è davvero un cervello di pan bollito e in codesta non bella scatola ossea sta un'anima che non è volgare... Ed a Volontà come stiamo?

Osservò le protuberanze ben disegnate e spiccanti dell'alto della fronte, la quale si drizzava sul viso perpendicolare come il frontone d'un tempio.

— Uhm! soggiunse, non sarà facile fargli cambiar di convinzioni.... Ma avrà egli vere convinzioni?... Speriamo di no.

E mentre lo conduceva, come ho detto, a sedersi presso di lui sul sofà, con aspetto, alti e voce benevolissimi e carezzevoli, il gesuita veniva pensando:

— Egli ha sofferto di molto; se ne vedono le traccie sul volto travagliato e nel corpo che ci ha patito. Deve avere una rabbia maledetta contro il destino che gli è toccato, e una più maledetta smania di ricattarsi coi godimenti.... Se noi gli apriamo il passo alle gioie ed alle soddisfazioni mondane, e gli diciamo: son tue se ci vieni con noi; egli ci si precipiterà senza punto curarsi più qual sia la bandiera che gli faremo sventolare sul capo.... Se non ne faremo un gesuita, potremo farne un gesuitante.... Forse!

Maurilio aveva il respiro impacciato, come preso da un lieve affanno, e più impacciato il labbro che non sapeva trovare parola; il gesuita gli prese di nuovo una mano fra le sue e dissegli più amorevolmente che mai:

— Mio caro amico, caro figliuolo.... La mi permette ch'io la chiami così?... S'immagina Ella qualche poco il motivo che mi ha fatto mandarla a pregare di venire qui?

Maurilio esitò un momento a rispondere: trasse un grosso respiro, come chiamando in suo soccorso il fiato che l'emozione gli impediva di venir liberamente alla gola, tolse dalle mani del gesuita la sua destra fredda come un pezzo di ghiaccio e incrociando le dita delle mani che premeva forte sulle sue ginocchia, rispose poscia con quella sua voce ordinariamente sorda e contenuta, che non aveva vibrazione ed armonia se non quando la potenza di un'idea o di un affetto scuoteva l'intimo esser suo:

— Le parole della nonna di Luchino me ne diedero un sospetto.... Ella vuole parlarmi della famiglia che fu mia e che mi ha rigettato.

— Adagio, disse il gesuita con quel suo accento dolcereccio che gli era abituale, accompagnato da un pari sorriso. Secondo il benedetto uso di tutta la gioventù, Ella galoppa colla fantasia, e le sue supposizioni vanno al di là del vero.

Maurilio diede in un leggero trasalto e volse al frate la sua faccia più turbata e più impallidita di prima.

— Che? interrogò egli: non ha da esser questo l'argomento del nostro colloquio? Non sono io dunque ancora al punto fatale in cui metterò finalmente la mano sul motto dell'enimma che è la mia vita?

— La mi fa due interrogazioni a cui non posso fare la medesima risposta. Alla prima posso dare un'affermativa: sì, noi siamo qui appunto per discorrere amichevolmente di alcune cose, di qualche circostanza che possono influire sulle ulteriori determinazioni da prendersi per parte di certuni cui tale argomento interessa massimamente. Quanto alla seconda interrogazione, se cioè ora Ella possa scoprir tutto ciò che la riguarda, debbo, con mio gran rincrescimento, rispondere che io non ho nè qualità, nè mandato per rivelarle dei segreti che posso conoscere, ma che non m'appartengono....

Maurilio s'alzò di scatto da sedere e girò tutt'intorno alla stanza uno sguardo fra sospettoso e investigatore.

— Che cosa sono dunque venuto a fare qui? Che cose, che circostanze son quelle intorno a cui mi si vuole discorrere, e forse scrutare? Se Ella non può aprirmi il vero, perchè sciupare tuttedue il tempo in inutili parole, che nulla hanno da conchiudere?

Padre Bonaventura tornò a prendere per la mano il giovane, sorridendo più benignamente che mai, lo trasse con dolce violenza a sedere di nuovo presso di lui, e con accento di amorevolezza paterna passando dal Lei a dargli del più domestico Voi, gli disse:

— Oh impazienza giovenile! Le nostre parole hanno tutt'altro che da essere inutili e non conchiudere [44] nulla. E se da loro al contrario avesse da dipendere più questa, o più quella vicenda della vostra sorte?

Maurilio fissò il suo occhio, che in questo momento era oscuro come un cielo abbuiato, e in cui dal fondo delle occhiaie balenavano lampi annunziatori di un'interna tempesta.

Il frate gesuita riprese:

— Voi sapete di già, per le parole sfuggite alla Gattona, che la famiglia a cui forse voi potreste avere alcun diritto di appartenere è una illustre e nobile famiglia.

Il giovane non potè frenare una mossa di soddisfazione, di superbia.

— Ah ah! egli è ambizioso: disse a se stesso Padre Bonaventura, che non cessava di tener il suo sguardo felino fisso sul lineamenti del suo interlocutore. Buono! è questa una presa da poterlo afferrare.

— Or bene, continuava il frate, questa famiglia, troverete ragionevole anche voi, che voglia conoscere qual sia e che cosa pensi quell'individuo il quale si presenta ora fatto e cresciuto per appartenerle.

Maurilio, che era oramai tornato in tutta la calma del suo spirito, chiese con una velata ironia:

— È questo dunque un esame che mi si è chiamato a subire?

— È una conversazione amichevole, come vi ho già detto, in cui, spero che andremo d'accordo.

— E di ciò ha Ella ricevuto incarico da codesta mia famiglia?

— Non vi dico che sia così: rispose gesuiticamente fra' Bonaventura; ma fate come se così fosse.

Il giovane incrociò le braccia al petto in una mossa di superba aspettazione.

— Parli dunque Lei primo, Padre reverendo. Esponga il credo che io dovrei avere, perchè i miei congiunti si risolvessero a fare il loro dovere: quello di riparare ad un infame delitto onde mi fecero vittima. Io le dirò di poi se potrò giurare in quelle verba magistri.

— Ahi! pensò il gesuita: egli è orgoglioso al par di Satana.

Assunse il contegno più umile e più benigno che e' potesse, congiunse le mani, levò gli occhi al soffitto, come per cercare ispirazione dal Cielo e cominciò:

— Quantunque sia la prima volta che noi ci troviamo fronte a fronte, io è già da qualche tempo che ho imparato a conoscervi ed apprezzarvi.

Era una piccola bugia; ma secondo la morale gesuitica l'onestà del fine giustificava agli occhi del frate la lieve colpa del mezzo.

— Che! esclamò Maurilio stupito. Ella mi conosceva?

Padre Bonaventura confermò con un cenno e con un sorriso il suo detto, e continuò:

— Vi conosco, e noi, che c'interessiamo per tutti quelli che hanno un vero valore, che li amiamo più degli altri fratelli nostri in Gesù Cristo, vi seguitiamo con isguardo pieno di cura e di sollecitudine, deplorando le vostre tendenze e pregando Iddio perchè vi guidi sopra sentiero migliore. Voi siete generoso e volete il bene, lo so; ma alla vostra età, colla vita che avete vissuto, non si può scerner ancora con fondamento, quale sia il bene reale del genere umano; non si conoscono tuttavia gli uomini, non si è abbracciato con vista complessiva tutto l'organismo degli ordini sociali, per giudicare che cosa al governo di questi uomini convenga; si va più facilmente dietro a smaglianti chimere che alla meno splendida, ma soda realtà, solo efficace. Anzi per provvidenziale decreto di Dio che vuole l'intelligenza umana riconosca la sua debolezza, quando abbandonata a sè, l'audacia, la temerità giovanile fa scorgere il bene ed il vero nelle strade che nuove sembrano aprirsi allo spirito umano. Si crede un generoso impulso il disconoscere ciò che è insegnato dall'esperienza del passato, dall'autorità della tradizione, ciò che posa sulla base inconcussa della divina rivelazione. Ma voi, da quanto io ho potuto apprendere, avete troppo talento per ostinarvi a chiudere gli occhi alla luce, quando questa vi sia fatta splendere dinanzi....

Maurilio schiuse la bocca ad un suo sorriso pieno di sì fina ironia, che il frate s'interruppe, e mettendo con mossa affettuosa una mano sulle ginocchia del giovane, soggiunse con paterna bonarietà:

— Vedo sulle vostre labbra la punta d'un'obbiezione. Parlate, parlate pure liberamente, chè qui siamo per leggerci a vicenda l'uno dell'altro nell'anima.

— Vuole sapere la ragione del mio sorriso? Eccola. Ella vuole farmi brillare dinanzi la luce: ma che luce è dessa quella che il suo partito e la sua scuola sono disposti a concedere ai miseri mortali? Poichè Ella stessa m'invita alla franchezza, dirò che credo loro intendimento e loro compito la luce del vero misurarla con tanta parsimonia all'uomo che egli trovisi nelle tenebre, costretto a seguire ciecamente per guida i loro consigli e voleri....

— Se questi voleri e consigli lo hanno da guidare al bene ed alla maggior possibile felicità, interruppe con qualche calore il gesuita, non vi pare opera buona e doverosa il fare che primeggino ed ottengano? Io non contesto quanto voi avete detto, e non vi accuso di attribuirci concetti che non sono i nostri. Vi ho detto che fra di noi doveva esserci un'assoluta franchezza. Sì, noi vogliamo misurare la luce: ma quando una pupilla non è capace di sostenere che una data quantità di chiarore, è prudenza, è carità, è dovere il non dargliene appunto che a quel grado....

— E chi li fa giudici di questa misura?

— Il nostro santo ministero medesimo.

[45] — No: l'interesse d'una casta, che da quello scuriccio ottiene l'opportunità e la sicurezza di dominare.

— Sia; ma dominando spinge al vero bene l'umanità.

— La coscienza umana ha acquistato un altro concetto del suo bene, vuole un altro mezzo di arrivarlo: la libertà.

— Parola ingannatrice! È lo scisma, è l'eresia. In essa appiattasi la facoltà di fare il male.... Nel mondo, facciasi checchè si voglia, vi saranno sempre due classi d'uomini: quelli che sanno, che pensano, che hanno il talento e i mezzi d'istruirsi e di conoscere, e quelli che sono condannati a vivere nell'ignoranza: i primi sono i pochi, i secondi sono i molti. Chi può negare che a quelli non appartenga il diritto, anzi il dovere di guidare gli altri, precisamente come ai genitori quello di dirigere i loro figliuoli bambini?

Maurilio scosse il capo ed accennò parlare.

— Dite, dite pure: s'affrettò a sclamare il frate interrompendosi.

— Sì è vero, così parlò Maurilio, l'umanità fu divisa, è divisa ancora in due parti: dei pochi che sanno e che possedono, dei molti che non hanno ed ignorano. Ai primi tutte le distinzioni, tutti i gaudii sociali; ai secondi nulla. Ah! loro non suppongono neppure quali sieno le sofferenze di questa immensa turba di diseredati nella civiltà, quanta sia e dolorosa la cancrena della miseria e dell'ignoranza nella plebe. Io lo so che ho vissuto in mezzo ad essa; io lo so che quelle sofferenze ho provate. E se là in mezzo cadde un'anima più sensitiva, una intelligenza più sveglia, me lo creda, Padre, i tormenti morali saranno peggiori e più crudeli ancora dei materiali.

— Voi mi cercate delle eccezioni; disse il gesuita colla medesima benignità di sorriso e di voce, ma tuttavia con un accento in cui faceva capolino una lieve impazienza della contraddizione. Sui cento mila ve ne sarà uno capace di sentire quei tormenti morali che voi dite. E poi non è vero che ad una eletta intelligenza, caduta per azzardo nelle basse sfere sociali, sia assolutamente chiuso il cammino. La società è abbastanza bene organata perchè sappia e possa giovarsi di tutte le potenti individualità che Iddio mandi al genere umano, in qualunque classe piaccia al suo alto senno farla nascere. La monarchia, dalla quale abbiamo la fortuna e l'onore d'esser retti, non sa ella cercare e scegliere i suoi zelanti servitori anche tra le più infime famiglie per innalzarli ai primi gradi e favorirli di titoli, di ricchezze e di onori? E la Chiesa? Non è dessa una madre amorosa che, senza riguardo ai privilegi di nascita, innalza tutti coloro che se lo meritano, ai più eminenti seggi della sua gerarchia? Quanti dalle più umili condizioni non salirono essi fino al più allo fastigio, ad una grandezza «ch'era follia sperar?» Voi sapete troppo le storie perchè io perda il tempo a citarvene degli esempi.

— Queste si ch'Ella mi cita: interruppe Maurilio con vivacità; queste sono eccezioni. Ma la cosa non va riguardata dal lato dell'individualità, sibbene dal lato delle masse. Poco importa che di quando in quando, uno della plebe rompa il cerchio fatale che costringe nella miseria e nell'ignoranza tutti i suoi compagni, e si spinga anco fino alle splendide aure del potere. Gli è tutta quella classe infelice che dev'essere redenta dalla fame, dalla superstizione, dall'errore. Il progresso umano sta tutto in ciò, che anche ai molti s'acquisti una sempre maggior quantità di beni intellettuali ed economici...

Fu con decisa impazienza, questa volta, che Padre Bonaventura esclamò:

— Il progresso! il progresso!... Davvero che me l'aspettavo questa parola.... La è sempre in bocca dei moderni novatori.... È un'assurda teoria che prende l'uomo alla rovescia. Voi vedete nell'avvenire quello stato di perfezione che fu nel passato prima della caduta dell'uomo; e sperate superbamente arrivarlo, colle vostre misere e spesso empie pseudo-conquiste della scienza. Tutto il progresso umano è contenuto nella rivelazione. Fuori di li sono illusioni superbe e tenebre.

— Scusi. Il progresso è la legge che comanda a tutte le cose dell'universo. Tutto progredisce, perchè tutto si muove, e muovendosi si muta, e mutandosi sarebbe fare un oltraggio alla sapienza di Dio il dire che non migliori. Guardi la storia medesima della terra, le successive creazioni delle successive epoche cui ha percorso la vita del nostro globo, e vedrà un continuo sforzo evidente della natura a raggiungere ed estrinsecare sempre più perfette e più nobili forme e più intelligenti creature, finchè arriva all'uomo.

Il gesuita, con quel suo atto di affettuosa domestichezza, pose di nuovo la mano sul ginocchio del giovane.

— Non perdiamoci in così vasto ambito di considerazioni: diss'egli col suo solito sorriso; e restringiamoci al nostro caso particolare. Comprendo che voi, caro figliuolo, appartenendo finora di fatto a quella classe che voi chiamate dei diseredati, voleste e vi proponeste di tentare — usando sempre le vostre espressioni — la redenzione della medesima, per ottenere con quella la vostra esaltazione...

Maurilio scosse il capo, come per protestare che quello non era stato mai suo proposito; ma fra' Bonaventura, o non vide, o fe' mostra di non vedere, e continuò:

— Avevate torto, perchè, sentendo ed apprezzando il valor vostro, dovevate dirvi che eravate della razza degli uccelli dall'alto volo e non di quella destinata a chiocciare nel fangoso suolo del pollaio; e quindi, senza cercare di levare ad un volo impossibile i vostri compagni senz'ali, dovevate [46] pensare ad imbrancarvi voi alla schiera de' pennuti e slanciarvi nelle serene aure del cielo....

— Oh come poterlo? Non seppe tanto frenarsi Maurilio che non interrompesse. Ma tutto intorno abbiamo una fitta grata che ce lo contende.

— Per chi non sa scegliere l'acconcio modo d'uscita: ribattè lesto il frate. Se voi aveste saputo cercare validi protettori: se foste venuto, per esempio, a picchiare alle porte di questo convento. L'umile tonaca che mi vedete addosso avrebbe potuto aprirvi meglio d'ogni vostra audacia di pensiero e d'azioni, il cammino. La predicazione, l'insegnamento, la composizione di buoni libri, la paterna protezione della nostra Compagnia vi avrebbero scorto anche ad una cattedra vescovile. Ma, come dicevo, comprendo che per l'addietro queste idee non sieno nate in voi; ora però, se voi uscite da quella sfera in cui foste relegato finora, se voi arrivate in più felice lido e ponete il piede in più splendida regione, spero che troverete anche voi opportuno, che sentirete anzi il bisogno di cambiare opinioni e parere, che vedrete con diverso aspetto le cose del mondo, appunto perchè le esaminerete da un altro punto di mira, che riconoscerete in voi l'obbligo di difendere quegli ordini religiosi, politici e sociali che volevate, ed avevate anzi già cominciato assalire; che vi giudicherete della parte dei pochi illuminati a cui è affidata la guida del gregge umano, e invece di osteggiare e rendere difficile l'opera loro, vorrete aiutarla.

Padre Bonaventura tacque un momento, come per lasciar agio al giovane di manifestare il suo pensiero; ma il nostro eroe, immobile, colle braccia incrociate sul petto, non aprì bocca e stette aspettando la conclusione con uno sguardo che sfavillava vivissimo nel fondo delle occhiaie, dalle sue pupille color del mare.

Il gesuita s'ingannò sulla significazione di quello sguardo: credette scorgervi la cupidigia dell'ambizione, e riprese a dire con più calore:

— A quali destini possiate arrivare, lo lascio pensare a voi. Colla protezione d'una famiglia potente, col favore dell'aristocrazia, coll'appoggio di noi, lo strenuo, eloquente, ispirato difensore dei buoni principii otterrà quello che vuole.

Gli strinse come prima, ma più forte, il ginocchio, e tendendogli l'altra mano dinanzi, come per mostrargli nella penombra della stanza le cose che stava per evocare all'immaginazione del giovane, soggiunse col tono di perorazione d'un buon predicatore:

— Nella vita secolare le prime cariche dello Stato, tutte le distinzioni, tutti gli onori, tutto il potere; e nel clericato, se mai Dio vi fosse così benigno da ispirarvi a vestire l'abito del nostro ordine, i primi gradi, le infule vescovili e forse forse....

Abbassò la voce:

— Anche la tiara!... Sisto V era meno di te, figliuol mio!

Maurilio aveva sulle labbra un sogghigno pieno di tanta ironia, che fra' Bonaventura, vedendolo, agghiacciò di subito. Levò vivamente la sua mano dal ginocchio del giovane, spense il suo rettorico entusiasmo, e si tirò indietro sul sofà, quasi con moto di sgomento improvviso.

Il giovane sorse in piedi con tutta freddezza, e disse lentamente:

— Io non sono punto ambizioso. Nelle mie sofferenze ho sentito le sofferenze di tutta una classe: non aspiro al mio solo vantaggio: voglio lavorare per quello di tutti gl'infelici, per quello in conseguenza di tutto l'umano consorzio, della civiltà. O che ha ella creduto la famiglia — ch'io non so se giungerò mai a chiamare mia — ha creduto potermi imporre una condizione per compir essa il dovere che le incombe di riconoscermi? Ed una scellerata condizione, qual è quella di rinnegare le mie opinioni, di mutare dall'oggi al domani convinzioni e credenze, cui non il particolare interesse, glie lo giuro, ma l'apprezzamento del vero, ma la matura riflessione del mio intelletto mi ha ispirate? La s'è ingannata; la s'inganna ancor Ella, Padre, nel credermi capace di ciò. Fosse anche una madre che mi tendesse le braccia a questi patti, io sarei disposto a farle la nobile risposta di D'Alembert.

Il gesuita s'alzò egli pure. La sua faccia smise ad un tratto ogni espressione di benignità per assumerne una di riserbata freddezza: aveva capito che ogni ulteriore insistenza sarebbe stata inutile, che quella volontà non si smoveva nè per blandizie, nè per offerte; pensò un momento ricorrere alle minaccie e ne fece un lieve tentativo.

— Ella dunque, disse tornando a più cerimoniose forme di discorso, è un nemico sfidato della Chiesa e del Trono, e vorrebbe combattere queste due istituzioni sacrosante in qualunque condizione si trovasse?

— No: rispose con forza Maurilio protestando. Non penso che la Chiesa e il Trono sieno ostacoli assoluti al progresso che vagheggio; spero quindi che anche con essi possa il vantaggio delle plebi ottenersi. Sono forme anche quelle istituzioni, e col moto del tempo ancor esse debbono modificarsi. Credo che le si salveranno appunto modificandosi, secondo il progresso sociale.

— Niente affatto. Chi le vuol toccare, vuol farle perire. Le sono come la nostra benemerita Compagnia: e il motto che si disse di noi, deve applicarsi anche a quelle istituzioni che noi colle nostre deboli forze difendiamo: sint ut sunt aut non sint.... E saranno! Portae inferi non praevalebunt. Crede Ella che le si lasceranno assalire dalle temerità dei novatori moderni, senza difendersi e senza riagire? Hanno dalla parte loro il comando, l'autorità, la forza sociale, la parola di Dio, val quanto dire la verità e la potenza. Le temerarie idee e i loro più temerarii profeti rimarranno schiacciati.

Maurilio sollevò la sua vasta fronte intelligente.

[47] — I profeti, sia; può essere: esclamò egli, e questa volta la sua voce vibrava coll'emozione ond'è dominato l'uomo il quale bandisce una coraggiosa verità contrastata: ma le idee no. Soffocate per qualche tempo soltanto, esse non muoiono, per dolori e tormenti di coloro che le patrocinano non rinunziano, nel sangue anche dei loro proclamatori non si spengono. Aspettano: si nascondono forse, ripostamente serpeggiano fuor dell'arrivo delle polizie e delle predicazioni e della propaganda del clero; e un bel dì sorgono in uno scoppio che è un trionfo, padrone del campo, dominatrici del mondo. Guardi nella storia del passato, e vedrà sempre essere avvenuto così, cominciando dalla più grande delle idee, dall'idea cristiana....

— Ah! Ella bestemmia! Oserebbe paragonare le temerità delle malvagie passioni demagogiche alle sacrosante cose della divina nostra religione?

— Anche le idee del Cristo erano temerità demagogiche pei gaudenti del mondo pagano.... Io sono un nulla nel mondo; ma tutte le mie poche forze ho consecrato al servizio di certi principii a cui ho dato irrevocabilmente l'acquiescenza dell'animo mio e il consentimento del mio pensiero; e quali che sieno le seduzioni onde mi si voglia allettare, qualunque le minaccie che mi si facciano trasparire, non muterò, se Dio mi assiste, per tutta la vita. Ho pensato sempre a quel momento che mi pareva pure impossibile, in cui la mia famiglia potrebbe riaprirsi per me, che ne fui, non so per qual cagione, spietatamente reietto, ed ho sperato parecchie volte eziandio, glie lo confesso, che questa famiglia potrebbe non essere nè spregevole, nè disonorata, avrei dato qualunque cosa per giungere a questo risultamento; mi dicevo che non la menoma recriminazione, non il menomo lamento avrei mosso contro quella barbarie che mi ha condannato al supplizio di tanti anni di miserabil vita, di disprezzata condizione; ma non avrei creduto mai che questa famiglia volesse ancora impormi un sacrifizio cui non posso e non debbo sopportare: quello della coscienza, quello di ciò che l'uomo ha di più sacro, le proprie convinzioni. Se codesto pretende da me, le dica, signore, che preferisco rimanermi nell'oscurità del mio nulla.

S'avviò per andarsene; il gesuita non lo trattenne; prese anzi la lampada e gli fece lume fino al cominciar delle scale, dove, appena chiamato, venne il frate laico per guidar fuor del convento il visitatore.

— Addio: gli disse Padre Bonaventura. Non dispero che veniale a migliori pensamenti. Se mai crederete d'aver qualche cosa da dirmi poi, se vi sentirete in migliori disposizioni, venite a trovarmi....

Maurilio fece risolutamente un segno negativo, come per dire che non sarebbe venuto mai. Il gesuita mandò un sospiro.

— Dio vi guidi ed illumini! Colla vostra famiglia, se pur sono veri i sospetti che se ne hanno, se la Provvidenza vuole porvi in presenza di lei, tratterete voi medesimo senza intermezzo; io ho fatto quello che ho creduto bene per tutti, e mio dovere.

Rientrò nella sua cella, e intanto pensava:

— Se non ci fosse immischiato quello stupido di un onest'uomo che è Don Venanzio, il meglio sarebbe lasciar tutto ignorare al marchese e trovar modo di fare sparire ogni traccia.... Ciò non potendo più oramai, è meglio svelare io stesso la verità al marchese e disporlo in guisa che stimi dover suo non riconoscere il figliuolo di sua sorella.

CAPITOLO VI.

Battevano appena le nove quando il padre gesuita presentavasi al palazzo Baldissero e veniva tosto introdotto presso il marchese, il quale, dopo una notte insonne, stava ansiosamente aspettandolo. Invitato a parlare sollecitamente, fra' Bonaventura incominciò, con aria compunta e mani al petto intrecciate, un lungo esordio sulle vie imperscrutabili della Provvidenza, cui il marchese finì per interrompere:

— Scusi.... Il fatto, a cui Ella fece allusione nella sua lettera di ier sera, è desso la trista avventura della fu mia povera sorella?

— Eccellenza sì: rispose il frate inchinandosi.

— Le confesso che molto mi punge la sollecitudine di sapere qual cosa mai, dopo tanto tempo, possa avvenire che abbia ancora attinenza a quelle disgraziate vicende. La prego dirmi senza ambagi, senza indugi e senza circonlocuzioni ciò di che si tratta.

Il gesuita fece col capo un segno di umile assentimento, ed abbassando la voce ed accostando vieppiù la sua seggiola alla poltrona in cui stava il marchese, come se avesse voluto che manco l'aria potesse cogliere le parole che stava per pronunziare, disse:

— Il figliuolo, frutto di quel condannato matrimonio, fu creduto dalla marchesina Aurora, e da Lei medesima, signor marchese, morisse pochi giorni dopo la sua nascita.

Baldissero si riscosse in violento, ma tosto frenato sussulto; il suo sguardo s'affondò negli occhi del gesuita che teneva la placida faccia tonda a pochi centimetri dalle orecchie del marchese.

— Così affermarono, e con giuramento, diss'egli pesando sulle parole, coloro che assistettero in quella circostanza mia sorella: Nariccia, la cameriera Modestina... e Lei stessa, Padre Bonaventura.

Questi fece comparire sulle sue labbra rubiconde un sorriso tutto amenità, levò la destra bianca e grassotta in un atto di mite protesta e scotendo negativamente il capo, soggiunse con una cortese vivacità d'accento:

[48] — Perdoni, perdoni.... Io no!... Io non contraddissi le parole degli altri.... Ecco tutto!

— Le confermò col suo silenzio.

— La permetta.... Il silenzio non conferma nulla.

Il marchese, con moto vivace, rivolse la poltrona e se stesso verso il suo interlocutore così da rimanere con lui proprio faccia a faccia.

— Quel bambino non morì dunque allora, in fascie?

Bonaventura scosse gravemente la testa.

— No, signor marchese.

— E perchè fu detto morisse?

— Perchè tale fu la volontà, tale il comando di S. E. il marchese, padre di V. E.

Baldissero si trasse indietro nella sua poltrona, impallidì leggermente, e mandando un'esclamazione, interruppe con tono quasi di minacciosa ammonizione:

— Badi bene!...

Ma il gesuita riprendendo con qualche calore:

— Di tutto quel che dico ho sempre buone prove per dimostrarne la verità. Tengo delle lettere che scrisse a me stesso su tal proposito S. E.; esistono testimonii Nariccia e la Gattona, e quando a Lei non sembrino guarentigia sufficiente di sincerità, il mio carattere, la mia parola....

Il marchese fece bruscamente un atto che voleva significare la sua piena fiducia nelle parole del gesuita.

— E di quel fanciullo adunque, domandò impazientemente, che cosa avvenne?

Padre Bonaventura narrò ciò che noi già sappiamo: Nariccia specialmente incaricato di ciò dal vecchio marchese averlo seco portato un giorno, nè alcun altro di quelli che stavano intorno alla vedova di Maurilio aver saputo mai che cosa ne avesse fatto.

Sulla nobil faccia del marchese si dipinse l'espressione di un acuto dolore, d'una penosa vergogna. Che cosa non avrebb'egli dato, perchè non si fosse potuto accagionar mai di simil fatto suo padre! Pose la fronte sulla palma della sua mano e stette un istante impensierito, poi vivamente impugnò la nappa in cui finiva il cordone del campanello che pendeva presso al luogo dov'egli sedeva e diede una forte tirata: un lacchè si presentò sollecito all'uscio.

— Si corra tosto in casa di Nariccia: comandò egli: e gli si dica di venir qui, subito, senza il menomo indugio.

Il domestico sparì con una premura che era indizio di quella colla quale avrebbe eseguita la commissione.

Baldissero si volse di nuovo al gesuita.

— E come, dissegli con accento di rampogna, potè Ella prender parte a questo crudele inganno?

— Io non vi ho preso parte diretta, rispose colla sua melliflua parlantina padre Bonaventura: mi sono rimasto a non dissentire. Ho considerato d'altronde la specialità delle circostanze che permetteva, che consigliava una specialità di propositi. L'interesse e la pace di una nobile stirpe come la sua, signor marchese, sono cose di tal rilievo che ad ottenerle si può e si deve anco ammettere delle eccezioni a qualche regola generale. Io sapeva d'altronde che la generosità del fu signor marchese non avrebbe mancato di provvedere alla sorte futura di quel bambino, e credo infatti che così abbia egli voluto fare e le circostanze soltanto abbiano impedito che le sue intenzioni avessero effetto....

Il marchese, che ascoltava non senza qualche impazienza i gesuiteschi avvolgimenti di parole del frate, interruppe bruscamente a questo punto, venendo la sua attenzione richiamata all'argomento principale e più interessante.

— Ella dunque sa qualche cosa dell'ulteriore destino di quell'infelice?

— Allora io non ne seppi più nulla, nè di poi cercai mai di saperne, o cosa alcuna venne a mia conoscenza a questo riguardo.... Ma ora finalmente....

— Finalmente? interruppe con accento d'ansiosa interrogazione il fratello della povera defunta Aurora: quel fanciullo vive?

Padre Bonaventura fece un cenno affermativo.

— Ella lo conosce?

— Signor sì.

— Dov'è?

Il gesuita si curvò ancora di più verso il marchese, abbassò ancora più la voce e rispose:

— Qui nello stesso suo palazzo.

Il marchese afferrò una delle mani del frate e gliela strinse forte.

— Si spieghi, la prego: disse con voce vibrata, in cui più che una preghiera era un comando.

Padre Bonaventura narrò quanto aveva appreso dalla Gattona, la circostanza de' contrassegni, l'intromissione di Don Venanzio e va dicendo quello che noi sappiamo già.

Il marchese ascoltò tutto ciò con un'agitazione ed un turbamento cui non cercò in modo nessuno di dissimulare: quando il frate ebbe finito, rimase un istante immobile, il capo chino, come senza volontà e senza consiglio. Ancor egli vedeva in questo succedersi e combinarsi d'avvenimenti la mano della Provvidenza, che voleva riparato un tale delitto, e si veniva chiedendo che cosa gli toccasse di fare in presenza di cotali circostanze. Il gesuita che indovinava ciò che si passava nell'animo di lui, disse col suo accento e co' suoi modi insinuanti:

— Sì, qui è innegabile il Dito di Dio che ha voluto trarle innanzi a Lei quel disgraziato giovane, perchè Ella lo salvasse.

— Qui!... qui stesso!... esclamò allora il marchese rompendo il silenzio. Come un estraneo, come un poveretto sono io stesso che l'ho introdotto nella casa di sua madre! Oh poichè Iddio lo volle fare in questo modo rientrare sotto questo [49] tetto, gli è perchè ci rimanesse come a suo posto....

Era la naturale generosità del marchese che si manifestava nel suo primo impulso; ma l'interruppe l'accortezza delle convenienze che parlò colla voce melliflua del gesuita.

— Guardiamoci di non interpretare malamente i disegni di Quel di lassù. Certo a riguardo di questo giovane qualche cosa ha da farsi, ma che sia questo qualche cosa, converrà deciderlo con matura e ponderata riflessione.

— Gli furon tolti famiglia e nome: disse con vivacità il marchese: bisogna rendergli e il nome e la famiglia.

— Sta bene; ma prima bisogna chiarirsi di quale condizione egli sia degno. V. E. sa meglio di me che se alcuno vien messo in posto a cui non sia acconcio, ad altro non riesce che a far male per sè e per altrui. Ella di certo ha qualche obbligo verso quel giovane, quantunque cotali obblighi non sia un fatto suo ad averglieli dati: ma doveri ben maggiori e più importanti V. E. ha eziandio verso la dignità della sua famiglia, verso la causa del bene, verso la patria, verso la società. Ora l'alto suo senno deve accordare così l'adempimento di questi doveri, che soddisfacendo agli uni non riesca a ledere gli altri. Badi bene, signor marchese, che volendo restituire alla sua famiglia un rampollo il quale in realtà non le appartiene che per indiretto legame, Ella non faccia poi capo ad altro che a dare al suo lignaggio il disdoro d'un nemico dell'ordine, della religione e della monarchia, ed a porre questo nemico in condizioni appunto da poter di meglio nuocere a quelle sacrosante cose cui osteggia.

— Che sa Ella del come questo giovane pensa e ragiona? domandò il marchese non senza qualche meraviglia.

— Ho creduto dovermi informare appuntino dell'essere morale e intellettivo di quell'individuo, prima di fare il menomo passo presso V. E. a questo proposito. Ho sentito che tale era il dovere di me che avevo avuta la parte ch'Ella sa in quei funesti avvenimenti, dovere accresciutomi ancora dal mio lungo ossequio devotissimo alla sua illustre famiglia, dal mio stesso sacro carattere di sacerdote. Ho dunque voluto appurare da me stesso chi e che cosa fosse quel giovane; trovai modo d'averlo a me, lo scrutai con attento esame e ne conchiusi che in esso vi era un demagogo incorreggibile, un invasato senza più rimedio dall'iniquissimo spirito rivoluzionario che è lo spirito del male.

— Ha tanto talento! esclamò quasi involontariamente il marchese.

— Sì; soggiunse con calore Padre Bonaventura, ed è perciò tanto più pericoloso. A questa capacità volta al male, vorrebbe Ella dare i mezzi di far più male?

— Tornato nelle condizioni normali della sua vera esistenza; riparata la grande ingiustizia che fu commessa a suo riguardo, si calmerà l'irritazione dell'anima sua e quella mente acuta potrà scorgere il vero.

— Non lo speri: interruppe con maggior vivacità il gesuita. Se la mia esperienza m'abbia posto in grado di conoscere gli uomini, e se grazie al Signore io possedo una certa abilità nel penetrare a prima veduta entro l'animo di chi mi parla, e leggerne l'indole sulle sembianze e sui cambiamenti della fisionomia, Ella lo sa.

Il marchese fece un sorriso ed un cenno del capo ad accennare che era affatto conscio di tale prerogativa del frate.

— Ebbene, questi continuava, io ho parlato per un'ora con quel cotale, più che non mi occorra a scoprire l'intimo pensiero, anche di chi voglia celarmelo — e le assicuro che quel giovane non vuole per nulla nè sarebbe capace ad infingersi — e l'ho definitivamente giudicato. È una di quelle nature ferme e tenaci che s'abbrancano ad un'idea come l'ostrica allo scoglio, che vivono di essa, che non vogliono e non possono separarsene, e piuttosto morrebbero. Di quel legno si fanno i fanatici d'ogni razza ed i martiri. Guidato sulla buona via, sarebbe stato un valente campione per noi. Ora è troppo tardi: l'albero si è già malamente piegato e più non si drizza; piuttosto si rompe.

Il marchese fissò in volto il gesuita con quel suo sguardo nobile e dignitoso e disse lentamente:

— In conclusione, che cosa crede Ella, Padre, che si debba fare?

— Lasciargli ignorare quello che ignorò fin adesso.... e ch'egli, se noi vogliamo, non avrà nessun mezzo di scoprir mai, fargli offrire un'acconcia somma che gli costituisca una discreta ricchezza perchè si allontani e corra in quelle terre laggiù oltre l'Atlantico, dove pare si siano dato ritrovo tutte le pazzie umane, e dove gli è proprio anche per lui il suo posto.

La coscienza del marchese si ribellò di botto a quest'iniqua proposta.

— Come! esclamò egli. Io lo defrauderei un'altra volta del suo diritto, dell'esser suo? Egli è figliuolo legittimo d'un legittimo matrimonio: questa è la sacrosanta verità che si ha l'obbligo di riconoscere.

Padre Bonaventura, colla mossa che gli era solita, levò in alto la sua mano bianca come quella d'una signora.

— Conviene distinguere: disse colla maggiore unzione del suo accento dolcereccio. Se si trattasse di caso vergine, non ancora pregiudicato in nissun modo, V. E. avrebbe forse compiuta ragione. Io non voglio con ciò muovere il menomo rimprovero alla venerata memoria di suo padre, l'illustre signor marchese; egli a prendere la determinazione che fu la sua ebbe valevoli e imperiosi motivi che debbono tenerci ben ben lontani dal condannarlo....

Baldissero fece vivamente un atto, con cui voleva [50] significare ch'egli si guardava dal condannare suo padre.

— Ma però ammetto, continuava il gesuita, che Ella, trovandosi in quelle medesime circostanze potesse, e credesse anzi suo dovere, adottare altra risoluzione. Ora noi siamo dinanzi ad una condizione di cose affatto diversa. L'ingiustizia — chiamiamola pure con questo nome severo — fu commessa: sono venticinque anni oramai che la è cosa compiuta, e quell'individuo si è adattato alle condizioni in cui fu posto, venne su colla natura informata a quell'ambiente, coll'essere costituito di quegli elementi. Ho già avuto l'onore di dirle qual egli sia pur troppo; e le ripeto che torlo ad un tratto a quelle sue condizioni per trabalzarlo in altre a cui non è acconcio per nulla, riesce evidentemente un far male a lui, un creare un pericolo alla società. Che gli si migliori la sorte: questo sì, a ciò credo egli abbia qualche diritto, ma pretendere di più non lo può neppure quel giovane il quale, in fin dei conti, non ha nessun mezzo sicuro e legale di venire alla scoperta mai de' suoi parenti, cui basta il silenzio della Gattona, la quale non ha ancora parlato, e di Nariccia che non parlerà se non si vuole, per lasciar sempre nelle più dense tenebre intorno alla sua origine, il quale ci viene innanzi con indizi fortissimi di essere quello che pensammo finora perduto per sempre, ma non ce ne porge però delle prove sicure ed irrefragabili. Chi o qual cosa ne può togliere il dubbio che quegli oggetti, per un caso qualunque, e mille ce ne possono essere stati, non sieno caduti in potere d'un altro? Come rimaner proprio certi che il bambino trovato in mezzo di una strada a Torino sia proprio quello nato in una villa presso Milano? E non deve metterci in sospetto la differenza delle epoche fra la nascita e il rinvenimento, che sarebbe accaduto un anno dopo? Sono tutte questioni, pare a me, che ci debbono fare riguardosi e di molto. Come vorrebbe Ella risuscitare tutto quel tristo passato, richiamare l'attenzione del mondo sopra un sì doloroso episodio della sua famiglia ora compiutamente posto in oblìo per chiamare a condizione di cui non è degno un cotale cui nulla mai potrà provare sia davvero l'individuo supposto?

Il marchese stette alquanto pensoso, evidentemente impressionato da queste parole.

— Prima di decidere se questi dubbi ch'Ella accenna con giusto criterio sieno risolubili o no, converrà parlare con messer Nariccia. Egli ci potrà chiarire di molte cose, e forse dalle sue rivelazioni sorgerà alla nostra mente l'evidenza.... Ma, appunto; nessuno ancora ritorna a darmi conto della imbasciata fatta a Nariccia.

Tese la mano per afferrare il cordone del campanello, ma in quel punto medesimo l'uscio s'aprì vivamente e il cameriere del marchese, così concitato che aveva perfino trascurato di chieder licenza d'entrare, si precipitò nella camera con aspetto turbatissimo e quasi sgomento.

— Volevo suonare, appunto per voi: disse il marchese prima che il servo aprisse bocca. Si fu da Nariccia?

— Sì.... sì signore: rispose l'altro con voce che tremava. Ci fui io stesso.... Ah! Eccellenza, se sapesse!...

Il marchese notò allora il turbamento del domestico.

— Ebbene?... Che avvenne?... Ce l'avete trovato?

— Il povero signor Nariccia questa notte fu barbaramente assassinato.

Baldissero e fra' Bonaventura sorsero di scatto da sedere. — Assassinato! esclamarono essi. Morto?

— No.... Pare ch'e' non sia morto del tutto, per ora, ma gli è poco meno. Non ha cognizione, non può più parlare, ed ho udito che i medici lo danno per bello e spacciato.... gli assassini gli hanno quasi tagliata la testa. Un rubalizio dei più audaci e dei più barbari che sia stato compito mai.... La povera vecchia fante fu sgozzata come un pollastro: quella è morta per davvero.... Scassinarono il forziere e portarono via tutto il denaro che c'era, si dice delle somme enormi.... E dovevano aver delle chiavi che aprivano dapertutto, perchè non ci fu la menoma effrazione, ned alcuno dei casigliani ebbe ad udire il menomo rumore.... La cosa fu scoperta stamattina che andò, secondo il solito, a recar loro il latte la rivendugliola della cantonata, e trovato l'uscio aperto s'introdusse nel quartiere e mirò l'orrendo spettacolo. Ella mise in un momento a rumore tutta la casa e non tardarono ad accorrere la giustizia e la forza pubblica.... Adesso colà c'è un mondo di gente.... Già si dice che gli assassini sono i soliti di quella famosa cocca che non si sa mai cogliere e che sono il terrore di tutta la città.

Il marchese fece un atto colla mano che il servo prese per un ordine di silenzio e un cenno di congedo: si tacque, e camminando all'indietro come i gamberi si avviò verso l'uscita.

— Si attacchino i miei cavalli.... subito: comandò il marchese.

E il domestico dopo un ultimo inchino uscì sollecito.

— È una fatalità che il filo ci si debba spezzare tra mano? Soggiunse il marchese. Nariccia che potrebbe dileguare i dubbi, ci viene ora tolto. Voglio vederlo: Padre, venite anche voi meco.

— Molto volentieri: rispose untuosamente il gesuita, tanto più che se quell'infelice non è ancora morto, può essergli utile il mio santo ministero.

L'audacia e la misteriosità di quell'assassinio così ferocemente compito avevano sdegnato e quasi direi spaventato, non che la popolazione, ma le pubbliche autorità medesime; e tanto la giudiziaria quanto [51] la politica erano disposte a mettere tutto il possibile impegno per rintracciare i colpevoli. Sventuratamente d'indizi non se ne avevano, fuor due: nella destra contratta di Nariccia (il quale da principio era stato creduto cadavere ancor esso) stava stretto uno squarcio di panno, che probabilmente aveva appartenuto agli abiti del suo assassino; sopra un mobile vicino al posto in cui era caduta sgozzata la povera Dorotea, si vedeva l'impronta sanguinosa d'una mano grossa, a dita tozze e robuste, la mano d'un uomo di forme colossali e di forza non comune. Era di certo l'uccisore della vecchia fante, il quale colla mano intrisa del sangue di quell'infelice, erasi appoggiato a quel mobile. Il commissario Tofi, accorso egli stesso in persona ad esaminare le cose, alla prima sguardata di quell'impronta, disse col suo accento secco e burbero:

— Qui c'è entrato quel brigante di Stracciaferro; ecco il suo bollo. Stracciaferro non va senza Graffigna: son essi che han fatto il colpo.... Conviene snidarli dal covo in cui queste belve si nascondono, ad ogni costo.

Affine di procedere con ordine ed attenzione all'esame d'ogni menoma cosa nel quartiere abitato da Nariccia, Tofi ordinò si facesse sgombrare il locale da tutti i curiosi, e le guardie intanto, mentre non avrebbero più lasciato entrare alcuno fuor quelli di cui era bisogno, custodissero a vista i vicini e coloro fra gli accorsi che parevano poter fornire all'uopo qualche utile testimonianza. Mentre il Giudice ed il Commissario di Polizia procedevano ad una minutissima investigazione, l'ufficiale sanitario, fatto venire in tutta fretta, verificava che la fante era morta senza più rimedio pel taglio della gola che quasi le aveva separato la testa dal busto, ma che invece il padrone viveva tuttavia, che la ferita di lui non era mortale, che la minaccia alla vita glie ne veniva non dalla pugnalata ricevuta al collo, ma dall'apoplessia che lo aveva assalito e la quale anzi molto probabilmente l'avrebbe già ucciso se lo scolo del sangue per la trafittura del pugnale, facendo funzione d'un abbondante salasso, non avesse d'alcun poco diminuito la forza dell'accesso.

Il medico giudicò che altre cavate di sangue erano ancora necessarie, e l'assassinato fu posto sopra il letto, dove gli si aprì la vena a quel braccio medesimo la cui mano teneva tuttavia stretto il pezzo di panno. Al signor Tofi non era sfuggita la importanza di quel piccolo squarcio di pannilana, e fin dal primo istante aveva cercato impadronirsene; ma le dita contratte dell'assassinato erano strette come una morsa di ferro, talmente che per quanta forza il Commissario ci mettesse, non ne potè venire a capo: ma dopo i due salassi che a breve intervallo, il medico stimò bene si facessero all'assassinato, le irrigidite membra si rammollirono un poco, e fu possibile finalmente lo impadronirsi di quell'importante oggetto, che poteva diventare utilissimo stromento a rintracciare gli scellerati.

Si capiva facilmente che quello era un pezzo di bavero d'un vestito maschile: era di panno fine di color marrone, e circostanza che diede un sussulto di soddisfazione al Commissario, nella parte inferiore aveva trapunte in filo di seta due lettere dell'alfabeto — F.B.

— Ecco un prezioso documento: disse Tofi al giudice, riponendo accuratamente lo squarcio di panno. Lasci in mio potere per qualche poco quest'oggetto, ed io saprò bene trovare fra i sarti di Torino e d'altrove se occorre quell'informazione che ci servirà da buon capo a dipanar la matassa.

Benchè vi fosse ordine di non lasciar entrare nessuno, quando alla casa di Nariccia si presentò il marchese di Baldissero, tutte le porte gli si aprirono; e con esso penetrò eziandio fino al letto dell'usuraio Padre Bonaventura.

Nariccia poteva dirsi trattenuto sulla soglia del buio regno della morte, ma non che vivesse; l'irrigidimento delle membra aveva sminuito alquanto, ma la immobilità la più compiuta le toglieva all'ubbidienza della sua volontà, se pur era che la volontà fosse tornata in quell'essere: la paralisi, una compiuta paralisi di tutto il corpo lo teneva inchiodato sul letto senza voce, senza possibilità nessuna di manifestare se e che cosa sentisse, se e che cosa volesse. La speranza d'udire dalla sua bocca la esposizione dell'atroce caso era delusa, nè il medico lasciava lusinga che ciò potesse in avvenire aver luogo. Di vivo non aveva più che i suoi occhi piccoli e più balusanti di prima, i quali non avevano più espressione di fatta sotto ad una velatura che li appannava e che già pareva l'ombra della morte che li invadesse.

Se quell'anima, racchiusa in un corpo quasi morto del tutto, con nessun altro spiraglio sulla vita che gli occhi, di cui non si poteva manco valere a manifestare le proprie sensazioni e volontà; se quell'anima, dico, era conscia di sè, giudichi il lettore quale dovesse essere il suo supplizio!

Il marchese ed il frate s'accostarono al letto del giacente, mentre gli altri con rispetto se ne scartavano.

— Nariccia, disse Baldissero, a cui parve uno degli occhi dell'assassinato si fissasse sopra di lui; mi riconoscete?

Non un moto, non il menomo cenno, non un batter di ciglio che indicasse l'infermo avesse udito; ma quella pupilla velata, dal fondo dell'occhiaia, continuò a restar fissa sul volto del marchese.

Padre Bonaventura insinuò dolcemente sotto le coltri la sua mano e prese la destra dell'assassinato.

— Ci riconoscete? diss'egli a sua volta, curvandosi verso il giacente, e colla sua voce dolcereccia e l'accento d'ostentata benevolenza.

Nariccia stette immobile, e il suo sguardo non si deviò nemmanco menomamente dalla direzione che [52] aveva prima. La mano che fra' Bonaventura aveva presa non rispondeva in alcun modo alla stretta, ma era dura, ghiacciata come quella d'un cadavere. Il gesuita la abbandonò con un certo ribrezzo e si trasse in là; anche il marchese provò una specie di fastidio per quello sguardo atono, semispento, vitreo che si ostinava a star fiso su di lui: vide che non c'era nulla da fare e s'allontanò di alcuni passi.

— Avete voi qualche sospetto intorno agli assassini; credete voi di poterne scoprire le traccie? domandò egli al Commissario.

— Sono persuaso che già li conosco, almeno i principali: rispose il signor Tofi; quanto al trovarne io traccie, questo pezzo d'abito signorile, che viene a confermarmi nell'idea essere fra loro e dei principali alcuni che vestono panni fini, questo servirà di prova accusatrice irrepugnabile, perchè si troverà senza fallo il sarto che ha cucito e trapunto queste lettere e saprà dirci per cui.

Affondò le due mani nelle grandi tasche del suo soprabito, appoggiò il suo mento quadrato sul duro cravattone e stette innanzi a S. E. nella mossa del soldato senz'armi in presenza del suo superiore.

Il marchese fece un allo di licenza e di saluto che significava non avergli più nulla da domandare, e badasse pure ai fatti suoi, e si mosse per uscire; ma Padre Bonaventura domandava in quella al medico che ancora non era dipartitosi dal fianco del giacente:

— Crede Ella che questo sventurato possa sopravvivere, o che almeno in lui la vita possa durare ancora alcun poco?

Il medico si strinse nelle spalle e rispose:

— Sopravvivere, no certo; sarebbe un vero miracolo, e non ci credo; ma però questo suo stato, e fors'anche con qualche miglioria potrebbe prolungarsi per alcuni giorni, come pure potrebbe avvenire fra pochi minuti eziandio la morte.

Messer Tofi, che non trascurava nulla, che per le cose del suo mestiere aveva una fortunata feracità d'idee, erasi andato a piantare in faccia al ferito, appiè del letto, e ne guardava con tanta intentività la faccia terrea e immota che pareva una maschera di creta, da far credere volesse co' suoi occhi penetrare entro quella testa e leggergli il segreto del delitto di cui era vittima nelle pieghe del cervello. Gli parve che alle parole del medico qualche cosa avvenisse in quell'occhietto appannato che guardava senza espressione dal fondo dell'occhiaia, una lieve modificazione si facesse, una specie di turbamento vi si manifestasse. Tofi s'abbrancò alla sbarra del letto e si curvò verso il giacente con un evidente interesse, guardandolo con più attenzione.

— Se così è, diceva fra' Bonaventura, continuando il suo colloquio col medico, sarebbe forse opportuno dire su questo infelice le orazioni dei moribondi.

— Sì, sì: esclamò vivamente il Commissario di Polizia; glie le dica, Reverendo. La carità le impone di non lasciar partire quest'anima poveretta senza i supremi conforti della religione.

Non era del tutto un trasporto di zelo cattolico che movesse il signor Tofi a parlare così: ma era il desiderio di assicurarsi meglio se quella sembianza d'emozione ch'egli aveva creduto di scorgere nel paralitico era vera, se l'anima racchiusa in quel cadavere aveva tuttavia coscienza di sè e delle cose circostanti e poteva in qualche pur lievissima guisa manifestare esteriormente le sue sensazioni.

Padre Bonaventura cominciò la recitazione di quelle tristi preci: il medico si ritrasse in là come colui del quale non è necessaria la presenza, e si ridusse col giudice nel vano d'una finestra a discorrere sottovoce; il marchese invece non solo si fermò, ma venne riavvicinandosi al giacente, per associarsi ancor egli a quell'atto pietoso: il Commissario stette al suo posto, curvando sopra il letto verso la faccia di Nariccia la sua lunga persona.

Egli non aveva travisto, sotto quell'appannatura onde quei loschi occhietti erano velati, un osservatore, qual era il Commissario, potè scorgere una emozione di spavento, di cordoglio disperato, la quale cercava, penosamente direi quasi, manifestarsi, e non ci riusciva che a stento. Si sarebbe detto che quelle pupille volevano rotare sgomentite e non erano capaci che a girar lentamente, che volevano domandar pietà e nol potevano, che volevano piangere e non trovavan lagrime. Il volto di messer Tofi veniva esprimendo una strana soddisfazione che pareva quasi un sorriso. Appena fu se lasciò finire le preghiere sul labbro del gesuita.

— Egli ci ode, egli ci vede, egli capisce e può farsi intendere: esclamò il Commissario. Dottore, venga un po' qua e presti attenzione. Credo aver trovato il modo di far parlare questo morto.

Il medico ed il giudice s'accostarono vivamente: anche il marchese ed il gesuita s'aggrupparono intorno al letto non senza un po' d'emozione.

Tofi spiegò quello che aveva osservato.

— Ed ora: soggiunse: stieno attenti tutti che riusciremo a metterci in rapporto con quell'anima chiusa in quel corpo intormentito.

Si pose vicino al capezzale di Nariccia, e curvandosi verso di lui, gli disse:

— Per prima cosa rassicuratevi sulla vostra sorte. Il vostro male è grave, ma non è disperato; se anzi vi mettete con buon coraggio nel vostro interno a volere riagire contro questo intorpidimento che vi allaccia, riuscirete a superarlo più presto. Potrete guarire ed avrete ancora lunghi anni da vivere.

Gli astanti intorno al letto, dominati da un pungente interesse, tenevano gli sguardi fissi su quella faccia di morto con occhi semivivi: non un moto, non un cenno, nulla che potesse fare arguire il giacente avesse udito.

[53] Tofi continuava:

— E più presto vincerete questo vostro torpore, più presto potrete darci i ragguagli perchè noi possiamo cogliere gli scellerati. Sarete vendicato (si curvò ancora più sul capo di lui) e potrete riavere tutto ciò che vi fu tolto.

Un fugace bagliore, come un piccolo guizzo, spento poi tosto, animò l'occhio destro dell'assassinato.

— Hanno visto? esclamò il Commissario. Per me non v'è più dubbio: egli comprende.

Il medico dichiarò che quel menomissimo accenno poteva essere puramente automatico.

— Non è vero che voi ci comprendete? soggiunse Tofi, curvandosi di nuovo sul giacente. Date retta, messer Nariccia: vegliamo fare una prova: metteteci da parte vostra ogni sforzo, tutta la buona volontà, perchè ciò vi deve interessare più di tutti noi. Se voi mi udite, se voi comprendete quel che dico, volgete il vostro sguardo verso di me.

Tutti si chinarono ansiosi a vedere se questa prova riuscisse. Le pupille di Nariccia stettero un momentino immote; poi lentamente, come con fatica, si mossero e la destra si volse verso Tofi, mentre la sinistra si volgeva appiè del letto, il qual modo era quello di guardare pe' suoi occhi loschi. Una lieve esclamazione uscì dal petto dei testimoni di quell'atto che prendeva una strana importanza.

— Vedete s'egli ci comprende! esclamò Tofi con trionfo. Oh noi lo faremo parlare, e la verità verrà fuori anche da quelle labbra morte. Fate attenzione, signor Nariccia, continuò indirizzandosi di nuovo al paralitico; potete voi chiuder le palpebre a volontà? Provatevici un po', vi prego.

Gli occhi del giacente manifestarono dapprima la stessa esitazione, la stessa difficoltà di poc'anzi, come restii ad ubbidire all'intimo volere; poi le ciglia si abbassarono lentamente e le pupille furono coperte.

— Bene, benissimo: esclamò il Commissario sempre più soddisfatto. Or dunque — fate bene attenzione, da bravo! — quando voi avreste da accennare di sì potreste chiudere gli occhi. Sarebbe come una precisa affermativa alle nostre interrogazioni, pronunziata dalla vostra bocca. Avete capito?

Le palpebre floscie e giallognole di Nariccia che si erano rialzate tornarono ad abbassarsi sulle losche pupille.

— A meraviglia! Vedono lor signori che noi ci comprendiamo perfettamente... E credo che non si voglia perder tempo — chi sa che cosa può sopravvenire anche nello stato di questo povero diavolo, che c'impedisca di poi l'approfittare del lume d'intelligenza che gli rimane? — e sia spediente il venir subito all'argomento che più preme.

Il giudice fece vivamente un cenno di assentimento, e tutti s'accostarono ancora di più al letto, presi da nuovo e maggiore interesse.

— Avete voi conosciuto i vostri assassini? Se sì, fate come vi dissi, chiudete gli occhi, se no, rimanete colle pupille immote.

Più presto di quello che avessero fatto per l'innanzi, le palpebre di Nariccia s'abbassarono.

Tofi continuò il suo interrogatorio.

— Tutti? Se li avete riconosciuti tutti, chiudete come prima gli occhi; se alcuni soltanto, volgete le pupille alla destra.

Nariccia chiuse compiutamente gli occhi.

— Potreste dirne i nomi?

L'assassinato fece di nuovo il segno affermativo.

— Troveremo il modo di aiutarvi a dirlo questo nome. Frattanto vediamo un po' in quanti erano. Io pronunzierò i numeri, facendo una pausa fra l'uno e l'altro; quando avrò detto il numero che si vuole, voi accennerete di sì. State attento. Uno!

Aspettò un istante: le pupille del giacente stettero fisse sul volto del Commissario.

— Due....

Gli occhi rimasero immoti.

— Tre.

Le palpebre si chiusero.

— È giusto. L'avrei detto anch'io che dovevano essere in tre, solamente a vedere le traccie del delitto. Uno, il più nerboruto, dovette spacciare la fante, mentre gli altri due erano intorno a voi.

Nariccia fe' segno di sì; ma i suoi occhi, fino allora semispenti e quasi atoni, cominciavano a prendere un'espressione di sgomento e di terrore, troppo vivo essendo forse nell'interno l'effetto di questo richiamargli alla mente l'orribile scena.

— Di questi tre assassini io sono persuaso di sapervi dire il nome di due: sono due galeotti scappati, di cui uno vien chiamato Stracciaferro, e l'altro Graffigna.

Cenno affermativo nel giacente.

— Rimane il terzo, e questo sono persuaso che è il più importante.

Nelle pupille di Nariccia corse come un lampo; era una fiamma fugace di quel desiderio di vendetta che stava in lui, e con più vivezza che non avessero ancora avuta, gli occhi si chiusero ad accennar di sì.

— Il pezzo di vestito che voi avevate tra le mani è suo?

Segno affermativo di Nariccia.

— Quello squarcio di abito indica ch'egli vestiva panni signorili. È così?

Il paralitico rispose affermativamente.

— Sotto quel bavero ci sono trapunte due lettere dell'alfabeto, F. B. Sono esse le iniziali del nome di quell'individuo?

Le pupille dell'assassinato rimasero immobili.

— No? Eh! volevo dirlo ancor io. Ma con un po' di pazienza voi potrete farci conoscere subito quel nome. Porgete attenzione. Come abbiamo fatto pei numeri faremo per le lettere dell'alfabeto: io [54] le pronunzierò adagio, ad una ad una, e voi mi segnerete via via quelle che entrano a comporre cotal nome. Cominciamo dalla prima.

Si mise a recitare lento e spiccato le lettere dell'alfabeto; gli occhi dell'assassinato stavano intentivamente fissi su quelle labbra come per cogliere a volo il suono delle lettere fatali che avevano da notare, quasi volendo affrettare la pronuncia di quelle che occorrevano. Ma dopo pochissimi istanti quelle pupille tornarono ad appannarsi e la fiamma d'intelligenza che vi balenava venne via via spegnendosi e quando il Commissario era giunto alla lettera H gli occhi di Nariccia si chiusero.

— Acca! esclamò il signor Tofi meravigliato. Un nome che comincia per acca? Diavolo! Non me lo sarei mai aspettato.

Si curvò di più sul giacente.

— Ehi! messer Nariccia, date retta: è proprio l'acca che avete voluto segnare? Riaprite gli occhi da bravo e ripeteteci il segno, se gli è proprio vostra intenzione di notare questa lettera.

Ma gli occhi di Nariccia non si riaprirono. Il medico s'accostò, lo esaminò, e disse che era inutile insistere, poichè la soverchia interna emozione lo aveva tolto della cognizione.

Tofi fece un atto di disappunto.

— Peccato! diss'egli. La cosa era sì bene avviata. Chi sa se quest'infelice potrà tornare in condizione da riprendere siffatto interrogatorio!

— Converrà usare dei riguardi: soggiunse il medico, e non ricominciare troppo presto. La emozione è troppo forte ancora e troppo recente, perchè facendo rivolgere su quel fatto la sua mente indebolita non succedano tristi effetti a danno della sua salute.

Il Commissario diede bruscamente una crollatina di spalle che significava con molta evidenza: «quando ne avessi tratto fuori quel che voglio, crepi o non crepi costui, che cosa m'importa?» ma non disse verbo.

Il marchese che non aveva più ragione alcuna d'indugiarsi in quella casa, se ne partì col gesuita. Il suo animo era stranamente commosso, la mente turbata. L'intreccio de' casi, la combinazione di quelle strane, inaspettate, imprevedibili circostanze gli facevano scorgere in tutto codesto un certo che di fatale, come un disegno della Provvidenza che volesse, ora, dopo tanti anni, metterlo al cimento di nuovo e dargli occasione a riparare a quel suo fatto per cui gli durava ancora potente nell'animo il rimorso. S'egli non avesse ucciso Valpetrosa (andava seco stesso pensando), il figlio di lui non sarebbe caduto in sì misera sorte!...

Giunti alla carrozza, che aspettava nella strada, Baldissero e fra' Bonaventura, questi, mentre il valletto, col cappello in mano, teneva lo sportello aperto perchè ci salissero, disse:

— Eccellenza, io la saluto. Ella se ne torna forse a casa, ed io rientro nel mio convento.

Il marchese pose una mano sotto l'ascella del frate a fargli invito a salire nel legno.

— Venga, venga meco, gli disse, l'accompagnerò fino al Carmine e la deporrò alla porta.

Salirono ambidue, e la carrozza si diresse di trotto verso il luogo indicato.

Per un po' rimasero in silenzio tuttedue: fu poscia Padre Bonaventura il primo che incominciò a parlare col suo tono più insinuante che mai.

— È una dolorosa contrarietà, un fatale contrattempo questa orrenda disgrazia capitata al povero Nariccia. Temo pur troppo ch'egli non tornerà mai più in istato da potersi spiegare chiaramente e farsi intendere con sicurezza; e senza la sua testimonianza è affatto impossibile dileguare quei dubbi che ci si affacciano intorno all'essere di quel giovane.

Il marchese lo interruppe con un gesto che indicava desiderare che per allora non gli si parlasse più di codesto.

— Penserò di meglio quello che mi tocchi di fare, disse: pregherò Dio, e preghi anche Lei per me, di grazia, perchè m'illumini.

S'era giunti al convento del Carmine, il gesuita discese con ringraziamenti, rispettose salutazioni ed umili proteste di devozione, e il marchese continuò la strada per al suo palazzo. Diverse idee gli tenzonavano nella mente, diversi affetti gli agitavano l'animo. I pregiudizi, l'orgoglio, la bontà del suo cuore, il rimorso lottavano in lui, mandandolo a volta a volta ai più opposti partiti. Aveva bisogno di guida e di consiglio, e non sapeva a cui rivolgersi, e non voleva aprirsene a nessuno. Ad un tratto si presentò alla sua mente l'immagine sorridente e bonaria dell'umile parroco di villaggio. Là era il buon senso, là l'onestà la più pura, là una vera religione, la virtù più generosa, il più esatto e preciso sentimento del dovere, là l'ispirazione della carità veramente cristiana.

Salì di fretta nel suo quartiere e fece venire a sè il domestico.

— Cercate subito di Don Venanzio, e pregatelo di venir da me al più presto.

Il lacchè s'inchinò in segno d'ubbidienza, ma non uscì della stanza.

— Che cosa avete da dirmi? domandò il marchese.

— Durante la sua assenza venne uno scudiere di Corte, pregandola di recarsi a Palazzo chè S. M. desidera parlarle.

Il marchese represse un lievissimo atto di contrarietà, e disse sollecito:

— Non si stacchino dunque i cavalli. Ci vado tosto: e frattanto si cerchi di Don Venanzio. Vorrei trovarlo qua al mio ritorno.

E messosi di nuovo in carrozza, fu in pochi minuti nel palazzo reale alla presenza di Carlo Alberto che lo aspettava e lo accolse tosto.

[55]

CAPITOLO VII.

Il commissario Tofi, fattasi inutile ogni insistenza presso lo svenuto Nariccia, passò in altra camera e si diede ad interrogare coloro fra i casigliani che aveva fatto trattenere, nella lusinga potessero fornire qualche testimonianza utile al suo còmpito. Apprese egli di questo modo il fatto della crudele cacciata sul lastrico della strada della famiglia del povero Andrea, e quindi il furore e i propositi di vendetta di quest'esso. Nel passato del misero operaio non c'era nulla che potesse farlo stimar capace d'un delitto, e sopratutto d'una ruberia; ma la passione di vendicarsi e la miseria in cui si sapeva caduto il disgraziato sono così cattive consigliatrici! Gli stravizi a cui s'era dato in preda, le triste compagnie cui da tempo frequentava erano argomenti da far credere in Andrea offese e smussate quella moralità e quell'onoratezza onde poteva un tempo vantarsi; per poter penetrare in quel modo nel quartiere dell'avaro, senza effrazione, gli assassini dovevano avere in loro mano delle chiavi ben fatte all'uopo; ora sapevasi che Andrea era un abilissimo fabbro ferraio. Quella mattina era stato visto in quella strada medesima ed aveva mostrato assai turbamento. Tutto ciò parve al signor Tofi altro che bastevole per legittimare i sospetti sul conto di Andrea e la sua cattura: diede ordine senz'altro che il marito di Paolina venisse arrestato.

Ma dove trovarlo questo vagabondo che non aveva più domicilio? Tofi, che conosceva i suoi polli, mandò gli sgherri prima all'osteria, e poi, se Andrea non fosse colà, all'ospedale dove giaceva inferma la moglie dell'operaio.

Povera Paolina! Pareva ch'ella fosse già precipitata al colmo delle disgrazie, eppure una nuova le incombeva sul capo ed un nuovo massimo dolore stava per colpirla. Rimasta fuor de' sensi quasi ventiquattr'ore (ah! perchè non aveva Iddio concessole di continuare in questo stato, nel quale almeno le era tolta la coscienza della sua sventura?) era finalmente tornata in sè per conoscersi in un lettuccio sotto la trista vôlta d'un camerone d'ospedale. La prima idea che le era venuta era stata quella dei suoi cari.

— I miei figli! mio marito! esclamò essa.

Le rispose la voce dolce d'una pietosa suora di carità che per ventura le stava presso in quel punto.

— I vostri figliuoli sono ricoverati nell'Ospizio di *** e non mancano di nulla; vostro marito è già venuto due volte a vedervi, e credo che tornerà di quest'oggi medesimo.

La inferma volse uno sguardo tra attonito e riconoscente alla mite fisionomia di quella monaca, e stette un poco a guardarla, come se non avesse parole fatte da risponderle; poi ad un tratto un'idea spaventosa l'assalse, ed ella ruppe in un singhiozzo.

— Mio marito, disse, può venire a vedermi; ma i miei figli?.... Oh! non verranno essi pure?.... Io non potrò uscir più di qua per vederli loro... Dovrò io dunque morire senza più abbracciarli?

La suora tentò calmare lo spasimo della poveretta con buone parole, e infonderle il coraggio di qualche speranza; ma tutto fu inutile.

— No, no: diceva ella scotendo sul guanciale la testa con mossa desolata: lo sento bene; io morrò qui... qui, separata dai miei!...

Povera donna! Ella doveva aver pur troppo ragione!

Poco dopo Andrea si trovava presso il letto di sua moglie.

Non ebbero cuore a parlarsi i due infelici. Essa lo fissava cogli occhi velati da lagrime; egli non osava quasi arrestare il suo sguardo sul viso di lei, aimè! quanto cambiato, che già pareva il viso di una morta. Nell'aspetto di lui c'era una confusione, una vergogna, un rimorso: tutto esprimeva il pentimento ed il dolore; il suo contegno era un'accusa di se stesso ed un implorare perdono: in lei non un'ombra di rampogna, non la menoma amarezza; una rassegnata mestizia, una virtuosa mitezza nella irrimediabile desolazione. Andrea balbettò alcune voci che non avevano senso; si curvò sulla giacente; ne prese il capo fra le sue nere, callose mani che tremavano, e baciandole la fronte, ruppe in un pianto angoscioso, con singhiozzi che parevano squarciargli il petto. Piangeva eziandio Paolina, ma piangeva chetamente e lasciava colar giù del volto immagrito e color della cera le lagrime cocenti senza asciugarle.

Stettero così un poco; e la dolorosa amaritudine di quelle anime in tale istante, chi la potrebbe dire? Fu la Paolina che, con quel filo di voce che le rimaneva, cominciò a parlare.

— Calmati, Andrea, e fa coraggio, te ne prego.

Era essa, la santa donna, che riconfortava il marito; essa che andava persuasa di morire, di dover abbandonare nel mondo, in quelle sì triste condizioni in cui erano, i figli suoi; essa che da ciò aveva all'anima il più grande dolore che anima di madre abbia provato mai!

— Non pianger più..... Tu sei un uomo... Conviene che tu abbia forza... Senti, Andrea: ti voglio domandare un piacere, un gran piacere, sai, che mi farà bene, ma tanto, tanto bene.

— Oh parla: esclamò vivamente il marito: e qualunque cosa sia, ti giuro che io lo farò.

— Ho bisogno di vedere i nostri figliuoli... Conducimili qui... Non dev'essere proibito di condurre de' figliuoli a vedere la madre ammalata... Se fosse proibito anche questo, per noi povera gente, va a domandare la grazia da chi occorre, anche dal Re se fa bisogno... te ne supplico, ma conducimi qui i miei bambini... Tutti, sai! Anche l'ultimo... Povero piccino!... Ah! poveri tutti!...

[56] Si tacque chè la commozione le faceva groppo alla gola, e si voltò in là perchè il pianto le riempiva di nuovo gli occhi.

— Sta tranquilla, rispose Andrea, dovessi mettere sottosopra il mondo, ti contenterò.....

— Quando? quando? chiese con ansia e sollecitudine l'inferma.

— Per oggi mi è impossibile, che già è troppo tardi, e prima che io sia andato e venuto, è di là di trascorsa l'ora in cui qui ci si lascia entrare; ma domattina, sta sicura che verrò qui coi nostri figliuoli per mano.

— Grazie! disse Paolina con tanta tenerezza di accento che impossibile farsene un'idea: ah! rivedrò i figli miei!...

Successe una pausa; poi la inferma, non senza qualche imbarazzo, si fece a domandare:

— E tu, Andrea, ora, che fai? che conti di fare? come vivi? Hai cercato, cerchi lavoro? ne hai trovato?

Andrea rispose con impaccio maggiore di quello con cui sua moglie lo interrogava:

— No, di lavoro fin adesso non ne ho trovato... è così scarso!... ma ne cerco.

— E intanto come vivi?

— Ho qualche amico che mi aiuta...

— Ah! i tuoi amici

— Ho reso servizio ad un cotale che può qualche cosa e che ci torrà tutti dalle pene... Quando tu sarai guarita, e sarà guarito ancor egli... perchè si trova malato di molto anche lui, tutto si aggiusterà.....

Paolina guardò fiso in volto suo marito.

— Non c'è nulla in codesto, di cui un uomo onesto come sei tu debba arrossir mai?

Andrea chinò gli occhi innanzi a quelli della maglie: ricordò la false chiavi fatte la sera innanzi, ed una profonda vergogna de' fatti suoi lo prese.

— No, no, rispose tuttavia con sufficiente franchezza; anzi ho fatto per quel cotale una che si può dire opera buona. Ti conterò poi tutto un'altra volta.

Il domani, come aveva promesso alla moglie di fare, Andrea uscì dal segreto riparo in cui si nascondeva così bene, che da quella sera in cui era stato condotto in Cafarnao nè Marcaccio ned altri non lo avevano visto più, e s'avviò verso l'ospizio ov'erano ricoverati i suoi figli. Per giungere a questo ospizio, la strada più corta era quella in cui si trovava la casa di messer Nariccia, ed Andrea ci passò, e come tutti quelli che in quella mattina la percorrevano, fu arrestato dal capannello di curiosi che impediva il passo all'altezza appunto della casa dell'usuraio. Il marito di Paolina dalle vive ciarle che udì intorno a sè, apprese tosto quel che era avvenuto al suo già padrone di casa, e fu grave e profondo l'effetto ch'egli ne provò. Pensò di botto a quelle chiavi da lui fabbricate, e non ebbe dubbio nessuno che esse avessero servito a commettere quell'orribile delitto; egli dunque ne aveva pure la sua parte di colpa, a lui si doveva il compimento di quella strage, su di lui la giustizia divina e l'umana avrebbero potuto e dovuto far ricadere quel sangue. Il povero Andrea seppe così poco nascondere il suo turbamento che i presenti lo notarono tutti, e parlandone poscia al Commissario, rafforzarono in lui i sospetti che complice dell'assassinio fosse Andrea, e che, mandato appunto da quelli che avevano fatto il colpo, fosse venuto lì quella mattina ad esplorare come si mettessero le cose.

Intanto il marito di Paolina, allontanatosi da quel luogo di buon passo, desideroso di fuggire quella strada e quelle voci, arrivava ancora tutto sossopra dell'animo all'ospizio in cui erano ricoverati i suoi figliuoli. Colà domandava gli fosse concesso prender seco i bambini e condurli al letto della madre poco meno che moribonda; e la passione dell'animo ond'era afflitto, diede alle sue preghiere tanta efficacia, che le monache sotto la cui direzione era quel pio istituto, acconsentirono senza difficoltà nessuna a lasciar andare col misero padre i bambini; i quali, di vero, appena vistolo, s'erano gettati addosso a lui e pregavano piangendo li togliesse con sè, li conducesse dalla mamma, tornassero tutti nella loro soffitta a vivere come prima.

Andrea li abbracciò e baciò con tanta tenerezza, quanta forse non aveva provata mai; ringraziò le monache alle quali promise avrebbe fra due ore al più tardi ricondotti i piccini, cui loro raccomandava colla più commovente effusione, e toltosi in braccio il più piccolo, mandandosi innanzi gli altri, si diresse verso l'ospedale in cui giaceva la moglie.

Quest'infelice aspettava con ansioso desiderio che le faceva parere lentissimo il tempo. Ad ogni minuto domandava alla monaca, che aveva più specialmente cura di lei, qual ora fosse, e udendo sempre che trammezzavano ancora parecchi minuti al punto in cui avrebbero cominciato ad essere ammessi i visitatori, sospirava dolorosamente.

Ma quel momento giunse pure alla fine: vide Andrea comparire in fondo al camerone col piccino in braccio che girava attorno attoniti i suoi occhioni tondi come se volesse cercare la mamma che il babbo gli aveva detto eran venuti a vedere; scorse gli altri suoi figliuoli che camminavano tenendosi per mano colle mostre dello stupore ancor essi sulle loro faccine a quei nuovi oggetti che si trovavan dintorno; Paolina provò una tale emozione che ne attinse la forza di drizzarsi alquanto della persona sul letto, di levar fuori dalle coltri le braccia e tenderle a quei suoi cari che s'avanzavano verso di lei, mentre le sue bianche labbra tremanti esclamavano:

— Figli... oh figli miei!

In un momento, fra quelle braccia mosse da tanta tenerezza si trovò stretto con amoroso trasporto [57] l'ultimo de' bimbi che il padre ci aveva messo. La povera madre lo baciava piangendo, dicendogli mille incoerenti, inintelligibili parole; il bambino guardava sempre con que' suoi medesimi occhi attoniti, pareva non riconoscer più sua madre: quelle due lunghe file di letti, con entrovi tanti volti quasi cadaverici e tanti occhi riarsi dal fuoco della febbre, parevano spaventarlo, faceva greppo e se non avesse avuto soggezione, molto facilmente sarebbe prorotto in pianto. Il padre lo riprese, recandoselo al petto, ed egli si serrò colle piccole braccia al collo di lui, guardando la madre quasi sgomento: la infelice donna rispondeva a quello sguardo con un mesto sorriso tutto bontà e con una dolorosa rassegnazione entro gli occhi. Gli altri figliuoli furono dalla giacente abbracciati del pari; poscia il marito sedutosi vicino al capezzale, i bambini sulle ginocchia di lui, e l'ultimo nato, accoccolato sulla sponda del letto, passarono un po' di tempo dicendo parole pochissime, ma guardandosi, ma pensando di molto i due miseri genitori al loro passato, alle miserie presenti, alle paurose minaccie dell'oscuro avvenire. Il più piccino dei bimbi, superata oramai quella prima impressione di timoroso disagio, riconosciuta compiutamente la mamma, s'era accostato vicino vicino al capo materno ch'essa aveva dovuto abbandonare di nuovo sul guanciale, e colla manina ne accarezzava le pallide gote.

Così rimasero forse un'ora, non felici di certo, ma con una dolce e preziosa tregua nel loro reciproco soffrire. Ed ecco che il momento doloroso di separarsi era giunto. La monaca pietosa colle più umane forme e col più mite accento venne ad avvertirneli. Andrea si levò a malincuore, con un evidente sforzo, quasi avesse da sollevare con sè un grave peso che lo tenesse piantato a quel posto; Paolina fissò il volto de' suoi figli con un'espressione di spasimo, di rimpianto, quasi di terrore. Oh com'era passato presto quel tempo! Come! già separarsi da que' suoi dilettissimi! Rimaner di nuovo sola, ripiombare così presto nella privazione della vista di quei visini, nella lontananza da ogni suo affetto! E li avrebbe essa potuto rivedere ancora? Era quello forse l'ultimo addio che loro dava!..... Le sue labbra fatte tenaci, parevano non potere staccarsi dalla fronte dei figli in quel bacio d'addio. Non potè dir molte parole; balbettò confuse frasi soltanto; non potè piangere nemmeno; due lagrime sole ma cocenti le colarono giù dal volto; e la espressione dello sguardo con cui seguitò marito e figli che partivano, finchè non furono usciti dal camerone; quell'espressione disperatamente dolorosa, chi la potrebbe dire?

Quando e' furono fuori della soglia la misera nascose il capo sotto le coltri, e fu udita allora dolorosamente singhiozzare.

Andrea veniva fuori dell'ospedale, quando due uomini gli si slanciarono contro e prima ancora d'aver pronunziata una parola lo afferrarono alle braccia e lo disgiunsero da' suoi bambini che furono in là respinti.

— Venite con noi: gli dissero col tono poco gentile che è usuale a tutti gli sgherri del mondo.

Andrea diede una strappata affine di sciogliersi da quelle manaccie; ma i birri travestiti, coll'abilità e prestezza che hanno acquistate coll'uso in codesta bisogna, gli ebbero messo di subito i cantini ai polsi e dando una giratina colle mani glie li fecero entrare nelle carni, con un dolore che obbligò l'infelice a mandare un grido. La tremenda verità balenò innanzi al povero Andrea, a cui come uno spavento si presentò l'idea della carcere.

— Dove volete condurmi? domandò egli con un'ombra ancora di speranza che quello fosse un errore oppure d'altra cosa si trattasse. Chi siete?

— Siamo agenti della forza pubblica: risposero: ed abbiamo da condurvi dritto dritto al correzionale.

Molta gente usciva in quel punto dall'ospedale: presso alla porta stavano venditori e venditrici di arancie, cui sogliono comprare i visitatori per recare agl'infermi; tutti costoro e chi per caso passava in quel momento per la strada, si raccolsero in un gruppo curioso, abbastanza fitto, che si serrò intorno ai birri ed all'arrestato. I fanciulli che non capirono che cosa avvenisse, ma videro che si voleva separarli dal padre loro, colle manine intirizzite dal freddo, e gonfie dai geloni, afferrarono i panni del babbo e si diedero a strillare. Andrea volse tutt'intorno, su quelle faccie curiose che lo guardavano, un occhio smarrito, e gli parve che quelle faccie avessero centinaia e centinaia di pupille larghe, brillanti, che lo saettavano di schernitrici occhiate: il sangue gli salì prima alla testa, poi gli si aggruppò al cuore, sentì possedersi da un'immensa vergogna, si fece rosso come una fiamma, poi pallido come un morto e balbettando disse:

— È impossibile... Si sbagliano... Io non ho fatto nulla.

— Non ci sbagliamo: risposero col solito accento e coi soliti improperii gli sgherri. E se non avete fatto nulla, lo direte a chi conviene, a suo tempo.

E diedero una nuova strappata ai polsi per farlo camminare con loro. Andrea sentì trarsi i panni dai bambini che vi si tenevano afferrati.

— I miei figli: disse egli, piantandosi a resistere alla tirata; io non posso abbandonare i miei figli... Mi lascino almanco ricondurre all'ospizio i figliuoli miei.

— Eh! le sono storie: risposero i birri; che sì che noi abbiamo tempo da passeggiare per la città a lasciarvi fare le vostre commissioni; o che credereste che noi vi lasciassimo andare a fare voi da solo una piccola corsa, colla fiducia che voi veniate di poi a consegnarvi nelle nostre mani?

— Io sì, lo farò, lo giuro: esclamò Andrea.

— Niente affatto; non c'è da farvi di queste lusinghe; [58] già troppe parole abbiamo scambiate; suvvia in marcia, e non fatevi tirare.

— Babbo, babbo, seguitavano a gridare i bambini: non lasciarci..... Ci conducano anche noi col babbo.

I popolani presenti incominciavano a intenerirsi: i birri la vollero far finita, e senza tante cerimonie trascinarono il meschinello facendogli entrare nelle braccia le cordicelle delle manette. I bimbi correvan dietro a quel gruppo strillando; il povero padre volgevasi verso di loro, avvicendando le preghiere alle minaccie ed agli improperii e tutto col medesimo effetto sui poliziotti che lo traevan prigione: era uno spettacolo dolorosissimo a vedersi.

Ad un punto Andrea si buttò in terra disperatamente.

— No, urlò egli in un accesso di rabbia avvoltolandosi sul fango ghiacciato della via; no, non faccio un passo di più, non mi movo..... mi battano, mi uccidano se vogliono, ma io non abbandonerò i miei figli.

Gli sgherri si diedero in fatto a percotere il pover'uomo accompagnando le busse d'ogni fatta villanie; ma l'infelice padre seguitava a gridare:

— Oh che giustizia è questa? Che ho da lasciare sul lastrico i miei bimbi crepar di freddo e di fame? La loro madre è allo spedale... Me mi gettano in carcere che sono innocente... Vogliono dunque farci morir di miseria noi poveri e i nostri figliuoli..... Me li lascino guidare all'ospizio, non domando altro.

Un signore vestito da buon borghese, d'età inoltrata, d'aspetto pieno di bontà, che passava per caso colà, si fece innanzi e disse ai birri con un accento tra di autorità, tra di preghiera:

— Via, non maltrattate così questo pover'uomo.

Gli sgherri gli si volsero inveleniti:

— Chi è Lei?.... Che cosa viene a ficcare il suo naso qui in mezzo, Lei?

— Io posso darvi di me il ricapito che vi piace. Sono Defasi, libraio di S. A. R. il Principe di Carignano.

Queste parole fecero effetto sui birri, come non poteva mancare di avvenire in quei tempi, quando in presenza d'un agente qualunque del Governo si invocasse il nome di qualcheduno appartenente alla Corte.

— Signore, risposero con meno burbanza, noi abbiamo ordine preciso di condurre quest'uomo in prigione, e capisce anche Lei che bisogna pure facciamo il dover nostro.

— Sta bene; ma non entra nel vostro dovere il regolarvi in tal barbaro modo. Lasciate ch'io dica due parole a quest'uomo.... Oh non dubitate che le udrete anche voi, e credo che dopo di esse egli camminerà senza contrasto.

I poliziotti annuirono tacitamente con una stretta di spalle.

— E' bisogna rassegnarvi: disse ad Andrea il signor Defasi, il resistere non vi serve di nulla, ed anzi non può riuscire che a far peggiori le vostre condizioni.... Quanto ai vostri figli, s'io ho udito bene, voi li vorreste accompagnati a qualche ospizio, dove hanno ricovero; ebbene dite a me quale sia quest'ospizio, e in parola di galantuomo vi prometto che ve li accompagnerò io stesso.

Andrea fissò in volto il Defasi cogli occhi suoi ancora smarriti. Erano nel suo sguardo prima una diffidenza ed un sospetto che non la letizia di aver trovato un aiuto; ma la figura aperta e leale del libraio non tardò ad inspirare al misero padre tutta quella confidenza che la si meritava.

— Ebben sì, esclamò Andrea con voce subitamente commossa a tenerezza. La è padre di certo anco Lei?

Defasi fece sorridendo un cenno affermativo.

— Affido dunque a Lei i miei figli. Faccia la carità di accompagnarli all'ospizio ***; il mio nome è questo (e glielo disse), e soggiunga ch'e' son que' piccini che ieri ci vennero ricoverati dietro le istanze e le raccomandazioni del dottor Quercia.

— Siate tranquillo che farò appuntino: rispose il libraio con quella sua voce da galantuomo: e troverò modo, se altri non ne avete, di farvi sapere alcuna volta notizie di loro, ed eziandio di vostra moglie che ho udito essere a quest'ospedale.

Gli occhi di Andrea s'inumidirono.

— Oh grazie! esclamò egli. Iddio le renderà un tanto bene ch'Ella fa e farà ad una povera famiglia... Ah se mia moglie potesse ignorare quel che mi accade!... Per carità, signore, Lei che è sì buono e generoso, se volesse almanco adoprarsi a prevenirla quella povera donna, ad apprenderle la mia sventura con qualche riguardo, ad assicurarla che gli è soltanto un errore, ch'io sono innocente, che presto sarò di nuovo libero per andarla a vedere. Oh sì lo spero, ne sono certo... Oh disgraziata mia Paolina! Che colpo avrà da esser questo per lei!

Il signor Defasi promise anche questo: che, accompagnati i bimbi all'ospizio, sarebbe venuto al letto della madre loro ammalata, e con quei modi che avrebbe potuto migliori, sarebbe venuto informandola a grado a grado del disavventuroso avvenimento. Ma, pur troppo, la buona volontà e i caritatevoli uffici del signor Defasi dovevano essere inutili a questo riguardo, perchè mentre Andrea staccavasi a gran fatica dai suoi figliuoli baciandoli ed abbracciandoli con trasporto, cui gli sgherri posero fine ruvidamente, e camminava tutto pieno di vergogna verso la prigione; mentre il libraio recavasi coi bimbi all'ospizio e ve li faceva accogliere, la brutta nuova dell'accaduto penetrava nell'ospedale, e nel modo più crudo giungeva sino al letto della povera inferma.

La sorella d'un'ammalata, il cui letto era il più vicino a quello di Paolina, giungeva all'ospedale ritardata per alcune sue faccende, quando stava per [59] finire l'ora di ammissione alle visite, quando appunto già ne usciva coi fanciulli Andrea, e rimaneva testimone di quanto avveniva a quest'ultimo. Di poi, benchè già fosse proibita l'entrata, questa donna che era conosciuta di molto da tutti gli attendenti alle cure dell'ospedale, e la quale aveva realmente bisogno di parlare colla sorella inferma, otteneva dalla monaca direttrice la grazia di potere ciò nulla meno entrare nel camerone e stare alcuni pochi minuti coll'ammalata ch'era venuta a visitare. Fra le prime cose che questa donna disse fu la narrazione di quanto aveva veduto testè nella strada: ed una narrazione fatta coi colori accesi che presta una fantasia vivamente eccitata da fresca e profonda impressione. Descrisse con colori esagerati (e il fatto per essere pietoso non ne aveva punto bisogno) il dolore e la resistenza del padre, i pianti dei bambini, le sevizie degli sgherri; e Paolina udì tutto. Non poteva esserci sbaglio: un uomo che usciva in quel punto dall'ospedale, con bimbi così e così, vestiti a quel modo — ed ella con uno sforzo sollevatasi alquanto sul letto, interrogò ansiosamente la donna intorno a tutto codesto — non poteva essere altri che il su' uomo. Paolina mandò un grido che pareva quello d'una persona ferita a morte e si drizzò di scatto a sedere sul letto: prese a due pugna le coperte e le rigettò, fece la mossa di slanciarsi giù dal letto, e fu a stento trattenuta dalla suora di carità che fu lesta ad accorrere.

— Mio marito!... I miei figli! Ella gridava, e non poteva, e non sapeva gridar altro; e gli occhi le giravano orribilmente smarriti, e i denti le battevano in una contrazione spaventosa. Ma le forze di resistere alle braccia della monaca e d'un'altra infermiera venuta in soccorso, le mancarono ben presto: ricadde supina, facendo moti incomposti colle mani, pronunziando parole senza senso, e quando un quarto d'ora più tardi, venne sollecito, secondo la fatta promessa, il sig. Defasi, la trovò in un pieno parosismo di febbre e di delirio.

E di Andrea intanto che cosa era avvenuto?

La lurida stanzaccia di prigione in cui fu cacciato il marito di Paolina, era piena zeppa di gente, essendo in essa stati posti molti degli arrestati la notte scorsa nella riotta all'officina Benda, e fra questi una nostra antica conoscenza, quel tristo arnese di Marcaccio. Mancava il Tanasio, perchè la spaccatura della testa ch'egli doveva al braccio robusto di Bastiano, lo aveva fatto trasportare nella infermeria. Era la prima volta, per Andrea, ch'ei si trovava in quello fisicamente e moralmente sconcio ambiente che è la prigione; e codesto non avviene di certo senza un grande sconvolgimento di tutto l'essere; aggiungetevi le condizioni in cui si trovava egli personalmente, in cui era l'animo suo per le sofferte vicende, e facilmente potrete immaginare come l'infelice non avesse quasi in quel punto la coscienza di sè e di ciò che gli accadeva dintorno.

Di quanti erano colà dentro egli non riconobbe nessuno; non vide altro che una turba di uomini, la quale gli parve assai più numerosa di quel che fosse in realtà; e rimase poco meno che spaventato nel vedere tutta questa turba serrarglisi dintorno con una curiosità che a lui parve quasi una ressa minacciosa. Dell'udirsi interpellare da varie parti, da varie voci, chiamandolo per nome, dandogli in isconci termini uno sconcio benvenuto. Erano la più parte operai suoi antichi compagni all'opificio e suoi più recenti alla bettola, i quali tutti mostravano od ostentavano per la loro condizione presente e per le minaccie della sorte che li aspettava una spensierata noncuranza od una riagente allegria, alcuni perchè già avvezzi alla cosa avevano smussato l'animo così ad ogni rispetto di sè come ad ogni vergogna, alcuni per bravata, non volendo mostrarsi da meno d'altrui nello sciagurato merito di quell'infame cinismo.

Marcaccio in quel primo istante non si fece innanzi; e invece si sottrasse agli sguardi ed all'attenzione di Andrea, che da parte sua era troppo stordito nella testa per discernere alcun che. Il marito di Paolina essendo troppo afflitto e desolato per rispondere a quell'accoglimento sciaguratamente festoso che gli fecero i suoi compagni di carcere, esso ebbe fine ben presto: Andrea fu lasciato stare non senza qualche epiteto oltraggioso; e il misero, ritrattosi in un angolo, buttatosi a sedere sopra un saccone, puntando alle ginocchia i gomiti e stringendosi colle mani la testa, rimase assorto nel caos turbinoso dei suoi vari pensieri, dolorosi e paurosi tutti.

Perchè lo avevano arrestato? Era uno dei primi e de' più precisi che gli si aggirassero nella mente confusa. Una voce segreta gli diceva in fondo del cuore: «per cagione di quelle false chiavi che tu hai fabbricate.» Se fosse così, e quando ne lo avrebbero interrogato, che cosa avrebb'egli dovuto rispondere? Negar tutto: chi poteva provare quella sua colpa? Non c'era che quell'omiciattolo presente, e poi più tardi era sopravvenuto Stracciaferro; ma e l'uno e l'altro non avrebbero parlato mai. Sì, ma se nelle sue risposte s'imbrogliasse, egli che non aveva tanto ingegno da saper mentire? Confessare la verità? Codesto avrebbe anzi disposto a favor suo l'animo dei giudici. Ma così la colpa era chiarita assolutamente e certa la punizione. Egli non sapeva di leggi e non conosceva qual pena gli avesse da toccare, ma forse per mesi ed anco per anni l'avrebbero tenuto in carcere. A questa idea sentiva batter tumultuoso il sangue nei polsi della testa. Anni? mesi? Ma egli non poteva star lì nemmanco una settimana. Aveva sua moglie da andare a vedere; voleva e doveva non lasciarla morire. Quella sua colpa non l'aveva egli bastantemente espiata con tutto quello che aveva sofferto? Gli pareva di sì; ma poi quella medesima voce interna accresceva di forza per [60] gridargli che a lui si doveva l'assassinio di Nariccia. Ebbene? e con ciò? diceva nel suo intimo la parte di lui che la faceva da avvocato difensore: non era egli che avesse preso parte a quel delitto. Ben gli stava a quell'avaraccio disumano e crudele. Chi lo rimpiangeva? A cui recava danno la sua morte? Era questa anzi a molti un vantaggio. Egli se l'era voluta: era di certo una giustizia di Dio; ma poi di colpo, tutto cambiavasi nell'animo d'Andrea. Sentiva più grave pesar su di lui la responsabilità di quell'omicidio, parevagli scorgere sulle sue mani medesime, le macchie di quel sangue che s'era versato.

Si ricordò in quel punto di Marcaccio. Era stato egli il suo demone tentatore; egli a cui cagione Andrea aveva fallito: oh come giustamente la pensava Paolina mettendo in guardia suo marito contro le seduzioni di quel tristo amico, volendolo da quello allontanare! Probabilmente, anzi sicuramente, a credere d'Andrea, Marcaccio era stato uno degli assassini: egli, egli onest'uomo fino allora, era dunque amico d'un ladro e d'un omicida: sentì un tale orrore di sè che tutto si riscosse, come assalito dal ribrezzo, e mandò tra le palme onde si copriva la faccia un'esclamazione soffocata che pareva un singhiozzo.

In quella una mano gli si posò leggermente sulla spalla ed una voce ben nota lo chiamò sommessamente per nome. Andrea levò la testa con un sussulto e mandò un'esclamazione di terrore. Quel Marcaccio, di cui stava pensando, gli era davanti accoccolato sul pavimento, la faccia pochi centimetri lontana dalla sua. Pareva succeduta come una evocazione. Andrea aveva pensato al suo cattivo genio, e questo eccolo presentarglisi di botto. Si trasse in là con uno sgomento che non isfuggì al suo tristo compagno, e s'affrettò soprattutto a levare la sua spalla dal contatto di quella mano che egli immaginava rea dell'omicidio.

— Tu! tu qui! esclamò egli con istupore e paura. Che mi vuoi?.... Vuoi tu ancora trascinarmi a peggiori malanni?

Marcaccio per prima cosa ruppe in un'alta risata, che coprì le ultime parole di Andrea, poi gli disse:

— Ve' che bell'accoglimento da amico e che faccia che tu mi fai!.... Poverino! Tu sei tanto sbalordito che non sai proprio più quello che ti peschi... Sì, c'è da far le meraviglie di trovarci in questo luogo, noi galantuomini che siamo innocenti come l'acqua; ma e' capita sempre così, i birboni vanno a spasso e fumano il sigaro sotto i portici, e i poveri diavoli d'onesti vengono qui ad ammuffire su questi miserabili sacconi.

Poi si fe' ancora più presso all'orecchio d'Andrea e gli disse sotto voce frettolosamente:

— Qui bisogna badar bene alle nostre parole, sai! Abbiamo da parlarci, ma conviene farlo così piano che nessuno oda pure un soffio, e forte non ci scappi un solo detto che dia appiglio a qualche supposizione. Qui dentro sono almeno tre o quattro le spie.

Andrea lo guardò colla faccia d'uomo che non capisce; Marcaccio ripigliava a più alta voce:

— Se' tu stato pescato eziandio per la gazzarra di ieri sera? Non ti ci ho visto alla fabbrica. Vedi giustizia! Io mi sono contentato di andarci a gridare che è tempo di dare un po' meglio di pane al povero popolo, togliendone ai ricchi che ne han di troppo, e sono ingabbiato come un merlo, mentre taluni che fecero il diavolo e peggio, se la sgabellarono tranquillamente. Ah! non ci ho fortuna!

Andrea volse uno sguardo invelenito contro il suo compagno e rispose che non sapeva il motivo per cui era stato arrestato, ma che supponeva esserlo per quel fatto a cui lo aveva determinato Marcaccio medesimo due sere prima. Egli parlava sommesso, non aveva pur nominato di che cosa si trattasse, e nessuno pareva fare la menoma attenzione ai loro discorsi, ma pure ciò non bastò a rassicurare il complice d'Andrea.

— Zitto! diss'egli. Queste sono quelle cose di cui t'ho detto non bisogna discorrere che con infinite precauzioni. Dà retta. Io occupo il saccone vicino al tuo: stanotte, quando tutti dormiranno, ci faremo vicini vicini e ci insinueremo pian piano nel tubo dell'orecchio quello che abbiamo da dirci a vicenda. Per ora basta, e non parliamoci più.

Il marito di Paolina ricadde nelle sue tristi meditazioni. La notte! Egli era dunque il vero che avrebbe dovuto passare la notte in quell'orribil luogo? Oh! non sarebbe stato possibile che prima del cader del giorno qualche cosa avvenisse per cui egli fosse liberato? Dei momenti ciò sperava, gli pareva quasi una cosa sicura; si diceva che chi comanda non doveva volere che un uomo, il quale non era mai stato incarcerato, sul conto del quale non s'era mai trovato nulla da ridire, stesse pure un minuto di più del bisognevole frammezzo a quelle muraglie, in quella scellerata compagnia; si lusingava che della sua colpa nessuno potesse avere, non che prova, un indizio, che lo si sarebbe quindi ritenuto tosto per affatto innocente, e mandato a liberare, di quel giorno medesimo, fra poche ore, forse a momenti. Ma l'illusione era troppo vanamente fondata per poter reggere a lungo. S'accorgeva di accarezzare una chimera; gli nasceva il sospetto, il presentimento di quello che era la verità: che cioè quando un povero diavolo viene incarcerato, lo si dimentica, fino a che il giuoco dell'ordigno sociale della giustizia non lo riporti a galla, che di lui quindi nessuno per allora più non si occupava, come se non esistesse al mondo.

— Sì, dovrò passar qui la notte: diceva egli allora a se stesso, con cupa rassegnazione. E quante notti!... E se fossi poi condannato?... Oh a che cosa mai potrebbero condannarmi? Bisognerà ch'io consulti un avvocato... E Paolina intanto?

[61] Venne la notte. Quando tutti giacevano immersi nel più alto sonno e suonavano per lo stanzone i fragorosi russamenti de' suoi compagni, Andrea che non poteva chiuder occhio, vide Marcaccio porre la testa presso presso alla sua, ed udì come un soffio nell'orecchio che gli diceva:

— Ora parliamo. Qual è il motivo del tuo arresto?

— Io non ho che un atto solo nella mia vita che mi possa meritare questa sciagura: quello che mi hai fatto eseguir tu.

— Vuoi dire le chiavi false della casa di Nariccia?

— Sì.

— Oh che credi tu che siavi alcun sospetto di qualche cosa?

— Dopo il colpo di cui fu vittima stanotte messer Nariccia.

— Colpo! Vittima! esclamò con infinito interesse Marcaccio. Oh che, è successo qualche cosa?

Andrea lo guardò con istupore.

— Non lo sai, o fingi di non saperlo?

— Non so niente.

— Io ho creduto che tu ci avessi parte.

— Niente affatto. Non mi si disse manco che la cosa doveva farsi la notte scorsa: quel sornione di Graffigna fa sempre così. Ed io fui arrestato alla fabbrica Benda.

— Tanto meglio: disse Andrea, cui tornò una specie di sollievo sapere che quell'uomo con cui discorreva non s'era macchiato dell'atroce delitto, e sentì alquanto scemarsi la ripulsione che aveva a parlargli.

Raccontò a Marcaccio tutto quello che aveva appreso intorno alla sorte di Nariccia: e ciò che sul mariuolo fece maggior effetto fu l'idea del vistosissimo bottino che gli assassini dovevano aver fatto.

— Alla croce di Dio! de' bei sacchetti e' li avranno portati via di colà..... Mi par mill'anni di esser fuori di qui per averne la mia parte..... chè una buona porzione ce ne viene a noi due..... anche a te che li hai messi dentro quella casa..... Senza di noi non ci sarebbero riusciti.

Andrea tornò a provare tutto il ribrezzo ed il rimorso di poc'anzi.

— E tu dunque, riprese a dire Marcaccio, poichè il suo compagno si taceva; tu temi che per tal cagione t'abbiano arrestato. Or dunque dimmi un po': all'interrogatorio che cosa conti tu di rispondere?

— Ah non so davvero. Ho paura che leggano subito nel mio turbamento tutta la verità.

— Bubbole! Ci vuole franchezza e coraggio. Dà retta a me e ringrazia il tuo santo protettore che ti ha fatto incontrar qui con un amico par mio: altrimenti tu mi avresti fatta una solenne frittata, rovinato te e compromesso altrui. Bisogna negare fermo, forte e tutto. Non c'è alcuno che possa tradirti, perchè nè io nè altri con cui tu avesti da fare puoi esser certo che aprirà bocca. Non si è tanto gonzi. Tu non hai visto nulla, tu non sai di nulla, tu non hai sentito di nulla. Non si esce di lì. Ti terranno un par di settimane a mangiar gratis il pan dello Stato e la minestra della Misericordia e poi ti daranno il largo....

— Un par di settimane! esclamò spaventato Andrea: oh che io avrei da rimaner qui cotanto?

L'emozione gli fece dimenticare la prudenza inculcatagli da Marcaccio, e queste parole furono pronunziate con voce quasi alta.

— Zitto, per amor di Dio! disse il suo compagno serrandogli forte un braccio. T'ho detto che bisognava parlar tanto piano che neppure le mosche, se ci fossero, non ci avessero da sentire.... Ora s'è discorso abbastanza: mettiam berta in sacco e dormiamo.

Marcaccio non tardò in fatti a prendere una parte distinta nel concerto di russamenti che eseguivano con una specie di foga accanita i carcerati; ma pel marito di Paolina non ci fu possibilità di chiuder occhio. Troppo nuove e troppo dolorose erano le impressioni che egli aveva ricevute, perchè si potesse tanto presto acquetar l'anima sua. La notte gli parve eterna; ed egli salutò quasi come un amico il primo fioco barlume di luce che s'insinuò in quel lurido camerone traverso le inferriate e i ragnateli polverosi dell'alto finestrino.

Comparve poi finalmente Andrea innanzi al giudice istruttore. Gl'indizi a carico dell'accusato si erano fatalmente accresciuti e fatti gravi. S'era raccolto da testimonianze che Andrea aveva espresse assai fiere minaccie prima contro il suo antico principale, il signor Giacomo Benda, perchè non aveva più voluto accettarlo nella sua officina, e siccome l'assalto, il saccheggio e l'incendio di quell'opificio conoscevasi essere il risultamento d'un complotto, era naturalissimo il credere che questo operaio, amico e compagno indivisibile d'altronde d'uno dei caporioni della riotta, arrestati in flagranti, avesse preso parte principale ancor esso al complotto medesimo, ed anzi, alla esecuzione di esso; quanto all'assassinio di Nariccia, Andrea aveva contro di lui la sua abilità conosciuta di fabbro, e le minaccie ancora più terribili che nell'osteria di Pelone egli s'era lasciato scappare a più riprese contro il padrone di casa che gli aveva gettata la famiglia sul lastrico della strada.

Andrea alle pressanti, accorte, pericolose interrogazioni del giudice non rispose altrimenti, seguendo il consiglio di Marcaccio, che con decise negative; ma egli spinse questo metodo ad un eccesso che lo compromise maggiormente. Timoroso delle conseguenze che da principio aveva veduto trarre dalle circostanze le più lievi coll'arte induttiva dell'interrogatore, non essendo abbastanza accorto, nè abbastanza libero di mente per indovinare o presentire [62] soltanto a qual meta mirassero le fattegli domande anche le più semplici, egli credette miglior partito negar sempre e negar tutto. Ma queste sue negazioni non sapevano essere tanto risolute che non lasciassero scorgere lo sforzo della menzogna; ma elleno, poco accortamente, volevano escludere anche delle cose e circostanze che erano provate evidentemente, così che l'impressione del giudice fu quella affatto di avere innanzi a sè un reo ancora novizio, ma reo assolutamente dei due gravi delitti che gli si imputavano.

Andrea s'accorse dell'impressione che produceva sul suo interrogatore, e perdette ancora più la bussola, tanto che, non sapendo oramai più che farsi, nè che dire, quasi avesse speranza di intenerire quell'uomo e da lui dipendesse la sua salute, proruppe in confuse supplicazioni quasi con voce di pianto. Giurò ch'egli ned era andato ad assalire la fabbrica Benda, nè aveva saputo dell'assassinio di messer Nariccia fuorchè al mattino; sì, era pur vero, disse, che inconsiderate parole gli erano sfuggite contro il fabbricante ed il padrone di casa, ma in quel momento, coll'animo vivamente esagitato, egli aveva detto cose a cui non pensava, che non aveva per nulla l'intenzione di eseguire; lo lasciassero andare ch'egli ne aveva gran bisogno: parlò della moglie moribonda all'ospedale, dei figliuoli all'ospizio, che non per lui, ma per quei poveretti gli usassero pietà.

Il giudice lo lasciò dire con molta pazienza, ascoltandolo freddamente; poscia tornando egli a parlare:

— Sentite, gli disse, non vi nascondo che le apparenze sono molto contro di voi, e che le vostre risposte furono ben lontane dal scemare i sospetti a vostro riguardo: ma pure ci avete un modo tuttavia da escludere ogni vostra colpabilità, da far dileguare ogni dubbio, e sarebbe quello di provar l'alibi.

Andrea guardò il giudice con tanto d'occhi.

— L'alibi? ripetè egli con tono che significava non saper egli che animale si fosse codesto.

— Sì, riprese l'uomo della legge coll'impazienza di chi, avendo famigliare un'espressione, non può persuadersi che altri non la capisca: sì l'alibi, vuol dire che proviate come durante il tempo in cui si commisero quei reati, voi foste altrove, alibi, e quindi sia impossibile che voi prendeste parte ai reati medesimi.

La faccia di Andrea si rasserenò tutta.

— Sì? esclamò egli con accento di somma gioia: ma in tal caso io sono salvo. Ho passato fin dalla prima sera, tutta la notte in un luogo, oso dire, a fare un'opera buona.

Il fiscale crollò con mossa alquanto incredula il capo. Per lui uno de' rei era già trovato: era lieto del suo successo, e gli rincresceva aver da rinunziare alla sua convinzione ed alla soddisfazione di amor proprio d'aver già appurata la colpevolezza di uno di quei terribili assassini.

— Uhm! diss'egli con un certo risolino; codesto non basta il dirlo. Converrebbe, come vi ho già espresso, provarlo.

— E lo posso provare.

— Ci avete dei testimoni?

— Sì.

— Ammessibili?

— Affatto... L'uomo stesso al cui letto io ho vegliato.

— Ebbene chi è costui? E dove lo si trova?

Andrea aprì le labbra per rispondere, ma poi un nuovo sentimento sopravvenne a trattenerlo.

— Ah no, non posso: esclamò egli con dolore e rabbia; ho promesso solennemente di tacerlo.

Sulla faccia del giudice tornò quel certo risolino di poc'anzi: ed egli s'alzò come per dinotare che l'interrogatorio era finito.

— È molto spiacevole per voi che non possiate parlare. Codesto vi avrebbe tratto assai facilmente d'imbarazzo: ma poichè una tal promessa vi chiude la bocca, è inutile insistere, non abbiamo più nulla da dirci, e potete tornare nella vostra carcere.

Chiamò i secondini perchè Andrea fosse ricondotto al suo stanzone, ed egli medesimo, ripiegate le sue carte, s'accinse ad uscire col segretario: ma il prigioniero, quando fu alla soglia, si fermò ed esclamò con forza:

— Un momento!... Ah! per salvarsi, un padre di famiglia può anche violare una tal promessa. Sono disposto a dir tutto. Ecco l'indirizzo del luogo ov'io passai tuttedue le notti di sabato e di domenica; vadano colà e troveranno l'uomo che forse deve a me se ancora trovasi in vita.

Il giudice fece scrivere dal segretario l'indirizzo che Andrea gli disse; domandò che nome avesse quell'uomo di cui l'inquisito parlava, ed Andrea rispose che l'ignorava.

— Si prenderanno informazioni: disse asciuttamente e di mala voglia il fiscale; e ricordatevi bene che le frottole non vi serviranno di nulla.

Il marito di Paolina fu ricondotto in carcere.

Quel giorno medesimo il signor Tofi ebbe una viva soddisfazione. Egli in questo succedersi di gravi avvenimenti sentiva di molto la mancanza di Barnaba, cui non aveva più visto dopo quel colloquio avvenuto fra di loro, nel quale egli all'agente caduto in disgrazia aveva manifestato i voleri e gli ordini dei superiori; e per riaverlo al suo fianco avrebbe dato non so che cosa. Aveva fatto cercare di lui, ma Barnaba, oltre il palese, aveva un domicilio nascosto, sconosciuto anche dal suo capo, e non era stato possibile averne notizia. Quel dì dopo l'interrogatorio di Andrea, l'ufficio di polizia ricevette da quello fiscale una comunicazione, in cui dicevasi uno degli imputati aver cercato di stabilire l'alibi allegando d'essere rimasto tutta notte in via [63] tale, casa tale, al tal piano, senza voler dire il nome della persona che in quel quartiere abitava; si prendessero informazioni di che luogo fosse quello e chi vi abitasse, ma con molta cautela per non dare la sveglia, se per caso vi fosse colà dei complici.

Era una missione delicata; e poi una specie di ispirazione d'istinto lo mosse: il Commissario decise di andare in quel luogo esploratore egli medesimo. Assunse l'aspetto d'un buon borghese ed andò a picchiare (che non c'era campanello) alla porta dell'indicatogli quartiere. Venne ad aprirgli la faccia melensa di Meo, che rimase ancor più melensa nel vedersi innanzi una persona che non conosceva.

— Oh! disse lo stupido. Credevo che fosse il medico!

— Son ben il medico per l'appunto: rispose il Commissario cacciandosi innanzi.

— Ma!... E quell'altro?

— Quell'altro non ha potuto venire, ed ha mandato me in sua vece.

Traversò senz'altro con tutta sicurezza quella prima cameretta che serviva d'entrata, e s'intromise nella seconda stanza, nella quale vide un letto su cui giaceva un uomo. Mandò un'esclamazione e in un salto fu presso il giacente. In costui aveva riconosciuto Barnaba.

CAPITOLO VIII.

Torniamo indietro di due giorni, a quella sera ed a quel momento in cui Barnaba cadeva sulla neve della strada, trafitto alle reni dall'affilato pugnale di Graffigna. Abbiamo visto che nell'ombra della notte due persone accostantisi al luogo del commesso delitto, apparivano agli occhi spaventati di Marcaccio, il quale gettando l'allarme come se fosse loro addosso la forza pubblica, fuggiva e faceva fuggire il suo complice.

Que' due uomini erano invece, come già fu detto, Macobaro l'ebreo, e il marito di Paolina, che ultimi erano usciti dalla bettolaccia di Pelone. Il vecchio rigattiere che giunse primo sopra il caduto, lo schivò col suo passo barcollante per l'età, e mormorò fra i denti:

— Un ubriaco fradicio. Be', ch'e' dorma costì sulla neve; ciò gli vorrà far passare i vapori.

Barnaba era caduto, ma non aveva perso menomamente la cognizione. Aveva sentito la fredda lama penetrar nelle viscere; gli era stato impedito il pur mandare un grido dallo spasimo e dal sangue che si era precipitato alla gola, ma egli non s'era tuttavia smarrito dell'animo. Quando vide che i due uomini da cui era stato assalito fuggivano ratti, Barnaba aveva creduto davvero ancor egli che una pattuglia od alcune guardie di polizia di servizio sopraggiungessero, e fatto uno sforzo per levarsi, puntando la mano al suolo, riuscì a tirar su il capo e guardare verso il nuovo sopravvenuto; riconobbe Macobaro, e fu sul punto di lasciarsi ricadere senza cercarne aiuto ned altro, perchè troppo sospettava delle attinenze di quel vecchio con coloro che lo avevano trafitto: ma il rigattiere non aveva ancora fatto il giro intorno al corpo del caduto, per continuare il suo cammino, quando giungeva a quel punto anche Andrea, il quale se nei fumi del vino aveva ammortito alquanto il rimorso della mala opera commessa, non ci aveva però attutiti quell'istinto pietoso e quel sentimento d'umanità che erano nella sua natura.

— Un povero diavolo che ha male: diss'egli curvandosi sopra Barnaba che stava ancora col capo eretto a guardare.

La fisionomia dell'operaio ispirò fiducia nel ferito.

— Sì, diss'egli colla poca voce che aveva, ho male, ho molto male; mi fareste una fiorita carità ad aiutarmi a levar su, ed accompagnarmi a casa, che non è lontano; e ne avreste buon compenso, ve ne assicuro.

Alla parola di compenso la cupidigia fece drizzar le orecchie e fermare il passo a Macobaro.

— Oh, oh! diss'egli accostandosi, e' mi pare di conoscere questa voce.

Andrea passò un braccio sotto il corpo del caduto per sollevarlo, ma ritirò con ribrezzo la mano, sentendosela bagnata d'un tepido umore attaccaticcio.

— Santa Madonna! Questo è sangue!...

— Sì, sono ferito: ma non sarà nulla..... Ch'io possa soltanto giunger presto a casa mia.

— Qui conviene correre a chiamare soccorso, ad avvisare la giustizia....

Barnaba trattenne pei panni Andrea che pareva voler prendere le mosse.

— No, no; diss'egli con istraordinaria energia. Non voglio nessuno; la giustizia non ha da saperne nulla... Me la farò da me, la giustizia.... se scampo.

Jacob aveva riconosciuto pienamente il segreto agente della polizia, sulla cui condizione, da lungo tempo egli aveva più che sospetti.

— Egli è l'Eterno medesimo che me lo manda a stromento della mia vendetta: diss'egli fra sè. Quand'io salvi dalla morte costui, potrò per suo mezzo perdere quell'altro senza rovinar me.

Si chinò ancor egli con tutta premura verso il ferito.

— State di buon animo, gli susurrò, noi vi trarremo fuori d'ogni rischio. Solo ch'io possa esaminare la vostra ferita, e vedrete. Nella mia famiglia, da tempo immemoriale ci abbiamo conoscenza d'ogni fatta ferite e segreti infallibili per guarirle. [64] Andiamo adunque a casa vostra e non dubitate di nulla.

Andrea prese fra le braccia il ferito, e recandoselo come se fosse un fantolino, s'affrettarono verso quella strada, entrarono in quella casa e salirono quelle scale cui Barnaba loro indicò, di guisa che pochi minuti dopo, il trafitto era disteso sopra il suo letto, e Macobaro visitatolo e fattagli una fasciatura a suo modo, lo rassicurava affermando che nessun organo essenziale era stato offeso dalla lama, la quale s'era miracolosamente insinuata fra le viscere, e che perciò non solamente sicura, ma sollecita sarebbe stata la guarigione.

Andrea aveva acceso il fuoco ed aiutato l'ebreo in tutto ciò che aveva potuto; e in codeste cure prodigate al ferito, era passata oramai la notte. Barnaba, ringraziati i due suoi soccorritori, aveva voluto rinviarli alle case loro ed alle loro bisogna, ma Andrea aveva risposto non aver egli più casa ove ricoverarsi, nè famiglia che avesse da inquietarsi de' fatti suoi, e quindi poter benissimo rimanere a custodia del malato, come grande n'era pure il bisogno. Macobaro ancor egli protestò che a casa sua non ci aveva da andare, nè voleva, e che anzi se non si fosse trattato d'una sì rincrescevole disgrazia, sarebbe stato lieto fosse nata occasione da dovere star lontano dalla sua dimora; e così avvenne che Ester, rimasta sola in casa, potesse di là fuggire, come vedemmo.

Ma prima che il vecchio ebreo, la mattina di poi, abbandonasse il letto dell'infermo per tornare a casa sua, fra quei due aveva luogo un breve colloquio a parole interrotte, il quale era però importantissimo, essendosi gettate, per così dire, le basi d'un'alleanza fra loro, della quale dovevano riuscire terribili gli effetti.

Fu Macobaro che incominciò:

— Scusi, diss'egli, se entro in discorso che forse la infastidisce o le spiace, ma vi sono costretto per la mia stessa tranquillità e per quella di quel bravo uomo.

Ed accennò con una mossa del capo ad Andrea, che sonnecchiava sopra una seggiola presso il fuoco.

Barnaba fece un moto degli occhi, che voleva dire:

— Parlate pure:

— Ella non volle che si andasse ad avvertire l'autorità....

Il ferito interruppe con un gesto negativo del capo, pieno di energia.

— Non vorrei poi che io e quel buon operaio rimanessimo compromessi.

— Siate tranquillo: rispose allora Barnaba fissando ben bene entro gli occhi il padre di Ester e pesando sulle parole, che pronunciava lentamente: non avete nulla da temere. Se io guarisco... e voi mi assicurate che guarirò...

Jacob ripetè quest'affermativa con accento pieno di convinzione.

— Non solamente non avrete disturbi, ma dall'avermi soccorso potrete avere vantaggio. Debile ed umile, com'io vi sembro, io potrei pure molto far obbliare, e molto perdonare per chi avesse bisogno dell'una e dell'altra cosa.

Macobaro chinò gli occhi, prese un'aria modesta e disse:

— Potrei invocare poi la sua protezione in questo senso... non per me, ma per alcuni alla cui sorte m'interessassi?

— Sicuramente.

— Ma ciò vuol dire, s'io non erro, che s'Ella ha sufficiente autorità da far mettere certe cose nel dimenticatoio, l'avrà pure per far volgere il rigore delle Autorità sopra questo o quel fatto, questo o quell'individuo?

Barnaba affondò i suoi occhi in quelli dell'ebreo che si levarono un momento su di lui. Ciò bastò perchè il poliziotto travedesse nell'anima del vecchio rigattiere.

— La ho: rispose con quell'accento significativo di prima. Anzi per far male ad alcuno — che se lo meriti — la ho tanto di più.

Qualunque fosse l'impressione che queste parole facessero su Macobaro, questi la dissimulò compiutamente in una perfetta immobilità della persona, tenendo chini a terra il volto e gli occhi; ma dopo un breve istante riprese a parlare.

— Se dunque Ella non vuole sia ora avvisata la giustizia del delitto compito su di Lei, non è perchè la rinunci alla vendetta.....

Pronunciò egli questa parola con una vibrazione speciale, e nel pronunziarla le sue fosche pupille dal fondo delle occhiaie tornarono a volgersi sul volto di Barnaba.

— Alla vendetta! esclamò questi di cui gli sguardi balenarono alla pari. Rinunciarvi? Mai più! Gli è perchè voglio compirnela io..... che ho i mezzi ed il potere di regalarmela da me questa vendetta, che non mi piace nessun altro venga ad intromettersi prima. I due sciagurati che mi ferirono furono stromenti soltanto: io voglio salire più su, voglio afferrare la mente che ha guidato quelle mani, e per giungervi farei non so che cosa.

— Ah sì! esclamava con forza il vecchio Arom, Ella ha ragione..... Gli è colà che bisogna percuotere.

Barnaba tese vivamente una mano fuori delle coltri ed afferrò lo scarno braccio dell'ebreo.

— E voi mi ci aiuterete: disse con vece bassa ma vibrata. Avete voi pure una vendetta da compiere? I nostri odii si uniscano e quell'uomo è perduto.

— Basta! basta! disse, Macobaro levando il suo braccio dalla stretta della mano del ferito. Abbiamo già troppo discorso, e non bisogna che Ella si agiti il sangue. Stia calmo ed in riposo, la mente ed il corpo.

[65] Si curvò su di lui e soggiunse piano piano che appena il giacente l'udì:

— Di ciò parleremo ancora di poi.

— Ah vendetta, vendetta! pensava Barnaba seguendo collo sguardo il vecchio oramai sull'orlo della fossa che col suo passo cadente s'allontanava dal letto; tu sei la passione maggiore dell'anima umana, tu sei la susta più potente della nostra volontà: chi sa servirsi di te e sfruttare le tue ispirazioni e la tua forza, ha in pugno l'orgogliosa umanità.

Verso le dieci del mattino, Meo, secondo che gli era stato ordinato da Barnaba, venne a casa di quest'ultimo, e vi fu trattenuto ad ogni modo, senza lasciarlo uscir più, premendo di molto al poliziotto che il servo di Pelone più non tornasse nella bettola, nè fosse visto da alcuno dei frequentatori di essa, non avendo Meo medesimo volontà nessuna di tornarci, e giungendo inoltre opportuno per aiutare Andrea nelle cure da darsi al ferito.

Barnaba, frattanto, condannato ad una forzata inerzia corporale, lavorava di molto colla testa: veniva rifacendo nella fantasia tutto il dramma avvenire che avrebbe avuto per conclusione una sua molteplice vendetta verso quell'uomo il quale finora avea saputo a lui così bene sottrarsi e nella coperta lotta vincerlo. Un istante solo aveva egli pensato di mandare pel signor Commissario e svelargli quando venisse ogni cosa, perchè s'affrettasse ad agire, nella paura che gli scellerati potessero trovar modo da scivolare anche una volta fuor delle loro mani; ma troppo era il suo desiderio di far egli tutto da sè, d'esser egli a condurre a fine l'impresa e mostrare a' suoi superiori quale errore avessero commesso condannandolo: ci teneva come un inventore alla sua scoperta, il quale non può soffrire che un altro la metta in atto e se ne faccia merito. Gli assassini credendolo spacciato, non avrebbero stimato opportuna altra precauzione per guarentire il loro segreto e la loro sicurezza; ed egli d'altronde ora colla cooperazione di Macobaro poteva dirsi penetrato nel campo nemico. Si trattava solamente di guarir presto, e poi egli avrebbe fatto meravigliare il signor Tofi e quanti altri mai coi risultamenti che otterrebbe.

Egli era appunto in cosiffatti pensieri, quando in seguito alle vicende che abbiamo visto, il signor Tofi medesimo entrava precipitoso nella stanza del ferito e con lieta sorpresa riconosceva in lui il suo più fido e più abile agente segreto.

Il signor Tofi era troppo accorto per far vedere che solamente al caso egli dovesse la scoperta del covo in cui stava ritratto, come Achille sotto la tenda, il suo subordinato; si avanzò verso il letto col suo passo militare accelerato, il mento levato sopra il suo cravattone duro, con aspetto più severo che soddisfatto, non ostante la compiacenza che provava internamente per l'avvenutagli buona ventura di trovar lì chi più desiderava.

— Ecchè, diss'egli col suo accento solito, mezzo di rampogna e mezzo di comando; la ci vuol proprio tutta a stanarvi fuori. E mentre si fa più forte il bisogno dei vostri servizi e si presenta più favorevole l'occasione per farvi onore, voi state qui a poltrire in letto sotto il pretesto di non so qual malattia? Forse che abbiamo il tempo di diventar malati, noi? Forse che possiamo tener broncio e rifiutarci al nostro dovere? Niente affatto. Ci conviene star sempre sulla breccia, il corpo e lo spirito pronti. Animo su, fuori da quelle coltri che una grande campagna incomincia, è già incominciata.

L'emozione della sorpresa vedendo entrare così inaspettato il signor Commissario, aveva cagionato a Barnaba a tutta prima un certo rimescolìo di sangue, per cui s'erano d'alquanto arrossate le sue guancie; ma poi, dato giù quell'accorrere degli umori al capo, era tornata in lui la pallidezza che lo dimostrava in preda ad una vera e non lieve sofferenza di malattia. Tofi ciò vide e con alquanto più interesse che non avesse fino allora manifestato, curvando un poco sopra il letto la sua alta e rigida persona, soggiunse:

— Ma in realtà voi mi siete più bianco d'un cencio lavato. State dunque male davvero?

Barnaba fece un segno affermativo.

— Sono andato fino alla porta della tomba, disse con un mesto sorriso, e poco mancò, proprio assai poco, che non avessi più il bene di vederla, signor Commissario.....

Questi volle saper tutto che era avvenuto al suo agente; e Barnaba fattogli promettere che non avrebbe fatto nulla per iscoprire e cogliere i colpevoli, gli raccontò in brevi termini l'aggressione di cui era stato vittima.

Tofi stette un poco pensieroso, gli occhi fissi sul volto del giacente; poi disse:

— Ed a chi ed a qual motivo credete voi dover attribuire questa succhiellata?

Gli occhi di Barnaba si animarono un pochino.

— A chi? diss'egli. V'è una grande, orribile congrèga, di cui son presso a scoprire le fila, v'è una scellerata e potente persona de' cui delitti ho già quasi in mano le prove.... Si aveva tutto il possibile interesse a farmi scomparire.

Questa volta il Commissario non fece più il sorriso d'incredulità che era solito a fare quando Barnaba accennava a que' suoi sospetti intorno ad un misterioso capo di un'orda di briganti.

— E perchè, domandò egli ancora, non volete ch'io cerchi de' vostri assassini?

— Per più ragioni: rispose Barnaba. La prima è la mia sicurezza medesima. Bisogna che si facciano l'idea ch'io sono sparito affatto, e che del loro delitto non esiste traccia nè sospetto nessuno: per ciò volli tenermi così nascosto e feci giurare ai pietosi che mi soccorsero il più assoluto silenzio. Se altrimenti avvenisse, quell'associazione, potente [66] e così bene guidata com'è, avrebbe tosto mezzo di scoprirmi ed una seconda volta mandare a buon fine il loro poco amorevol disegno a mio riguardo. Poi è necessario ancora codesto perchè credendo tolto di mezzo per sempre chi li minacciava, si rassicurino e non facciano disperdere gl'indizi e le prove, di cui ho già tutti in mano gli elementi. Per ultimo (e qui i suoi occhi brillarono vieppiù), perchè voglio avere io il gusto ed il merito di fare le mie vendette.

Tofi fece un legger cenno d'acconsentimento.

— Sta bene, disse poi; ma frattanto l'audacia e il numero dei delitti crescono ogni giorno, e preme porvi riparo il più presto. La notte di là assassinarono l'usuraio Nariccia e la sua vecchia fante.

Barnaba si fece contare tutte le circostanze appurate di quel fatto.

— Ed Ella sospetta dei colpevoli? domandò poi.

— Sono certo: rispose vivamente Tofi. Gli assassini erano tre; due furono i famosi Stracciaferro e Graffigna.

E narrò il modo con cui di ciò erasi assicurato interrogando nella guisa che abbiamo visto il paralitico Nariccia.

— Vi è il terzo ancora da scoprire: soggiunse poi.

— Eh! so ben io chi fu questo terzo: disse Barnaba con accento pieno di convinzione.

Tofi si curvò su di lui.

— Sempre la vostra idea? interrogò abbassando la voce.

Il giacente fece un segno affermativo.

— Quel signorino elegante?

— Sì.

— Il dottor Quercia?

— Lui!... Non altri che lui! esclamò con forza Barnaba.

Il Commissario affondò le sue mani nelle lunghe tasche del suo soprabito, posò il mento sul cravattone e fece due giri per la stanza, assorto in profonda riflessione. Poi tornò a piantarsi alla sponda del letto del suo subordinato.

— I vostri sospetti non li accuso più d'impossibili, diss'egli; ma l'affare è molto delicato e conviene trattare con prudenza molta.

Esitò un momentino e poi con brusco accento, come se l'avesse amara seco per dover pronunziare quelle parole:

— Che cosa penserete voi dover fare? domandò.

— Poco o nulla rispose Barnaba. Raccogliere tutti gli indizi possibili, ma quasi di soppiatto, sorvegliare attentamente, ma senza che appaia. Sarebbe buon partito mostrare d'aver preso uno svarione e mettersi apparentemente in una falsa strada; oppure far vedere che, disperati di venirne a capo di nulla, si rinuncia alla ricerca..... Intanto io, grazie a Dio guarirò e se non si dà imprudentemente la sveglia, farò cogliere al covo tutta la masnada.

— Guarite dunque presto: conchiuse il Commissario. Verrò a tenervi informato d'ogni cosa che avvenga, e consulteremo assieme.

Barnaba fece un piccolo moto.

— Non temete, s'affrettò a dire il signor Tofi, userò ogni fatta precauzione, perchè non mi si veda.

— Va bene... la ringrazio: soggiunse il ferito: ma perdoni ad una mia domanda, di cui Ella comprenderà per me l'importanza. Come giunse Ella a scoprire la mia dimora?

Tofi stette un momento a pensare, poi non vedendo inconveniente nessuno nel dir la verità, raccontò tutto quello che era successo al povero Andrea. Barnaba confermò che questo disgraziato era stato tutta quella notte con lui e pregò vivamente perchè il Commissario s'adoperasse a farlo liberare. Il signor Tofi ciò promise e mantenne la parola. Quattro giorni dopo il suo arresto, Andrea era restituito alla libertà. L'infelice appena fuori della porta del carcere, corse come un indemoniato all'ospedale dove aveva lasciato sua moglie, che gli pareva mille anni non aver più vista... Aimè! Era troppo tardi!

Andrea andò quasi correndo fino al letto in cui aveva lasciato sua moglie.

— Paolina, Paolina, voleva gridare, finalmente sono qua di nuovo.... e non ti lascierò più.... e verrò tutti i giorni; ma l'emozione lo serrava talmente alla strozza che non altro potè uscirne fuori, che una specie di rantolo.

Il pover'uomo benedisse questa emozione che gli impediva il parlare, poichè vide la donna che giaceva in quel letto così immobile e tranquilla che ben pareva immersa in placido sonno. Volta sopra un fianco, ella si copriva colle lenzuola la faccia, sì che non se ne potevano scorgere i lineamenti. Andrea volendo rispettare quel sonno prezioso, si accostò pian piano e sedette sopra lo scanno che si trovava appiè del letto, fissando quella testa che mezzo si nascondeva sotto le coltri.

— Il dormire le fa del bene: diceva frattanto fra sè: poverina! che sorpresa l'aspetta ora che si svegli!... La mi domanderà dove sono stato e che cosa ho fatto... Come ho da risponderle?... La verità, no: troppo le sarebbe crudele; se v'è caso in cui debba essere perdonata una bugia, si è questo... Le dirò che sono stato a lavorare... sì, che ho trovato dove allogarmi ed assai bene... Ciò invece le gioverà... E poi la mi domanderà dei bimbi... E le dirò che stanno bene; e che glie li condurrò domani... Quel buon signore che li ha condotti all'ospizio e che venne a darmene delle nuove mi assicurò che son sani e vispi... Ho ancor io tanto bisogno di vederli!... Ma la mia prima visita non poteva essere che per te, mia buona Paolina, mia cara Paolina... Ah come mi sono accorto che ti voglio bene, sai!... Ad esser lontano ho sentito che tu mi sei necessaria alla vita; vedendoti a soffrire ho capito [67] che ti volevo ancora il gran bene d'una volta, perchè darei mille delle mie vite per allungarti e far lieta la tua... E son io che ti ho fatto soffrire... Oh me scellerato!... Ma d'ora innanzi...

Gli parve che l'inferma avesse fatto un moto, ed egli si levò di scatto per essere pronto a gettarsi su di lei e baciarla. La giacente aveva sì cambiato un poco la mossa, ma non s'era sveglia. Però la faccia rimaneva ora un pochino più scoperta, ed Andrea, mirando quella piccola lista di fronte che si presentava ai suoi sguardi, ricevette una strana impressione.

— La non mi par lei: disse facendo un passo indietro quasi con isgomento.

Guardò dintorno e riconobbe che quello era proprio il letto in cui aveva lasciata Paolina, mirò il numero, ch'egli sapeva discernere, e vide che non s'era sbagliato; ma pure più e meglio guardava quella testa, lo stare di quel corpo abbandonato e più gli sembrava che la donna giacente in quel letto non era la sua Paolina. Una vaga inquietudine lo prese. Che cosa non avrebbe dato per saper leggere ed appurare qual nome fosse scritto sul cartellino che pendeva a capoletto? Mentre si guardava ansioso dintorno come per cercare mezzo alcuno di sincerarsi, ecco accostarsi a quella volta la suora di carità ch'egli aveva veduta dare le sue cure a Paolina. Andrea le mosse all'incontro con un'esclamazione quasi di gioia:

— Ah! mi dica Lei come sta la mia Paolina... È ben sempre in questo letto, è ben essa quella che vedo? Sono qui da cinque minuti; ma la dorme sempre... Ciò le farà del bene, non è vero?... E che cosa dicono i dottori?

La faccia della monaca si turbò talmente che Andrea ne rimase spaventato.

— O Dio! soggiunse, la trovano forse peggiorata? Era essa molto male alla visita di questa mattina?

La monaca scosse mestamente la testa.

— No: rispos'ella con voce ed accento pieni di compassione: questa mattina ella non era male.

Andrea mandò un sospiro di sollievo: in quel momento la donna che era nel letto si svegliò e volgendosi supina, scoprì affatto il suo volto. Il marito di Paolina si precipitò verso di lei; ma tosto si ritrasse indietro allato alla suora che per trattenerlo gli aveva posto sul braccio una mano.

— Ma quella non è mia moglie! esclamò egli.

— No: disse la suora volgendo in là lo sguardo, vostra moglie da ieri non è più qui.

Una folle speranza balenò all'anima del povero uomo.

— Uscita forse? domandò egli: Dio ci avrebbe già fatta la grazia di guarirla?

Vide dall'espressione della faccia di quella monaca quanto fosse fallace una simile speranza.

— Ah no, soggiunse, codesto non è possibile. L'hanno dunque traslocata in qualche altro ospizio?... oppure solamente in qualche altra sala?... Forse in una stanza particolare... Oimè! forse appunto perchè il suo male era aggravato?...

Un barlume di quella che era pur troppo la tremenda verità cominciava ad apparire alla sua mente; ma egli non voleva lasciarsene illuminare.

— Per carità, la mi dica dov'è mia moglie? scongiurò egli giungendo le mani.

La monaca che stimò la terribile rivelazione fosse meglio non farla in quel luogo, dove lo scoppio del dolore di quell'infelice avrebbe potuto nuocere alla ammalate che stavano tutt'intorno, prese Andrea per mano e gli disse:

— Venite meco e saprete ogni cosa.

L'uomo si lasciò guidare come un fanciullo.

— Andiamo a vederla? domandò. Mi conduce dov'è Paolina?

La monaca non rispose. Lo introdusse nelle camere della Direzione, e colà fattolo sedere, incominciò a dire:

— Voi siete padre di famiglia, non è vero?

Andrea guardava intorno come per iscoprire dove fosse la sua moglie.

— Sì signora, rispose: ho una nidiata di bambini in piccola età.

— Bisogna dunque aver forza e coraggio per loro. A voi tocca adesso l'amarli per due.

Andrea divenne pallido pallido; allargò tanto di occhi e fissò la monaca tutto sgomento: le sue mani agitate spiegazzavano il suo berrettaccio, e colle labbra che tremavano balbettò:

— Amarli per due?.... Non capisco.

Il vero era che egli cominciava a capire pur troppo.

— Sì, disse gravemente la monaca mettendogli una mano sulla spalla. Sulla terra siete ora voi solo ad amarli i vostri bimbi; la madre loro li ama e li protegge dal cielo.

Si sarebbe potuto credere ad uno scoppio di dolore nel povero Andrea; invece egli rimase mutolo, gli occhi e la bocca larghi, quasi attonito; avreste detto che non avesse capito. Stette in silenzio così alcuni minuti fissando con pupille smarrite la monaca, la quale gli teneva sempre, con atto pietoso, la mano sulla spalla.

— Paolina adunque? diss'egli poi con un soffio di voce, e le ciglia gli si misero a tremolare leggermente.

La suora di carità non rispose che con una mossa mestissima, additando il cielo.

— Morta!? esclamò l'infelice con voce serrata nella strozza. Ah! non è possibile.... Morta senza ch'io più la vedessi?... Morta senza che mi perdonasse.... Ah no, no, non deve esser vero.... Per carità mi dica che non è vero.

— Vi ripeterò invece che bisogna abbiate forza e coraggio, rassegnarvi alla volontà di Dio e mettervi in grado d'adempire giustamente a tutti i doveri [68] che partendosi da questa terra ella vi ha lasciato.

Andrea si cacciò le due mani convulse nella chioma arruffata, cui parve volersi strappare; la monaca, paurosa ch'egli incrudelisse contro se stesso, volle prendergli una mano, ma il misero la respinse da sè bruscamente, senza profferire pure una parola: poi piantati i due gomiti sulle ginocchia, nascose fra le mani nere ed incallite la faccia e stette così alquanto tempo, immobile, senza dar segno nessuno di sentimento nè di vita. La suora di carità avvisò che il meglio era lasciarlo tranquillo nel suo dolore, e stette alcuni passi in là, guardandolo pietosamente.

Dopo un poco un singhiozzo eruppe dalla gola del pover'uomo, un singhiozzo penoso come un vero grido di strazio; le mani gli si contrassero sulla faccia che coprivano, come se colle unghie la volessero disfare, e una sequela di singulti che gli scuotevano tutta la persona, parevano rompergli il petto.

— Coraggio! disse la suora di carità accostandoglisi di nuovo.

Andrea trasse giù dal viso le mani e mostrò delle sembianze che il dolore aveva così sconvolte da non parere più quelle di prima.

— Mi dica quando e come ella sia morta.... La mi avrà chiamato..... mi avrà accusato di non venire..... Povera donna!.... Morta senza una mano amica a chiuderle gli occhi!... Mi dica tutto.

— No: essa non potè accusarvi, essa non soffrì, perchè Iddio pietoso non volle che dopo quel colpo fatale la infelice tornasse più in senno.

L'uomo drizzò vivamente la testa.

— Colpo fatale! esclamò con una vivace sorpresa che pareva quasi una violenza: che colpo?

— Quello di sapervi arrestato...

Andrea si drizzò di scatto, mandando più un urlo che un grido.

— La lo seppe!... Chi fu lo sciagurato che gliel disse?

La monaca raccontò come la cosa fosse passata e quindi la colpa non era di nessuno.

Andrea si percosse coi due pugni chiusi la fronte.

— Infame, scellerato, gridò, sono dunque io, son io che l'ho uccisa..... Ah perchè non sono morto io prima, nel tempo che ero un onest'uomo, e ch'ella mi amava!... Ma la mi faccia ancora sta carità, sora madre, la mi dica quando è morta la poverina.

— Ieri sera alle otto.

— Ma allora non è ancora sotterrata, esclamò con una specie di soddisfazione e di speranza il miser uomo. Posso ancora vederla... voglio vederla....

Congiunse le mani in atto supplichevole, spiegazzando fra esse il suo berrettaccio.

— Ho bisogno di vederla, soggiunse, mi accordi questo favore, la prego... Vuole che io la lasci portare in terra per sempre, senza darle un ultimo addio?... La mi conduca presso di lei, la faccia sta carità, la supplico in nome di quella povera morta. Debbo domandarle almanco perdono innanzi al suo cadavere.

La monaca fu commossa ed impacciata. Ella non sapeva se quel cadavere trovavasi ancora nel deposito dell'ospedale: in ogni caso ciò dipendeva dalla direzione, e temeva che un simile permesso non venisse mai accordato.

— Proviamo: insisteva con passione il pover'uomo: andiamo da chi comanda, io li pregherò tanto che mi vorranno usare questa grazia.

La suora di carità cedette, la grazia fu concessa ad Andrea, e questi, accompagnato da un uomo di servizio s'avviò tremando verso la camera di deposito dei morti dell'ospedale. Il custode ne aprì la bassa porticina, e l'operaio entrò in una stanza bassa, oscura, in cui sopra un lungo tavolato stava, coperta da un lurido panno, la forma stecchita di un cadavere.

Andrea si sentì mancare il cuore e le gambe; si appoggiò alla fredda parete umidiccia per non cadere. Ogni suo coraggio era ito. Avrebbe voluto fuggire, se ne avesse avute le forze; la testa gli tenzonava in modo strano, doloroso; quasi gli sfuggiva la coscienza di sè; la mente, come dire, gli si svaporava e parevagli non essere nella realtà delle cose, ma in un sogno d'incubo. Guardava quella striscia di poca luce livida che penetrava dal finestròlo, lambiva passando le pieghe di quello sporco sudario e andava a perdersi nel fondo grigiastro. L'immobile rigidità di quel cadavere attirava i suoi occhi e gli destava insieme una ripulsione di ribrezzo. Che? Era la sua Paolina che stava là, di quella guisa, insensibile, senza che più potesse vederlo, sentirlo, muoversi alla sua voce?

Il custode, cui quegl'indugi impazientavano, guardò con aria interrogativa Andrea, come per domandargliene:

— Ebbene? e che si fa ora?

Andrea fece un cenno col capo e colla mano, che l'uomo comprese di subito e cui si affrettò ad ubbidire: prese per un lembo il lenzuolo che copriva il cadavere e lo trasse via bruscamente. Andrea, come se in quel punto fosse rotto il fascino che lo teneva avvinto, si precipitò innanzi le braccia tese verso quelle forme d'essere umano che gli apparivano nella loro nudità; ma retrocesse di botto, come respinto da una mano al petto. Era il cadavere d'un uomo.

Si volse al custode domandandogli quasi con rabbia:

— Ma mia moglie?... Cerco di mia moglie, io... dov'è?

Il custode si strinse nelle spalle.

— Questo, rispose, è l'unico cadavere che abbiamo per il momento; un povero diavolo morto questa mattina.

[69] — Mia moglie morì ieri sera alle otto.

— Ah! ho capito. Fu trasportata questa mattina all'alba.

— Dove?.... già al cimitero?

— No: rispose il custode scotendo con una certa grave mestizia il capo.

Un'inquietudine, ch'egli stesso non avrebbe saputo spiegare, s'impadronì del povero Andrea.

— Dove l'hanno portata adunque?

— All'anfiteatro: rispose il custode abbassando la voce.

Andrea non capiva questa parola, ma ne sentì una tremenda paura. Aveva udito dir mille volte che i corpi dei poveri morti all'ospedale erano mandati in un certo luogo, dove si tagliuzzavano in presenza di una frotta di giovani. Un orribile sospetto del vero gli fece spuntare un sudor freddo alle radici dei capelli.

— Anfiteatro! ripetè egli. Che volete dire?

— Sì, all'anfiteatro anatomico.

Andrea si ricordò allora che quel luogo esecrato si chiamava appunto così. Come! La sua Paolina esposta a tale onta, a tale insulto, a tale profanazione! Afferrò per le braccia il custode e gli gridò con furore:

— Non voglio, non voglio... Andatemela a riprendere..... subito..... ve lo comando ve ne prego.

Il custode gli fece capire ch'egli non ci poteva nulla.

— Ma che debbo fare io adunque? Ditemelo voi, consigliatemi voi... Per Dio! non voglio che mi si tratti così la mia Paolina: voglio salvarla ad ogni costo, dovessi cacciar fuoco all'intiera città.

Il custode che non era malcontento di liberarsi al più presto di codestui, gli disse:

— Andate voi stesso colà, e potrete forse ottener che vi restituiscano il cadavere... Ma correteci tosto, se volete arrivare a tempo.

— È vero! esclamò Andrea, battendosi la fronte, ed uscito precipitoso di là, corse come un indemoniato verso l'anfiteatro anatomico.

Il portinaio dello stabilimento arrestò quest'uomo fuori di sè che entrava con tanto impeto, e gli domandò che cercasse.

— Mia moglie, rispose Andrea che pareva non aver più fiato in corpo.

— Vostra moglie! esclamò il portinaio, allargando tanto d'occhi. Oh che la vi gira? Qui non vi sono donne....

L'operaio a cui la ragione era presso a smarrirsi davvero, prese pei panni al petto il portinaio e scotendolo con aria di minaccia, gridò:

— Sì, che la c'è.... È fra i morti che si vogliono squartare.... Ma io non permetterò tale scelleraggine. Voglio che la mi si restituisca.... Non andrò via finchè non me l'abbiate restituita... Voglio portarmela via io colle mia braccia, adesso, subito, e guai a voi, guai a tutti!...

Il custode ebbe paura: chiamò in suo soccorso alcuni inservienti, ed Andrea fu cacciato nella strada, se con buona grazia, pensatelo voi. Il pover'uomo smaniò, gridò, bestemmiò; ma ad un puntò si calmò di botto, perchè capì che in quel modo non avrebbe ottenuto nulla, che intanto il tempo passava, e che ogni minuto trascorso poteva recare alla sua Paolina quel supremo orribile sfregio, ch'egli voleva evitarle. L'esser povero è una debolezza, è un'impotenza assoluta; capì che senza intravvento, senza protezione di nessuno egli non avrebbe mai potuto riuscire nel suo intento; ma a chi rivolgersi? chi pregare? chi c'era a cui egli potesse con sicurezza e con efficacia ricorrere? Si ricordò in buon punto di quel pietoso signore che la Provvidenza aveva mandato in suo aiuto quel momento in cui era stato arrestato alla porta dell'ospedale, e si disse che non c'era altri a cui potesse indirizzarsi. Ne sapeva il nome e conosceva il luogo dov'egli aveva il suo fondaco, e corse con tutte le forze che gli rimanevano dal libraio signor Defasi.

Noi sappiamo già qual cuore pietoso avesse questo galantuomo, e quindi non ci stupiremo s'egli sentisse con molto interesse la scucita narrazione del povero Andrea smarrito dal dolore e si proponesse senza indugio di efficacemente aiutarlo. Ma gli era il modo che non sapeva trovare; egli non conosceva nessuno che avesse attinenza con quello stabilimento, e capiva che non conveniva andare per vie indirette, ma far presto per la più breve strada se volevasi arrivare a tempo. Di soccorrere ad Andrea in tutte le spese che necessariamente sarebbero occorse per far trasportare il cadavere al Campo Santo e farnelo seppellire, già aveva deciso seco stesso; ma il principale era di giungere ad impadronirsi di questo minacciato cadavere. Pensò rivolgersi al professore incaricato dell'insegnamento anatomico: ma egli non lo conosceva personalmente, e quel tale aveva una fama di burbero che non incoraggiava di molto a fare un tentativo presso di lui. Anche al signor Defasi venne ad un tratto l'ispirazione d'un'idea. Si ricordò che i bambini di quell'operaio erano stati ricoverati nell'ospizio dietro l'opera del dottor Quercia; questo signore che tanto faceva parlare di sè, nella sua qualità di medico, doveva avere conoscenza e forse autorità in quella sfera, e non si sarebbe certamente rifiutato d'adoperarsi in favore di quel pover'uomo. Per fortuna egli sapeva l'indirizzo del Quercia, e presa una carrozza da nolo, in pochi minuti ebbe condotto al quartiere di Gian-Luigi il disperato Andrea.

Colà una gran sorpresa attendeva il sig. Defasi. Insieme col dottor Quercia, il quale aveva subito fatto introdurre i due sopravvenuti appena annunziatigli, stava un uomo, un giovane dalle strane sembianze, vestito in panni eleganti, che parevano impacciarlo, con un'espressione sulla pallida faccia [70] tra di soddisfacimento e di dolore, che male avreste saputo spiegare. All'ingresso del signor Defasi questo tale si alzò e si trasse alquanto in là come se avesse tentato sottrarsi alla vista del nuovo venuto, ed un leggiero rossore salì alle sue guancie pallide ed incavate. Defasi, infervorato nel còmpito che si era assunto, prese ad esporre il caso di Andrea e la ragione della loro venuta, senza fare troppa attenzione a quell'individuo che stava in compagnia di Quercia; Andrea rimaneva presso l'uscio rotolando fra le sue mani convulse il berretto e guardando con occhi lucidi d'un ardore febbrile, che supplicavano più di tutte le possibili parole.

Il dottor Quercia, appena ebbe udito il racconto di Defasi, senza porre tempo in mezzo, esclamò con tutta la vivacità d'un buon cuore commosso:

— L'aggiusterò io, stieno tranquilli..... Io conosco appunto chi conviene per ciò..... Corriamo senza perder tempo: fo attaccare la mia carrozza... anzi mando a prenderne una che faremo più presto.....

Defasi disse ch'egli ne aveva impegnata una, la quale stava appunto attendendo nella strada.

— Benissimo: soggiunse Luigi. Allora non domando che un mezzo minuto di tempo, tanto da calzare un pastrano, e prendere il cappello, e sono con loro.

Passò prestamente nella camera vicina, e Defasi allora si volse verso quell'altro personaggio, a cui non aveva ancor badato; ma quegli, benchè senza affettazione, volse in là il capo, come se desiderasse non appiccar discorso. Pur tuttavia al libraio parve riconoscerlo: quella vasta fronte, quegli occhi profondi, quel petto ricurvo gli ricordavano un individuo, di cui pochi giorni prima aveva tenuto discorso, di cui da tanto tempo desiderava sapere e non sapeva più notizia. Fece un mezzo passo verso di lui, aprì la bocca come per interrogarlo: ma poi pel contegno del giovane non n'ebbe il coraggio; si rimase a guardarlo con una certa emozione che non cercava manco nascondere.

— Eccomi pronto: disse Luigi, entrando in quella col pastrano indosso ed il cappello in testa. Andiamo.

Poi si rivolse al giovane cui il signor Defasi aveva creduto riconoscere.

— Addio Maurilio, soggiunse tendendogli tuttedue le mani. Quanto volentieri t'accompagnerei al villaggio... al nostro villaggio, lasciami dire ancora!... Mi rallegro delle tue fortune e ne godo come se fossero mie... Possa tu essere davvero felice!

E mandò un sospiro che sarebbe stato assai difficile interpretare.

All'udire il nome di Maurilio, il signor Defasi erasi riscosso: si slanciò verso quel giovane e con accento pieno di calore esclamò:

— Ma dunque voi siete davvero Maurilio?...

Il giovane lo guardò con freddezza e il libraio si riprese:

— Ella è Maurilio Nulla?

Il nostro eroe s'inchinò leggermente e con un indefinibile sorriso in cui c'era della fierezza ed insieme una mesta amaritudine, rispose:

— Non più Nulla; Maurilio Valpetrosa, nipote del marchese di Baldissero.

Defasi spalancò tanto d'occhi.

— Davvero!..... Ne godo..... mi rallegro..... Ma chiunque Ella si fosse, io ho un'ammenda da fare verso di Lei, io ho delle vivissime scuse da chiederle, e voglio ad ogni modo conquistare il suo perdono e riottenere la sua amicizia..... Ora non ho tempo, ma la mi faccia il favore di dirmi dove, come e quando potrei avere con Lei un colloquio, ed io mi farò premura...

Maurilio l'interruppe.

— Sto per partire. Vo alcuni giorni al villaggio dove passai la mia infanzia. Sono venuto appunto a manifestare le mie nuove condizioni ed a dare l'addio a questo mio amico e compagno (ed additò Gian-Luigi). Al mio ritorno sarò io stesso che passerò da Lei per avere quel colloquio che preme anche a me.

Come fosse avvenuto il riconoscimento di Maurilio per parte del marchese, vedremo fra poco: ora mi preme seguire l'infelice Andrea nella dolorosa ricerca del cadavere di sua moglie.

Mezz'ora non era trascorsa da che era uscito di casa con Defasi ed Andrea che Quercia aveva ottenuto tutto quello che si desiderava: entrare nel deposito dei cadaveri al Gabinetto anatomico, ritirarne quello di Paolina e farlo trasportare al Campo Santo.

Quando entrarono in codesto lugubre luogo che è il deposito de' morti, gli inservienti stavano appunto prendendo dalla gran tavola di marmo uno dei due cadaveri che c'erano per portarlo nell'anfiteatro: l'avevano preso uno per le spalle, l'altro per i piedi e se ne andavano con quel povero cadavere tutto nudo, Andrea gettò un urlo e si slanciò verso di loro colle mani tese. Non avea vista la faccia di quel corpo dimagrato, allividito, ma il cuore glie l'avea fatto riconoscere, ma ne aveva vista la bionda capigliatura cadente. Era la sua Paolina.

— Fermatevi, disse agli inservienti Quercia che accompagnava il misero Andrea: questo cadavere abbiamo l'autorizzazione di ritirarlo.

Ne li persuase in breve, sopratutto con una mancia. Il corpo fu rimesso sopra il freddo marmo della gran tavola, e invece di quello, per portare nell'anfiteatro, fu preso quell'altro che giaceva pure colà. Andrea fece un moto, come per gittarsi addosso al cadavere della sua donna; ma la nudità di quelle membra parvero fargliene ad un tratto ribrezzo e vergogna: mandò intorno uno sguardo quasi selvaggio, e con atto pronto, istantaneo, quasi violento, trattasi dalle spalle la sua carniera, la stese su quelle povere membra livide ed irrigidite.

— Avrete freddo, disse il buon signor Defasi, e vi piglierete un malanno.

[71] Andrea scosse il capo senza rispondere altrimenti.

— Io corro tosto a casa, riprese Defasi, e manderò qui lenzuola e quanto occorre.

— Volete voi rimaner qui? domandò Quercia al marito di Paolina, il quale fece un atto energico di affermazione. Bene. Noi vi ci lascieremo. Tutto sarà disposto intanto per la sepoltura di questa poveretta, e verso sera la faremo trasportare al Campo Santo.

Andrea andò verso quei due suoi benefattori e prese loro le mani.

— Loro mi fanno una carità delle maggiori: disse egli con voce gutturale che pareva uscirgli a stento dalle fauci (ed erano queste le prime parole che pronunciava dopo che aveva narrato al signor Defasi la crudeltà della sua avventura). Io non so e non saprò mai come rimeritarneli; ma nasca il caso in cui abbiano bisogno di un uomo..... e son io qua.

Gian-Luigi corrispose colla sua alla stretta di mano dell'operaio, e guardandolo bene entro gli occhi, rispose lentamente:

— E per me può nascere questo caso. Se venissi dunque un giorno a ricordarvi le parole che avete ora pronunziate?.....

— La mi troverà pronto a mantenerle.

— Sta bene.

Quercia e Defasi partirono. Andrea si lasciò andare sopra uno scanno che c'era colà e tutto intirizzito dal freddo stette immobile, il capo nelle mani, posseduto da un generale indolorimento in cui tutti erano confusi i suoi pensieri, le sue sensazioni, il sentimento del presente, il ricordo del passato. Non gli pareva manco di vivere, non gli sembrava vero d'essere lui in quelle condizioni, e che a lui proprio erano capitate tutte quelle vicende. Non guardava il corpo della sua Paolina; non ne aveva il coraggio; era ben dessa che giaceva là immobile, insensibile innanzi a lui? Ne temeva la vista ora ch'essa era fatta muta per sempre, più che non ne avesse temuto mai dapprima gli amorosi rimproveri. Come essa lo aveva amato! Ed egli pure aveva amato lei! Un tempo lei prima di tutto al mondo. Quale un raggio di sole che per uno squarcio di nubi venga a brillare un istante in un oscuro orizzonte, vide ad un tratto presentarsi alla sua memoria le gioie soavi dei giorni in cui s'erano sposati. Quanto era bella la sua Paolina! e quanto glie la invidiavano i compagni, e quanto egli n'era fiero!... Alzò la testa con ratta vivacità. Aveva bisogno di vederla. Sperava quasi doversela trovare innanzi allo sguardo, qual era in quel tempo già remoto pur troppo; una folle lusinga di mente vacillante gli faceva quasi sperare il miracolo che Iddio glie l'avrebbe restituita nelle forme e nelle sembianze che ora gli si erano affacciate al pensiero.

Aimè! Il corpo giaceva stecchito, stremato dai patimenti, dalle privazioni di tanto tempo, dal male che l'aveva da ultimo tratta alla tomba; in quel viso diventato color della cenere, smagrito, tirato, quasi non erano più da riconoscersi i tratti della fiorente giovinetta ch'egli aveva condotta all'altare; dalle palpebre semichiuse appariva un occhio spento, senza colore, che nulla più ricordava della gaia, vivace pupilla della giovane sposa. Andrea, intirizzito dal freddo, stretto il cuore da un'emozione che mal gli lasciava circolare il sangue, sentì invadersi come da un intorpidimento mortale; gli parve che se non si riscuotesse egli sarebbe caduto cadavere ancor egli a' piedi di quella tavola su cui giaceva cadavere la sua Paolina. Quelle sembianze di morta su cui si fissavano e da cui non erano più capaci di spiccarsi i suoi occhi smarriti, sembravano esercitare su di lui un fascino per attirarlo nel paese delle ombre; gli pareva una voluttà il cedere a quel fascino. Fosse egli pur morto! Sarebbe cessato ogni dolore anche per lui! Ma allora gli sembrò che la bocca semiaperta della morta pronunziasse colle labbra livide e sottili una parola, di cui orecchio umano non avrebbe potuto udire il suono ma ch'egli intese col cuore: — «I figli!»

Oh! i figli suoi! Questo pensiero gli diede la forza di sottrarsi a quel fatale intorpidimento. Sorse in piedi e si pose a passeggiare con passo affrettato per la stanza. Quel moto violento, ridonando il calore e la vita alle membra, pareva disperdere il turbinio di pensieri che gli toglieva la testa. Passava e ripassava innanzi al cadavere, e ad ogni volta vi gettava uno sguardo: ma questi sguardi via via venivano cambiando espressione. Dapprima erano quasi paurosi, poi manifestarono un rispetto, quasi una venerazione; da ultimo presero un'amorosa tenerezza. Allora il pover'uomo s'accostò di nuovo al cadavere e si fermò presso di lui.

— Paolina! Paolina! chiamò egli con voce piena d'immenso affetto: e si curvò su quella testa abbandonata e cominciò a baciarne il fronte, e poi gli occhi, e poi le labbra — ed allora pianse! Pianse a lungo e fu sollevato: il dolore non si sminuì, ma si fece meno amaro, meno disperato: gli sembrò sentire vicino a sè l'anima della sua donna, gli pareva udire nell'aura le parole ch'ella soleva dirgli pur sempre, di affettuoso perdono.

Perdono? Lo meritava egli? Chi l'aveva tratta dalla felice esistenza dei primi anni a quella morte dei derelitti nell'ospedale, a quell'ultima suprema miseria, di non aver nè anco sacro dopo morte il proprio cadavere? Dall'altare in cui s'erano sposati a quella tavola di marmo, qual cammino di delusioni, di stenti, di dolori, aveva percorso quella povera donna! E tutta la colpa era di lui!

Cadde in ginocchio presso la tavola e tendendo le mani congiunte sopra la fredda pietra, esclamò con accento di spasimo inesprimibile:

[72] — Perdonami! Perdonami!...

Paolina fu seppellita in un angoluccio del cimitero comune: ma per cura del signor Defasi una modesta croce ne segnò la fossa su cui potessero venire a piangere e pregare il vedovo marito e gli orfani figli.

CAPITOLO IX.

Il marchese di Baldissero trovò il Re, che lo aveva mandato a chiamare, molto accigliato. I fatti della sera innanzi gli erano forte dispiaciuti, e innanzi al suo sguardo severo chinavano gli occhi mortificati tutti i ministri che gli facevan corona. Era come un solenne Consiglio ch'egli aveva radunato per consultare sul da farsi, ed al quale, oltre i ministri, aveva voluto prendessero parte i più fidi e devoti servitori della monarchia, fra cui il marchese.

In presenza d'un nuovo e tanto pericolo che subitamente era sorto per l'edifizio politico e per l'organismo sociale, qual era l'insurrezione della plebe, il Re volava si cercassero, si scegliessero e senz'indugio si ponessero in pratica i mezzi più opportuni per cessare quel rischio non solamente nel presente, ma eziandio per l'avvenire. La fantasia di quegli uomini di Stato colà raccolti non era molto feconda nel trovar fuori di cotali mezzi che paressero di sicuro, od anzi soltanto di probabile effetto alla mente acuta del Re. I più non credevano si dovesse dare a quel fatto tanta importanza, quanta glie ne metteva il capo supremo dello Stato, nulla più che ad un accidente volgare, che ad un turbamento momentaneo, il quale si raggiusta col mettere a segno i tumultuanti e si passa; quasi tutti erano d'avviso che non c'era da far altro che reprimere e severamente reprimere per impedire colla esemplarità del grave castigo ogni simile tentativo ulteriore.

Non infastidirò le mie gentili lettrici, facendole assistere alle gravi discussioni di quel poco fruttuoso Consiglio. Carlo Alberto ascoltò freddamente tutte le parole che furono dette, non manifestando in nessun modo la sua interna impressione sulla sua impassibile faccia pallida; acconsentì tacendo alle varie proposte che furono messe innanzi dai varii ministri: che quelli fra gli arrestati nella riotta della sera innanzi che fossero noti come oziosi, vagabondi e proni a delinquere fossero per misura economica, come allora si soleva dire, trasportati nell'isola di Sardegna a dirsela colla malaria e colle palle degli schioppi di quegl'isolani; che si dèsse una gran retata nei bassi fondi sociali delle bettole e dei postriboli per coglierne la maggior quantità possibile di altri fra quegl'indiziati che sono esca al disordine, e si mandassero a tener compagnia a que' primi; che si procedesse severamente contro tutti coloro a cui poteva applicarsi condanna criminale pei fatti della sera precedente, e il Ministro di grazia e giustizia eccitasse il potere giudiziario a volerli colpire col maximum delle pene.

— Signori, disse finalmente il Re, levando il suo capo che teneva reclinato sul petto, come troppo greve a portarsi. Non sarebbe per avventura più vasta la questione di quello che noi ci figuriamo? Nell'Inghilterra, nel Belgio e nella vicina Francia, le classi lavoratrici si agitano e dànno seriamente da pensare agli uomini di governo. Non sarebb'egli un accenno di quel moto che si fa strada nel nostro paese?

I ministri e gli altri consiglieri si guardarono in faccia per sapere a chi toccasse rispondere. Il Ministro dell'interno fece un piccol gesto della mano per indicare ch'egli avrebbe risposto: e fatto un inchino col capo verso il Re, così prese a parlare:

— Oserei credere, Sire, oserei anche affermare, Maestà, che nei felicissimi Stali retti dal suo scettro non sono punto penetrate quelle empie massime che sommuovono le plebi nei miseri paesi da V. M. nominati. Noi abbiamo fatto buona guardia, e l'iniquo fiotto, se così posso esprimermi, si è arrestato alla frontiera. In quelle parti là l'artigiano, il povero, il pezzente, legge, pretende a discutere, si crede di ragionare. Noi, grazie a Dio, siamo liberi ancora da siffatta malsania. Non abbiamo lasciato nè lasciamo stampare o penetrare libri e giornali perniciosi; e la nostra plebe, per fortuna, è troppo ignorante per leggere checchesiasi.

Il Re mosse le labbra per parlare, e il ministro si tacque di botto, rimanendo a bocca larga a dare ascolto.

— Oggi è così: disse Carlo Alberto, ma domani può essere tutto diverso. Non ostante la buona guardia di cui Ella si vanta, quelle idee di cui si discorre hanno pur penetrato nel nostro paese, ed io ne ho delle prove, e n'è una lo sciopero avvenuto e poi la rivolta degli operai. Noi non possiamo vivere tanto isolati dal resto del mondo che le passioni, le idee, anco le pazzie del genere umano non ci tocchino e non si partecipino eziandio da noi; le comunicazioni più rapide che si stabiliscono, aiuteranno ancora codesta diffusione, e massime quelle vie ferrate di cui abbiamo già adottato parecchi disegni pel nostro Stato e della principale delle quali già è così ben avviata l'esecuzione.

Profittando d'una di quelle pause che il Re faceva frequentemente nel suo parlare lento ed impedito, il ministro degli esteri esclamò con qualche vivacità:

— Ed è per ciò ch'io ebbi il coraggio di oppormi quanto potei alla costruzione di queste diaboliche strade.

Carlo Alberto volse verso quel ministro il suo sguardo semispento e fece il suo enimmatico sorriso.

— L'esecuzione della rete ferroviaria, diss'egli, [73] se Dio mi dà grazia di poterla compire, la ritengo per una delle opere onde meglio sarà illustrato il mio regno. Ai popoli si deve non solamente la sicurezza ma la prosperità materiale eziandio; e quando un nuovo mezzo di accrescere siffatta prosperità si presenta nel mondo ed è dalle altre nazioni adottato, grave fallo sarebbe il lasciarne mancare il proprio paese. Per più ragioni adunque è da credersi che anche le nostre classi inferiori già sono, o in breve saranno corse ed agitate dalle medesime idee e pretese da cui vediamo commosse le plebi degli altri paesi. La loro condizione è misera, senza dubbio, e degna del massimo riguardo: le passioni sovversive trovano nel disagio e nelle sofferenze di quelle turbe malaugurato alimento. Non sarebbe egli dunque il caso di avvisare, se le condizioni di questa povera gente, anche mercè la legislazione, potessero venir mutate in meglio, se ai diritti di proprietà si potesse fare qualche modificazione per cui più retribuito, meglio assicurato potesse riuscire il lavoro manuale?

Tacque, e i ministri si guardarono esterrefatti, come se per la bocca del loro sovrano avessero udito parlare lo spirito di Fourier.

Il ministro di grazia e giustizia s'inchinò e disse in tono magistrale:

— Non si può toccar più l'arca santa delle leggi senza danno evidente, quasi direi senza una vera profanazione; V. M. ha compito il più gran monumento legislativo che un sovrano abbia fatto mai. Il codice civile da V. M. sancito posa su principii de' più liberali, e pone la proprietà su solide basi, cui sarebbe il maggior pericolo del mondo il voler mutare.

— Il popolaccio sta abbastanza bene; disse il conte Barranchi, capo supremo della Polizia; sta bene anche troppo. Per me credo che più è misera ed ignorante una popolazione, e meglio la si governa.

Carlo Alberto si rivolse al Riformatore degli studi, che era una specie di ministro della pubblica istruzione:

— L'ignoranza dei popoli fu pel passato una guarentigia; non potrebbe divenire d'or innanzi un pericolo? Poichè vi ha questa tendenza universale all'istruirsi, non potrebbero la Chiesa e lo Stato di accordo prendere l'iniziativa dell'istruzione popolare ed istillare così nelle masse dei buoni principii, invece di lasciarle esposte alle seduzioni dei novatori?

L'Arcivescovo di Torino, che era presente eziandio, e pareva sonnecchiare tranquillamente, all'udir nominare la Chiesa arricciò il suo naso rubicondo ed aprì i suoi occhietti vivaci.

— Sire: diss'egli, senza lasciar tempo di rispondere al Riformatore degli studi; l'istruzione la si dia tutta, e popolare e non, in mano della Chiesa; ed anche lo Stato se ne troverà bene. Noi faremo di tutti dei buoni cristiani e dei sudditi fedeli.

Il Re fece un cenno grazioso col capo verso l'Arcivescovo, che poteva significare un assentire, un ringraziamento od un semplice atto di cortesia, e poi si levò in piedi. Tutti s'alzarono: il Consiglio era finito.

Tolsero commiato e se ne partirono tutti; ma Carlo Alberto parlando a Baldissero gli disse:

— Marchese si fermi.

Il marchese, che già s'inchinava presso la porta per partirsi, tornò indietro lentamente verso il Re, il quale, secondo suo costume, s'intromise nella strombatura della finestra che guardava nella piazza.

Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e scialba come quella d'un cadavere.

— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.

Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un sepolcro.

— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero, trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...

Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero, il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.

Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la faccia melanconica e severa.

— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine espresso liberato senza ritardo.

Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del marchese e [74] lo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine scritte dal trovatello.

Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano, innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche, morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze, che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo facevano restio e come peritoso al parlare.

Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo annuvolato.

— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe fare da Torquemada nel secolo XIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza? Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.

Si voltò allora verso il marchese.

— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto, gli ha parlato?

— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.

Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.

— Ah! gli è suo segretario?

Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.

— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la parola, come sono?

— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare. Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la vivacità dell'idea.

Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.

— M'è venuta una curiosità da Califfo di Bagdad. Voglio vedere quest'uomo e discorrere con lui. Ma il Re in questo colloquio non ha da comparire. Lo lascieremo alla porta. Vuol Ella rendermi un servizio, marchese?

— Comandi, Maestà.

— Questa sera conduca da me il suo segretario... non qua, nella palazzina che ho recentemente acquistata sotto il giardino. Alle nove una persona fidata aprirà loro il cancello e li introdurrà in una camera terrena, dov'io sarò ad aspettarli. Quel giovane non deve in alcun modo sapere a chi dovrà parlare.

[75] Il marchese s'inchinò in segno d'ubbidienza.

— Farò secondo gli ordini di V. M., ma le faccio osservare che sarà molto difficile che quel cotale non riconosca l'interlocutore con cui avrà l'alto onore di trovarsi.

— Non credo, disse il Re sorridendo, che le mie sembianze possano essergli tanto famigliari: mi acconcerò di modo e farò che vi sia una luce che giovino a trarlo in inganno....

S'interruppe, esitò un momentino e poi riprese con voce più bassa:

— Se però Ella crede che in ciò possa essere qualche inconveniente.....

— Oh no, s'affrettò a rispondere il marchese. Spero che quel giovane sia degno d'ogni fiducia...

Il marchese era sul punto di svelare al Re il segreto della nascita di Maurilio: ma Carlo Alberto pose fine al colloquio.

— Allora siamo intesi: diss'egli tendendo la mano a Baldissero. Questa sera alle nove.

Il marchese s'inchinò colla dignità d'un gentiluomo: toccò rispettosamente quella mano che gli veniva pôrta, e rispose:

— Alle nove senza fallo.

Carlo Alberto guardò fisamente per un poco la portiera che era ricaduta dietro le spalle del marchese partitosi: e poi disse fra sè, curvando il capo:

— Ho fatto bene? ho fatto male?... Al postutto son sempre in tempo di mandare dire al marchese che non se ne fa nulla.

Il marchese nella sua carrozza, tornando al suo palazzo, era occupato da molti e varii pensieri. Nell'apprezzamento delle cose egli subiva pure l'influsso del suo grado, della sua qualità, della sua educazione. Non si è impunemente nobili, nati ed allevati in corte, servitori devoti di monarchi, senza acquistare una certa dipendenza d'animo verso chi occupa quel supremo dei gradi sociali; anche pel vecchio, valoroso gentiluomo, una parola del Re formava un'autorità indiscutibile. Dei talenti di Maurilio ben aveva egli potuto persuadersi e dalla lettura di quello scritto e dai discorsi dal giovane tenutigli; capace com'egli era d'apprezzar giustamente il vero merito, il marchese non aveva tardato a riconoscere la superiorità di quell'intelligenza; ma pur tuttavia, dopo le parole intorno a quel cotale dettegli dal Re, dopo il desiderio manifestato dal Re di avere con questo sconosciuto un colloquio, s'accrebbe ancora in lui il concetto ammirativo che si era formato del trovatello, e nacque in esso un nuovo sentimento che ancora non s'era fatto vivo verso quell'infelice che gli era venuto innanzi, raccattato, per così dire, nel fango della strada: un sentimento d'orgoglio ch'egli avesse di suo sangue nelle vene, che fosse nato di sua sorella.

— Coi suoi talenti, col mio appoggio e colle aderenze della nostra famiglia, colla stima del Re (e potesse anco acquistarne la benevolenza!) dove non può egli giungere?

Così pensava non senza compiacenza il marchese; ma di colpo venne a turbarlo il ricordo delle parole dettegli da fra' Bonaventura: e se Maurilio fosse davvero quell'incorreggibile rivoluzionario, reo di sovversivi intendimenti da far inorridire? Che farne? Come gloriarsi d'averlo tralcio del proprio tronco? Il Re se ne sarebbe sgomentato ben presto, poi sdegnato: egli stesso, il marchese, quando manifestasse i legami di parentela che a lui annodavano quel temerario, correrebbe pericolo di scadere nella estimazione e nella benevolenza del Re.

Giunse a palazzo e scese di carrozza con animo perplesso. Il suo cameriere gli venne incontro e gli disse coi soliti accento e modi pieni di rispetto:

— Il parroco Don Venanzio attende gli ordini di V. E. nello studio.

Il marchese mandò un lieve sospiro di soddisfazione; avrebbe udito sulle labbra del vecchio prete i consigli della vera religione e la vera voce del dovere.

— Solo? domandò egli.

— Signor no: vi è pure il segretario.

Baldissero sostò un momento; parve esitare; si domandò a sè stesso se dovesse o no vedere in quel momento il giovane della cui sorte trattavasi, se e quale effetto la vista di lui avrebbe prodotto sulla definitiva risoluzione ch'egli doveva prendere. L'esitazione fu corta: si disse che era appunto il meglio lo studiare ancora, subito, in tal punto, la fisionomia di quel giovane; entrò risolutamente nel gabinetto di studio. I due che stavano colà seduti si alzarono con rispetto; e il vecchio sacerdote fece un passo verso il marchese, come si fa per la persona che giunge desiosamente aspettata; ma Baldissero aveva rivolto lo sguardo e l'attenzione esclusivamente sopra Maurilio. In quel momento la sua impressione tornò ad essere quella poco favorevole che ne aveva avuta la prima volta in cui il giovane era comparso ai suoi occhi. Quella testa grossa, ispida, direi quasi, e quelle sembianze tormentate; quell'occhio affondato e quella bocca larga a labbra pallide e sottili; quel corpo ricurvo e quelle manaccie grossolane gli presentavano un complesso così lontano dal tipo aristocratico di eleganza e di leggiadria che era quello della sua famiglia, e il quale così egregiamente era incarnato nella infelice sua sorella, che il marchese non potè a meno di dirsi: «È impossibile che costui sia mio nipote.»

Don Venanzio cominciò egli a parlare.

— Signor marchese, eccoci ancora ad implorare la sua protezione per un altro massimo favore.

— È cosa che riguarda Lei? domandò Baldissero sviando finalmente gli occhi dalla faccia di Maurilio, il quale sotto a quello sguardo, freddamente scrutatore e quasi ostile, sentiva, per la naturale sua timidità, confondersi e smarrirsi. Il tono poi [76] con cui era fatta la domanda del marchese diceva chiaramente: «Badate che se si tratta d'un interesse vostro, Don Venanzio, sono dispostissimo a soddisfarvi, non così se si tratta d'altri.»

— No, signore, rispose il parroco, riguarda anche ciò questo mio figliolo d'adozione.

Il marchese non diè risposta alcuna; sedette e fe' cenno agli altri due sedessero anche loro; la sua mossa era quella d'un uomo disposto ad ascoltare.

Don Venanzio, senz'attendere altra licenza, prese ad esporre ciò che per essi volevasi. Disse della misteriosità della nascita di Maurilio, dei segni di riconoscimento trovati appo lui, del caso meraviglioso che pochi giorni prima li aveva posti a contatto colla Gattona, della certezza che ci aveva costei conoscere la famiglia a cui apparteneva il giovane, dell'obbligo che quella vecchia mendicante si era assunto di svelare la verità dopo due giorni. Soggiunse come fosse allora intravvenuto un nuovo fatto, l'intromettersi cioè del gesuita, fra' Bonaventura, di cui narrò il colloquio cercato ed avuto la sera innanzi con Maurilio. Stupito e messo in sospetto da ciò, egli stesso, Don Venanzio, era tornato dalla Gattona ad interrogarnela, e non aveva potuto trarne fuori se non che la chiave del segreto era davvero in mano di quel gesuita di lei confessore, e ch'ella non altrimenti avrebbe parlato che se il frate glie ne avesse dato licenza. Don Venanzio aveva capito che quella vecchia, o direttamente o per mezzo del gesuita, aveva fatto conoscere alla famiglia, forse potente, di cui Maurilio aveva diritto di portare il nome, che il fanciullo voluto smarrito era lì, pronto a rivendicare i suoi diritti; e quella famiglia aveva forse empiamente deciso di respingerlo. In tale emergenza egli aveva pensato ricorrere eziandio alla efficace protezione del marchese. Era un'opera di giustizia e di carità che doveva tentare il generoso animo d'un tant'uomo. Come se già sapesse appuntino i dubbi e le obbiezioni che voleva sottoporgli e intorno a cui voleva consultarlo il marchese, tutte combattè e distrusse le sofistiche ragioni che si vorrebbero accampare per esimersi dal sacrosanto dovere di riconoscere quell'abbandonato fanciullo, e lo fece con quell'eloquenza bonaria e semplice del cuore che è la più efficace su persona d'animo eletto, e ci mise tanto calore che non so chi non ne sarebbe stato vinto.

Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.

— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome, quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni. Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?

Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese. Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don Venanzio.

— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora stesso parlare con Don Venanzio.

Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile donzella.

Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con passione.

Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.

— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo contrassegno? Ella forse sa?...

— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia sorella.

Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò:

[77] — Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque cantare il nunc dimictis?

— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare la mia mente.

Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi, colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto, il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere, della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da ogni condizione, non fallì mai.

Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna, coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta, che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore di Maurilio.

Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi, drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.

— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....

Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a soggiungere:

— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.

Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E. aveva bisogno di lui.

— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.

Il cameriere notò l'uso del verbo compiacersi, acquistò una maggiore stima che non avesse per l'innanzi ad un segretario, in favore de! quale S. E. si serviva di tali termini, e si affrettò verso il quartiere di Maurilio più rispettoso che non avrebbe mai creduto di dover essere verso un cotale che egli aveva visto entrare in quella casa in sì poveri arnesi.

Don Venanzio ed il marchese attendevano con una certa emozione d'ansietà. Dieci minuti passarono e nessuno venne; il marchese, impaziente, lasciò trascorrere ancora altri cinque minuti e poi diede con forza un'altra tirata al cordone del campanello.

Si vide poco dopo fra la portiera dell'uscio la faccia del solito cameriere; ma questa faccia aveva un'espressione di contrarietà mortificata, di disappunto, d'imbarazzo che dinotava essere avvenuta qualche novità che lo turbava.

— E così? domandò asciuttamente il marchese.

— Il segretario non c'è: rispose il cameriere con quell'impaccio nella parola che aveva nell'espressione del volto.

— Perchè non venire ad avvisarmene subito?

— Volli far cercare più accuratamente di lui e sapere che cosa ne fosse.....

— Avete fatto male: interruppe con severo accento il padrone; ciò ch'egli faccia o non faccia non ha da chiamare in nessun modo la vostra attenzione.

Il cameriere mandò giù il rimprovero con un inchino.

— Appena torni il signor Maurilio, lo si mandi da me.

[78] Il servo non si mosse e fece un atto come chi ha qualche cosa da dire e non osa.

— Che avete da soggiungere? domandò il marchese, il quale di ciò si accorse.

— Vorrei dire a S. E. che dubito molto che il signor segretario torni a palazzo.

Baldissero e Don Venanzio si riscossero e si guardarono in viso meravigliati.

— Perchè dite voi questo? domandò il primo.

— Perchè il signor Maurilio è partito svestendo gli abiti che qui gli erano stati dati e riprendendo i suoi logori che aveva deposti, ed il custode, al quale diede una lettera, mi disse che egli aveva un'aria talmente stralunata che da lui ad un pazzo ci correva poco.

Nuova e dolorosa meraviglia nel marchese e nel sacerdote.

— Ma gli è forse successo qualche cosa? domandò Baldissero: nessuno saprebbe dire alcuna cosa che ci guidasse a scoprire la ragione di questo fatto?

Il cameriere si strinse nelle spalle come uno che non sa niente.

— Voi avete detto che ha lasciato una lettera al custode: disse Don Venanzio.

— Sì signore.

— E questa lettera?

— L'ho qui. Il signor Maurilio aveva pur detto al custode di non consegnarla che fra un'ora; ma io ho creduto bene di farmela tuttavia rimetter subito. È appunto diretta a Lei.

— A me! esclamò Don Venanzio, date, date qui.

La prese con mano premurosa dal domestico che gliela porse, e ne guardò con sollecitudine la soprascritta; era di mano di Maurilio, ma nel tracciare i caratteri dell'indirizzo quella mano era così fattamente agitata che tutta sconvolta era riuscita la scrittura.

— Andate, disse il marchese al servitore che si affrettò ad ubbidire. Legga, Don Venanzio, soggiunse quando furono soli, e se quello che si contiene colà dentro crede potermelo comunicare, mi leverà dall'ansiosa curiosità onde son preso.

Don Venanzio ruppe il suggello, spiegò il foglio con mano che tremava un pochino, inforcò gli occhiali, e lesse.

«Parto. Dove me ne vada non so. Forse al villaggio dove imparai primamente a soffrire. Potessi chiudere questa vita nel luogo in cui la sentii cominciare a pesare su me colla gravezza del dolore!... La mia sorte, la mia famiglia, il mistero della mia nascita, che m'importa più? Cessi da indagini che a nulla mi possono giovare. Quando anche fossi figlio d'un re, che me ne verrebbe oramai?... Mi sento circondato dappertutto da una tenebra fitta. Vorrei che fossero le ombre della morte. Le mando un saluto dal cuore... Forse l'ultimo... In questa casa non posso rimaner più, non debbo... Ho la testa che minaccia di rompersi... il cuore mi sembra che voglia saltarmi fuori dal petto..... Non mi stupirei che l'uno e l'altra scoppiassero... Addio.»

— O mio Dio! esclamò il buon sacerdote quando ebbe letto, tutto sgomento: ma che cosa può essere avvenuto? A quel poverino ha dato di sicuro volta il cervello.

Ricordò che pochi anni prima una forte scossa morale aveva già ridotto Maurilio al punto che la sua smarrita ragione lo aveva spinto al suicidio da cui lo aveva salvo Giovanni Selva; ricordò la grave pericolosa infermità che di poi lo aveva travagliato, temette anche questa volta una simile vicenda e pari effetti: senz'altra spiegazione, come uomo che non ha tempo nessuno d'indugiarsi, prese sollecitamente il suo cappello a tre punte che aveva posto sopra una seggiola dritto contro la spalliera, e si mosse per uscire.

— Ma che fu dunque? domandò il marchese con inquieta premura. Non posso io saper nulla?

Don Venanzio s'arrestò sui due piedi e porse al marchese la dissennata lettera di Maurilio.

— Legga, legga pure.

Baldissero la prese e lesse avidamente.

— Or dunque, che conta Ella di fare?

— Vado a cercare di quel disgraziato...

— Dove?

— A casa dei suoi amici, dove abitò finora: ma chi sa se ce lo troverò.... Ah!

Una buona idea eragli venuta. Maurilio aveva scritto che forse si sarebbe recato al villaggio, correndo giù per la strada che vi conduceva, chi sa che non si sarebbe potuto raggiungere. Ne disse al marchese, il quale trovò molto giusta l'idea, e per attuarla meglio pose a disposizione del buon vecchio prete una sua carrozza. Dieci minuti dopo Don Venanzio partiva al trotto serrato di due buoni cavalli per correr dietro al fuggitivo.

Ma che cosa aveva dunque tratto il povero Maurilio a sì subita e pazza risoluzione?

Che la nobile fanciulla da lui amata gli avrebbe parlato di Francesco Benda, egli n'era sicuro. Non esisteva altro punto d'attinenza fra lei e lui, e abbastanza ne lo preveniva l'istinto del proprio cuore. Il suo amore senza speranza pur si ribellava furibondo al pensiero dell'amore di quella donna per un altro. Senza speranza! Sì, tale era stato l'affetto suo fin allora, tale ed anche più doveva essere al presente, avendo egli acquistato certezza che Francesco Benda aveva ottenuto quel sommo bene a cui egli non aveva osato pur mai aspirare. Eppure, vedete stranezza della sua natura, in lui non era così. Ciò che gli accadeva da due giorni era tanto straordinario che pareva avergli ispirato una insensata fiducia anche nell'impossibile. In que' sogni matti e sragionevoli che il bollore della gioventù presenta alla fantasia di ciascheduno, creando un [79] avvenire meravigliosamente eccezionale che non si potrà effettuare giammai, ancor egli aveva avute a questo proposito le sue pazze chimere, di cui poscia amaramente sorrideva e si riprendeva egli stesso. Aveva sognato poter diventare illustre, grande, celebre, potente colla forza sola del suo ingegno e del suo valore, e raccolta una somma ingente di gloria venire a metterla a' piedi dell'adorata fanciulla, che non avrebbe più potuto stimarlo da meno e respingerlo con disprezzo. Ma ora ad avvicinarlo a lei, più sollecitamente e più naturalmente e con maggiore ancora la desiderata efficacia, sembrava volere adoperarsi la sorte. Tutto quello che gli era capitato, induceva in lui la certezza di appartenere egli ad una nobile e potente famiglia. Avrebbe dunque avuto un nome, un grado, un titolo pari a quelli di lei: essa avrebbe potuto e dovuto trattarlo come eguale, ed egli starle dinanzi senza umiltà e vergogna di soggezione e d'inferiorità. Nel suo animo di plebeo che aveva sino allora lottato colla miseria e s'era trovato oppresso dall'abbiezione del suo stato, entrò ad un tratto un sentimento d'orgoglio aristocratico, di cui si vergognò poco stante, ma che pure, anche passando solamente, lasciò in lui una certa traccia, un effetto inavvertito. Si disse che Virginia di sì nobile casato, di sì aristocratico sangue, non avrebbe potuto sposare un borghese come Francesco Benda. Quel pregiudizio delle vane distinzioni di classi sociali per nascita, che allora era così potente nella nostra società, quel pregiudizio ch'egli aveva trovato stolto e condannato sempre per lo addietro, parve a tal punto una verità al suo spirito momentaneamente traviato. Una fanciulla come Virginia poteva ella amare un uomo a cui non avrebbe dato la mano? Contraddisse, contestò l'evidenza delle prove che il suo dolore aveva scorte dell'amore di lei per Francesco: le interpretò con un quasi volontario errore nella più falsa guisa del mondo: ed anche quando, riavutosi da quella febbre, potè più giustamente apprezzare le cose, pure a sua insaputa, alcun che glie ne rimase al fondo dell'animo di quelle pazze speranze.

Pur tuttavia quando Maurilio, fatto chiamare da Virginia, entrò nel salottino in cui essa lo attendeva, vi fu con una timidità palpitante che pareva quasi una ripugnanza. Era un salottino tappezzato di seta cilestrina, e in mezzo, come un angelo nell'azzurro del cielo, cinta la fronte d'un'aureola, spiccava la bella figura della ragazza, ornato il capo del ricco volume dei suoi fulvi capelli. La splendeva come una visione di paradiso. Maurilio la guardò ratto ed atterrò gli occhi con paurosa confusione e si sentì tremare nelle più intime fibre. Stette egli immobile presso la porta e non seppe trovare una parola.

Essa gli si accostò con qualche sollecitudine, colla sicurezza di persona che non ha la menoma esitanza nè vergogna intorno a ciò che sta per dire o per fare. Era pallida più dell'usato, gli occhi splendevano d'una fiamma speciale, v'era un'inquietudine contenuta, una supplicazione involontaria nella mossa.

— Signore; diss'ella con espressione di non dissimulato, vivissimo interesse. Che notizie ha Ella del suo amico l'avvocato Benda?

Era la domanda che appunto s'aspettava Maurilio: eppure ad udirla egli diede in un trasalto come se ad un tratto avesse sentito una punta figgerglisi in cuore; sollevò ratto le palpebre, e le sue pupille color del mare incontrarono lo sguardo delle pupille color del mare di lei. Fu come un urto di due elettricità; e se ne sprigionò una potente scintilla che variamente li scosse ambidue. Virginia travide un segreto nella profondità di quell'anima che le aveva balenato dinanzi; le parve di botto che quella persona non era nuova per essa, nè indifferente al suo destino; dove l'avesse già vista e quando, quella fronte tormentata, non sapeva, ma sentì che una qualche indefinibile attinenza correva fra quello sconosciuto e lei. La sua fierezza avrebbe voluto sdegnarsi dell'audacia di quello sguardo che sembrava volerle entrare nell'anima, della temerità di quell'essere a lei di tanto inferiore, che pareva aversi ad intromettere nella sua vita; ma negli occhi di quell'uomo eravi pure tanto dolore che non potè a meno di sentirne compassione la sua generosa anima di donna. Non fu una simpatia, fu una pietà. Il suo sguardo mostrò ad un punto il risentimento ed il perdono; aveva appena lampeggiato lo sdegno che già risplendeva caramente in quella leggiadra pupilla una mitezza divina.

Quello che passava nell'interno del giovane chi lo potrebbe esprimere? Il suo sguardo acceso avvolgeva, abbracciava con audace potenza la bellezza fisica di quella nobil fanciulla, e si sforzava di penetrarle nell'anima, ad abbracciarla del pari; nello stesso tempo supplicava con ardenza e commozione infinita. Egli sentiva, in presenza di quella adorata beltà, adergersi la passione, invaderlo, farsi più potente della sua timidità, d'ogni riserbo, d'ogni riguardo, d'ogni suggerimento della ragione, d'ogni dettame di convenienza, padroneggiarlo, torgli le redini della volontà, stimolargli il cervello come una trionfante pazzia. Le più spropositate idee gli tenzonavano nella testa, le più audaci parole gli gorgogliavano nella gola; un lieve impulso ancora ed avrebbe traboccato ed avrebbe prorotto il torrente della sua passione.

Fece uno sforzo supremo per frenarsi. Conveniva parlare. Virginia aveva sviato da lui lo sguardo e rimaneva immobile attendendo risposta alla sua domanda. Il povero Maurilio riuscì a pronunziare con voce sorda e affaticata, le seguenti parole:

— Di Benda non ho notizia alcuna.

Virginia, da quel nome richiamata per intero all'argomento [80] che le premeva più di tutto al mondo, lo guardò con un'espressione di mite rimprovero.

— Come! esclamò essa, mentre sì gravi avvenimenti successero e tanto pericolo minacciò l'esistenza del suo amico e della famiglia di lui, Ella non ebbe premura di saperne questa mattina le novelle?

La innamorata fanciulla che aveva vegliato in pena tutta la notte, che aveva con ispavento appreso della rivolta degli operai e de' gravi fatti che l'avevano accompagnata, che null'altro pensiero più aveva in mente fuor quello dell'amor suo, considerava quasi per impossibile che in altri avesse ad essere tanta indifferenza a tal riguardo. Maurilio, alle ultime parole di lei, ebbe sulle labbra un sorriso amarissimo, onde la fanciulla provò sdegno insieme, e pena e sgomento. Quel sorriso diceva che il giovane aveva avuto ben altro a cui pensare, che del ferito e delle sue sorti poco si curava ed anche peggio, che la ragazza sperando in lui un aiuto erasi ingannata, che piuttosto avrebbe trovato in esso un alleato ai nemici del suo amore. Ella si pentì subitamente della fiducia che aveva creduto poter riporre in quell'essere; si rimutò nelle sembianze compiutamente, s'allontanò da lui di qualche passo, e riprendendo tutta la naturale fierezza del suo contegno, disse con accento severo:

— Mi sono dunque ingannata a crederla un amico del signor Benda?

Per Maurilio quel mutamento fu come se gli si spegnesse subitamente agli occhi la luce del sole. Tese le mani supplichevole ed esclamò:

— No, no; la non s'è ingannata. Sono un amico, un amico a tutta prova..... Mi comandi e farò quanto so, quanto posso.....

S'interruppe perchè l'emozione gli faceva gruppo alla gola e non lasciava più varco alle parole. Virginia stette un momento in silenzio, come riflettendo, e pareva che il suo spirito fosse corso lontano da quel luogo, ed ella non badasse più a chi gli stava dinanzi. Dopo un poco scosse la sua leggiadra testa, s'avvicinò ad un mobile e prese in mano una lettera che vi stava sopra: si rivolse di nuovo a Maurilio e parlò con una semplicità affatto naturale.

— Io m'interesso di molto a quella famiglia. La signorina Maria figliuola del signor Giacomo, fu mia compagna di collegio ed abbiamo rinnovato pochi giorni fa un'intrinsichezza da amiche.....

Si tacque ad un tratto; si domandò perchè la diceva tutto ciò a codestui: che aveva ella bisogno di scusare o di spiegare soltanto la sua condotta? Arrossì alquanto: e dopo un istante riprese con accento più altero che non fosse prima:

— Ho da mandare questa lettera di condoglianza e di conforto alla mia amica..... Avevo pensato, poichè credevo ch'Ella si recasse colà, pregar Lei di recargliela a nome mio.

Maurilio delle parole di Virginia aveva capito poco o nulla; il suo capo confuso sempre peggio gli tenzonava con maggiore intensità, per poco non aveva smarrita la giusta percezione delle cose e la coscienza di sè; viveva come in un sogno, anzi meglio come in un parosismo di febbre, quando ogni cosa piglia forme e proporzioni diverse e strane, ed ogni impressione non più governata dalla ragione, si risolve in fantasima di delirio. Vide una bianca carta nella bianca ed esile mano della fanciulla; capì che quella carta era pôrta a lui, che egli la doveva prendere; per che farne non sapeva, non aveva inteso, non voleva pure intendere. Una ondata di quelle matte speranze che ho detto gli venne al cervello malato. Pensò ad esclamare in risposta ai detti di lei che non aveva compresi:

— Virginia, io ho nelle vene un sangue nobile al pari del tuo..... Io, io sono degno di te.

Si trattenne; di tanto vegliava ancora nel fondo del suo cervello la ragione da fargli comprendere la sua follia: si disse che non avrebbe parlato più, perchè aprendo la bocca non era sicuro di frenare la sua lingua. Tutta la sua timidità sentiva svanire sotto l'influsso d'una specie d'alito infuocato che gli correva dal petto alla testa; ma mentre il cervello sobbolliva e il cuore palpitava tremendamente, le membra gli erano impacciate, irrigidite, come avvinte.

Per prendere quella lettera dalle mani di Virginia, che s'era allontanata, bisognava varcare lo spazio di poco più d'un metro; erano due passi, e Maurilio non si sentiva il coraggio e la forza di farli; parevagli fosse quello un abisso da sorpassare. Esitò, fece uno sforzo e riuscì ad accostarsi alla fanciulla con piede pesante.

La bellezza della donna ha certi momenti di fascino che, irresistibile, impossibile ad esprimersi, n'è l'effetto sull'animo dell'uomo. Certe mosse della donna che amate, senza che ne sappiate il perchè, vi fanno bollire il sangue; uno sguardo vi caccia il fuoco in tutto l'essere; un sorriso vi apre il cielo. L'uomo innamorato darebbe la vita, darebbe tutto al mondo, darebbe l'onore, per potere in que' momenti stringere fra le sue braccia quella creatura che tanto tumulto eccita in lui, e soffocarla di baci. I sensi e lo spirito sono in quel punto eccitati ad un trasporto supremo, ineffabile, divino; tutte le forze dell'essere, tutte le potenze della mente, tutte le aspirazioni dell'animo si concentrano in un solo desiderio, che è una sete, che è una rabbia, che è un delirio. La passione rende l'uomo capace di qualunque eccesso: la donna che sa il suo potere può in quel punto ottenere dall'uomo tanto un'opera sublime d'eroismo, quanto il più infernale dei delitti.

Quando Maurilio si trovò ad un passo di distanza dalla bellezza divina di quella fanciulla, subì uno di quegli influssi, si sentì trasportare da uno di quei parossismi. Com'era bella davvero quella spigliata, [81] gentile persona di vergine con tanta grazia nobilmente atteggiata! Com'erano soavi allo sguardo le pure ed artistiche linee di quella mossa avvenente che si disegnavano nette sul fondo cilestrino della parete! Com'era leggiadro quel viso dilicato sul cui pallore un'emozione del momento aveva chiamato un lieve rossore alle guancie! La bocca semiaperta pareva respirare con lieve affanno prodotto dalla intensità d'un affetto; il seno, così voluttuoso nella sua casta bellezza, si alzava ed abbassava soavemente come l'onda quieta d'un mare benigno; fra le labbra di sì gentile color rosato spiccava con un effetto cui niuna parola può riprodurre la candidezza dei denti e pareva uno splendor di sorriso.

Maurilio le stette innanzi tremante, commosso, agitato, fremente fin nell'intime fibre dell'esser suo. La sua casta gioventù, le contenute forze de' suoi sensi gli desiarono con impeto irrefrenabile una tempesta tremenda nel petto. Tante volte ne' suoi sogni egli aveva quella fanciulla vagheggiata appunto tal quale! Ed ora se la trovava realmente dinanzi come l'aveva desiderata, come invocata con tanto trasporto. Era un sogno anche questo? od era stata una realtà anche quelle altre volte? Il tumulto e la confusione de' suoi pensieri s'accrescevano; audacie mai più immaginate gli sommovevano l'animo, desiderii che non sapeva pur formolare gli salivano su dal cuore in subbuglio e lo soffocavano alla gola. Perchè non le avrebbe detto ora quelle parole che tante volte aveva detto all'immagine di lei? Perchè non avvintala alle ginocchia colle sue braccia e trascinatosi a' suoi piedi come aveva sognato di fare? La fronte del giovane era circondata d'una fiamma, gli occhi di lui mandavano lampi; la sua faccia s'era trasfigurata; vi era da ammirarlo e da averne paura.

Virginia aveva sempre la lettera in mano, la porse quasi con atto meccanico, e il giovane volle afferrare quella destra. Le loro mani s'incontrarono: l'urto de' fluidi fu maggiore di quello fosse stato per mezzo degli sguardi; sussultarono ambedue, ritrassero le destre come se le avessero abbruciate; Virginia gettò uno sguardo ratto sulla testa di lui e fu meravigliata ed atterrita di quel fuoco che vi raggirava cupo e profondo negli occhi. La lettera cadde a terra in mezzo a loro, e Maurilio si gettò a raccoglierla: rimase così in ginocchio innanzi a lei, e i suoi panni toccavano lo svolazzo degli abiti ond'era la bella persona vestita. Passò un minuto secondo in cui s'affollarono nella mente di lui tutt'a un tratto i pensieri d'amore, i sogni, i delirii di tanti anni, di tante notti, di tante ore febbrili. Non potè parlare, ma non era più la timidezza che facesse ostacolo alle parole, era la piena soverchia dell'affetto, la troppa abbondanza delle cose. Si curvò a terra come un credente innanzi al suo idolo, abbandona il suo capo sui piedi della fanciulla e ruppe in singhiozzi, in esclamazioni che parevano di dolore, in parole soffocate che non avevano senso.

— Che è ciò? domandò Virginia ritraendosi atterrita. Che fa Ella? che vuole?..... Si alzi.

Maurilio udiva quella voce soave, ma non capiva le parole; la sua ragione gli sfuggiva sempre più; aveva un tal tumulto nel cervello, che pareva la pazzia vi combattesse un'aspra battaglia cui fosse per vincere. Sollevò la faccia tutta bagnata di pianto e guardò la bellezza di lei con occhio smarrito, splendente d'una luce febbrile. Dove fosse non sapeva più. I più strani propositi s'affacciavano alla sua mente, ed egli non li trovava assurdi e indegni di lui medesimo; ma se non li attuava era solo perchè glie ne mancavano le forze. Levarsi e prendere fra le sue braccia quella forma adorata di donna e stringerla da soffocarla; aprire quella finestra da cui veniva la luce grigiastra del giorno nebbioso, e con lei sul suo cuore precipitarsi e morire insieme; portarsela come un bambino sul seno e fuggire da quel palazzo, fuggire dalla città, fuggire, fuggire fin dove occhio d'altr'uomo non la potesse veder più; dirle: «io t'amo, dammi un bacio» ed uccidersi ai suoi piedi.

Virginia fu spaventata per davvero; pensò suonare per chiamar gente, ma era lontana dal cordone del campanello; le mani convulse del giovane l'avevano afferrata ai panni; ella se ne sciolse, e ratta, come una visione che si dilegua, fuggì della stanza. Maurilio, quando fu solo, riebbe un po' di calma e gli tornò un po' di ragione. Stette immoto alcun tempo, inginocchiata come si trovava, facendo girare lentamente intorno a sè il suo torbido sguardo; fissò per un poco il punto del tappeto su cui posavano poc'anzi i piedi di lei e parve che ve ne scorgesse le traccie. Si gettò bocconi a quel luogo e con bocca quasi rabbiosa baciò, ribaciò, tentò di mordere quella stoffa che a lui pareva ritenesse l'impronta delle piante dell'adorata fanciulla. Ad un tratto sollevò il torso e si cacciò le mani entro i capelli con mossa furibonda di disperazione.

— Che ho fatto? esclamò. Che osai? Che le dissi? Che avrà ella giudicato di me? Come venirle ancora innanzi agli occhi? La mi farà scacciare dal suo cospetto pei suoi lacchè..... O mio Dio! O mio Dio!

Si strinse fra le due mani la fronte con tanta forza da farsene male.

— Ella ne ama un altro... Ella mi disprezza.... Ed io stoltamente le lasciai scorgere nel mio cuore.... Oh fossi morto prima!...

La riazione contro quelle troppo false e troppo audaci speranze che gli aveva fatte nascere in un momento di follia la sua immaginativa, venne potente, terribile, da superare ogni altro sentimento, ogni altro affetto. Delle cose del mondo e di sè nulla più glie ne importava. Che cosa era ancora per lui [82] il problema del suo destino che stava per essere sciolto? A che cosa gli avrebbe giovato oramai qualunque più venturosa ed invidiabile sorte? Era stato un malaccorto ad entrare ospite in quel palazzo. La prima cosa a farsi ora, era di fuggire; di fuggire prima che ignominiosamente ne lo scacciassero. Si drizzò in piedi sollecito, guardando attorno quasi spaventato, come se temesse veder entrare i servi che dovevano spazzarlo via da quel luogo ch'egli aveva profanato. Corse nella sua stanza, riprese i suoi poveri vecchi panni, scrisse, per Don Venanzio la lettera che abbiamo visto, e partì.

Corse per un po' giù della strada, urtando nella gente, urtato da chi aveva fretta, senza direzione, da null'altro guidato che da un prepotente bisogno d'allontanarsi, di fuggire. Nel suo cervello continuava ad agitarsi confusamente un tumulto di pensieri indescrivibile; il governo delle sue idee, delle sue fantasie sfuggiva sempre più alla sua volontà. In mezzo a tutto quel subbuglio di sentimenti e di affetti, non sapeva più districarsi, per così dire, la sua ragione affievolita. Correva, correva, il cappello in mano, il suo logoro mantello pendente dalle spalle, la fronte che gli ardeva esposta alla fredda aria invernale. Tutto ad un tratto si fermò su due piedi e si guardò attorno con aria attonita, come uomo che si sia smarrito e non riconosca il luogo ove si trovi. L'impulso che lo cacciava innanzi pareva cessato di colpo, ed egli si ritrovava senza forza, senza decisione, senza energia. Nel suo interno quel tumulto tempestoso di passione che lo tormentava era dato giù improvviso e gli aveva lasciato un vuoto in cui non sentiva altro più che un indolorimento ed una stanchezza. Pareva, come accade in qualche furioso temporale alla state, che il vento, dopo aver soffiato gagliardo e sollevato nembi turbinosi di polvere ed atterrato alberi e devastate le messi, cessa di botto e lascia succedere un momento di calma; ma una calma spaventosa in cui l'aria pesante non lascia avere il rifiato, in cui le nubi nere nere pare che vi opprimano, ed a cui sapete che fra poco dovrà tener dietro uno scoppio tremendo della bufera.

Maurilio portò la destra alla fronte e la passò sopra le ossa sporgenti di essa con lento moto, e si palpò la testa, quasi ad accertarsi ch'egli la teneva ancora al suo posto. Gli pareva d'esser scemo di cervello, che tutto fosse svaporato in un attimo e che l'organo del pensiero gli si fosse distrutto per sempre. Gli venne insieme una matta voglia di ridere e di piangere su se medesimo; accennò un sogghigno colle labbra e si rasciugò una lagrima che colava a stento giù delle guancie. Guardava intorno e vedeva; ma non aveva coscienza esatta di quel che vedesse. Passava uno di quei Lucchesi che girano il mondo a vendere le figurine di gesso; gli nacque un gran desiderio di saltargli addosso e romper tutti i busti e le statuette ch'egli portava sull'asse in equilibrio sul capo; un piccolo spazzacamino se ne veniva rasente il muro, mandando il suo monotono e melanconico grido: Maurilio fece un passo per venirgli a tiro ed afferrarlo alla gola; fu preso dalla tentazione di andare a strappare una legna accesa dal fuoco del caldarrostaio alla cantonata e cacciarla in mezzo ai truccioli nella bottega del vicino legnaiuolo per dilettarsi della vista dell'incendio che ne sarebbe nato. Ma la ragione, ridotta per così dire all'ultimo confine del suo impero, e prossima ad essere bandita del tutto, riagì un momento.

— Sciagurato! diss'egli a se medesimo a voce alla, percotendosi quella fronte sotto cui lottava la sua intelligenza contro le chimere del delirio: ma sono io dunque per diventar pazzo?

Pazzo! Questa parola, pronunciata da lui medesimo, lo spaventò. Tornò a suscitarsi subitamente la tempesta nel suo spirito. Riprese la sua corsa senza meta volontaria; in un attimo si trovò fuori della città sopra una strada ronchiosa pel fango gelato, la quale si allungava tra i campi e si perdeva nel nebbioso orizzonte. Corse giù per essa come l'ebreo errante della leggenda cacciato da una mano misteriosa. Era per fortuna la strada che conduceva al villaggio di cui era parroco Don Venanzio.

Questi nella carrozza del marchese veniva appunto giù della medesima in traccia del giovane. Guardava a dritta ed a sinistra il buon vecchio prete, con ansietà di padre, pregando colla fiducia della sua anima religiosa, il suo Dio. Ad un tratto si sporse fuori del finestrolo dello sportello che non ostante il freddo aveva tenuto sempre aperto, e gridò al cocchiere:

— Fermate, fermate.

Sul ciglio del fosso della strada aveva veduto accoccolato, i gomiti sulle ginocchia, il capo tra le mani il suo giovane amico. Scese precipitosamente di carrozza e corse presso quell'individuo che gli era davvero il povero Maurilio. Lo toccò sopra una spalla e con voce amorevolissima lo chiamò per nome.

Il giovane alzò il capo e guardò innanzi a sè con aria così smarrita che Don Venanzio se ne sgomentò di più che se avesse visto su quella faccia le mostre della maggior disperazione.

— Maurilio, gli disse prendendogli le mani e traendolo a sè per farlo levare, che fai tu qui? Perchè questa tua fuga? Perchè questo abbattimento? Ora che il destino ti si volge propizio, vuoi tu mancare a te stesso, vuoi tu esser da meno della tua novella sorte?

L'infelice seguitò a guardare come uomo che non capisce, che non ha idee, che non ha volontà; ma si lasciò tirar su dritto in piedi, e cedette facilmente alla mano che lo traeva verso la carrozza ferma in mezzo la strada.

— Vieni, vieni meco, gli diceva il vecchio sacerdote, pensando che il principale era in quel momento [83] scuoterlo dal torpore di quella specie di letargo e condurselo seco.

Accostò le sue labbra all'orecchio di Maurilio e soggiunse piano, ma con forza:

— Vieni, la tua famiglia è trovata, e ti aspetta.

Il giovane diede in una scossa, guardò con indefinibile espressione il volto del parroco ed una luce viva gli lampeggiò negli occhi rianimatisi ad un tratto. Ma fu un lampo soltanto: curvò nuovamente il capo e mormorò con accento di rassegnata desolazione:

— È troppo tardi.

Però si lasciò guidare docilmente alla carrozza; ubbidì senza contrasto alla mano che dolcemente lo spingeva a salire, ed affondatosi in uno degli angoli lasciò che il cocchio, i cui cavalli erano stati voltati di nuovo verso la città, lo trasportasse di trotto dove altri voleva.

Don Venanzio, a cui questa strana apatia dava assai pena, cercò di riscuoternelo.

— Ecchè? diss'egli dopo un poco, tu sei fatto di un subito così indifferente a quello che fu sinora l'oggetto maggiore de' tuoi pensieri? Tu non mi chiedi nemmeno chi sia questa famiglia che ti dico avere scoperto essere la tua e trovarsi pronta ad accoglierti?

Maurilio crollò il capo con quella sua mossa abbandonata, e non rispose.

— Che avvenne egli adunque da rimutarti così compiutamente e ad un tratto? Perchè mi scrivesti non poter più, non dover più rimanere nella casa del marchese di Baldissero? — Fece una pausa: e poi soggiunse lentamente: — In quella casa dove anzi dovresti rimaner sempre?

Il giovane non fece attenzione a queste parole; non le capì e non si mosse.

— Che mistero è quella tua lettera inaspettata? Che mistero è questo tuo contegno? Spiegamelo, te ne prego.

Maurilio tornò a crollar la testa, come per indicare che non voleva rispondere; e si tacque.

La carrozza era già arrivata alle prime case della città. Don Venanzio avvisò che bisognava affrettarsi a rendere consapevole della verità il giovane, perchè a momenti si sarebbe giunti a palazzo.

— Or dunque, riprese, che vuoi tu ch'io dica, che posso io dire al marchese, il quale ti attende per accoglierti come suo sangue?

Questa volta l'effetto fu maggiore di quello che il buon prete si aspettasse, Maurilio sussultò come se ad un tratto una potente macchina elettrica lo avesse colpito collo scoppio della sua scintilla.

— Suo sangue! esclamò egli curvandosi verso il prete con occhi che sprizzavan fiamme e parlando con labbra convulse e con tremula voce. Sangue del marchese, io!... Forse suo figlio?

Don Venanzio pose amorevolmente la sua destra tepida e morbida sulle mani ruvide e ghiacciate del giovane.

— Suo figlio no, disse egli lentamente, ma figliuolo di sua sorella.

Maurilio guardò il sacerdote con espressione di spavento.

— Sua sorella?... Che sorella?

— Quella che fu poi la contessa di Castelletto, e in prime nozze fu moglie di Maurilio Valpetrosa, da Milano, tuo padre.

— Valpetrosa!... Mio padre! ripetè il giovane proprio coll'accento d'un uomo di cui la ragione vacilla. Si cacciò le mani in capo e stette un istante raccolto in se stesso come per isforzarsi a dominare le sue idee.

— Contessa di Castelletto: riprese egli poi dopo un poco, e la sua voce era sorda, il respiro affannato, stentata la parola: la madre di.... di Virginia?

Pronunziò questo nome con voce ancora più bassa e ratto come se gli abbrucciasse le labbra.

— Sì: rispose semplicemente Don Venanzio, che non poteva pure immaginare le cagioni di tanto turbamento nel suo giovane amico.

— Ed io, domandò Maurilio con maggiore ancora l'emozione, io sono dunque suo fratello?

— Sicuro!

Il volto dell'infelice divenne in un subito scarlatto, le vene del collo gli si gonfiarono tanto che parvero prossime a scoppiare; poi di presente successe un pallore cadaverico su quelle guancie, che apparirono più immagrite ed incavate di prima; la fiamma degli sguardi si spense, e mandando un gemito che pareva un rantolo, l'infelice cadde di nuovo abbandonatamente nell'angolo della carrozza, da cui s'era staccato in sussulto un momento prima.

Don Venanzio si chinò premurosamente su di lui; Maurilio era svenuto. Il buon parroco voleva gridare al cocchiere affrettasse la corsa verso il palazzo; ma vide che allora appunto la carrozza voltava sotto il portone. Si era giunti.

CAPITOLO X.

Quando Maurilio tornò in se stesso, si trovò in quella camera del palazzo di Baldissero, ch'egli credeva aver abbandonato per sempre, disteso su quel letto dove la notte precedente tante chimere di sogni erano venute a tormentare il suo spirito. Sentì di subito ch'egli pigliava intiero il possesso di sè medesimo, che tutta e non lesa gli tornava la ragione. Si ricordò di subito, per prima cosa, della tremenda novella che lo aveva mandato fuor dei sensi. Avrebbe voluto poter continuare nello svenimento: quello era almeno l'oblio: avrebbe voluto ricacciare quella ragione che gli tornava, fosse pur anche ricoverandosi nel buio e nell'insensibilità del sonno eterno.

[84] La camera era semioscura; in quella dubbia luce Maurilio vide al suo capezzale seduta una persona le cui chiome candidissime gli dissero essere Don Venanzio, in fondo al letto un uomo di alta statura, dritto, immobile che lo guardava. Gli parve che quello fosse il marchese, sentì anzi come cosa sicura che era lui; ma gli piacque indugiare a riconoscerlo, volle allontanare il momento in cui si sarebbe venuto alle spiegazioni; come volendo tornare nel torpore dello svenimento, richiuse gli occhi e stette immobile, volgendo in sè tutta l'attenzione e quasi direi lo sguardo interno della sua mente.

La vita fisica non pareva in lui ancora tornata; non si sentiva battere i polsi e le membra gli erano così lasse, così sottratte all'azione della volontà che gli pareva, per qualunque sforzo avesse fatto, non sarebbe riuscito a muovere un dito. La sua anima pareva incatenata in un corpo morto. Ma ad un punto il suo cuore si mise a palpitare frequente, quasi con dolorosa violenza. Benchè seguitasse a tener gli occhi serrati, i presenti s'avvidero che la vita era tornata in lui, perchè un lieve rossore era salito ai pomelli delle sue guancie, e il petto gli si sollevava ed abbassava in un respiro alquanto affannoso. A suscitarne gli spiriti a quel modo era stato un pensiero che improvviso erasi affacciato alla sua mente.

— E Virginia verrà essa a vedermi? Lo sa ella già ch'io sono suo fratello? E che dirà, e che le dirò io, vedendola?... Io suo fratello!... E l'amo!... E l'amo ancora!... E forse l'amerò sempre!... Oh sciagura!

Sussultò sul letto, aprì gli occhi e si sollevò alquanto della persona sopra i cuscini. Don Venanzio si drizzò in piedi e gli pose una mano sul capo a toccargli la fronte; l'uomo dall'alta statura si curvò sopra il letto a fissare nel giacente uno sguardo pieno di compassione e d'interesse.

— La crisi è passata, ne sono sicuro, disse il parroco; da parecchi giorni la sorte non volle risparmiare le emozioni a questo poveretto, ma ora, coll'aiuto di Dio, spero che tutto sia finito... Non è vero, Maurilio?

Il giovane ringraziò con uno sguardo l'amorevolezza del suo primo, vecchio amico, poi volse que' suoi occhi ancora appannati verso l'uomo dall'alta statura il quale, toltosi da quel luogo, venne lentamente accostandosi ancor egli al capezzale dall'altra parte del letto. Era proprio il marchese.

— Sì, Maurilio, diss'egli con voce piena, calma, quasi solenne, tutto è finito; sono finite le vostre traversie e le vostre disgrazie. Tutto sarà riparato; ed avrete una sorte degna di voi. Quando saprete ogni cosa vedrete che a noi il debito della riparazione, a voi quello del perdono. Don Venanzio vi conterà tutto appena sarete in caso d'ascoltare la verità.

Il giovane attese un momento, come se esitasse a manifestare il suo pensiero, o questo pensiero medesimo fosse incerto tuttavia ed oscillante.

— Signore, diss'egli poi, la verità sono in caso di ascoltarla fin da questo momento. Da tanto tempo ne vo in traccia e la invoco che desidero, ora che la mi si affaccia, apprenderla più senza indugio.

Il marchese fece un atto d'acquiescenza.

— Vi lascio liberamente discorrere con Don Venanzio: diss'egli. Voi potete liberamente interrogare, io posi in grado il nostro buon amico di liberamente a tutto rispondere. Più tardi verrò io stesso a favellare con voi, e faremo allora più ampia conoscenza reciproca.

Uscì di stanza dopo queste parole, lasciando soli Don Venanzio e Maurilio. Il primo che poche ore prima aveva appreso dal marchese la storia d'Aurora, la ripetè al giovane quale a lui era stata narrata. Maurilio l'ascoltò con raccolta e profonda attenzione, senza interromper mai col menomo cenno, colla menoma osservazione, con una domanda qualunque di spiegazione, senza fare neppure il menomo atto. Lo spirito del giovane era in una strana ed affatto nuova condizione. Parevagli, dopo quel momentaneo offuscamento, avere acquistato una lucidità ed una forza maggiori del solito: e nello stesso tempo, tratto tratto, esso gli sfuggiva, si sperdeva, sembrava, per così dire, svaporargli e le idee gli si confondevano, come si facevano incerte le sensazioni e le stesse impressioni esterne. Egli aveva un'esatta cognizione delle cose, si rendeva un esatto conto di sè, degli avvenimenti che gli erano successi e di quelli che gli venivano narrati. Si vedeva colà dov'era, in quella stanza, disteso su quel letto, e conchiusa l'odissea delle sue disgrazie; nel pensiero, prendeva, con una facilità onde si meravigliava egli stesso, il posto che gli spettava, e che ora soltanto scopriva dovutogli; poi ad un tratto tutto gli pareva pigliare l'incertezza, il vago, l'inapprensibilità d'un sogno. Era egli bene sveglio, era affatto in sè mentre udiva svolgersi quel romanzo: ed era egli proprio cui esso riguardava? E Virginia era sua sorella?.... Qui si scombuiavano di nuovo tutti i suoi pensieri e sentimenti, e temeva gli sfuggisse nuovamente la ragione. Don Venanzio aveva finito di raccontare e taceva spiando attentamente sul volto pallido del giovane le impressioni che in lui quel racconto aveva deste. Ma tal silenzio ecco riuscir penoso, quasi sgomentatore per Maurilio, il quale volse per ciò gli occhi verso il vecchio sacerdote, e gli disse con accento quasi di preghiera:

— Oh parli, mi parli ancora!

Che aveva egli da dire ancora Don Venanzio, il quale aveva tulle divisatamente ripetute le cose udite dal marchese? Pensò opportuno di fare al suo protetto un piccolo sermoncino di morale sui nuovi e maggiori doveri che il suo nuovo stato era per accodargli verso i suoi simili, verso la [85] società e verso Dio. Se questi aveva dati al giovane talenti non comuni, gli era perchè se ne servisse a maggior gloria di Lui da cui tutto dipende, ed a maggior vantaggio dei suoi fratelli; se aveva voluto che la sua infanzia e parte della giovinezza trascorressero nella miseria e nell'umiliazione d'un povero stato, era per levargli ogni superbia di grado, di titoli e di sangue, per renderlo ai mali del miserabile compassionevole; se ora lo voleva elevato a cospicue condizioni nella società, glie ne accollava tanti più obblighi di virtù, di opere, di nobili esempi al mondo.

Maurilio meditava da parte sua, e le parole dell'onesto vecchio entrandogli nella mente, senza che egli pur l'avvertisse s'intrecciavano colle riflessioni di lui, e andavano ad allogarsi nel suo cervello. Quando il sacerdote ebbe finito, il giovane gli tese una mano.

— Grazie, mio buon amico, gli disse con un sorriso pieno d'affetto; grazie, mio padre..... Sì, Ella sarà pur sempre per me come un amorevol padre... Se Iddio mi lascia vivere, non sarò indegno della mia sorte. Vedrà.

La destra di Maurilio ora era divenuta ardente; gli sguardi sfavillavano stranamente nelle incavate occhiaie.

— Maurilio, figliuol mio: disse con premura Don Venanzio. Ora tu hai bisogno di calma e di riposo.....

— Sì: interruppe il giovane. Ho bisogno d'esser solo e di meditare..... Solo colla memoria del mio passato, colle strane venture del presente, colle lusinghe dell'avvenire; solo colla mia coscienza e Dio... Mi perdoni se la prego lasciarmi.

Il buon prete accondiscese al desiderio del giovane, lo baciò paternamente sulla fronte, e s'allontanò raccomandandolo con mentale preghiera all'Angelo Custode, ispiratore delle sante risoluzioni.

Il primo pensiero di Maurilio, quando fu solo, fu Virginia. Ella era dunque unita a lui da così stretto vincolo di carne: il medesimo sangue correva nelle loro vene. Quell'amor suo che prima era una follia, ora si faceva un empio delitto. Era esso questo amore uno sciagurato traviamento dell'istinto, di quello che suol chiamarsi la voce del sangue, che gli additava in quella una persona a lui da natura così strettamente avvinta? O cielo! Ma egli sentiva che anche ora, conoscendo la verità, anche in quel momento, la sua fatale passione ruggiva più forte, più impetuosa, più tremenda che mai nell'animo suo. L'immagine di quella tanta bellezza stava innanzi alla sua fantasia, più seducente, più eccitante che non l'avesse ancora vista: e il sangue gli pulsava nel cuore e nelle tempia.

— Potrei baciarla: si disse, e immaginò non un bacio fraterno, ma un caldo bacio d'amore al cui pensiero sentì una fiamma di voluttà dolce ed insieme penosa corrergli per tutte le fibre.

Inorridì.

— Sciagurato! sciagurato! esclamò egli. È figliuola di mia madre.

Secondo suo uso, quando di troppo gli tumultuavano nel cervello le idee, si serrò colle mani la testa, e temette un istante smarrir di nuovo la ragione ed i sensi. Ma egli, senza pensarvi, aveva pronunziato un nome che era quasi un talismano; fu come una involontaria invocazione della sua anima in angoscia.

— Mia madre! ripetè; ed un desiderio infinito, un'aspirazione ineffabile, un trasporto di fiducia in tutto l'esser suo venne a sollevarne lo spirito. Pensò alle apparizioni che nei momenti più difficili e più solenni della sua vita erano venute a dargli coraggio. Quella forma aerea che sì benigna veniva a consolarlo, a guidarlo, egli ne aveva ferma convinzione, era la madre sua; il momento in cui si trovava non era esso dei più gravi e fatali della sua vita? Perchè non sarebbe venuta anche ora quella creatura celeste a confortarlo? Egli serrò le mani in atto di preghiera, con indicibile ardore di desiderio, con inesprimibile passione, con supremo impulso di fede.

— Spirito mio benigno! disse. Madre mia, non abbandonarmi!

L'apparizione così ardentemente invocata, con tanto desiderio attesa, non ebbe luogo; ma pure, come se, anche invisibile, quello spirito amoroso esercitasse un benigno influsso sull'animo travagliato del giovane, questi sentì una certa calma succedere alla tumultuosa agitazione di poc'anzi. Le savie parole del parroco che erano penetrate nella sua mente inavvertite, cominciarono allora a staccarsi, per così dire, dal ripostiglio cerebrale ove s'erano poste ed a sfilargli innanzi all'intelletto coll'autorevolezza d'un'ammonizione e colla efficacia d'un consiglio amichevole. Egli credeva in una intelligenza superiore ordinatrice degli umani eventi; credeva nella ragionevolezza del destino, tanto di quello dell'umanità, quanto del proprio. Se in lui erano state poste quelle forze di volontà e d'ingegno non era perchè inutilmente le si consumassero in isterili tormenti d'una passione impossibile. Quella potenza che lo aveva voluto plasmato a quel modo, dominato da quegli affetti, afflitto da quelle sciagure, aveva di certo voluto che ad alcuna cosa approdasse tutto questo, che alcun risultamento da ciò ne riuscisse. Quella stessa infelice ed ora empia passione, appigliandosi al suo cuore non era destinata forse che a distruggere in lui per sempre ogni tendenza di femmineo amore, perchè tutte e soltanto le sue capacità si volgessero a quel còmpito che gli era assegnato in pro dell'umanità. Una nobile superbia, una generosa ambizione si levarono allora nell'anima sua. Gli parve sentire nell'intimo della coscienza una voce che lo assicurasse chiamato all'importanza d'una efficacissima parte [86] in pro del progresso umano. La sventura del suo affetto, e la scoperta delle sue nuove condizioni lo sacravano apostolo operatore di quelle nuove idee che fino allora aveva solamente vagheggiato nella solitudine delle sue meditazioni. Sursum corda, credette sentirsi a gridare nell'anima da una voce discesa dal cielo. Il divino entusiasmo del sacrificio gli si accese nel cuore, e gli salì, per servirmi dell'espressione biblica, come fumo di vin nuovo, al cervello. Ricordò quello che avevagli detto poc'anzi il marchese, che avrebbegli procurato una sorte degna di lui. Quale sarebbe stata questa sorte? Ebbe una subita smania di determinare senza ritardo il suo destino, di fissare le linee di quella parte ch'egli voleva ed avrebbe dovuto sostenere. Aveva bisogno di occupare in questa fatta pensieri la mente perchè non vi si cacciasse di nuovo e dominatrice l'immagine di Virginia. Saltò giù del letto: era debole e le gambe lo reggevano a stento: ma la volontà gli tenne luogo di forze. Si vestì e con passo oscillante scese le scale e venne a presentarsi nell'anticamera dell'appartamento di suo zio il marchese.

— Annunziate al signor marchese che domando di parlargli senza indugio: disse al cameriere con accento autorevole ma senza superbia.

Il marchese lo fece introdurre tosto e gli venne incontro sino alla soglia del suo studio.

— Che imprudenza è questa! gli disse con accento che tentava e riusciva pure d'esser amorevole, ma in cui però non suonava ancora la vera nota dell'affetto. Avete già voluto levarvi e scender giù voi medesimo? Dovevate farmi avvertito e sarei venuto io al capezzale del vostro letto.

Maurilio non rispose che con un sorriso; pose con discreta freddezza la sua mano nella destra che gli tendeva il marchese con fredda cortesia, e se ne lasciò trarre per essa fino presso al focolare, dove sedette sul seggiolone che il marchese gli additò in prospetto a quello su cui si pose egli stesso.

Si guardarono un poco senza parlare. La situazione era strana e difficile per ambedue le parti. Stranieri fino a quel momento di esistenza, di abitudini, d'opinioni, di tutto; di presente le loro vite venivano ad intrecciarsi e stavano dinanzi nelle condizioni d'una intimità necessaria. Erano un problema l'uno all'altro. Qual effetto nelle vicende della loro vita reciproca avrebbe avuto quel nuovo elemento che veniva improvviso ad imporsi loro sotto le sembianze di quel personaggio che ciascuno dei due aveva innanzi a sè? Quella testa scarmigliata, quelle forme grossolane, quell'aspetto tra timido e selvaggio, che il marchese esaminava con poca simpatia, erano dunque di suo nipote? Era dunque verso quell'individuo ch'egli aveva il debito di riparare tutti i torti della sua famiglia e che da quel punto doveva incominciare l'opera sua? Non lo avrebbe mai immaginato sotto quella sembianza; avrebbe più volentieri impreso il suo còmpito, se fosse stato diverso il suo aspetto. Ma queste le erano puerilità: se lo disse il marchese a sè medesimo con segreta rampogna ed impazienza de' fatti suoi.

— Voi avete appreso tutto da Don Venanzio, Maurilio? domandò egli con voce che pareva fare un leggero sforzo a parlare.

— Signor sì: rispose il giovane levando quel suo capo grosso, così originale e caratteristico: e vengo a vedere che cosa Ella intende fare di me.

Le parole e il modo con cui furono pronunziate non piacquero al marchese. Frenò una mossa superba e quasi disdegnosa che glie ne venne; e rispose con pacatezza, ma con accento di superiorità:

— Intendo fare di voi un uomo degno della vostra nascita e di noi. E spero che in quest'opera voi mi ci vorrete con tutte le vostre forze aiutare.

— Vorrei diventare un utile cittadino al mio paese: disse Maurilio con quella sua voce sorda e l'accento peritoso che gli erano abituali quando un sentimento od una passione non lo commovessero.

Baldissero stette alquanto in silenzio guardando sempre il nuovamente acquistato nipote più con curiosità che con interesse, con una specie di diffidenza più che con affetto. Ricordò le opinioni democratiche e rivoluzionarie del giovane, e si domandò se non fosse spediente fargli capir tosto che le avrebbe dovuto modificare; ma si rispose che il momento per una simile discussione non era opportuno, che conveniva lasciare che le condizioni della nuova esistenza, il veder le cose del mondo da altro punto di mira e sotto altro rispetto, l'influsso del mutato ambiente in cui si sarebbe trovato, avessero cominciato ad agire sull'animo suo, come non dubitava che avverrebbe, così che le parole impiegate a convertirlo di poi trovassero quindi un terreno già preparato e molto più favorevole. In conseguenza rispose semplicemente di questa fatta:

— E voi potete diventar tale e lo diverrete di sicuro se l'ingegno che Dio vi ha dato impiegherete con zelo a conoscere la verità delle cose, le giuste leggi che reggono le società ben ordinate, i doverosi rapporti fra chi deve comandare e chi deve obbedire.

Maurilio sollevò la sua ampia fronte, ed un'espressione più risoluta apparve sui suoi lineamenti e suonò nella sua voce:

— Comandare, diss'egli, deve la legge in cui si incarnino la giustizia e la verità; ubbidire devono tutti.

Il marchese fece un atto che significava non volere a niun modo in quel momento entrare in discussione; e successe un'altra pausa di pochi minuti.

In questo frattempo Baldissero ricordò la promessa che aveva fatto al Re di condurgli la sera l'autore di quelle pagine che avevano prodotta una [87] viva impressione in S. M. Si volse di nuovo con una certa vivezza verso Maurilio.

— Questa sera io dovrei condurvi ad un colloquio, da cui molto può dipendere il vostro avvenire. Potreste subitamente acquistarvi un'invidiabile posizione. Si tratta d'un personaggio importante e molto potente nello Stato, il quale ha letto quel vostro manoscritto sequestratovi dalla Polizia e concepì desiderio di parlare a viva voce con voi intorno a qualche argomento che in quelle pagine avete accennato.

All'udir far parola di quel suo scartafaccio, in cui erano depositati tutti i segreti non che del suo pensiero e dell'anima, ma dell'esistenza e del cuore, all'idea che quelle sue espansioni, quelle rivelazioni erano venute in mano d'estranei, passate da questo a quello, un subito rossore salì alle guancie del giovane; il marchese che lo vide e s'accorse come quello fosse segno di viva contrarietà e quasi di sdegno e vergogna, s'affrettò a soggiungere:

— Ci terrei molto, vi dico in vero, ad attenere la promessa che feci a quel cospicuo personaggio di presentarvi a lui questa sera medesima; però il male che vi è sopravvenuto è una valevol ragione a scusarmi se ci manco. Se dunque la vostra salute non vi consente di rendervi a questo convegno, ditelo pure ed io ne renderò avvertito quel personaggio.

Maurilio esitò un momento.

— Scusi, diss'egli poi: non potrei sapere di questo personaggio il nome od almeno il grado?

Il marchese scosse la testa.

— Va tra' primi dello Stato, rispose: non posso per ora dirvi altro.

Il giovane stette di nuovo un momento sopra sè. Il suo primo pensiero fu quello di giovarsi appunto del pretesto della sua salute per sottrarsi a quel misterioso colloquio coll'incognito personaggio; ma poi come una subita ispirazione lo ammonì ch'ei faceva male, che in codesto era forse una fase del suo destino che gli si presentava, e che quindi gli conveniva meglio risolutamente affrontarla.

— Ci andrò: disse con una certa vivacità Maurilio.

— Sta bene; ricordatevi che a quell'uomo innanzi a cui vi troverete dovete più che rispetto riverenza. Non vi dico di mentire alle vostre convinzioni, ma discutendo con quel personaggio, sostenendo anche le vostre idee che da quelle di lui certo dissentiranno, vi raccomando la moderazione e non solo nelle forme, ma direi eziandio nella sostanza.

Maurilio non rispose; ma fra se stesso andava pensando con molta curiosità chi sarebbe mai stato quell'uomo. Il marchese continuò:

— Potreste, vi ripeto, guadagnarvi di botto un posto onorifico e rilevante..... Ad ogni modo, consultate anche le vostre attitudini e le vostre propensioni, vi troveremo poi un impiego negli uffizi del Governo.

— Perdoni: interruppe il giovane: ma io non intendo assumere verun impiego governativo.

Baldissero lo guardò con istupore.

— Non volete voi servire il vostro paese?

— Sì; ma non è l'unico modo di servirlo quello d'imbrancarsi alla schiera burocratica, e non credo neppure che quel modo sia il migliore. Voglio rendermi utile più ch'io possa al mio paese, ma rimanendo libero cittadino.

— Gl'impiegati sono essi schiavi? disse asciuttamente il marchese.

— Hanno un vincolo di più che gli altri. Hanno limitato e definito in certi limiti, troppo stretti per me, il loro campo d'azione; hanno esaurita e consumata ogni iniziativa individuale, prima che possano manifestarla. Sono ruote d'una macchina, necessarie sì quando non eccedono, ingombratrici e dannose quando ve ne ha troppe, non sono mai fecondi inventori nè propagatori di verità onde la coltura umana e il benessere generale s'accrescano.

Il marchese tornò a guardare il giovane con meraviglia.

— Ma che cosa vorreste voi dunque fare? che cosa essere?

— Vo' farmi banditore indipendente di verità al popolo ed al Governo; voglio promuovere la diffusione del vero e del giusto negli ordini politici, economici e sociali.

— Maurilio: interruppe il marchese con quella sua voce grave di una incontestabile imponenza; voi siete giovane e le cose del mondo avete visto finora traverso una lente sformatrice degli oggetti, quali sono le proprie sventure. Prima di conchiudere dai vostri studi, prima di farvi ammaestratore altrui, compite que' primi, allargate la cerchia delle vostre osservazioni, fate maggior messe di più seria esperienza, e lasciate maturare ancora meglio il giudizio.

Maurilio s'inchinò leggermente.

— Ella ha ragione: disse con ossequio, ma con una fredda fermezza insieme che indicava non egli esser mai per lasciarsi smuovere dalle sue idee. Questo appunto, e non altro desidero ancor io.

Successe un momento di silenzio. Il giovane aveva reclinata la testa, s'era di nuovo incurvato del corpo secondo la sua abitudine, e teneva gli occhi fissi sui fiorami del tappeto; il marchese lo guardava con una curiosità come diffidente, quasi ostile. Cercava egli discernere nel suo interno quali sentimenti gli ispirasse quell'individuo, e non sapeva riuscirci. Era insieme un interesse ed un sospetto, quasi una paura; un'attrazione ed una ripugnanza. Avrebbe voluto poter levare al riacquistato nipote almeno dieci anni affine di esser in grado di ridurlo quale egli lo avrebbe desiderato; pensava, anche senza volerlo, al consiglio di fra' Bonaventura, di dare a quell'individuo una buona somma e mandarlo nelle più lontane regioni.

[88] — Maurilio, dopo un poco riprese a dire lo zio, converrà che vi faccia conoscere tutta la vostra famiglia. Quando volete voi essere presentato ai vostri congiunti?

Maurilio vide passarsi dinanzi la splendida aureola delle chiome d'oro di Virginia. Sussultò, arrossì, impallidì, ed esclamò con tono che pareva di sgomento:

— No, no.... non ancora.

Il marchese lo guardò stupito; egli dominò la sua emozione, e soggiunse più freddamente:

— La mia famiglia sa ella già tutti i miei casi e l'esser mio?

— No: rispose il marchese; ma è mia intenzione apprenderli tosto a chi si deve.

— Or bene, riprese il giovane con accento di preghiera; se Ella non dissente, io desidererei, prima di entrare in questa nuova esistenza, andarmene al villaggio dove fui allevato, passare alcuni giorni di raccoglimento, di pace, di sovvenire e d'addio al passato. Don Venanzio parte domani: con suo permesso, io ve lo accompagnerei. Al mio ritorno prenderei nella famiglia quel posto ch'Ella mi vuole restituito.

Lo zio accondiscese sollecito, e quasi soddisfatto. Avrebbe avuto alcuni giorni da preparare allo strano avvenimento la moglie, i figliuoli e la nipote; avrebbe potuto riflettere di meglio sul da farsi, riguardo al giovane medesimo.

Maurilio non volle quella sera sedersi pel pranzo alla tavola della famiglia. Salì nella sua camera, dove chiese ed ottenne dallo zio permesso di rimanervi, finchè lo si sarebbe fatto chiamare per recarsi a quel misterioso convegno di cui il marchese gli aveva parlato. Non potè mangiare neppur un boccone; l'eccitamento de' suoi spiriti e de' suoi nervi era tale che non poteva star fermo, nè arrestar la mente sopra un'idea. Don Venanzio venne più tardi a fargli compagnia; ma furono impotenti a calmarlo anche le dolci esortazioni di quel brav'uomo. Quando un lacchè venne ad avvertirlo che il marchese lo attendeva per salire in carrozza, Maurilio era in uno stato quasi d'orgasmo che avrebbe potuto del pari, nel colloquio a cui si recava, produrre questi due effetti: o togliergli del tutto la libertà della mente e la capacità di spiegarsi, o dargli un'audacia ed un'eloquenza non ordinaria di parola.

Zio e nipote salirono in carrozza senza parlare; e in breve furono alla loro meta; Maurilio scendendo vide che si trovavano sul principio di quel viale medesimo che conduceva alla fabbrica dei Benda. Entrarono per un cancello di ferro che loro venne aperto da un uomo avvolto in un ferraiuolo, e preceduti da quest'uomo, che evidentemente li stava aspettando, furono introdotti in una camera a pian terreno d'una palazzina posta al di sotto di uno dei bastioni del giardino reale, palazzina che Maurilio sapeva essere stata comprata da poco tempo dal Re.

Furono lasciati soli in quella stanza modestamente arredata, parcamente illuminata da una lampada colla ventola, ma acconciamente riscaldata. Vi era tanto silenzio tutt'intorno che pareva proprio d'essere all'infuori della vita chiassosa d'una gran città. Il solo rumore che s'udiva era il tic tac d'un grande orologio posto sulla caminiera.

Pochi momenti passarono, e nessuno dei due venuti pensò pure a rompere quell'alto silenzio. Poi una tenda di panno verde che pendeva ad una porta si sollevò da una parte, e comparve un uomo che, quantunque vestito da borghese, aveva l'aspetto soldatesco.

— Marchese, disse costui parlando piano come per rispettare ancor egli quel silenzio; si compiaccia venir qua un momento.

— Attendetemi qui: disse il marchese a Maurilio, e passando sotto la tenda, entrò nella stanza vicina coll'uomo che era venuto a chiamarlo.

— Dove son io? Pensò Maurilio rimasto solo e guardandosi intorno come per cercare alcuna cosa che rispondesse alla fattagli domanda. Chi è che mi vuol parlare? Innanzi a cui mi troverò io fra poco?

Una idea che gli parve matta venne ad affacciarsi alla sua mente. Quella casa era proprietà del Re; se questo medesimo fosse l'alto personaggio che voleva interrogarlo? Sentì una specie di brivido corrergli per le vene, tremò, ebbe paura, e pensò un momento cercar di fuggire: ma poi tosto dopo un sentimento di riazione ebbe luogo in lui. Oh! se pur fosse! Se in faccia all'incarnazione più spiccata dell'ordine politico e sociale, alla rappresentazione più valida e suprema del potere e dell'autorità umana egli si trovasse e potesse parlare a tu per tu e dire la verità delle cose, i sentimenti delle masse, i bisogni della plebe!..... Ma egli ci avrebbe valuto? Sentì un impulso d'orgoglio e di temerità in quel sovreccitamento che non l'aveva ancora abbandonato, e si affermò che, se non la capacità di fare presso Carlo Alberto la parte del marchese di Posa di Schiller, il coraggio egli l'avrebbe avuto di certo.

Scosse ad un punto le spalle e sorrise di se medesimo. Gli parevano queste chimere assurde. Si accostò senza volerlo a quella tenda verde dietro a cui era sparito il marchese: udì appena il susurro di voci che parlavan sommesso. Passeggiò in lungo ed in largo sopra il morbido tappeto che ammortiva il suono de' suoi passi. Andò poscia a sedersi presso il camino dove fiammeggiava un gran fuoco, si prese colle mani la testa e stette ad aspettare con una specie d'ansietà che gli faceva battere il cuore e sembrar lunghi i minuti.

Un quarto d'ora o poco più era passato, quando la tenda si sollevò di nuovo e tornò in quella camera il marchese.

— Passate di là, diss'egli a Maurilio. Il signore che vuol parlarvi vi aspetta. Rispondete alle sue interrogazioni [89] con franchezza, ma pesate bene le vostre parole. Quando vi si darà il congedo, mi ritroverete in questa sala.

Maurilio sentì più forte il batter del cuore, camminò quasi barcollando verso la porta, e spinto dal marchese entrò nella camera vicina; l'uscio si richiuse dietro di lui.

Era una camera vasta quanto la precedente, riscaldata del pari, ma ancora più modesta a giudicarne da quel poco che si vedeva, perchè la era ancora più scura. In fondo era una tavola abbastanza grande, coperta da un tappeto verde di panno finissimo e sopravi una lampada colla ventola ancor essa sul globo di cristallo. Questa lampada era stata calata giù dal suo piedistallo perchè il cerchio di luce che mandava all'intorno fosse meno ampio e tutto si contenesse sulla superficie della tavola. Sopra il tappeto di questa vedevansi alcune carte ripiegate per lo lungo e un gran portafogli su cui impresso in oro uno stemma reale.

Seduto colà, con un gomito appoggiato alla tavola e il mento nel concavo della mano, stava un uomo che appariva di alta statura. Aveva la faccia nell'ombra e i lineamenti non si potevano discernere; ma scorgevasi una vasta fronte e un viso lungo e pallidissimo. I raggi della lampada cadevano di pieno sulla mano sinistra ch'egli teneva chiusa a pugno sul tappeto e la facevano vedere magra, color di cera, ossea, eppure elegante.

Maurilio s'era fermato sulla soglia, esitante, con un impaccio timoroso.

— S'avanzi: disse una voce sorda ma con accento gentile ed incoraggiativo: s'avanzi e sieda costì.

Quella mano chiusa a pugno che posava sulla tavola, si aprì, e con mossa piena di garbo accennò ad una seggiola posta a due passi da quella su cui stava chi aveva parlato.

Il giovane s'avanzò lentamente fino a mettere la destra sulla spalliera della seggiola che gli era stata additata, e il suo sguardo cercava intanto penetrare nell'ombra a discernere i lineamenti di quello per lui sconosciuto personaggio. Da quello scuriccio vedeva egli due occhi fissi, con certa espressione d'autorevolezza venire indagando eziandio il volto di lui che s'avanzava; e siccome anche questo volto trovavasi nell'ombra, ecco la mano, che aveva fatto invito a Maurilio di sedere, urtare nella ventola e farla piegare così che un fascio di raggi, di colpo, battesse sulla figura del nuovo venuto. Il giovane chiuse gli occhi come abbacinato, e sentendo sopra sè lo sguardo scrutatore di quell'incognito, arrossì. Fu un momento, il coprilume tornò a posto e quella voce grave e sommessa che aveva già parlato, disse di nuovo:

— Sieda, signor Valpetrosa.

Maurilio sussultò. Era la prima volta che gli veniva dato quel nome: e senza sapere chi fosse che ora l'aveva pronunziato, parvegli che dall'autorevolezza di quell'accento le sue nuove condizioni ricevessero una più decisa ricognizione, una specie di consecrazione.

— Ella dunque sa il mio vero nome? diss'egli sedendo ed affondando sempre in quell'ombra, oltre il cerchio di luce, il suo sguardo curiosamente intentivo.

— Il marchese mi disse tutto testè: rispose con dignitosa semplicità lo sconosciuto. Ciò le provi quanta fiducia abbia in me il suo zio e mi faccia ritenere non indegno anche della sua.

Gli occhi di Maurilio cominciavano a penetrare la oscurità in cui le fattezze di quel personaggio si riparavano; vide a queste ultime parole sulle labbra di chi le aveva dette un sorriso che gli parve enimmatico: potè discernere due guancie pallide e scarne con pomelli sporgenti sotto le occhiaie affondate, due folti baffi nerissimi sopra una bocca larga, sottile, d'una fredda e mesta espressione. L'idea, il sospetto, la paura che gli si erano affacciati poco prima nella stanza vicina tornarono in lui più forti. Quella figura non era essa quella del Re, cui pochi giorni prima, la sera del ballo all'Accademia Filarmonica, egli aveva visto sullo scalone di quel palazzo passargli a pochi passi di distanza in tutta la pompa del suo grado? Volle rispondere alcune parole, e non ne trovò punto; non seppe che inchinarsi, e frattanto pensava: «che mi dirà egli? e che gli dirò io?»

Il Re da parte sua aveva ravvisato in quel giovane una figura che già gli era venuta dinanzi altra volta. Egli vedeva passare sotto ai suoi occhi tanti e tanti de' suoi sudditi, che il dove e il come avesse visto costui non seppe trovare di subito nella sua memoria: ma quell'incontro era stato così speciale e nella sua semplicità così inaspettato e straordinario che non tardò a venirgli a mente. Rivide lo scalone adorno ed illuminato, i fiori, le piante e fra queste la faccia curiosa, esaminatrice, quasi interrogativa di quel giovane popolano. Alla sua indole molto inchinevole alle mistiche ubbie, parve questa, più che un'opera del caso, quasi un incontro preparatogli dalla Provvidenza, forse per dargliene appunto aiuti al compimento della sua missione di re.

Successe un silenzio. Carlo Alberto si passava lentamente sulla fronte quella mano con cui prima sosteneva il suo volto; Maurilio, convinto sempre più che quello fosse il suo Re innanzi a cui si trovava, sentiva accrescersi l'interno suo turbamento, ma in mezzo al medesimo l'eccitazione de' suoi nervi, aiutata dalla volontà, faceva spuntare ed afforzava l'ardimento.

Carlo Alberto s'era ritratto alquanto dalla tavola, appoggiando il dorso alla spalliera, e la sua faccia trovavasi quindi ancora più nell'ombra: seguitava a tacere e i suoi occhi scrutavano sempre la fisionomia [90] di quell'individuo ch'egli stesso aveva voluto gli fosse condotto dinanzi. Quel volto solcato da rughe troppo precoci, quella fronte intelligente, ma per così dire tormentata, quello sguardo timoroso ed audace, sommesso insieme e pure potente non gli piacevano, ma tuttavia gl'ispiravano una certa curiosità benevola. Aveva tante volte immaginato potersi trovare a tu per tu col suo popolo senza intermediari e sentirne la voce vera; ed ora che gli pareva questo popolo gli stesse appunto davanti incarnato in quell'individuo che aveva sofferto colla parte più misera di esso, non sapeva come prendersela, quali interrogazioni muovergli, che cosa volerne. Era come una fattucchiera novizia che ha evocato la prima volta uno spirito e non sa più che farsene quando esso è comparso: egli aveva evocato il genio delle nuove idee liberali, lo spirito delle teorie democratiche le quali venivano ad accamparsi contro la monarchia quale il passato l'aveva fatta, ed egli, il rappresentante di questa monarchia, che pure in uno slancio di ambizione e diciamo anche di generosità giovanile, aveva combattuta, egli si peritava a domandare il motto di quella sfinge popolare di cui avrebbe pur voluto essere l'Edipo.

— La sua vita sinora fu molto fortunosa: così cominciò il Re a parlare dopo un poco; e la Provvidenza le darà certamente compenso in avvenire dei travagli passati, i quali mi pare avranno a riuscire non infruttuosi nè per Lei medesima, nè per la società, se quelle traversie hanno volto il suo intelletto allo studio di gravi quistioni, ed hanno arricchito d'esperienza la sua mente.

Carlo Alberto si tacque; Maurilio non aprì labbro nè fece pure una mossa.

— Ho letto alcune pagine di quel suo scritto in cui con molto.... (esitò come per cercare una parola acconcia che non gli veniva alle labbra) con molto ardimento Ella affronta i più ponderosi quesiti ch'io creda esistere intorno alle sorti delle società umane.

Allungò la destra e, preso il portafogli, ne trasse fuori lo scartafaccio di Maurilio, il quale, nel vederlo, arrossì fino alle orecchie.

Il Re continuava:

— Ma crede Ella che le soluzioni da Lei proposte, i rimedi da Lei messi innanzi sieno valevoli a far cessare il male? La sua formola suprema, s'io l'ho ben capita è la seguente: migliorare lo stato morale e materiale dei poveri.

Maurilio chinò il capo per esprimere che quello precisamente era il suo concetto.

— Ma questo è l'intendimento e il desiderio di tutti: ed è l'opera che proseguono, con prudenza e secondo le circostanze consentono, i legittimi governi. La democrazia a cui Ella fa appello col suo ingannevole motto di libertà, parola elastica, mal definita sempre e non definibile, appunto perchè traduce un concetto non esatto o non acconcio alla natura umana; la democrazia, dalle leggi agrarie dei Gracchi all'infame terrore della rivoluzione di Francia, non ha mai potuto far nulla in pro appunto di quelle classi che più sono degne d'interessamento e più hanno bisogno di soccorso. Il male pur troppo è una fatalità della esistenza terrena tanto nell'individuo come nelle agglomerazioni sociali, e per queste si traduce nella miseria di parte dei loro componenti. Rimedio assoluto non c'è e non ci può essere; qualche temperamento possono arrecarlo soltanto due virtù che c'insegna la nostra santa fede; la carità e la rassegnazione.

Il Re s'interruppe di nuovo. Tornò ad appoggiare la fronte alla mano e stette colle pupille immobili che con isguardo vago si fissavano nell'ombra, come se vi cercasse ancora idee e parole che più non gli si presentavano.

Maurilio aspettò un istante; ma poi capì che a lui ora toccava parlare. Chiamò a rassegna i suoi pensieri e sentì con ispavento che invece di accorrere fuggivano dalla sua chiama: sentì vuoto, come arido il cervello, si turbò forte, maledisse la sua timidezza, fece uno sforzo violento di volontà che gli raccolse il sangue nel capo e gli suscitò nel cervello un turbinio vertiginoso, aprì le labbra e non ne uscì suono veruno, volle cominciare a parlare e non sapeva che cosa avesse da dire, non riuscì che a balbettare con voce tremola e soffocata:

— Maestà....

Carlo Alberto si riscosse vivamente; si tirò indietro della persona con rapida mossa, come se un subito pericolo gli fosse sorto dinanzi ed egli volesse ripararsene nell'ombra; i suoi occhi dalla luce semispenta e dallo sguardo vago, acquistarono di botto una vivacità concentrata ed una fissità imponente; la sua destra si posò sul bracciuolo del seggiolone ov'egli sedeva, con atto di superba autorevolezza.

— Ella dunque mi ha riconosciuto?

Maurilio aveva chinato gli occhi, quasi pauroso d'essere abbacinato dai raggi di quel Giove che rivelava la sua divinità; ma in quella voce che gli aveva ora parlato c'era tale un sentimento affatto umano di stupore senza sdegno, di contrarietà senza minaccia, ch'egli risollevò lo sguardo su quel volto pallido che gli traspariva nell'ombra mandata intorno dal coprilume. Il nume terreno non era nè abbagliante, nè terribile: sulla fronte portava le rughe incavate dai dolori dell'uomo; negli angoli della bocca stavano le pieghe che vi disegnano i dubbii, i sospetti, i timori d'un'anima travagliata.

— Toltogli il manto e la corona di re, pensò Maurilio, è un uomo al pari di me. Posso, devo parlargli come uomo ad uomo.

— Sire, diss'egli allora, senza cortigianeria, ma con rispettoso ossequio: crede Ella che gli sguardi di tutto un popolo non si volgano desiosi verso colui che rappresenta ai suoi occhi tutta l'autorità [91] della legge, tutto il potere di fare il suo bene e il suo male? Quando egli passa in mezzo alle turbe frequenti nella pompa del suo corteo, come una visione di splendore, come un Nume che traversa la terra all'infuori e al di sopra delle miserie comuni, tutti gli animi come tutti gli sguardi si volgono a lui con muta invocazione. Sono migliaia e migliaia di petti che domandano, che sperano, che anelano da quell'essere superiore e dominante la felicità od almanco il sollievo delle loro sventure.

— E domandano l'impossibile: proruppe con qualche vivezza il Re. Che possiamo far noi? In quanti ostacoli non s'urtano le nostre migliori volontà!... Aimè! Più facilmente si può fare il male che il bene.

— Sì, è vero, domandano l'impossibile: riprese Maurilio, a cui l'ardimento e le parole venivano; perchè non è e non può essere nel potere arbitrario d'un uomo cambiare ad un tratto le condizioni onde chi si lamenta riesce infelice: questo è il fatto delle istituzioni, delle leggi e de' costumi..... Ma quell'uomo che Iddio ha posto al di sopra degli altri ha molto maggiore influsso nella sua azione per modificare quegli elementi. Quindi l'istinto popolare, aiutato dalle tradizioni monarchiche del nostro paese, il quale venne composto, plasmato, direi quasi, dall'operosità e dalla forza di volere dei duchi della Casa di V. M., non ha torto a rivolgersi con sì accese speranze e con sì sollecita aspettazione a quella Reggia onde tutto finora si mosse il progresso civile nel paese. Io stesso, quante aspirazioni e quanti voti non rivolsi al monarcato ed al monarca! E benedico la fortuna che me, umile e nullo fra i cittadini, volle porre in presenza di chi tiene in pugno la parte maggiore dei nostri destini.

Carlo Alberto guardò per un momento in silenzio quell'individuo che ad un tratto aveva acquistato tanta audacia di parola.

— Ella dunque, disse poi, è disposta a dire al monarcato ed al monarca tutto il suo pensiero?

Maurilio s'inchinò in segno d'assentimento.

— A svolgere il commento delle idee che ha espresso in queste pagine: continuò il Re battendo una mano sul manoscritto di Maurilio; ad adombrare la pratica attuazione delle sue teorie?

— Sì Maestà, se così vuole.

— Voglio.... E desidero anzi ch'Ella parlando al monarcato oblii il monarca e non veda che un uomo desioso di conoscere esattamente il pensiero di quella democrazia di cui Ella ha abbracciata la causa.

Maurilio si raccolse un momento. Quel tumulto che aveva nel capo si convertiva in un sobbollimento di idee che gli si accalcavano ad un tratto e facevano ressa nel suo cervello: colla contenzione della volontà mise ordine a quella confusione, e dopo un poco, sentita con suo gran piacere diventare lucida la mente, cominciò a parlare, e si espresse con un'eleganza, con un'eloquenza, con una chiarezza dalle quali questa povera prosa è ben lungi pur troppo.

— Sì, il male è la condizione inesorabile della esistenza umana, ma non così che sia fatalmente irrimediabile. Dal male l'umanità deve camminare e cammina verso il bene: e l'opera più santa dell'ingegno, della volontà, della potenza dell'uomo è quella che concorre a redimere da siffatta tirannia del male la nostra grande famiglia. È questo il gran lavoro della democrazia; anzi la democrazia bene intesa non è che il risultamento, l'effettuarsi negli ordini politici, sociali e civili di quella successiva miglioria delle umane condizioni, come la libertà è l'ambiente necessario, senza cui quest'opera non può approdare. Nè la democrazia va confusa colle temerità comunistiche o cogli eccessi rivoluzionari, chè questi e quelle non sono di lei essenza, anzi il più spesso ne sono la negazione, e saltan fuori sempre per riagire contro la soverchia compressione di quegli interessi che, avendo il potere e vivendo dell'uso ed abuso delle istituzioni del passato, impediscono con tenace resistenza ogni rinnovamento, ogni miglioria. Il male terreno — come tutte le cose umane — ha in sè una gran parte di relativo. Perfino nella morale, intorno a qualche punto che forse s'impone assolutamente allo spirito dell'uomo, ondeggia una quantità di precetti e di principii che noi, a seconda del minore o maggiore sviluppo acquistato dal senso morale, o vediamo, o travediamo o non vediamo. Peggio è nelle istituzioni politiche e sociali. Il meno male di ieri è il male d'oggi, quello che è un vantaggio pel presente sarà un danno o un inciampo da torsi nell'avvenire. Codeste istituzioni sono alla società come gli abiti ad una persona che cresce: a misura che il suo corpo si ingrandisce le vesti diventano impacciose e non gli si adattan più, e se si continua a portarle si strappano, e conviene assolutamente rimutarle. Ora l'umanità è una gran persona che intellettualmente e moralmente cresce sempre e si sviluppa all'indefinito. Ecco il perchè di questa continua irriquietudine dei popoli che non possono lungamente stare immobili, costretti in una forma, la quale da principio loro si confaceva, e poi a poco a poco è divenuta e diviene loro sempre più disadatta.

— Il lavoro dell'umanità, disse allora il Re col suo indefinibile sorriso, è adunque nient'altro che un'interminabile tela di Penelope.

— No: riprese con vivacità Maurilio a cui la tensione della mente aveva tolto oramai ogni timidezza: no, perchè l'umanità non cessa mai, è vero, dal suo lavoro, ma pure non distrugge nè rende inutile quello del passato, nè se la prende da capo per rifarlo. Qualche cosa rimane sempre di acquistato al patrimonio umano, e sulle costruzioni delle epoche trascorse ogni epoca nuova viene ad aggiungere la [92] sua per innalzare l'edificio della civiltà. È nè più nè meno che un'imitazione dell'opera della natura, è un necessario uniformarsi ad una legge universale di progresso che regola tutto l'universo. Anche la natura sembra aggirarsi in una vana e inconcludente ripetizione de' suoi fenomeni: la notte succede al giorno e il giorno succede alla notte, come la state al verno; ma frattanto con progresso, che a noi meschine creature limitatissime nel tempo torna d'incalcolabile lentezza, ma che forse in realtà è più rapido che non possiamo immaginare, viene scambiando la sua veste esteriore, la forma estrinseca del mondo, o, dirò meglio, dei mondi, di epoca geologica in epoca geologica, attuando un sempre diverso, e forse non è sacrilegio il dire un sempre più perfetto pensiero del Creatore. V. M. non ha bisogno ch'io le citi a rincalzo del mio argomento la storia per quanto riguarda le istituzioni umane. Dalla caduta dell'Impero romano soltanto, per quante forme non è passato il vivere civile dei popoli! Il feudalismo, poi i Comuni, poi i principati, poi le grandi monarchie di cui l'ultima espressione fu il temerario sogno di dominazione universale del Buonaparte. Sotto di lui cadde definitivamente l'antico diritto della forza ch'egli aveva voluto ristaurare valendosi della democrazia, la quale s'intromise nel mondo colla rivoluzione francese. Questa democrazia era pure già apparsa alle menti più acute di alcuni grandi uomini nei secoli precedenti: inavvertita in gran parte e non conosciuta, aveva ispirato gli scritti dei filosofi del secolo XVIII; ed anzi già aveva parlato colle utopie di qualche ingegno bizzarro che antiveniva i tempi, coll'audace spirito d'esame di Descartes, colle speculazioni di Leibnitz; aveva preparatosi il terreno colle tenebrose, in gran parte folli, ma in parte pur generose mene delle sêtte degl'illuminati e dei frammassoni; ma il suo primo penetrare nella realtà della vita, il suo passaggio nell'ordine dei fatti avvenne colla iperbolica e forse anco puerile dichiarazione dei diritti dell'uomo nella rivoluzione francese, si vestì di formola concreta nella sublime iscrizione di quella fatale repubblica: libertà, fraternità, uguaglianza. Questa formola è il riassunto fatto dal secolo progredito dello spirito del Vangelo: è la legge ed i profeti della democrazia.

«Ora l'attuarsi di questa democrazia, l'applicazione di questa formola ai fatti è l'opera che prepara il nostro secolo e che vedrà compiuta il venturo. Benemerito e benedetto da Dio e dagli uomini chi ci concorre e l'aiuta!...

S'interruppe come per prender fiato. Carlo Alberto, dall'ombra che gettava sulla sua fronte il coprilume, guardava fisamente la faccia che s'era animata, gli occhi che erano diventati brillanti del giovane plebeo. Era esso affatto nuovo cotal linguaggio a quelle orecchie di re? Certo che sì; ma forse non erano affatto nuove le idee che esprimeva. Forse nelle sue taciturne e solitarie meditazioni, vaghe forme di simili pensieri s'erano presentate alla sua mente curiosa ed inquieta, alla sua anima avida di fama, al suo spirito non salvo dall'influsso delle idee moderne. Egli era nato in quell'epoca appunto che simili principii facevano una sì violenta irruzione nel mondo antico della monarchia del privilegio e lo mandavano a catafascio; sua madre l'aveva portato in collo in mezzo alle turbe del popolo che si scuoteva al suono di quei tre motti meravigliosi ora ricordati da Maurilio: libertà, fraternità, uguaglianza, e li leggeva ad occhi larghi sulle cantonate senza pur capirli; non solamente un'ambizione di trono l'aveva spinto nel 1821 a farsi fautore d'un movimento che chiedeva al trono franchigie di vita politica e indipendenza dallo straniero. Le convinzioni leali e profonde d'un'anima generosa hanno pur sempre, quando si manifestano, un'efficacia, un fascino su chi le ode; e l'animo del re, non alieno alla nobile passione d'una fede, di una calda adesione ad un principio, non era avvezzo a sentire intorno a sè l'eloquente linguaggio d'uno spirito convinto, d'una strenua credenza. Provò per quell'audacia di parola che gli spiegava dinanzi i sogni d'una giovanile esaltazione, una strana simpatia. Fece un lieve atto che indicava avrebbe egli parlato e disse con voce contenuta, quasi sorda, ma che pur non mancava d'una certa armonia:

— Ma come avrebbe ella da tradursi in atto questa democrazia, di cui Ella mi vanta le glorie, la giustizia e la necessità? Colla libertà dei popoli; ma l'uomo è egli abbastanza progredito — ammettendo l'idea del progresso — per poter godere di questa libertà senza abusarne? Date libertà ai tristi, e se ne serviranno per far male. Ora, volendo pur anco credere con Lei che il male viene via scemando, siamo noi già in tal buona condizione che la maggioranza degli uomini non sia di tristi e di ignoranti facili a traviarsi? Diamo libertà a codestoro, e quali ne saranno gli effetti? Per venire all'applicazione d'un caso concreto, supponiamo che la Monarchia del Regno di Sardegna voglia modificare, o temperare il suo potere assoluto che ricevette dai secoli precedenti, crede Ella che i nostri popoli sieno abbastanza maturi per godere con vantaggio di politiche franchigie, di una diretta intromissione nella pubblica bisogna?

Maurilio interruppe con una vivezza che un cortigiano avrebbe trovata supremamente contraria all'etichetta.

— Maturi! maturi! Ma come si farà a decidere che un popolo è oramai maturo alle pubbliche libertà, se mai non gli si concede di fruirne. È lo esercizio delle medesime che deve maturarlo. D'altronde questo è un diritto sacrosanto dei popoli cui nulla può sospendere, e meno ancora togliere.

Il Re fece un movimento, ma il giovane non se ne accorse.

[93] — La società, sotto il rispetto degl'interessi politici, deve ai suoi membri, non solamente l'indipendenza all'estero e la sicurezza all'interno, ma deve loro i mezzi di esplicazione d'ogni loro sentimento e capacità, deve permettere lo sviluppo in tutti i sensi della personalità individuale. Ora la parte politica è ella così poca cosa perchè si possa impunemente tagliar via dall'esistenza d'un individuo che ha diritto e dovere d'essere un cittadino nella sua patria? Per sapere amar questa a dovere, bisogna prendere una parte diretta agli affari del proprio paese. Interdire al popolo la vita politica, è un chiuderlo nella stretta cerchia dei bassi godimenti e delle preoccupazioni materiali; è un corromperlo e degradarlo.

— Che dice Ella mai? esclamò il Re con qualche maggior vibrazione d'accento. Il mio Governo sarebbe corruttore e degradatore?

— Si sforza a tutto potere di non esser tale, e si trova in una contraddizione che lo fa cader nell'assurdo. Più logica l'Austria, manifestamente favorisce la mollezza e direi anzi la scostumatezza dei suoi soggetti.

— Far partecipare al Governo il popolo! ma la è una utopia. Dove si vogliono impiantare delle Costituzioni liberali si crea una finzione: si costituisce quello che si chiama un paese legale, una strana oligarchia di elettori che col vero paese ha meno rapporti e meno compartecipazione d'interessi e di pensieri di quello che non abbia la monarchia qual è ora costituita.

— Vostra Maestà ha ragione; ma quelle forme costituzionali, anche come finzione, sono una guarentigia. E codesto che cosa prova? Che le libertà politiche devono essere le più ampie possibili; e inoltre che anche essendo tali non bastano ancora per se stesse a far felice e prospero un popolo, non contengono in sè compiutamente tutta l'attuazione del pensiero della democrazia. La politica corrisponde ad una parte — una gran parte, è vero, ma che pure non basta per sè sola a formare il tutto — dei bisogni, delle aspirazioni, dell'esplicamento dell'umana natura. No, tutta la vita d'un popolo non è costretta nel cerchio di quel preteso paese legale cui costituiscono gli abbienti, aggiungiamovi pur anche gl'istrutti; no, le classi cosidette liberali non hanno in alcun modo autorità di considerarsi come la rappresentanza legittima di tutto il corpo sociale. Ci sono altri interessi diversi ed anche in opposizione ai loro, che hanno diritto di aver la propria voce e il soddisfacimento. Tutti i cittadini hanno un diritto uguale ad intervenire, sotto l'una o l'altra forma, nell'amministrazione della cosa pubblica che tutti li riguarda: e se le masse popolari trovansi momentaneamente ridotte per ignoranza ad una sorta d'incapacità politica, è obbligo di tirarle al più presto possibile fuori di quello stato d'inferiorità e metterle in grado di esercitare i loro diritti con discernimento, in luogo di confiscarglieli ingiustamente. La democrazia non vuole la libertà solamente per una o più classi, ma per tutte.

Carlo Alberto si chinò verso il suo audace interlocutore.

— Ella vuole adunque il suffragio universale? E per far capace di esercitare questi suoi diritti la plebe ignorante, Ella vorrebbe — l'ho letto nelle sue pagine — l'istruzione obbligatoria?

— Sì: rispose quasi fieramente Maurilio. Voglio tutte le libertà, salvo quella dell'ignoranza. Perchè un uomo possa essere libero bisogna che sappia quel che si voglia. La plebe deve avere coscienza di se stessa e dei suoi diritti e dei suoi bisogni, mercè l'istruzione. Ella non può accettare la tutela delle classi colte se non in quanto queste si mostrano zelanti a fare il bene di lei: non può amare un governo se non riconosce in esso la volontà e la capacità di migliorare le condizioni in cui la si trova; bisogna che ella stessa sia posta in grado di concorrere, massimamente da sè, a redimere e migliorare se medesima.

Carlo Alberto tese una mano sul tappeto verde come a richiamare maggiormente l'attenzione del suo uditore.

— Se un re, disse lentamente, si decidesse a concedere al suo popolo una costituzione rappresentativa nella quale la proprietà e l'intelligenza fossero chiamate a concorrere alla legislazione del paese, secondo il suo parere, non sarebbe neppure abbastanza per rispondere alle esigenze della democrazia?

— No: rispose arditamente il giovane plebeo.

Il Re fece un moto tra di meraviglia, tra di scontento e ritrasse indietro la persona che aveva chinata verso la tavola.

Maurilio riprese con più modesto accento:

— Quel sovrano compirebbe certo un progresso, un evidente progresso, ma non soddisfarebbe a tutti i postulati del problema, non incarnerebbe tutto il concetto della democrazia. La libertà politica è una gran cosa, ma non è la sola, e limitata a certe classi di persone lascia all'infuori una turba di scontenti che si prepara esca al fuoco della rivoluzione. Si ha bisogno di libertà di credenze eziandio, di libertà commerciale, di libertà amministrativa. È necessario effettuare anche gli altri due termini: fraternità ed uguaglianza, e per ciò occorrono modificazioni nell'assetto sociale.

— La fraternità ce l'insegna la nostra santa religione e si traduce nei fatti colle opere della beneficenza. L'uguaglianza è una cosa impossibile, perchè sarà impossibile sempre che non vi sieno ricchi e poveri, virtuosi e disonesti, laboriosi e faciniente.

— La carità, virtù sublime, non è che un rimedio empirico ai mali sociali: deve di tanto scambiarsi [94] a poco a poco il mondo che non vi sia bisogno più che uno ne abbia d'uopo e che altri l'eserciti. L'uguaglianza che vuole la democrazia non è un'uguaglianza, veramente impossibile, di condizioni materiali, ma l'uguaglianza di diritti, uguaglianza di libertà nello sviluppo di ciascuna personalità, uguaglianza d'istruzione fondamentale. Non vi ha inuguaglianza sociale perchè uno sia ricco e l'altro povero, ma perchè questo è ignorante e quello istrutto; e qualunque rivoluzione si faccia se non si comincia da questa base fondamentale, vi sarà sempre disparità fra gli uomini ed ingiustizia nei rapporti sociali, perchè colui che non sa nulla non potrà esser mai l'uguale di chi sa qualche cosa. Dare a ciascuno cognizioni sufficienti perchè possa trar profitto delle sue facoltà, regolare le proprie faccende e comprendere i veri interessi della patria, ecco la vera uguaglianza. Fra uomini condotti a tal punto la ricchezza non importa: sono tutti pari.

— Ella farebbe dunque dello Stato un insegnante universale che desse a forza l'istruzione a tutti i suoi cittadini?

— No. Lo Stato io vorrei anzi che facesse il meno possibile in ogni cosa. Lo scopo dell'ordine sociale è lo sviluppo il più completo delle facoltà dell'individuo, quindi il potere dello Stato deve necessariamente essere ristretto in limiti definiti: e quanto più cesserà l'azione di questo, tanto meglio avrà luogo l'azione dell'individuo. La formola del mondo politico antico era falsa e va compiutamente rovesciata. Non è l'individuo che sia fatto per lo Stato, ma è lo Stato che esiste per la maggiore felicità dell'individuo. Assicurare a ciascuno dei membri della società il più alto perfezionamento morale, intellettuale e fisico che permetta la sua natura, ecco la funzione dello Stato, ecco la cagione per cui gli uomini si associano. In questa bisogna dell'istruzione lo Stato, per dir meglio la legge, dovrebbe volere ad ogni modo che i cittadini fossero istrutti, ma dovrebbe in pari tempo lasciare che insegnasse chiunque volesse...

— E se s'insegna il male?

— I padri di famiglia sono essi tali da volere che i loro figli sieno allevati nel male?

— Ma sono essi giudici capaci di discernerlo questo male?

— Meglio che lo Stato. Saranno pochi fors'anco al presente gli uomini illuminati che conoscano il vero, ma saranno sempre più illuminati che gli agenti del Governo, e sopratutto sono più vicini al luogo in cui l'insegnamento s'impartisce, ai maestri ed ai discepoli, che non il governo centrale. Il giudizio di costoro aiutato dalla libertà di parola e di stampa sarà la migliore delle guarentigie.

— Le innovazioni sono sempre pericolose, qualche volta tremende; quanto meno vanno fatte poco a poco chi non voglia mettere a soqquadro tutta la società. Il passato ha pure piantato nella compage sociale le sue radici e se vogliasi svellerlo improvvisamente qual turbamento non ne accade!... Nelle innovazioni ch'Ella vagheggia, io veggo la morte dell'ordine vigente e successore il caos.

— Questo mondo non è un luogo di riposo in cui la società si possa addormentar nella quietudine. La vita è una lotta; l'umanità sta compiendo senza interruzioni un dramma indefinito. Impedite, indugiate, cercate di soffocare il moto; l'atto si conchiuderà con una catastrofe. Certo è sovente pericoloso l'innovare, ma noi siamo in tempi in cui è più pericoloso ancora il volere star fermi alle forme antiche. Il passato non ha più abbarbicato le sue radici che alla superficie; nell'intimo della compage sociale le sono tutte assecchite. Esso ebbe certo i suoi momenti di gloria e di grandezza, ma il più spesso fu cagione ai popoli di crudeli patimenti, e i popoli hanno deliberatamente fatto divorzio da lui. Sarebbe vano sperare che si possano ancora quietare in quelle viete forme. Bisogna adunque necessariamente innovare. La riforma politica non basta, ci vuole la riforma sociale o dirò meglio economica. Nella sommossa d'operai che ebbe luogo qui stesso, nella quieta e, diciamolo pure, indietrata Torino, la politica non ci entrava per nulla. Non fu nè lo spirito di nazionalità, nè l'aspirazione a franchigie costituzionali che non capiscono, a movere quella turba, fu il disagio materiale, una sofferenza economica, fu la fame. Sia pure che alcuni abbiano approfittato per altri fini dello sdegno di quegl'ignoranti, ma le cagioni di quello sdegno esistono e non saranno i cannoni nè le carceri che le toglieranno.

Qui il giovane s'interruppe, quasi dubbioso finalmente di dir troppo e di parlare con audacia soverchia: ma il Re gli fece un cenno benevolo perchè continuasse.

— Avanti, avanti: disse. Siamo appunto a quell'argomento che più mi premeva udir trattare da Lei colle sue idee.

Maurilio si passò la destra sulla fronte come per condensarvi ancora meglio i pensieri che vi pullulavano, e dopo un istante seguitò il suo discorso.

— La nuova direzione che hanno preso gli spiriti moderni, cui col loro meraviglioso istinto travedono inconsciamente anche le masse, è contraddistinta da due speciali caratteri. Uno è la soppressione di ogni privilegio, val quanto dire quella uguaglianza di cui parlavo testè, la quale nella sua formola più elevata non riconosce altra differenza fra gli uomini che quella derivante dalle virtù personali e dalla capacità provata coi servizi resi alla civile comunanza; l'altro è la libertà, val quanto dire il diritto riconosciuto a ciascuno di svolgere le proprie facoltà e di farne quell'uso che crede migliore pel vantaggio delle società e pel suo particolare. La libertà ha quindi tante forme quanti vi [95] hanno modi diversi nella capacità dell'uomo, quanti vi hanno ordini di facoltà. Havvi dunque la libertà religiosa la prima di tutte, perchè è la suprema consecrazione dell'affrancamento del pensiero; la libertà politica che si esercita sia coll'intervento de' popoli nel loro proprio governo per mezzo de' loro rappresentanti che determinino l'imposta, misurino le pubbliche spese e facciano le leggi, sia per mezzo della facoltà di esprimere e pubblicare le proprie opinioni; vi ha la libertà del Comune, per cui ciascuna delle piccole agglomerazioni d'individui che costituiscono questo primo e più naturale nucleo sociale del municipio possa provvedere a se stessa, ai proprii interessi, di cui è giudice meglio acconcia dello Stato; havvi infine la libertà del lavoro, libertà naturale, cui pur tuttavia i Governi hanno poco saggiamente impedita con regolamenti, paralizzata con monopolii e schiacciata sotto il peso delle tasse. La libertà del lavoro implica necessariamente la libertà dell'associazione industriale; questa di associarsi essendo l'uso che l'uomo è più facilmente spinto a fare della sua libertà.

«L'associazione è una forma non dirò novella, ma rinnovellata dall'attività dello spirito moderno. È una leva taumaturga in mano ai santi principii della democrazia, che muterà faccia al mondo. Associazione industriale di capitali per giungere a forza maggiore di produttività; associazione fraterna, quasi direi cristiana, di salarii per dare all'operaio la sicurezza dell'avvenire e la dignità della vita presente, il pane della vecchiaia e il miglioramento materiale delle sue condizioni; associazione del capitale e del lavoro, i due gran fattori della ricchezza nazionale, per ottenere il comune accordo, il comune vantaggio, cessando un fatale ed illogico antagonismo.

«L'associazione permette ad un'accolta d'individui, isolatamente deboli, di avere una grande potenza. L'idea di associarsi è un'idea sana, perchè proviene da uno dei sentimenti più profondi e più speciali nell'uomo; è il principio della solidarietà, principio essenzialmente umano, essenzialmente cristiano, fruttuosamente applicato e sancito. Per questo mezzo gli operai possono unirsi affine di produrre essi stessi, esercitare un'industria, una manifattura, possono provvedere al mantenimento loro con meno costo di spesa, procurarsi alloggi, vitto, istruzione a miglior mercato, possono cambiare i loro risparmi in capitali che loro dieno sempre crescente interesse. L'associazione fra capitale e lavoro, quella che fa partecipare ai benefizi del principale l'operaio, sorride al mio pensiero come la più acconcia a metter pace fra il possidente ed il proletario, a far sparire quest'ultimo, ad accrescere il benessere del lavoratore. Il povero e l'ignorante cesserebbero d'esistere, e con essi molti dei delitti cui procurano l'abbiezione dello spirito e la miseria. Quel sovrano che procurasse al suo popolo cotal pacifico rivolgimento, sarebbe più grande di Cesare e di Alessandro, meriterebbe l'entusiasmo dei presenti e dei posteri più che la sanguinosa gloria di Napoleone.

Carlo Alberto guardava sempre fiso il giovane democratico che parlava con calda eloquenza cui la nostra fredda e povera prosa non valse menomamente a ritrarre, mentre dagli occhi, quasi direi dalla fronte eziandio, uscivano fiamme. La faccia del Re rimaneva impassibile; ma in fondo in fondo alle pupille, dietro la velatura abituale del suo sguardo, si sarebbe pur detto che alcuna favilla si rifletteva di quel fuoco che divampava nell'anima e nelle parole del giovane. Alla intelligenza nobilmente ambiziosa di quel discendente di monarchi, appariva come una terra promessa di splendore e di gloria rivelatagli dall'entusiastico discorso del giovane plebeo. Egli vi si affacciava e rimaneva affascinato e spaventato in una dalla splendida visione, e sentiva un impulso di effettuare quell'apparsagli chimera, e gli pareva pregustare la dolcezza di applausi infiniti di tutto un popolo fatto felice, di tutta una società rinnovellata.

Ma dopo un poco il Re scosse la testa e disse colla sua voce senza vibrazione e col suo accento quasi melanconico:

— Ma queste sono idee generali, vaghe come le fantasie d'un sognatore che non si trovò mai alla pratica delle cose. Come farebbe Ella se avesse da tradurre in atto cotali suoi principii?

— È il fatto di poche leggi. Una che renda più libera e più mobile e quindi più accessibile che si possa la proprietà. V. M. ha già fatto molto a questo riguardo nel suo Codice civile: bisognerebbe spingersi più in là, e forse non di un solo passo. Un'altra legge che rendesse obbligatoria l'istruzione affidandola ai Comuni; e compagna a questa la legge che desse la più ampia libertà ai Comuni medesimi ed alle Provincie. La legge quindi che permettesse le associazioni; e per ultimo una politica costituzione rappresentativa.

— E se il popolo abusasse di tutte queste cose? domandò il Re fissando sempre il suo sguardo sul volto del giovane.

— Ne abuserà di certo: rispose questi francamente: finchè dall'abuso abbia appunto imparato il modo di servirsene a dovere. Si tenga un uomo per anni ed anni legato sopra una seggiola senza lasciarlo muovere, e poi lo si liberi: è certo che nei primi passi che farà camminando, egli traballerà....

— Gli sarà dunque mestieri d'un sostegno.

— Sostegno al popolo saranno l'autorità della legge e l'azione del governo che colle nostre abitudini sarà per molto tempo fin troppa.

Carlo Alberto sviò gli occhi da quelli di Maurilio, chinò la fronte nell'ombra e si tacque. Rimasero ambidue per alcuni minuti in silenzio: poscia il giovane si appoggiò con audace famigliarità alla tavola [96] ed abbassando alquanto la voce, riprese a parlare.

— E di questa guisa si redimerebbe eziandio da ogni influsso straniero l'Italia.

Il Re si scosse leggermente, sollevò un istante le palpebre, ma tornò ad abbassarle senza far motto.

— Simili riforme, continuava Maurilio, compite da V. M. nei proprii Stati, richiederebbero di necessità le uguali nelle altre regioni italiane. Per quanto si faccia a tenerle divise, le parti della Penisola sono oramai, più che materialmente, moralmente unite da un comune concetto che è un comune bisogno. Un progresso in una italica provincia si ripercote in tutte le altre, crea la necessità d'imitarlo in tutti i governi. V. M. facendo del Piemonte un modello di Stato libero e colto alla moderna, trarrà a forza con sè, dietro sè, tutti i Principi e i popoli d'Italia. E allora l'Italia avrà una forza reale e superiore ad opporre all'Austria.

A questo nome Carlo Alberto fece un moto come se volesse interrompere; ma quel moto lasciò a metà e permise il giovane continuasse.

— Non è coll'armi, almeno per ora, e se un miracoloso caso non intravviene, che l'Italia possa mai combattere il suo eterno nemico: bisogna vincerlo colla civiltà. Più delle baionette valgono in questa lotta le idee, e bisogna colla istruzione spargere e fecondare le migliori e più sane idee nel popolo italiano, affine di prepararlo e guidarlo ad una supremazia morale ed intellettuale, la quale si convertirà necessariamente anche in politica ed economica. Conviene che non c'illudiamo sulla vera condizione delle cose. Una nazione non soggiace ad un'altra, se non perchè questa seconda val più della prima intellettualmente e moralmente: e ciò sopratutto nell'evo moderno. Una volta era la sola forza materiale che dava il primato; ora la forza materiale non ha valore se non si rincalza con quella del sapere. Noi Italiani abbiamo il coraggio di dircela questa verità, soggiaciamo a dominio straniero, perchè la razza germanica, un governo rappresentante della quale ci tiene soggetti, è più innanzi di noi nella via del progresso, nell'istruzione, nel lavoro, nel sentimento del dovere, nella moralità. Facciamo di passarle innanzi noi, prepariamo delle generazioni più colte ed oneste, ed avremo procacciata, se non la nostra, la redenzione dei nostri figliuoli. Sarà forse necessaria anche allora una lotta materiale; ma avvenendo questa quando la gara nella coltura sia già vinta, sarà più facile e più sicura la vittoria.

Carlo Alberto rialzò il capo e fece vedere quel suo misterioso sorriso.

— Le sue sono idee generose, ma quanto sieno attuabili conoscerà fra qualche anno, allorchè l'età abbia di meglio maturata la sua mente. Ella è molto giovane, e del quesito così complesso non abbraccia tutte le parti, e della libertà e de' suoi effetti ha concetto non esatto e cui smentiscono le storie. La consiglio a riflettere e studiare, e valersi dei lumi e della molta esperienza di colui che la sua fortuna le volle dare per zio, l'egregio marchese di Baldissero, nostro fedele e benemerito ministro.

Maurilio avrebbe avuto mille cose da rispondere ancora: il suo concetto della libertà avrebbe voluto spiegare e confermare coll'esempio degli Stati Uniti d'America; ma l'accento del Re mostrava che il colloquio doveva finire; si alzò e stette in piedi presso la tavola in mossa rispettosa di attesa. Carlo Alberto prese lo scartafaccio del giovane che gli stava innanzi e glie lo porse.

— Eccole il suo scritto. Lo rinchiuda nel suo scrigno ed aspetti a leggerlo fra cinque o sei anni. Vedrà allora che ben diversi giudizi porterà sulle cose e sugli uomini.

Fece un cenno di capo che era un congedo; e Maurilio, preso con mano sollecita il suo quaderno, s'inchinò ed uscì, il capo confuso e il passo barcollante. Nella camera vicina ritrovò il marchese che lo attendeva. S'avviarono senza dirsi una parola, salirono nella carrozza che stava sul viale, e furono ricondotti al palazzo. Maurilio si teneva il viso nelle mani e respirava con alito affannoso. Il marchese ad un punto discretamente volle mettere il discorso sul colloquio avuto col Re.

— Non so, non so più nulla: rispose con impeto il giovane. Credo che nella mia mente s'è dileguata per un'istante la nebbia. Ora è tornata più cupa ed opaca di prima.

Il Re aveva seguìto col suo sguardo il giovane liberale che partivasi da lui. Ne' suoi occhi c'era un interessamento benevolo. Quando fu solo, s'alzò e si mise a passeggiare lentamente, con passo che pareva quasi guardingo, sul tappeto della camera.

— Gioventù, gioventù! mormorava egli fra se stesso. Credono poter da un giorno all'altro cambiar faccia al mondo. Quelle riforme sarebbero la negazione del Governo: sarebbero il suicidio della monarchia. Riforme!... E l'Austria me ne lascierebbe compire?... Ha ragione. Bisogna rendersi superiori d'animo e di mente ai Tedeschi: ed è appunto quello che Vienna non permetterà mai.

S'accostò al camino, posò il gomito alla tavola di marmo e chinando la sua alta persona, guardò il fuoco, come se in quella fiamma ed in quelle braci gli apparissero chi sa quali visioni.

E strane visioni gli si spiegavano veramente dinanzi. Vide campi biondi per messi abbondanti, e lieti villici lavorare allegramente cantando; vide officine piene del gaio tumulto del lavoro, e magazzini riboccanti di merci, e battelli a vapore sul mare, e treni di ferrovie per terra spargere in ogni dove prodotti e ricchezza; vide città e villaggi puliti, ordinati, tranquilli, e scuole piene di giovani e di bambini, e chiese piene di fedeli; vide un popolo, onesto, laborioso, agiato e in mezzo un uomo dalle sembianze modeste passare con un sorriso paterno, accompagnato dalle benedizioni di tutti: [97] ed una voce gli pronunziava all'orecchio le seguenti parole: «la gloria di Washington.»

Poi un'altra visione succedeva. Erano campi di guerra in cui dominava la strage. Tutto un popolo che sorgeva infiammato da patrio fervore ed accorreva in armi sotto una bandiera in cui splendeva una bianca croce, quella di Savoia; schiere di prodi che si precipitavano impetuosi contro le fitte falangi, contro i baluardi del nemico oppressore; una pioggia di palle, una tempesta di fuoco, un orribile avvolgimento di morte, e in mezzo a questo turbinio spaventoso un uomo più alto di tutti, a capo di tutti, che, la spada imbrandita, il coraggio negli sguardi, si slanciava dove più forte il pericolo a strappar la vittoria; e un lungo, sonorissimo plauso d'esercito e di popoli, e un'eco imperitura nelle pagine degli annali umani.

— O l'una o l'altra di queste glorie; si disse con un'interna concitazione cui non nascondeva compiutamente la freddezza abituale delle sue sembianze.

Alla sua fantasia di re guerriero, discendente da principi guerrieri, sorrideva maggiormente la gloria del guerriero. Un altro pensiero venne a farlo sorridere a quel suo modo misterioso. Oh vedere umiliata dalla sconfitta l'Austria, che lui aveva umiliato coll'oltraggio ed umiliava tuttavia col sospetto!

— O l'una o l'altra di tali glorie, ripetè; e perchè non tuttedue?

Sollevò il capo. Nell'alto specchio vide la sua pallida fronte e la sua scarna faccia, che sembravano, nell'ombra mandata dalla ventola, la faccia e la fronte d'uno spettro. Si trasse per moto istintivo indietro d'un passo, vide ad un tratto tutti gli orrori della guerra: morti e morenti, e saccheggi ed incendi e rovine. Si passò la mano sulla fronte, deviò lo sguardo dallo specchio e disse curvando il capo:

— Sia quello che vuole il nostro Signore Iddio!

CAPITOLO XI.

Una strana notte fu quella che passò Maurilio. Non dormì e non fu sveglio; non ebbe sogni e le più matte immagini di chimere danzarono nella sua turbata fantasia. Il povero villaggio in cui era stato allevato e le sontuosità cittadine, il fienile in cui bambino aveva tremato del freddo e la camera in cui aveva parlato al Re, la modesta pulita stanzina in cui gli faceva scuola il parroco e lo studio severo del marchese, Menico e la Giovanna, Nariccia e il signor Defasi, Don Venanzio e il marchese, Francesco Benda e gli altri amici suoi, e Carlo Alberto, e il Commissario di Polizia, e Stracciaferro e Graffigna suoi antichi compagni di carcere passavano e ripassavano innanzi alla sua mente in una confusione di scene senza senso e senza nesso che s'avvicendavano, sparivano, tornavano, si interrompevano, si ripigliavano con un tormentoso brulichio del cervello.

In quel disordine predominavano, affacciandosi di quando in quando, due figure: una quella della splendida bellezza di Virginia che gettava su quel caosse il raggio d'un suo sorriso provocatore; l'altra quella di Gian-Luigi che appariva tratto tratto con un aspetto mefistofelico a far suonare in quel tumulto un ghigno di scherno. Virginia, nè pure il più pazzamente audace de' suoi sogni avuti fino allora non glie l'aveva mostrata mai di quella guisa. La gli veniva dinanzi disciolte le chiome d'oro, sparse sull'eburneo seno trasparente fra il velo di seta che le facevano quegli abbandonati capelli; la si chinava verso di lui dal piedistallo di nubi rosate sopra cui s'ergeva oltre la comune altezza dei mortali: gli lanciava nel volto, negli occhi, nel cervello, nel cuore un sorriso d'indefinibile procacia, un sorriso di seduttrice, un sorriso di donna tocca dal dito impuro d'Asmodeo, ed una voce vibrante come un acuto stromento metallico gli diceva: «Amami, amami, fammi tua.» E la vaga forma gli protendeva le braccia e coll'influsso del suo sguardo non umano lo attraeva a sè così che a lui pareva esser levato nell'aria, ed accostarsi, accostarsi la sua bocca desiosa a quella bocca di sì desiato riso: ma quando già erano per toccarsi le labbra frementi, quando già si fondevano l'una nell'altra le fiamme dei vividi sguardi, ecco una voce di rampogna tremenda gridargli all'orecchio: «Empio! è tua sorella.» Ed egli ricadeva di botto con dolorosa scossa sul suo letto, come un Titano fulminato dalla soglia dell'Olimpo alle rupi della terra; e tutto gli si scombuiava dinanzi, e perdeva ogni coscienza di pensiero per non conservar più che un senso indefinito, vago, ma profondo, d'inenarrabile dolore.

Poi nella notte tenebrosa della sua mente ricominciavano da capo a disegnarsi incertamente delle forme che via via, man mano prendevano più corpo e venivano a sfilargli dinanzi in una processione che gli rappresentava frammisti, intralciati i fatti del suo passato, le vicende mirabili del presente, e le possibili avventure del futuro. Allora veniva poco a poco architettandosi un romanzo impossibile di successi della sua vita ambiziosamente lieti; gli si veniva disegnando dinanzi un quadro di grandi e nobili venture delle quali egli era il benemerito eroe, finchè di dietro in quella tela dava del capo e la sfondava apparendo con uno scroscio di cachinno una figura ironica e beffarda, quella di Gian-Luigi, che gli gridava con accento fra la collera, la compassione e il disprezzo:

— Imbecille! Non t'accorgi tu che tutto questo è un sogno? Tu saresti un discendente di nobile prosapia, ed io sempre un miserabile bastardo d'ignoti [98] genitori? Eh via! È impossibile. Metti l'animo in pace, e torna a nasconderti nella tua nullità.

L'alba tardiva della giornata invernale rompeva le tenebre della notte, e la mente di Maurilio, stanca di questa sequela di febbrili visioni, era caduta in un torpore che non era riposo, ma che era pure una sospensione da quello strano e doloroso travaglio. Giacque inerte per alcun tempo, senza più idee, senza propositi, senza pensieri. Pur due immagini vegliavano ancora, per così dire, benchè non avvertite, in fondo a quella nebbia dell'intelligenza; e quando il giovane aprì gli occhi alla luce del giorno, che s'era fatto pieno, e tornò nella precisa cognizione di sè, le trovò ambedue chiare e spiccate, ma ora nell'essere loro naturale presentarglisi come due doveri da compiere. Bisognava fuggire Virginia, almeno per alcun tempo, finchè la forza della volontà fortemente impiegata avesse sostituito l'affetto fraterno a quella ora scellerata passione d'amore; conveniva apprendere al suo compagno d'infanzia e di sorte la ventura del suo destino. Ad ottenere il primo scopo già aveva deciso partire quella stessa mattina con Don Venanzio, e presane licenza dallo zio; per la seconda cosa da farsi determinò andare senza indugio a narrare ogni cosa a Gian-Luigi.

Questi riposava ancora nel suo letto sontuoso nella camera elegantissima del suo ricco quartiere. Maurilio insistette presso il servitore così che ottenne il suo nome fosse annunziato tuttavia al padrone, il quale diede ordine il mattiniero visitatore fosse tosto introdotto.

Marullo aprì le imposte della finestra, fece passare il giovane e si ritirò.

Gian-Luigi si sollevò alquanto della persona in mezzo al candore delle sue finissime lenzuola, puntando il gomito sui cuscini, e collo sguardo curioso più che colla parola interrogò il compagno.

— Tu a quest'ora? disse. C'è egli qualche cosa di nuovo?

Maurilio, senza parlare, fece col capo un grave cenno di sì.

— Oh, oh! esclamò Quercia, balzando sul letto, il tuo viso mi annunzia che non le sono bazzecole. Da coricato non sono capace d'ascoltar cose gravi. Aspetta un momento che salto giù e in un attimo sono preparato a darti udienza. Siedi costì presso al fuoco e prendi un sigaro, se ti piace fumare.

Il visitatore rifiutò con atto cortese, s'accostò al camino e volgendo al fuoco le spalle stette in piedi ad aspettare, mentre il suo sguardo esaminava non senza curiosità le signorili suppellettili di quella stanza. Il letto era incortinato di seta, di velluto finissimo eran ricoperte le seggiole, di Persia era il tappeto sul pavimento, di legno d'India erano i mobili intarsiati con belli ornamenti ed adorni di fregi di metallo indorato: l'orologio a pendolo era un amorino d'oro che faceva all'altalena sopra un cespuglio di rose smaltate: sopra la pietra di marmo del comodino stavano due pistole di bella fattura ricchissimamente adorne d'argento niellato.

Gian-Luigi che si aggiustava il goletto della camicia innanzi all'alta spera fino a terra dell'armadio d'un bel lavoro di scorniciature e d'intaglio, vide entro lo specchio lo sguardo che Maurilio posò e tenne fermo su quell'armi. Si volse indietro e gli disse:

— Ah ah! tu guardi que' gingilli eh? Prendili in mano ed esaminali, se ti piace questa fatta lavori. E' sono un certo arnese che diventano ormai indispensabili, chi vuol pararsi contro ogni pericolo.

— È vero: rispose sbadatamente Maurilio che poco metteva attenzione a questi discorsi indifferenti; e l'assassinio di quel povero Nariccia è cosa da mettere in apprensione qualunque.

Quercia si volse subitamente in là, e non parlò più. In pochi minuti però ebbe finito di vestirsi, e serrandosi ai lombi i cordoni di seta d'una veste da camera di lana finissima foderata di raso celeste, venne a sedersi presso il fuoco in una poltrona a sdraio.

— Eccomi a te, disse allora. Siedi o sta ritto, come ti piace, e parla... Ma forse ch'io indovino la cagione della tua venuta. Tu hai pensato di meglio alle parole ch'io ti dissi pochi giorni sono, e sei venuto a modificare la risposta che allora tu mi hai data.

Maurilio scosse lentamente la testa.

— No: rispose. Sono venuto ad apprenderti una grande e strana fortuna che mi tocca: sì grande e sì strana che non posso crederci ancora.

Si chinò verso il suo uditore e colle più brevi parole che gli fu possibile, concitatamente gli raccontò tutto quello che gli era avvenuto.

Gian-Luigi, al primo annunzio di quel fatto, aveva mandato un'esclamazione e dato un trabalzo. Poi la sua faccia aveva presa un'aria d'incredulità che assai si accostava a quella beffa ironica, cui nelle fantasie della sua notte Maurilio aveva visto all'immagine di lui; quindi, mentre l'espositore più e più veniva narrando ed adducendo le prove e certificando l'avvenuto riconoscimento, quell'espressione s'era scambiata a poco a poco in un'altra ancora meno benevola e niente soddisfatta. Lo sguardo nero di Gian-Luigi stava fisso con niquitosa intentività sulla faccia del parlatore: v'erano lampi d'odio e d'invidia, vi appariva una voglia intensa e sterminata che tutto ciò non fosse vero: ad un punto quello sguardo divenne quello con cui un derubato perseguita e rampogna il rapitore del suo bene: esso pareva voler dire: «Sciagurato! quello era mio destino, quella avrebbe dovuta essere mia ventura, e tu me l'hai rapita.»

Vedevasi che i suoi sentimenti erano sì forti che egli non pensava nemmeno più a nasconderli. Maurilio se ne sentì una pena, un'amarezza, quasi uno [99] spavento entrargli nell'anima. Finì precipitosamente il suo discorso, quasi impacciato, quasi vergognoso di sè, e chinò gli occhi poco meno che un reo dopo aver confessato la sua colpa. Gian-Luigi anche lui aveva chinato gli occhi; era divenuto pallido e ombre indefinibili venivano e andavano sulla sua bella fronte. A un tratto, senza pure una parola, s'alzò, incrociò le braccia al petto e fece due o tre giri per la stanza a capo chino. Poscia si fermò improvviso; allentò il nodo delle braccia e le lasciò cadere lungo la persona, sollevò la testa e si riscosse come per farsi cadere di dosso il peso d'un uggioso pensiero; illuminò la sua leggiadra faccia d'uno dei più graziosi suoi sorrisi.

Venne presso a Maurilio e con mossa cordialissima gli tese la destra.

— La tua felice ventura, diss'egli, lo confesso, per primo ha trovato in me un invidioso. Tutti abbiamo più o meno un demone interno che alla felicità del nostro fratello si adonta perchè la non è toccata a noi. A te dunque l'effettuazione delle più care speranze... a me nulla. Io non mi potrò dunque trar mai dall'ignobile condizione di trovatello che nascondo come una vergogna. Non verrà la fortuna ad aprirmi a due battenti la porta del mondo legale, nè varrà mai la mia attività e la mia ambizione a sfondarle con prepotente successo..... Condannato a perire, peggio che nell'oscurità, nell'ignominia.

Maurilio protestò con un'esclamazione contro la verità di queste ultime desolate parole; Luigi atteggiò le labbra ad un misterioso, amarissimo sorriso.

— Sarà così: riprese. Sii tu almeno felice! Tu hai cervello e polsi da stare in mezzo ai leoni; poichè la sorte vi ti caccia, sappiti farvi il tuo luogo e la tua parte.

Si passò la destra, che aveva tolta più fredda che un pezzo di marmo da quella di Maurilio, sulla fronte come per iscacciarne l'ultima ombra di turbamento e di mestizia.

— Che pensi tu di fare?

— Non so: rispose con voce appena da udirsi Maurilio, la cui mente pareva ad un tratto sviata a tutt'altri pensieri.

— Non sai? esclamò Gian-Luigi. Ecco sempre i soliti giuochi di quel demone dell'azzardo! I suoi favori cascano su quelli che sono impreparati a riceverli... Ah! se io fossi a luogo tuo!...

S'interruppe e tornò a fare alcuni giri per la stanza; poi venne in faccia a Maurilio che stava sempre in piedi presso il camino e gli pose le due mani sulle spalle.

— Ho sperato anch'io potere un dì rivendicare come miei un nome ed una famiglia... Pochi giorni sono mi venne in mano quasi un bandolo della matassa.....

— Come! in che modo? chiese con interesse Maurilio richiamato dagli atti del compagno a fare attenzione alle parole di lui.

Ma un ratto annuvolamento ebbe luogo sul volto di Quercia.

— Eh! appena colto il bandolo mi si è strappato di mano.... Oh chi potesse trovar modo d'andare a chiamare il suo segreto ad un cadavere!...

Maurilio che conosceva l'esistenza dello squarcio di lettera stato trovato su Gian-Luigi quando raccolto nella ruota degli esposti, gli domandò se quella fugace speranza si era annodata a quel pezzo di carta.

— Sì, rispose Quercia: ma non ti posso dire di più.

— Lasciami ancora vedere quel foglio: disse Maurilio come per una subita ispirazione.

Gian-Luigi esitò un momento, e poi andò ad uno stipo dicendo:

— Sì, vo' mostrartelo.

Gian-Luigi non trasse fuor dello stipo un solo fogliolino, ma due: e tornando presso Maurilio cominciò a porgergliene uno. Era quello trovatogli nelle fascie: la metà d'una lettera di poche righe stracciata per lo lungo. Le parole che vi si leggevano non presentavano senso veruno, nè contenevano alcun nome od altra indicazione che valesse a far congetturare in modo anche lontano d'onde e da chi provenisse quello scritto: si vedeva che appositamente era stato scelto quel biglietto indifferentissimo perchè chi lo avesse in mano di quanti non ne conoscessero la calligrafia, non potesse ricavarne il menomo indizio di chi avesse potuto esserne l'autore. Però parecchi squarci di frase avevano colpito Gian-Luigi, ora che aveva riletto e riesaminato le cento volte quel pezzo di carta dopo che gli era capitato in mano quell'altra letterina della medesima scrittura che trovavasi nello scrigno di Nariccia. Capivasi che quel bigliettino lacerato era stato scritto per dar commissioni frettolose e concise a qualcheduno; ed a quelle parole che prima non avevano significato, tenendo presente quell'altro bigliettino, se ne poteva ora facilmente attribuir uno.

Nella carta lacerata che era la metà di destra del fogliolino si leggeva:

-all'ora che v'ho già indi-
-zione perchè nulla trapeli
-il mio indirizzo e voi tosto
-qui dopo la nostra partenza.
-Quanto alle somme deposita-
-scritto, rimangano presso di voi
-cisione.

Nel biglietto trovato appo Nariccia, leggevasi:

«Essa si è finalmente decisa. Lo stato in cui si trova non ammetteva più indugi. Partiremo domani. Preparatemi una quindicina di mila lire; per ora mi bastano; il resto delle somme lascio ancora presso di voi, e vi prego di ritenerle alle medesime condizioni: chè per l'avvenire poi...»

E qui era interrotto, perchè la fiamma aveva divorato il resto.

[100] Era evidente una correlazione fra quei due biglietti, e il cenno di somme depositate presso colui al quale erano scritti e l'uno e l'altro, indicava che erano indirizzati alla medesima persona. Ora questa persona non poteva essere altri, a senno di Gian-Luigi, che Nariccia, presso il quale la seconda di tali lettere era stata ritrovata. Nariccia adunque era in grado di sapere il segreto della nascita di quel bambino al quale, esponendolo, era stata posta come contrassegno di riconoscimento la lettera stracciata: ed egli stesso, Gian-Luigi, quel labbro che poteva rivelargli il suo destino aveva reso mutolo per sempre; imperocchè, informatosi per vie indirette, ma con molta premura, dello stato della sua vittima, l'assassino aveva appreso che perduta aveva con ogni movibilità la facoltà di parlare, e che il medico aveva dichiarato impossibile potesse riacquistarla durante que' pochi giorni che sarebbero rimasti da vivere all'assassinato. Il medichino trovavasi quindi in una strana condizione. Suo interesse immediato era che l'usuraio morisse mutolo e presto: ma il pensare che seco egli portasse il mistero del suo essere eragli pure tormentoso pensiero. Oh! s'egli avesse potuto entrare solo in quella camera dove il vecchio giaceva, richiamarlo un istante alla pienezza delle sue facoltà, strappargli il suo segreto, le prove che forse egli ne aveva, e poi ripiombarlo nell'ombre della morte in cui s'affondava a poco a poco!...

Maurilio esaminò attentamente quel foglio lacero che più volte aveva già visto ancor egli e lo confrontò con quel secondo che Gian-Luigi gli porse eziandio di poi, ed egli pure ne conchiuse ciò che già aveva conchiuso Gian-Luigi medesimo: che quelle due scritture erano state vergate dalla stessa mano e che le erano indirizzate alla medesima persona.

— Io dunque non mi sbaglio? domandò Gian-Luigi, che desiderava ardentemente vedere le sue indicazioni confermate da un osservatore indifferente alla questione, e non facile perciò ad essere illuso dal desiderio: questi scritti sono d'un medesimo autore, ed hanno relazione alla medesima bisogna...

— Certo che sì.... Dove hai tu preso questa seconda lettera?

Quercia tolse vivamente di mano al compagno l'uno e l'altro foglio e rispose asciuttamente:

— Questo non te lo posso dire.... È una trovata che ad ogni modo mi ha da essere inutile.... Si socchiuse un momento l'uscio del mistero, e poi mi fu serrato sul muso inesorabilmente e spietatamente per sempre.

Andò a riporre i due fogli nello stipo, che chiuse accuratamente, e tornò presso Maurilio.

— Tu dunque abiti ora come casa tua il palazzo dei Baldissero?

Accompagnò queste parole con un sospiro, che, se non era d'invidia, era l'espressione d'un intenso desiderio.

Maurilio rispose con un altro sospiro, che era quasi un soffocato gemito di dolore.

— Non ancora... Parto oggi stesso pel nostro villaggio con Don Venanzio, e starò colà non so quanto, forse pochi giorni, forse mesi.

Gian-Luigi guardò Maurilio negli occhi di una strana maniera, come se volesse penetrargli nell'anima.

— Sei un essere originale tu!... Che vuoi andare a fare colaggiù?... Mentre ti si apre a larghi battenti la porta del palazzo incantato dove t'aspettano gli splendori della vita, tu scappi a rintanarti nello squallido tugurio che non ti ricorda se non privazioni, stenti e miseria. Tu hai conservato amore a quello sciagurato paese in cui vivono più sciagurati esseri in sciaguratissime condizioni! È un mistero psicologico che non arrivo a spiegarmi. Per me quella terra, quelle miserabili casipole, quelle desolate campagne non rappresentano che una somma di rabbie, di vergogne, d'affanni. Odio tutto questo, come odio le mie condizioni.

Pose di nuovo una mano sulla spalla del suo compagno.

— Ma tu hai pure un'ambizione che cova sotto quel tuo vasto cranio bernoccoluto... Quale? Avrai tu penetrato nell'intimo della mia anima, senza che io abbia potuto leggere pur una parola nel libro chiuso della tua? Che cerchi tu nella vita? Che pensi? Che tenti? Ora che la sorte mette a tua disposizione mezzi efficaci e potenti, che opera ti vuoi tu imporre, a qual fine usarli, verso qual meta intendi camminare?

Maurilio si sottrasse al tocco della mano di Gian-Luigi, se ne discostò di alcuni passi ed affondando nelle sue manaccie grossolane la sua testa dalle irte chiome, esclamò con una specie di sgomento:

— Non so..... non so nulla di me..... Sono ore tremende queste mie, in cui mi affanno a cercar me stesso... e non mi trovo.

In questa il colloquio dei due giovani fu interrotto dall'arrivo, come già abbiam visto, del signor Defasi e di Andrea, e pochi minuti dopo Gian-Luigi, acconsentendo alla preghiera fattagli dai due nuovi venuti, usciva con loro per tentar di ricuperare il cadavere di Paolina, mentre Maurilio rientrava nel palazzo Baldissero, donde poco dopo, senza aver rivisto altri che il marchese, partivasi con Don Venanzio alla volta del villaggio. Andremo a raggiungervelo fra poco: per ora teniam dietro, se vi piace, allo sciagurato Gian-Luigi, la cui buona stella sta per tramontare, e di cui vengono a precipitare la sorte fatali circostanze ed inattesi avvenimenti.

Parlando egli a chi si doveva per ottenere facoltà di ritirare dal gabinetto anatomico il corpo della Paolina, Quercia udì da quel medico esclamare, poichè la chiesta licenza fu accordata:

[101] — Ah! v'è da ier sera nella griglia[1] un bellissimo soggetto, che potrebbe vantaggiosamente rimpiazzare questo che le abbandoniamo.

Gian-Luigi, senza pur saperne il perchè, provò una scossa, e domandò con istrano interesse:

— Una disgrazia? Una morte accidentale?

— Pare un suicidio. Un'annegata che fu ieri pescata nel Po.

— Una donna?

— Sì, giovane... e direi fanciulla, se non la si trovasse in istato interessante.

Per quanto poco facile il medichino fosse a commuoversi, il sangue gli diede un rimescolo: ma aveva su di sè tanta forza da non lasciar nulla apparire.

— E non fu conosciuta? domandò egli sbadatamente.

— No... Almeno finora, a quanto io sappia.

— Bella? chiese ancora Gian-Luigi senza guardare il suo interlocutore.

— Bellissima. Delle chiome d'ebano, delle fattezze scultorie, un corpo fatto a meraviglia... Fui chiamato io ad esaminarla per farne l'accertamento legale della morte; ne ho già vedute di molte io donne, e morte e vive, ma le dico in verità che di così ben fatte m'avvenne raro o non mai di trovarne.

— E la fu trovata nel Po?

— Sì, impigliata nella diga del canale Michelotti. Eh uno dei soliti romanzi a tristo fine: una povera giovane sedotta di certo e abbandonata dal suo seduttore. Questa razza di birboni, in simili casi, dovrebbero essi portar la pena dell'omicidio e dell'infanticidio.

Quercia voltò il discorso, e poco stante tolse congedo; ma quando ebbe tutto provveduto quello che occorreva per l'interesse di Andrea, una tremenda curiosità, che lo aveva preso di botto alle parole del medico e non lo aveva lasciato più, lo trasse suo malgrado verso quel luogo funesto ove si vedeva esposto il cadavere dell'infelice. Voleva vedere quell'annegata e temeva. Entrò nel vasto cortile del palazzo municipale, che allora chiamavasi Corte del burro, e dove in quel tempo aveva luogo quel tristo spettacolo, con una lentezza prodotta dal contrasto di due forze che in lui si combattevano: un'attrazione ed una ripugnanza, penose ambedue; si venne accostando adagio al folto capannello di gente che si serrava innanzi al cancello di ferro, dietro il quale, in una specie di strombatura profonda circa un metro, sopra una tavola di costruzione laterizia giaceva lungo e disteso il cadavere.

Da principio non potè veder nulla, chè la ressa della gente affollata impediva di penetrare al suo sguardo: ma udì con un'amara irritazione i commenti dei curiosi che gli stavano davanti.

— Che bel tôcco di ragazza! Guarda che sopracciglia!

— E che aria fiera pur da morta!

— Altro che fiera! La par che minacci.

— Ha dovuto morire mandando mille accidenti a qualcheduno.

— La conosci tu?

— Io no.

— Neppur io.

— A me la non mi pare una figura affatto nuova, ma non saprei dire dove l'abbia vista.

— Madonna Santa della Consolata! Così giovane e così bella, e fare una simil fine. Che cos'è di noi se il Signore ci toglie di capo la sua santa mano!

Qualcheduno finalmente di quelli che erano in prima fila si mosse e partì: avvenne un movimento generale di tutta quella piccola massa di gente, e Gian-Luigi potè profittarne per ispingersi avanti. Giunse quasi a toccare il cancello di ferro, fra il capo di due altri curiosi potè insinuarsi il suo sguardo. Era assai tempo che una emozione come quella che sentì in quel punto non aveva scossi i suoi nervi d'acciaio. Vide il cadavere giacente della donna. La riconobbe di subito, e non c'era da esitare, tanto n'erano poco alterati i tratti. Era Ester.

Ella giaceva come persona addormentata, il capo volto un poco dalla parte degli spettatori. Le sue treccie disciolte, gravi per l'acqua ond'erano ancora impregnate, le cadevano sul petto: giallognolo era il pallore della sua carnagione bruna, sì che l'avreste detta una statua d'avorio ingiallita dal tempo. I suoi lineamenti avevano in realtà una severa espressione che non era di collera ma di potente rampogna, d'inesorabile accusa. Era contro il destino, era contro la malvagità degli uomini ond'era stata tratta a quel passo crudele, che s'era ribellato, adontato l'ultimo pensiero della morente sì da imprimere sul volto di lei un tal segno d'implacabile rancore? Gian-Luigi sapeva che cosa crederne; e in faccia a quel cadavere provò un turbamento, qual forse non aveva ancora provato mai, egli che aveva soggiogata al suo perfido volere ogni sensibilità dell'anima. Sentì quasi un'emozione di paura, gli parve che quelle palpebre abbassate e circondate da un livido cerchio dovessero sollevarsi e lanciargli di mezzo alle lunghe ciglia uno sguardo di tremendo sdegno; gli parve che, alla sua presenza, al suo accostarsi, quel cadavere avrebbe dovuto riscuotersi e da quelle labbra violacee uscire una terribil parola.

Qual è mai questo strano effetto della morte che sopra ogni individuo pone un suggello di solenne autorità onde l'animo anche dei più arditi riman sovraccolto? Se quell'audace giovane si fosse trovato innanzi alla persona viva di quella infelice, ch'egli [102] aveva empiamente sacrificata alla sua scellerata passione, non la menoma soggezione, non il menomo turbamento avrebbe pur tocco il suo animo; avrebbe egli freddamente ascoltato ogni rimprovero, sarebbe rimasto incommosso ad ogni lamento, ad ogni lagrima, ad ogni più disperata parola, ad ogni più disperata esplosione di dolore, di furore, di minaccia, avrebbe risposto col silenzio, o colla collera, o collo scherno fors'anco. Invece, innanzi a quel cadavere la sua anima quasi tremava, e il suo sguardo rifuggiva da quella vista, poco meno che timoroso. Non era quello un implicito riconoscimento che oltre quella materia ora inanimata sopravviveva pure ancora alcuna cosa di quella Ester che lo aveva amato, che s'era sacrificata per lui, che in causa di lui era stata tratta a quel fine fatale? E questo non so che d'immateriale, di cui il seduttore non aveva avuto la menoma soggezione durante la sua vita corporea, ora, sciolto dalla sua servitù al corpo, aveva acquistato un'autorità, una maggioranza che ne imponeva a colui che aveva perduto quell'anima, colui che il destino, una giustizia superiore forse aveva tratto innanzi a quel cadavere. Gian-Luigi subiva questa influenza per istinto, senza rendersene conto; egli il quale non credeva che alla materia, egli che, allevato da un ateo materialista, non vedeva nell'universo che leggi materiali, eterne, allo infuori d'ogni volontà e d'ogni intelligenza di qualsiasi ente superiore, non vedeva nell'uomo che un organismo cui scioglie e distrugge per sempre la morte.

Un popolano che stava in prima fila de' curiosi, presso il cancello di ferro, sentì il fremito d'una delle persone che il premer della folla di dietro gli pigiava addosso; si volse, vide la faccia autorevole, le sopracciglia aggrottate, lo sguardo imponente di un uomo signorilmente vestito, e per quella deferenza che è insita in chi si sa umile, povero e nullo, e subisce l'influsso delle apparenze del potere e della ricchezza, si trasse in là e lasciò rispettosamente luogo. Il medichino si trovò egli a contatto del cancello di ferro, e ne abbrancò colla sua mano elegantemente inguantata una sbarra.

— È dessa, è proprio dessa: si diceva egli con una contrarietà quasi rabbiosa della propria impotenza. La è morta e non c'è rimedio... Non v'è Dio nè diavolo che potrebbe far rivivere quelle forme, che potrebbe riaggiustare quella macchina infranta... Disgraziata!... Io avrei pur trovato modo di salvarla!

Egli l'avrebbe fatta sottrarsi in qualche riposto luogo all'ira del padre, al disprezzo della gente; colà quella passione che nell'infelice non era ancora estinta per lui avrebbe conservato ai desiderii della sua ardente natura quella giovanile bellezza pur tanta. Qualche cosa come un desiderio, che era un'empietà innanzi alla rigidezza di quel cadavere, sorse nel pensiero scellerato di quell'uomo reo di ogni colpa. La memoria nella sua fantasia venne a dare alle forme di quella povera morta le sembianze della vita rigogliosa, con tutta l'ardenza del sangue giovanile che aveva conosciuta in lei. Rivide quelle braccia, ora abbandonate, levarsi e con nodo tenace e soavissimo avvincergli il collo; rivide quel candido petto anelante premersi contro il suo da fargliene sentire il palpito; rivide lo sguardo pieno di fiamme; quasi risentì sulla bocca il bacio ardente di quelle labbra ora allividite e contratte dall'agonia suprema della morte.

In quel momento, per rifare di quella morta l'Ester che era stata poco tempo innanzi, Gian-Luigi avrebbe dato non so che. Strinse quasi convulsamente colle mani le barre di ferro a cui si appoggiava, e chinò il capo verso il cadavere, quasi volesse, quasi sperasse potere, col suo, soffiare in esso di nuovo l'alito della vita; ma ad un tratto, come un ghigno mefistofelico, guizzò tra i suoi pensieri.

— Stolto: si disse; mi sarei sopraccaricato d'un imbarazzo che mi avrebbe impacciato nelle mie faccende fin troppo, e che non avrebbe tardato a non darmi più che fastidii e noia: la poverina, per mio vantaggio, fu bene ispirata. I morti non tornano più, non imbarazzano più nessuno, non fan più male di sorta.

Egli si sbagliava: la morte d'Ester doveva concorrere ancor essa alla perdita di lui, oramai decisa dalla giustizia di Dio.

Mentre Gian-Luigi, tornato in tutta l'empia freddezza del suo spirito, fattosi quel ragionamento per cui conchiudeva che la morte di Ester era una sua ventura, stava per ritirarsi di là, avvenne un movimento nella folla, che gl'impedì di aprirvisi il passo.

Un povero vecchio, vestito di miserissimi panni, faceva ogni sforzo per ispingersi innanzi verso la cancellata, e siccome deboli aveva le forze, e un tremito ne scuoteva le membra, così da non poter avanzare in nessun modo in mezzo alla folla, egli si era messo a supplicare con voce piagnucolosa e rotta dall'affanno:

— Per carità, mi lascino passare... Mi dicono che la è una giovane... Io ho perduta mia figlia... Mi lascino vedere se la è mia figlia.

Il medichino riconobbe la voce fioca e l'accento nasale di Macobaro. Tanto più avrebbe voluto affrettarsi a partire; ma il movimento fatto dagli astanti per dar passo al vecchio, e poi quello di curioso interesse che li faceva restringersi intorno al padre della morta, per assistere alla scena che stava per aver luogo, impedirono affatto a Gian-Luigi di allontanarsi. Il rigattiere ebreo giunse alla cancellata, e s'aggrappò ancor egli colle scarne mani tremanti alle sbarre di ferro. I suoi luridi panni frusti e sporchi toccavano l'elegante pastrano di Gian-Luigi; ma egli non vedeva nessuno, non poteva [103] veder null'altro che quel cadavere di donna che gli stava disteso dinanzi.

Lo guardò per un poco, fiso, in silenzio, immobile, senza trarre quasi neppure il fiato. Pareva che stentasse a riconoscerlo, che non volesse prestar fede all'evidenza, che credesse quella non altro che un'illusione ed aspettasse vedersela dileguata. Ma ad un tratto mandò un grido che si poteva dire un urlo.

— Mia figlia! Mia figlia! esclamò egli tendendo le braccia traverso le sbarre, come se la volesse afferrare, e prendersela e seco portarsela: è mia figlia.

Ogni traccia di quell'odio che ultimamente aveva improvviso concepito per la colpevole, ogni sdegno contro di lei, sparì di botto nel misero padre, per lasciar rivivere in tutta la sua forza quel primitivo amore ch'egli sentiva per essa, quasi uguale a quello che aveva pel suo tesoro. Ricordò ancor egli di colpo, e tutto ad un tratto, il passato di quella infelice: quando era bambina, quando accoglieva con un sì bel sorriso il padre al suo ritorno in casa, quando gli dava il bacio della sera ed il saluto del mattino; quando vivevano sì lietamente in quell'oscuro quartieretto che la bellezza di lei illuminava. E tutto ciò era cambiato poichè un infame era venuto a cacciarsi in mezzo a loro. Ricordò la mestizia sopraggiunta in Ester; poi tutte le scene tremende che erano succedute; per ultimo la tremenda maledizione con cui egli aveva flagellata la figliuola, quando il caso glie l'aveva fatta ritrovare fuggitiva nell'oscurità vespertina della strada. Si percotè coi pugni chiusi la fronte; si strappò i capelli grigiastri che gli pendevano alle tempia.

— Eterno Iddio! esclamò: perchè hai tu dato ascolto alla maledizione d'un padre?... Disgraziato! Disgraziato!... Sono io che l'ho uccisa... Io, ed un altro!... Un altro! soggiunse con accento d'odio infinito levando al cielo i pugni stretti e gli sguardi infiammati.

Un istinto parve avvertirlo in quella che l'altro di cui parlava era lì, al suo fianco, sì da toccarsi, e che Dio li aveva voluti appunto raccogliere insieme innanzi al cadavere della loro vittima. Si volse di scatto e i suoi occhi che brillavano ferocemente in fondo alle sue occhiaie infossate, s'incontrarono nelle pupille fieramente corrusche di Gian-Luigi.

Macobaro mandò un'esclamazione gutturale che pareva un grido belluino, e sulla sua faccia cinerina e macilenta corse un lampo come di gioia feroce. Afferrò con una delle sue mani fatte ad artigli, dalle dita lunghe, scarne, nere, unghiate, il braccio di Quercia e disse:

— Ah sei qui tu?... Vedi, vedi che hai fatto di mia figlia... Rendimi la mia figliuola, scellerato!

Una subita e viva emozione corse il cerchio degli spettatori. Gian-Luigi non si scompose: con un moto ratto e violento del suo braccio robusto rigettò da sè il vecchio ebreo, e prese una mossa come di difesa. Intorno a lui si fece un po' di largo e tutti gli occhi erano conversi su questi due personaggi che accennavano rappresentare una scena interessante di dramma innanzi a quel cadavere di donna.

Quercia girò intorno i suoi occhi che facevano chinare innanzi a sè tutti gli altri.

— Quest'uomo, disse pacatamente, od è pazzo, tratto fuor di senno dal dolore, od è illuso da una strana rassomiglianza... Io non lo conosco.

Macobaro diede un balzo, come se volesse lanciarsi addosso al giovane elegante: ma questi lo prevenne, gli pose una mano sulla spalla, e guardandolo in certo modo speciale, come il domatore di fiere guarda il tigre che vuol ribellarglisi, soggiunse lentamente:

— Io non vi conosco brav'uomo. Guardatemi bene, e vedrete che siete vittima d'un errore.

Mai gli occhi neri del medichino non avevano avuta tanta efficacia, tanta imponenza, tanta autorità. Il vecchio avrebbe voluto resistere a quell'influsso, ma non potè: la forza di quella individualità più potente, l'abitudine di cedere ad essa, la soggezione di quell'autorità che il medichino aveva saputo acquistarsi e sapeva difendere e mantenere, ebbero ancora la loro efficacia in Macobaro; curvò il capo innanzi al suo superiore e sottrasse le sue pupille dallo sguardo di quelle di lui.

— Mi conoscete voi dunque? domandò Quercia.

— No, no, balbettò il padre di Ester, guardando sempre per terra. Perdoni ad un povero vecchio che non sa più quel che si faccia.

Gian-Luigi fece un gesto da eroe che mostra la sua clemenza, e s'allontanò lentamente. Jacob non rivolse più verso di lui nemmeno uno sguardo; si voltò verso il cadavere della figlia, e tendendo le due braccia traverso le sbarre, le disse piano piano che niuno potesse udire:

— Sta, sta tranquilla che ti vendicherò... Ci vendicherò tuttedue.

Poscia si levò di là ed allontanossi con passo barcollante. Pochi minuti dopo egli era in istretto colloquio con Barnaba, la cui ferita era in via di guarigione così bene che già poteva egli sedersi sul letto.

Gian-Luigi s'allontanava, pieno l'animo d'una malavoglia, d'un malessere, d'un'irritazione da non dirsi. Sentiva, per così dire, sfuggirgli sempre più di pugno il filo guidatore della sua sorte; sentiva accrescersi quella stanchezza dell'iniqua lotta, quel fastidio de' casi suoi che ho già accennato venire assalendo a volta a volta l'animo suo. Ebbe egli appena attraversata la piazza municipale e fatto pochi passi per la via che mena a piazza Castello, quando gli si fece innanzi domandando l'elemosina [104] un pezzente tutto rattrappito delle membra. Il primo atto del giovane, assorto ne' suoi poco piacevoli pensieri, fu un atto d'impazienza; ma il mendicante fece rapidamente un certo gesto che destò l'attenzione del medichino. Questi si fermò, lo guardò bene, rispose ratto con un certo ammicco degli occhi, e tratta fuor di tasca la borsa ne prese una moneta e la fece scivolare nella mano del povero. In questo medesimo atto il mendico fece passare nella mano che gli porgeva il denaro un piccolo fogliolino di carta finissima, ripiegato e compresso da tenere il meno spazio possibile.

Quercia serrò in pugno quella carta, senza fare il menomo cenno, come se nulla fosse, e continuò la sua strada; ma dopo un poco affrettò maggiormente il passo per giungere a casa sua e leggere il bigliettino portogli in quella guisa, che ben poteva presumere trattare di cose di molta premura ed interesse e cui non voleva neppur guardare nella pubblica strada.

Quando fu chiuso nella sua camera, Gian-Luigi aprì con sollecitudine che quasi era inquieta il finissimo fogliolino. V'erano scritte poche parole e con carattere contraffatto: ma un certo segno convenzionale avvertì subito Gian-Luigi da chi fosse scritto e mandato. La cocca aveva affigliati, più o meno addentro ne' suoi segreti, in ogni parte; e chi scriveva era impiegato, e non degli ultimi, negli uffici medesimi della Polizia. Il biglietto diceva:

«Guardatevi! Si comincia aver sospetti. Prendete ogni precauzione. Si parla di certi diamanti. Nel bavero trovato in mano a N. v'è una cifra. Voi sapete che cosa ciò voglia dire, e che importanza darci.»

Gian-Luigi lesse due e tre volte queste incoerenti parole e se le stampò nella memoria; poi stracciò a minutissimi pezzi quel foglietto, e come se non bastasse, lo gettò nel fuoco: stette a guardarlo mentre in un attimo la fiamma lo distruggeva, e quindi incrociate le braccia al petto, si mise ad andare su e giù per la stanza.

— Una cifra nel bavero?... Qual contrarietà!... Chi avrebbe mai pensato a codesto?... Quel mantello era di Benda: il mantello è sparito e non lo troveranno mai... Ma si può appurare che quella cifra è la sua, che quello squarcio appartiene ad un suo mantello, e che questo fu imprestato a me, il quale non l'ho più restituito... Bisogna rimediare a ciò.

Stette un poco meditabondo; poi sollevò il capo con risoluzione.

— Non c'è che un modo di aggiustarla. Quel mantello è stato derubato a me stesso quella notte medesima sul viale... E il rapitore, che io descriverò a meraviglia, sarà Stracciaferro... a lui poi il non lasciarsi pigliare. Ciò quanto al mantello. Ma e i diamanti? Che cosa vuol significare il cenno intorno ai diamanti? «Si parla di certi diamanti.» Quali? Quelli che ho trovati nello scrigno sono così bene riposti che l'occhio della giustizia non li potrà veder mai; quelli di Candida sono a lei restituiti, e nissuno de' sapere che essi furono un momento nelle mani di quell'usuraio...

S'interruppe, assalito dal ricordo di un fatto che eragli sfuggito compiutamente dalla memoria: Nariccia quando si trattò dell'imprestito su pegno di quei gioielli, aveva questi recati un momento di là per farneli forse esaminare, come Gian-Luigi medesimo aveva supposto, da alcun intelligente della materia che ci avesse. Che questo tale avesse conosciuto quali e di chi erano quei diamanti? La cosa prima di tutto pareva a lui assai improbabile, e poi ancorchè fosse, quali conseguenze a suo danno se ne potrebbero tirare? Come provare che egli fosse stato a recare dall'usuraio quei diamanti? e se dati in pegno, non si erano potuti riscattar poi pagando il debito? Ad ogni modo sarebbe forse stato meglio parlarne subito colla contessa, combinare con lei, farle credere ciò che occorreva, e consigliarle in ogni caso le risposte che convenivano. Egli era sul punto di uscire per recarsi subito da lei, quando i suoi occhi caddero sopra un bigliettino che stava sulla tavola di marmo del cassettone, e cui gli aveva impedito di vedere a tutta prima il turbamento col quale era entrato nella stanza. Lo prese sollecitamente, e conobbe di botto dalla scrittura, dalla carta, dal suggello, dal profumo speciale, da qual mano venisse. Era appunto di Candida; e Gian-Luigi lo lesse in tutta fretta.

«Ho bisogno urgente di parlarvi» gli scriveva essa secondo il solito, in francese; «all'una aspettatemi nella vostra casetta sul viale.»

Siccome non mancava di molto all'ora posta dalla contessa, Gian-Luigi s'avviò tosto verso quel suo misterioso ridotto, in cui siamo già penetrati con lui altra volta.

La contessa non si fece lungamente aspettare. Levando il fitto velo che gli copriva la faccia mostrò al suo amante un aspetto turbato in cui apparivano insieme contrarietà, collera, amarezza.

— Che è ciò? signore? cominciò ella senz'altro con voce vibrante. A chi andate voi confidando le cose più arcane che debbono rimanere tra di noi?

— Contessa! interruppe il giovane coll'accento risentito di persona fieramente calunniata da tale cui non vuole rispondere oltraggio per oltraggio. Voi mi fate un'iniqua accusa che non avreste mai dovuto pure accennare.

— Voi non avreste dovuto meritarvela.

— Non perdiamo il tempo in garriti di parole. A che proposito mi rivolgete voi quest'accusa? quali prove credete di averne?

— Mio marito seppe — sa — che i miei diamanti furono in pegno presso l'usuraio che venne l'altro dì assassinato e sa che a portarglieli siete stato voi.

[105] Quercia non potè reprimere un contrarsi dei lineamenti che esprimeva quanto questa novella gli dispiacesse.

— Ne siete voi certa?

— Certissima. Me lo disse egli stesso testè... Ah! vedete anche voi che non potete negare....

Gian-Luigi prese le due mani della contessa, e stringendole con dolce pressione, quasi supplichevole, soggiunse:

— No, Candida, io non ci ho colpa: è una maledetta fatalità che mi perseguita, che ci perseguita tuttedue, e che può avere le più tristi conseguenze, se non ci andiamo tosto al riparo.... Ti spiegherò tutto di poi, caro amor mio; ma essenzialmente gli è per la tua tranquillità, per te, che mi preoccupo.... Contami tutto quello che avvenne fra te e tuo marito a questo proposito.

La contessa raccontò quel che erale capitato a tal riguardo, ma noi prendendo da più alto le mosse esporremo assai più di quanto ella sapesse e potesse apprendere al suo amante.

Ed ecco di che modo s'eran passate le cose.

Il signor X, gioielliere, uno dei principali, per non dire il principale, di Torino in quel tempo, aveva recato, se ben vi ricorda, a Nariccia, pochi giorni prima che succedesse l'assassinio di costui, una certa quantità di preziosi oggetti del suo commercio, ed ottenutone ancor egli una somma in prestito lasciandoli in pegno all'usuraio. Figuratevi dunque come egli rimanesse allorquando quella mattina che si sparse per la città la novella dell'orrendo delitto, ebbe udito che tutta era stata svaligiata d'ogni cosa di valore la casa dell'assassinato! Corse immantinente dal Commissario di Polizia a far la sua denunzia e la sua deposizione, dando la lista distinta e divisata un per uno di tutti gli oggetti ch'egli aveva consegnati a Nariccia e che erano caduti nel furto. Il valore complessivo di quei gioielli saliva a qualche diecina di mille lire: e il signor Tofi, quando ebbe udito l'orafo specificare siffatto valore, esclamò con quella sua ruvidezza che pareva sempre un accento collerico:

— I mariuoli hanno fatto un bel colpo!... L'altro dì hanno arraffato i capitali del banchiere Bancone, ieri il tesoro dell'usuraio Nariccia: c'è da farsi ricchi in più a queste due sole imprese.... Sarebbe un bel mestiere.... se non ci fossimo noi a coglierli.... E li coglieremo, glie lo prometto io!... Nel furto Nariccia gli scellerati avranno portato via più di cento mila lire.

— Che la dice? esclamò il signor X, a cui le parole sfuggirono senza pensarci, e che, pur pensandoci, le avrebbe fors'anche dette lo stesso. Ma se Nariccia aveva tuttavia in suo potere i diamanti di casa Langosco, e tutto mi induce a credere di sì, questi solamente furono pei ladri un bottino di centinaia di mila lire.

Il signor Tofi volse tutto d'un pezzo la sua faccia aggrottata sul cravattone duro verso il gioielliere:

— Come! I diamanti di casa Langosco erano in potere di quell'usuraio?

— Sì, signor Commissario; ce li vidi io stesso ch'egli me li diede ad esaminare, consultandomi sul valore. E ciò accadeva solamente tre giorni fa.

— Oh, oh! Questo sarebbe elemento da tenerne calcolo. Gli assassini avrebbero saputo che quei diamanti erano colà... Ma come colà?... In pegno forse?... Eh, eh! non è impossibile.... Bisognerà vedere.... Ad ogni modo finora la Casa di Staffarda non fece richiamo nessuno, non porse denunzia di sorta; e trattandosi di somma di tanto valore, non mi pare che si vorrebbe star zitti.

Il Commissario congedò il gioielliere, ed occupato com'era in quel dì da un subbisso di faccende, per la rivolta sopratutto degli operai avvenuta la sera innanzi, dimenticò, o per dir meglio, trascurò di dare l'importanza che avrebbe data altre volte a quelle parole dell'orafo riguardo i diamanti della nobil famiglia Langosco. Tutta la giornata passò senza che denuncia alcuna venisse; dalle informazioni che fece prendere, il Commissario seppe che nel palazzo di Staffarda nulla era avvenuto onde si potesse supporre che tal danno era capitato a quella casa; la sera inoltre gli fu presto notificato che la contessa Candida al ballo di Corte, sfolgorava il capo, il seno, le braccia di tutti i suoi diamanti. Tofi non ci pensò più. Se il gioielliere non si era sbagliato, e uno sbaglio di questa fatta in lui era difficilissimo, i signori Langosco avevano per loro fortuna ritirato a tempo il pegno preziosissimo dalle mani dell'usuraio.

Il signor X, a cui il ricupero della sua roba premeva infinitamente, era già tornato parecchie volte nei due giorni che erano seguìti dal Commissario a domandargliene novelle, finchè questi, che non aveva nulla da apprendergli, che era occupatissimo e di peggio umore che mai, perdè la pazienza, e con quelle sue maniere da burbero e parole da prepotente gli ebbe fatto capire non venisse più a seccarlo, e quando si avesse qualche cosa da dirgli, o da farsene dire, lo si sarebbe mandato a chiamare. Il gioielliere se ne partì mortificato, e domandando a se stesso che razza di giustizia la fosse questa che il derubato colà dove si doveva prendere tutto l'impegno per fargli riavere la sua roba, veniva accolto e trattato peggio che al ladro non si farebbe.

Ma il domani gli venne dalla Polizia un messaggio che gli fece nascere in cuore qualche buona speranza. Il signor Commissario con un ordine laconicamente espresso lo chiamava subito innanzi a sè, per comunicazioni urgenti. Il gioielliere volò al Palazzo Madama colla dolce speranza d'udirsi a dire per prima cosa che i ladri erano stati presi e i suoi gioielli ricuperati. Fu una delusione. Introdotto in quel certo gabinetto del Commissario che già [106] conosciamo, e chiusane alle spalle di lui la porta, il signor X rimase solo con quel terribile rappresentante della pubblica autorità, il quale pareva assai sopra pensiero e più burbero che mai.

Il signor X fu minutissimamente interrogato su quella circostanza ch'egli aveva incidentalmente allegata nel primo colloquio da lui avuto col Commissario, la presenza cioè in casa di Nariccia dei diamanti Langosco. Il gioielliere dovette dir tutto: e come egli si trovasse quella tal mattina in casa dell'usuraio, e come fossero sopravvenuti a disturbarlo nel colloquio ch'egli aveva con Nariccia prima un frate gesuita, poscia un cotale, di cui egli non aveva vista la persona, ma uditane la voce e creduto di riconoscerla per quella del dottor Quercia; come poco dopo Nariccia era tornato da lui portandogli ad esaminare, perchè glie ne dicesse il valore, certe buste di diamanti ch'egli aveva tosto riconosciuti per quelli della contessa di Staffarda, cui egli aveva l'onore di contare fra le sue pratiche; come più tardi fossero andati nel suo fondaco il conte Langosco e il dottor Quercia, il primo a chiedergli della ripulitura di quei diamanti che a lui non erano stati consegnati, il secondo a pregarlo in nome della contessa a far sì che il conte credesse che i diamanti fossero presso di lui.

Il Commissario ascoltò attentissimamente, fece ripetere parecchie cose, domandò varie minute spiegazioni: non iscrisse le parole pronunziate dal signor X, ma prese diversi appunti di date, di ore, di motti sopra una cartolina che chiuse poi accuratamente in un suo portafogli che teneva allato; e finì per congedare l'orafo, più burbero che mai, intimandogli che di quanto aveva narrato allor'allora non si lasciasse intanto sfuggire parola con anima viva. Poscia diede subito ordine a varii segreti agenti (e fu così che alcuna cosa venne a subodorare anche di ciò quello affigliato alla cocca) si scrutasse se i diamanti portati dalla contessa di Staffarda al ballo di Corte erano veri, se il dottor Quercia di que' giorni fosse stato visto in alcun modo in possesso di oggetti di valore od avesse speso eccezionalmente delle vistose somme.

Come mai il signor Tofi s'era posto a dare ora tanta importanza a questo fatto che da principio aveva destato mediocremente soltanto la sua attenzione? Gli è che nel frattempo egli aveva ritrovato Barnaba.

Sul modo di agire però, il signor Tofi si trovava molto perplesso. La faccenda era assai delicata. La famiglia Langosco era troppo autorevole e potente per non riguardarsi bene dal comprometterla leggermente. D'altronde quello pareva pure un filo da non doversi trascurare per guidarsi in quel labirinto finora indistricabile. Pensatovi su ben bene il Commissario decise di parlarne francamente al conte medesimo; scrisse una letterina, la più garbata ed umile ch'egli sapesse, al marito di Candida, pregandolo a volergli assegnare un'ora in cui si potesse presentare al suo palazzo, avendo egli urgente bisogno di parlargli.

Il conte di Staffarda, quando vide chi fosse che gli scriveva, tenne quel foglio colla punta delle dita, in quel modo schifiltoso con cui il marchese de la Seiglière nella bella commedia di Sandeau tiene la carta bollata.

— Il Commissario di Polizia parlare a me? Oh che può avermi a dire un simile personaggio?...... Entrare qui nel mio palazzo questa razza di gente!... Mai più!.... Andiamo dal mio amico il generale Barranchi.

Ci si recò sul momento.

— Guardate, mio caro, diss'egli al generale, porgendogli il biglietto ricevuto, che cosa mi scrive il vostro Commissario; mandatelo un po' a chiamare quel maroufle, ch'e' venga qui a spiegarsi in presenza vostra, se non vi disaggrada.

Il comandante dei carabinieri tirò su le sopracciglia sulla sua fronte piccola e stretta, lesse e rilesse, tossì con aria d'importanza, s'impettì nella montura, specchiò il suo naso nei bottoni lucentissimi del suo petto e mandò ordine al Commissario venisse immantinente.

Quindici minuti dopo il signor Tofi si presentava, secondo il solito, duro, impalato, le braccia lungo il corpo, in mano il suo cappello a larga tesa, il suo lungo soprabitone cascante sulle gambe nervose, i suoi piedi larghi e piatti ben piantati, il mento appoggiato alle stecche del cravattone, lo sguardo dritto levato innanzi a sè, nella impostatura del soldato senz'armi.

Il conte di Staffarda stava indolentemente sdraiato in una poltrona, giocherellando con uno de' guanti che s'era levato dalla bella, fine ed aristocratica destra, e pareva che quello non fosse punto fatto suo. Però, guardando la faccia burbera e severa del Commissario di Polizia, piantatosi a pochi passi di distanza, alla qual faccia l'aria di sommissione che aveva assunta in quel momento, pareva accrescere ancora la scontrosità, il marito di Candida provò uno strano e nuovo effetto, come se gli fosse apparso in quell'alto e grosso corpo un messo del destino ad annunziargli sventura. Il generale Barranchi fece un cenno al Commissario perchè s'avvicinasse, e quando questi ebbe obbedito, gli disse in tono di comando militare, porgendo verso di lui, a mostrarglielo, il biglietto ricevuto da Langosco.

— Voi avete scritto questo biglietto?

Tofi diede un'occhiata al foglio, un'altra a chi lo interrogava, e rispose:

— Sì, Eccellenza.

— Or bene, che cos'è che avete a dire al mio amico il conte di Staffarda? Egli è qui pronto ad ascoltarvi; parlate.

Il Commissario fece scorrere lo sguardo di quelle sue pupille feline sul volto di Langosco, poi lo ricondusse [107] sulla faccia scioccamente superba del generale.

— Mi perdonerà S. E., mi perdonerà anche il signor conte di Staffarda; ma quello che devo dire, non lo posso dire che al solo conte medesimo.

Langosco staccò le spalle dalla poltrona con moto piuttosto vivace.

— Parlate, parlate pure in presenza del generale: è mio amico e non ci ho nulla, ch'io sappia, che possa volere a' miei amici nascosto.

Tofi s'inchinò leggermente ed insistette.

— Non mi è assolutamente permesso di accondiscendere al desiderio di vostra signoria. Credo mio debito parlare a Lei sola; e quando la mi avrà ascoltato sono persuaso che mi darà ragione.

Il conte fece un atto d'impazienza.

Barranchi entrò in mezzo.

— Mio caro, disse, conosco questo bravo Tofi; è il più ostinato degli uomini, e se non vuole non ci sarà verso di farlo parlare. Cedo io il campo. Parlatevi qui stesso quanto fa bisogno; e voglio sperare che il signor Tofi non avrà disturbato voi, nè vorrà disturbar me per bazzecole che non abbiano importanza.

Gettò queste parole accompagnate da uno sguardo imponente e da una mossa autorevole contro il Commissario come un'intimata. Tofi non si scompose.

— Ebbene, disse Langosco quando il generale fu uscito, parlate ora liberamente e fate presto.

Aveva egli appoggiato un gomito alla tavola che gli era vicina, s'era così appressato un poco della persona al suo interlocutore, ed aveva parlato con accento di sollecita benchè dissimulata curiosità.

Tofi depose il suo largo cappello sulla seggiola che trovò più vicina, s'aggiustò sotto il mento quadrato l'alta e dura cravatta, affondò secondo sua abitudine le manaccie entro le grandi tasche del suo soprabitone, e cominciò col tono di un interrogatorio:

— Il signor conte ebbe qualche rapporto d'interesse col fu Nariccia, assassinato la settimana scorsa?

Langosco arrossì leggermente sui pomelli delle sue magre e pallide guancie; si trasse indietro della persona con mossa d'inesprimibile fierezza, e mettendo nella sua voce un disdegnoso risentimento, disse guardando corrucciato la faccia del Commissario:

— Che è ciò? Obliate voi con chi parlate? Non son tale a cui dobbiate osare volgere le vostre interrogazioni — voi!

Innanzi a questo disprezzo il Commissario si morse il labbro inferiore e fece un atto colle mascelle come se mandasse giù un grosso boccone; in fondo alle sue occhiaie, le grigie pupille ebbero un lampo fugace che pareva voler accennare ad un riscuotersi di quella natura plebea contro lo staffile di quel disprezzo aristocratico; ma la soggezione rispettosa al grado, al titolo, alla casta non venne meno in quell'uomo pagato per difendere con zelo l'ordine di cose esistente; s'inchinò a suo modo, e soggiunse con un accento d'umiltà che stornava maladettamente coll'espressione della faccia, coll'aspetto di tutta la persona, colla rauca ruvidezza della voce:

— La mi perdoni. Si tratta della giustizia di S. M., e noi abbiamo il dovere per servirla di non arrestarci innanzi a nulla. Ella sa l'orrendo delitto che fu commesso, e certe circostanze che per mezzo della S. V. si possono assicurare, son forse tali da metterci sulle traccie della verità.

— Siete matto! esclamò il conte mezzo stupito e mezzo indignato. Che cosa ci posso entrar io in codesto?

— Se Ella mi permettesse appunto di continuare a rivolgerle alcune domande e volesse degnarsi rispondere...

Langosco interruppe con superba impazienza:

— Ditemi queste vostre circostanze cui accennate, e quando io le abbia udite saprò e vedrò che cosa vi debba rispondere o no.

Il Commissario trasse di tasca il suo portafogli, prese in mezzo a molte carte quella su cui aveva notati gli appunti della narrazione fatta dal gioielliere X, e questa ripetè per intiero, con un'esattezza che poteva dirsi crudele, e che ben vendicava il Commissario della sprezzosa impertinenza con cui il conte lo trattava. Avreste detto, chi superficialmente l'osservasse, che il marito di Candida stava ascoltando le più indifferenti cose del mondo. Aveva appoggiato di nuovo il gomito sul tavolo, teneva il mento nel concavo della mano e guardava fiso, immobile il Commissario che lo fissava entro gli occhi egli pure. Ma scrutando ben bene quella fisionomia si sarebbe visto che una maggior pallidezza dell'usato s'era stesa su quel volto logoro più dalle passioni che dagli anni, che quel sorriso ironico e superbo ond'erano abitualmente mosse le sue labbra, ora copriva una nuova emozione che tremolava, per dir così, ai due sottili angoli della bocca, che dalle ciglia ravvicinate fuggiva a sprazzi una luce d'immensa ira compressa, che sulla lucida, giallognola pelle del cranio denudato spuntavano, come punte di spilla, alcune goccioline di sudore.

Quando Tofi ebbe finito di parlare, successe in quel salotto un assoluto silenzio di parecchi minuti: s'udiva solamente il soffio un po' pesante del rifiato del conte. Que' due uomini stettero alquanto così, immobili, di fronte, l'uno seduto e l'altro in piedi, guardandosi con fissità poco meno che ostile; il Commissario voleva leggere nell'interno del conte, questi avrebbe voluto strappare dalla memoria di colui che gli aveva parlato il fatto che ne aveva appreso. Pensava frattanto con indicibile sforzo di mente che cosa fosse da farsi, qual risoluzione da prendersi. Passò la mano sul suo cranio pelato ad asciugarsi quel po' di sudore; e disse poi lentamente con voce bassa e stentata:

[108] — Non vedo ch'io sia obbligato a nulla rispondere... Potrei limitarmi a dirvi che in queste circostanze da voi narrate non c'è nulla, assolutamente nulla che possa mettervi sulle traccie di quella tal verità che cercate.

Si fermò come a prender fiato, chinò gli occhi egli innanzi a quelli del Commissario, ma li rialzò tosto di nuovo e continuò:

— Ma voi siete come i confessori, e vi si può confidare un segreto di famiglia.... È vero che mia moglie, per certi suoi bisogni, mandò, a mia insaputa, ad impegnare i diamanti, e per nascondermelo volle farmi credere fossero presso il gioielliere. Ma io non fui lungamente sa dupe. La indussi a dirmene la verità; e quando la seppi non volli che i gioielli di mia moglie stessero più a lungo nelle mani di un usuraio — e li riscattai.

Nulla era più penoso a quell'uomo che mentire; sul suo cranio si raddoppiavano le goccie di sudore.

Il Commissario si chinò un poco verso il conte e disse con accento che non era interrogativo, ma che poco mancava ad esserlo:

— L'assassinio di Nariccia ebbe luogo nella notte dalla domenica al lunedì. Ella ha certamente riscattati quei diamanti nella giornata stessa di domenica, forse anche in quella di sabato.

Langosco trasalì.

— Sì, sì, diss'egli, sabato, sabato stesso.

S'alzò per indicare che l'udienza, secondo suo volere, doveva essere finita; andò alla porta del gabinetto vicino in cui s'era ritirato il generale e l'aprì.

— Venite pure, Barranchi.

Il generale si presentò con un'aria scioccamente curiosa sulla sua stupida faccia superba.

Langosco non aspettò interrogazione veruna.

— Potete fare con giustizia i complimenti al vostro Commissario di Polizia: disse. Egli sa anche ciò che non importerebbe sapere, e che le famiglie vorrebbero molto bene nascosto a tutti. Ma ditegli anche voi che un uomo suo pari dev'essere una tomba dei segreti.

Il generale tirò avanti colla sua solita mossa il petto lucente di bottoni e di decorazioni e disse, come se comandasse il maneggio d'armi ad un pelottone di carabinieri:

— Voi sarete una tomba dei segreti.

Tofi, congedato di questa guisa, si partì.

— Caro generale: disse Langosco rimasto solo con Barranchi: a voi non voglio tener nulla nascosto. Mia moglie aveva impegnato i suoi diamanti presso quell'usuraio che fu assassinato. Tofi lo seppe e voleva conoscere il modo col quale la contessa li aveva riavuti. Sono io che appena ho appreso tal cosa, mi affrettai a riscattarli. Non fareste male d'inculcare a quel Commissario troppo zelante, che quando trattasi di certa gente come noi, di certe famiglie come la mia, come le nostre, non gli conviene avere tanta curiosità.

Barranchi prese la sua aria d'importanza e disse dall'alto del suo colletto ricamato in argento:

— Glie l'inculcherò.

Il conte di Staffarda si recò sollecitamente dal gioielliere X. Ripetè a lui quello che aveva narrato al Commissario ed a Barranchi, e con preghiera che aveva tutto il tono d'un comando, lo invitò a non parlar più con nessuno e in nessuna guisa di questa faccenda. Quindi si recò nel suo palazzo.

— La contessa è nelle sue stanze? domandò ai domestici.

E come gli fu risposto di sì, s'avviò d'un passo lento e pesante verso l'appartamento della moglie, dove entrò senza voler essere annunziato.

La contessa, che da qualche tempo veniva ricevendo alcune di cotali improvvise visite del marito, a cui egli dapprima non l'aveva avvezza mai; la contessa si volse a guardare il conte con aria meravigliata, curiosa e risentita nello stesso tempo. L'espressione del suo bel volto significava apertamente, senza che avesse bisogno delle parole per dirlo: «Che altra novità c'è ella ora? Non vi ricordate i patti e la mia volontà? Non volete più lasciarmi tranquilla?»

— Vedo che siete occupata: cominciò il conte, parlando francese, in presenza della cameriera che finiva di aggiustare sul capo della contessa le nere, abbondanti, fulgide di lei chiome: e mi rincresce disturbarvi; ma vi è proprio necessità ch'io vi dica a quattr'occhi due parole, e vi prego a congedare il più presto che si possa la vostra donna.

L'aspetto del conte era affatto gentile, e sulle labbra stavagli un sorriso che riusciva ad essere grazioso; ma entro gli occhi era un certo cupo sbarbaglio e nella voce una vibrazione che rivelavano una qualche profonda emozione contenuta a forza.

Candida s'affrettò a liberarsi della cameriera, e quando essa e il marito rimasero soli nella stanza, drizzatasi in piedi ed avvoltasi nel suo accappatoio come nell'ampio velo una statua romana, le braccia conserte al petto, la faccia audacemente levata e gli occhi fissi sul conte, dimandò asciuttamente:

— Che cosa dunque avete da dirmi? Sbrigatevi.

Langosco che s'era messo a passeggiar su e giù, si piantò in faccia alla moglie, e incrociando collo sguardo di lei il suo collerico, invelenito, viperino, disse con voce bassa ma che sibilava fra le labbra contratte:

— Quanto vi ha spillato il vostro amante, obbligandovi a mettere in pegno le vostre gioie?

Un lieve rossore salì alle guancie della contessa. La sua prima impressione fu lo stupore e la confusione: le sue pupille si chinarono un istante; ma non tardò a riprendere la sua sicurezza.

— Vi fo i complimenti, signor conte, diss'ella, del nuovo dizionario dove andate a pescare i vostri termini.

[109] — È quello che ci conviene ad ambedue: rispose il conte con sogghigno di fiera ironia. J'appelle chat un chat, et Rollin un fripon: disse quel birbo di Voltaire. Nel caso nostro il fripon sapete chi sia...

Candida fece un gesto colla mano ad imporgli silenzio.

— Basta: diss'ella con tutta l'imponenza d'una gentildonna offesa.

Ma Langosco, più animato nello sguardo, nell'aspetto e nella voce, le si accostò ancora d'un passo e proruppe con forza:

— No, non basta, signora contessa. Que' diamanti che voi avete fatto servire ad un uso così.... Ah! non dirò l'epiteto che si conviene per un resto di riguardi che forse non meritate..... que' diamanti appartennero a mia madre, e non voglio che sieno...

Essa lo interruppe.

— Ma quelle gioie, lo avete ben visto, sono tutte in poter mio....

— Non cercate di mentire: voglio sperare che non ci siate abile tuttavia: ad ogni modo non arrivereste a darmi lo scambio perchè io so tutto.

E qui ripetè in brevi parole quello che sapeva, senza dirle il come avesse ciò appreso.

Candida rimase atterrata.

— Or via, qual somma ritrasse quello sciagurato da tale imprestito?

La contessa glie la disse.

— E voi?

Candida fece un gesto di denegazione pieno di verità.

— Io? Nulla.

— E le cinquanta mila lire (e ciò dicendo il conte pronunziò più lentamente e pesando sulle parole) per riavere i diamanti furono restituite all'usuraio?

— Sì: rispose debolmente la donna.

— Ne siete certa? insistè il marito con forza.

— Credo..... mi pare..... non può essere altrimenti.

Una scura nube passò sulla fronte di Langosco.

— Ah! esclamò, potrebbe pur anco essere altrimenti.

La contessa non comprese o non sospettò neppure il significato di quell'esclamazione.

Langosco, memore d'una interrogazione che gli aveva fatta il Commissario ed avendone apprezzata e meditata tutta l'importanza, la ripetè ora a sua moglie:

— E quando vi furono essi restituiti que' diamanti? La domenica o il lunedì?

— Il lunedì.

Un piccol fremito contrasse i muscoli della faccia del conte, e le sua guancie impallidirono leggermente.

— Ah! fece egli: il lunedì.

Tacque un istante: guardava la donna con espressione indefinibile di compassione insieme e di dispetto, di rampogna e di dolore: pareva che a significare i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure non trovasse parole, e non osasse neppure avventurarsi a cercarle. Candida si sentiva afferrare da una soggezione affatto nuova, quasi da una timidezza e da una vergogna.

Dopo un poco il conte parlò e con accento di gravità, quale non gli aveva mai sentito la moglie.

— Forse a farvi dei rimproveri ci ho poco diritto, e nei vostri errori ci ho la mia buona parte di torti. Alle prime osservazioni ch'io tentassi di porvi innanzi intorno alla vostra condotta, voi potreste rinfacciarmi il mio passato e la mia, ed invocare quel patto mezzo tacito e mezzo espresso, per cui avete ricompra la vostra assoluta libertà col sacrifizio delle vostre sostanze. Mi merito questa poco bella condizione in cui mi trovo a vostro riguardo, e non cercherò più di uscirne; è troppo tardi; quindi non una parola vi dirò delle vostre galanterie, nulla neppure se avete anche l'assurdità di sciupare da parte vostra i vostri capitali; ma finchè avete l'onore di portare il nome della mia famiglia, finchè vivrò, m'incombe l'obbligo di vegliare a che questo nome non venga compromesso e macchiato. La vostra relazione con colui ch'io non voglio nominare, minaccia trascinarvi, minaccia trascinare il nostro nome in funeste — dirò la parola — in infami pubblicità. Ciò non posso tollerare, ciò dovete evitare ad ogni modo voi stessa. Non credo per ora dovermi spiegare più chiaramente. Le cose che dovrei dire mi brucierebbero le labbra. Ma pensateci voi medesima. Domandatevi come e di che viva quel.... quell'individuo, e conchiudete se possa dirsi onorevole la sorgente di quei denari che spende. Non vi do ordini, non v'impongo sollecite determinazioni; mi prendo solamente la libertà di rivolgervi un consiglio: sarebbe assai bene che quel cotale cessaste addirittura di vederlo. Quanto a questo palazzo, siccome qui sono io il padrone, e ci ho il diritto di escluderne chi voglio, do ordine immantinente che quando si presenti gli si dica chiaro che queste soglie non sono più fatte per lui, e se vuol saperne la ragione, gli farò l'onore d'ammetterlo un momento alla mia presenza per dirgliela sulla faccia io stesso.

Il conte uscì senz'aspettare risposta. Candida rimase atterrata, confusa e perplessa. Sentiva, anche suo malgrado, una certa vergogna dei fatti suoi: non aveva di certo capito tutto il significato delle parole del marito, la sua mente non era andata fino a quel punto estremo a cui pure esse direttamente miravano, ma pure sentiva che in quella sua disgraziata passione c'era oramai più che una colpa un degradamento. E tuttavia essa non aveva il coraggio di strapparsela dall'anima: e il solo pensiero che potesse avvenire ciò che le aveva consigliato il conte, di non veder più il suo amante, erale dolorosissimo. [110] In mezzo a questo suo turbamento sorgeva e veniva via aumentando una irritazione collerica, un vivace risentimento contro il marito che le aveva dette quelle parole, contro l'amante che se le meritava, contro se stessa. Bisognava risolversi a qualche cosa. Scrisse il bigliettino che sappiamo a Luigi, perchè si trovasse al convegno; ed all'ora posta fu con lui.

Le parole dettele dal marito ella non seppe ripetere esattamente all'amante, ned avrebbe pur voluto; e dalla narrazione da lei fatta risultò solamente che il conte aveva appreso l'oppignorazione fatta dei diamanti a benefizio di Gian-Luigi, la decisa volontà nel conte medesimo di voler impedire il rinnovamento di simili fatti, e la determinazione da lui presa di mettere alla porta di sua casa il signor Quercia e di dirglielo egli stesso sul muso.

Gian-Luigi stette un poco in silenzio, le mascelle contratte morsicchiando i suoi baffetti neri che le dita quasi tremanti avevano abbassati fra i denti, scolpita in mezzo della fronte con solco profondo la sua ruga caratteristica.

Tutto questo era per lui molto spiacente. Non solamente il suo orgoglio si trovava leso nel sentire che il conte lo voleva cacciare di casa sua, ma il suo interesse eziandio che era di mantenersi in assai buona attinenza con quella potente famiglia, come guarentigia contro certe indiscrete curiosità.

— Di codesto, diss'egli poi, la colpa è certo al signor X e me ne farò sentire (e qui narrò come sospettasse alcuno avesse visto i diamanti in quel poco di momenti in cui Nariccia li aveva recati nell'altra stanza, e questo qualcuno li aveva riconosciuti per quelli di lei, la qual cosa non poteva fare che il gioielliere); ma frattanto, Candida, che pensi tu di fare? abbandonarmi?

Le prese di nuovo le mani come aveva fatto poc'anzi, le accostò il suo viso più bello che mai per un'espressione d'ardenza e d'amore, le saettò negli occhi uno sguardo pieno di fuoco e di passione.

Candida sentì un caldo fremito soave correrle tutte le fibre; le sue guancie arrossirono, le sue labbra si dischiusero tremanti, i suoi occhi lampeggiarono.

— Abbandonarti? Io?... Mai!

Luigi colse con un bacio questa parola che ancora vibrava sulle coralline labbra di lei.

— Quanto al signor conte, soggiunse egli, aggrottando di nuovo le sopracciglia, non gli farò aspettare di molto l'occasione di dirmi ciò che gli frulla, e stassera dopo pranzo mi recherò io stesso da lui.....

La contessa lo abbracciò con amplesso vigoroso e tenace, come chi colla propria persona voglia difendere un suo caro da pericolo che lo minacci.

— Non vo' che ti batta con lui, esclamò ella con forza. Non voglio, non voglio... Egli è perito nell'arte di ammazzare.

Quercia la rassicurò con un sorriso che pareva significare, quando avvenisse una lotta, non per lui esservi da temere, e soggiunse coll'accento con cui si calmano le paure d'un diletto bambino:

— Non pensarci neppure. Vedrai che tutto si conchiuderà più amichevolmente che tu non creda.

Quando la contessa l'ebbe lasciato solo, Gian-Luigi stette ancora un poco riflettendo seco stesso, poscia, determinazione che veniva conseguenza delle sue meditazioni, uscì, e si diresse di buon passo verso la casa dei Benda.

CAPITOLO XII.

Francesco Benda aveva passato una notte cattiva. Un gagliardo accesso di febbre aveva spaventato non solo gli amorosi suoi congiunti, ma i medici eziandio. Il mattino colse quella disgraziata famiglia senza che pur uno, nè padre nè madre nè sorella dell'infermo, avesse chiuso quegli occhi che tutti avevano rossi dal pianto, avesse riposato quelle membra che ciascuno aveva, e non sentiva tuttavia, affrante dalla fatica e dall'angoscia. Nè la venuta del giorno arrecò alcun sollievo al giacente, alcun conforto di speranza a chi lo assisteva. Il ferito passava avvicendatamente da un sopor plumbeo ad un delirio non furibondo, nel quale, fra mille incoerenti parole che uscivano susurrate dalle sue labbra, spiccava pronunziato con più affetto, con ardenza di trasporto, un nome: quello di Virginia.

E questa, da parte sua (era esso un misterioso istinto, era una meravigliosa corrispondenza delle anime nei due amanti?), Virginia da parte sua, tutta notte era stata occupata più che non ancora mai da un'inquietudine affannosa, che le faceva immaginare, che le faceva indovinare più pericolose e crudeli le condizioni del ferito. Era di poco inoltrata la mattina, quando la nobil fanciulla, senza punto lotta cedette alle ispirazioni del suo amore ed all'impulso della sua pietà. Scrisse una letterina a Maria, come ad antica compagna ed a nuova amica, pregandola di volerle comunicare le notizie del fratello, e la mandò tosto per un lacchè, a cui fu vivamente raccomandata la sollecitudine.

Maria, che in que' momenti ne' quali la lettera di Virginia le giunse, non avrebbe voluto nè veder persona, nè ricevere biglietti di sorta, pure ad udire il nome di chi mandava quel foglio lo prese e lesse con premura. Il delirio del fratello aveva alla fanciulla rivelato il segreto dell'amore di lui; e se anima pietosa di fanciulla è pur sempre inchinevole a intenerirsi per siffatti affetti, da alcuni giorni la buona Maria era pur troppo, in mezzo ad un nuovo turbamento del suo cuore, più facile che mai ad esser [111] commossa dalla vista, dalla parola, dal pensiero di quella passione. Nelle poche righe di Virginia laconicamente gentili, la sua dilicata percezione sentì un interesse più caldo e più vivo di quel che non volesse apparire, avvertì la vibrazione d'un affetto che invano cercasse nascondersi. Maria ebbe una ispirazione da semplice ed innocente fanciulla inesperta delle cose del mondo; sedette a tavolino e rispose alla nobile amica col biglietto seguente:

«Il povero Francesco sta male pur troppo.

«Se il giorno passasse come passò la brutta notte che è finita, non oso nemmeno pensare a quel che ne potrebbe avvenire.

«Ho pregato tanto la Madonna, e mi pare che la dovrebbe pur farci la grazia di salvarcelo.

«Sento una voce in cuore che mi dice esservi una persona al mondo che potrebbe richiamarlo alla vita.

«Questa persona è Lei, cui Francesco, nel suo delirio, ha invocata tutta la notte.

«Oh! s'Ella venisse a farci questo miracolo! Dio la benedirebbe per tutta la vita.»

Maria, scritte rapidamente queste parole, non riflettè, piegò la carta, la suggellò e la fece rimettere nelle mani del domestico di Virginia che aspettava. Se avesse riflettuto alquanto non l'avrebbe mandata: se ne pentì appena il lacchè fu partito, ma era troppo tardi e stette aspettando con ansia l'effetto delle sue parole.

Quest'effetto fu il migliore ch'essa potesse desiderare. Abbiamo visto come il primo impulso di Virginia nell'apprendere la disgrazia avvenuta a Francesco, fosse stato quello di accorrere essa stessa di persona a casa di lui; trattenuta dallo zio e da costui posta in guardia contro le imprudenze e i trasporti della passione, mercè il racconto delle funeste avventure di sua madre, Virginia aveva momentaneamente ceduto, ma non aveva in modo assoluto determinato che mai non avrebbe più tentato quel passo, ch'ella in cuor suo dicevasi potere diventare per certe circostanze, quasi un dovere in lei. Il racconto delle sventure di sua madre, se aveva potuto contribuire a scemar in essa le speranze che avrebbe potuto concepire intorno all'amor suo, ed abbiam visto com'ella poca o nessuna ne avesse, se aveva potuto ispirarle più riguardosa prudenza, non era fatto per isminuirle quella passione d'amore che già troppo oramai era in lei radicata e cresciuta.

Oh come ella aveva ripensato tra sè, e ricontatosi quel doloroso romanzo che aveva avuto per eroina sua madre, e di cui lo zio le aveva ora tracciate le linee principali! Come la sua fantasia eccitata aveva alacremente lavorato intorno a questi tratti precipui e compitone il disegno e menativi i colori e terminato il quadro! La sua tenerezza per la madre aveva sempre avuto qualche cosa di speciale, quasi potrebbe dirsi di misterioso, come se il suo istinto di figliuola avesse sentito nell'esistenza di quella cara e veneranda creatura un profondo dolore da consolare. Ora questa tenerezza, ch'ella sempre serbava all'anima della morta, s'era accresciuta vieppiù; ora era essa penetrata nel mistero di quel dolore e ne trovava ancora più pietosa la causa; ora comprendeva il significato di quello sguardo mesto, lungo, quasi imploratore, ch'ella ricordava aver visto tante volte nei begli occhi della madre. Virginia s'era recata innanzi al ritratto di questa che pendeva alle pareti nella sua camera da letto, ed era stata lungamente contemplandolo. Quante cose le diceva ora quel pallido viso leggiadro, che mai non aveva ella dapprima avvertite! Non era una colpa l'amor suo, ben lo aveva ella sentito; era una sventura: ma sapendo che a tale sventura aveva partecipato sua madre, le pareva che più nobile, più degna quella disgrazia si fosse, e se la aveva più cara.

Ad accrescere la passione dell'animo di Virginia venne la notizia dei fatti compiutisi alla fabbrica Benda e dei pericoli che quella famiglia avevano minacciato. Aveva sperato la nobil fanciulla di poter per mezzo di Maurilio sapere tutta e particolareggiata, e man mano la verità, ma fallitale, come abbiam visto, questa speranza, maggiori n'erano diventati il suo timore, la sua inquietudine, l'affanno dell'anima sua. La letterina di Maria giunse in buon punto per deciderla affatto a quello che già pensava seco stessa, a quel partito cui fino da principio aveva voluto effettuare, ed a cui non aveva rinunziato mai. Si coprì d'un fitto velo, si avvolse in un modesto mantello, si fece seguire dalla sua governante, uscì ratta a piedi, come quando recavasi modestamente in chiesa, e salita in una carrozza da nolo si fece condurre alla casa dei Benda.

Maria sedeva appiè del letto di suo fratello, il quale era di nuovo caduto in quel sopore che lo faceva rassomigliare poco meno che ad un cadavere. Quando alla fanciulla vennero ad annunziare che una giovane e bella signorina domandava di lei, una subita speranza le nacque in cuore che la potesse esser quella di cui essa aveva invocata la presenza, ma non osò accoglierla questa speranza; già s'era pentita, come dissi, d'aver scritto quel biglietto, e pensando all'orgoglio aristocratico che certamente doveva avere quella giovane, venivasi persuadendo che quel foglio la lo avrebbe disdegnosamente gettato e non altro. Corse di là con sollecitudine e mandò un'esclamazione di gioia e di riconoscenza nel vedersi davanti, ritta in mezzo la stanza, il velo sollevato dalla faccia leggiadra, la contessina di Castelletto.

— Dio la benedica! disse Maria, e le prese ambedue le mani, e si curvò come se glie le volesse baciare.

Ma Virginia la trasse su, le gettò le braccia intorno alla vita e l'abbracciò come una sorella.

[112] Le due fanciulle si guardarono entro gli occhi, e si compresero più che per qualunque lungo discorso; si sentirono per affetto e per tempera d'anima congiunte; a dispetto d'ogni distinzione sociale si avvertirono pari.

— Posso io vederlo? domandò Virginia con una virtuosa franchezza, senz'ambagi come senza falsa vergogna.

Maria la prese per la piccola mano affilata e rispose con una sola parola:

— Venga.

La introdusse nella camera dove il ferito giaceva. Siccome le imposte della finestra erano rabbattute, Virginia da principio non vide che confusamente in quella oscurità. Al rossigno chiarore che mandava il fuoco del caminetto scorse una donna attempata, la quale, vedendo entrare una ignota, s'alzava da sedere. Maria le correva presso, le bisbigliava poche parole all'orecchio e quella donna faceva alla nuova venuta una profonda riverenza. Era essa la madre di Francesco.

Virginia camminò lentamente verso il bianco cortinaggio del letto che spiccava nel buiccio di quella stanza. I suoi occhi, cominciando ad avvezzarsi alla poca luce, videro sui cuscini abbandonata la testa simpatica del giovane. Le palpebre erano richiuse e le lunghe ciglia si disegnavano finemente sul pallore delle guancie. Le labbra scolorate erano semiaperte, ma pareva che di mezzo a loro non uscisse soffio nessuno di respiro. Solamente di quando in quando un gemito esile, ma penoso, saliva su dal petto e passava lento, trascinato per quella bocca socchiusa. Qual differenza fra quel misero giacente che soffriva e il robusto ed aitante garzone che Virginia aveva visto pochi giorni prima alla festa da ballo, che le aveva allora appunto con tanta ardenza svelato il suo amore!

Ella si fermò a pochi passi dal letto. Sentì nel suo cuore una pena che era quasi un rimorso; una ineffabile tenerezza le mandò agli occhi due lagrimette ch'ella non pensò neppure di asciugarsi.

— Gli è per me, a cagion mia, pensò, ch'egli è ridotto in tale stato.

Lo sguardo di Virginia parve esercitare alcun influsso sull'infermo: certo per uno di quegl'inesplicabili istinti d'innamorato, egli, anche inconsciamente, sentì alcun effetto della presenza di lei. Gli occhi rimanevano chiusi tuttavia, ma un lieve color rosato saliva su alle guancie, ed il respiro si faceva più sensibile. Ella fece ancora un passo verso il letto: gli occhi di lui si spalancarono e stettero immobili, fissi su quella bellissima figura di donna che avevan dinanzi e ch'egli credeva una felice visione del suo delirio. Tutta la notte il caro fantasma di quelle sembianze era passato e ripassato nei torbidi sogni della sua malata fantasia; ma egli non aveva potuto fermarselo mai innanzi alla mente per tanto tempo e in sì precise forme quanto desiderava: credette che ora fosse questa un'apparizione come le precedenti, ma più simile alla realtà, più netta di forme e più duratura. Lo sguardo semispento de' suoi occhi affondati prese una ineffabile espressione di tenerezza, di gioia e di preghiera; e le sue labbra mormorarono con appena sensibil soffio di voce:

— Oh! non fuggirmi così presto, diletta immagine dell'amor mio!

Virginia superò d'un tratto con piè leggiero la poca distanza che ancora la separava dal giacente e si curvò su di lui come per raccoglierne le pronunziate parole. Negli occhi del ferito apparve una sorpresa, una commozione, quasi un timore. Richiuse le palpebre come per vedere se quell'apparizione era nella sua mente soltanto, o proprio nella realtà, all'infuori di lui: e in quella sentì, come un soffio soave di paradiso, un alito profumato passargli sulla fronte, e una celeste melodia di voce femminile pronunziare teneramente il suo nome:

— Francesco!

Il giacente mandò un grido — un vero grido — di gioia. Teresa e Maria accorsero sollecite, quasi spaventate. Ma non c'era onde spaventarsi. Gli occhi del giovane riapertisi brillavano di tutta la luce della salute e della ragione: l'anima fatta beata raggiava la sua letizia da tutte le sembianze della leggiadra faccia.

— Virginia! Virginia! esclamò egli con voce più forte di quello che altri avrebbe mai potuto credere.

Non avevano fatto che pronunziare a vicenda l'un dell'altro il nome; ma quante cose con quella sola parola e' s'eran dette! ma come s'erano reciprocamente compresi! come si sentivano l'un dell'altro penetrar l'anima nell'anima!

Virginia tornò a curvarsi sopra il giacente, e fece sommessamente di nuovo suonare la melodia della sua voce.

— Non parli, glielo proibisco. Sono venuta a pregarla di guarir presto, e la mi deve obbedire. A questo patto soltanto le perdonerò il troppo dolore ch'Ella ha dato a sua madre, a tutta la sua famiglia.....

Stette un breve momento, e poi soggiunse a voce più bassa:

— Ed a me.

Francesco beveva cogli occhi lo sguardo, colle orecchie la voce dell'amata fanciulla. Sentiva nelle vene, in tutto l'esser suo rifluire di subito nuova e più potente la vita; gli pareva di colpo fugato ogni male, e quasi effettuato in lui il miracolo del Nazareno, che aveva detto all'infermo di levarsi, prendersi il suo letto in ispalla e camminare. Le parole gli mancavano alle idee, le idee stesse gli mancavano all'espressione della sua felicità.

Non passarono più che dieci minuti. Fu un attimo [113] pel loro desiderio, ma vi fu abbastanza di tempo perchè le più svariate e numerose sensazioni di tenerezza e d'amore si avvicendassero nelle loro anime. Le labbra non promisero nulla, gli occhi si scambiarono mille giuramenti. Virginia, allontanandosi dal giacente per partirsi, lasciava nel cuore di lui un balsamo taumaturgo da risanarlo assai più presto e meglio d'ogni farmaco di medico.

Mentre la fanciulla stava per uscire di quella stanza, vi entrò un uomo. Era il padre di Francesco, che veniva inquieto a vedere suo figlio. In presenza delle donne Virginia non aveva avuto pure un istante di turbamento o di confusione; la vista d'un uomo la fece arrossire fino alla radice dei capelli. Prese ella vivamente per mano Maria, come se volesse con quell'atto significare che all'interesse ed all'affetto per la compagna dovevasi la sua presenza in quel luogo, e s'affrettò ad uscire dalla stanza, passando innanzi a Giacomo, il quale, riconosciutala, salutava con profondissimo inchino.

Giunte nella camera che precedeva quella di Francesco, Maria e Virginia trovarono Gian-Luigi che sopraggiungeva, preceduto da un domestico. Maria arrossì leggermente nel rispondere al saluto del giovane i cui sguardi e la cui attenzione furono attirati dalla superba bellezza della titolata fanciulla. L'aspetto di Quercia era tale ancor esso da non passare inosservato a qualunque lo vedesse, e Virginia, senza pur darsene conto, fissò quasi con curiosità i suoi limpidi occhi sulle sembianze virilmente belle di quel nuovo venuto, e rispose con una cortesia che era presso che famigliare e benevola al saluto di quel giovane che non ricordava aver veduto ancora mai. Avviene molte volte che al bel primo incontrarci con una persona, questa non ci pare affatto estranea; o sia una somiglianza con altre persone, o sia una certa misteriosa affinità fra i nostri esseri che si rivela con una specie d'istinto inavvertito, o sia un effetto travelato di attinenze anteriori avute in una vita precedente, il fatto è che certuni appena ci vengono innanzi ci sembrano conoscenze d'antica data, e siamo disposti di subito a conceder loro più domestichezza ed interesse che non ad altri da molto tempo già conosciuti. Fu un poco di quest'effetto che Virginia provò alla vista di Gian-Luigi, e quasi uguale fu quello che sentì il giovane a trovarsi faccia a faccia colla nobil ragazza cui aveva vista da lontano parecchie volte, ma non aveva mai accostata. E, cosa strana, in questa sua sensazione, non entrava menomamente quel suo ardore di voluttà che gli faceva desiderare ogni bellezza di donna, ma eravi come una tinta di rispetto, come un'ombra di affettuosa deferenza, come un istintivo impulso ad inchinar riverente quelle belle sembianze.

Maria vide l'ammirativa fissità dello sguardo di Gian-Luigi su Virginia, e sentì una dolorosa fitta nel cuore. Anche la gelosia doveva nascere in quella povera, innocente fanciulla a confermarle e ribadirle nell'anima l'infausta passione che vi si era insinuata. Non disse che poche parole a Quercia, invitandolo a passare nella camera di Francesco, e seguitò ad accompagnare la bella visitatrice che si partiva, fino all'anticamera.

Nel momento di prender commiato, Virginia, stringendo amichevolmente la mano a Maria, le disse:

— Scriverò a Lei per avere ulteriormente le nuove di suo fratello; la sia compiacente di darmene senza troppa parsimonia.... E spero che ci rivedremo.

Quando la nobil fanciulla fu partita, Maria pensò un istante, invece di tornare presso suo fratello, di andarsi a rinchiudere nella sua camera e non uscirne più finchè Quercia si fosse partito; e s'avviò realmente per porre in atto questa risoluzione, ma non n'ebbe la forza. Quando fu nel salotto che precedeva la camera di Francesco, vide che Gian-Luigi non era passato di là, ma stava lì tuttavia, come aspettando. Si turbò molto nel trovarsi sola con lui, non osò guardarlo e stette impacciata, a pochi passi da lui, senza parlare.

Egli le faceva piombare addosso quel suo sguardo caldo, luminoso, efficace, che penetrava nell'anima; e la giovanetta, pur colle palpebre abbassate, lo sentiva posarsi con infinita soavità, come una carezza amorosa, sulla fronte, sul volto, sulla persona, avvolgerla come d'un fluido voluttuoso, e vincerle ogni volontà. Quercia s'accostò alla fanciulla, e le prese una mano; ella si mise a tremar leggermente, e volle liberar la sua destra, ma egli ne la trattenne con dolce violenza.

— Maria! susurrò egli chinando la sua bocca sulle chiome di seta che ornavano la testolina curva della ragazza: e la sua voce era sì espressiva ed insinuante! e l'accento era pieno di tanto amore e di sì cara espansione che una dolcezza ineffabile invase ed occupò tutto l'essere della innamorata fanciulla.

I suoi occhi si levarono quasi tratti a forza verso gli occhi di lui, e la luce brillò in essi ripercossa da due lagrimette.

— Maria! ripetè egli col medesimo accento, premendosi al petto quella mano che seguitava a tener fra le sue.

Dal labbro della giovane fuggì, saettato per così dire dall'emozione, il segreto del suo cordoglio.

— Ah! com'Ella ha guardato la contessina di Castelletto! disse con amarezza in cui non c'era rimprovero, ma dolore.

Quercia cominciò per rispondere con un sorriso soltanto, ma con uno di quei suoi sorrisi ammaliatori che erano più eloquenti d'ogni parola, e che bastò a rassicurare ed a rallietare l'animo di Maria; poi disse:

— Sì, la ho guardata, perchè io ammiro la pietà [114] dovunque si manifesti, e trovo degno di lode il sentimento che condusse presso il letto del giacente la figliuola d'una superbissima schiatta. La ho guardata, ma l'ho io veduta? Come donna, no. Di donne ve n'è una sola al mondo ch'io veda oramai, una sola che esista per me...

S'interruppe, sollevò lentamente alle sue labbra la mano che teneva e vi posò un lungo e caldissimo bacio; poi soggiunse con voce più bassa, ma con accento ancor più espressivo:

— E quest'unica donna — Maria — sei tu!

La fanciulla si riscosse come subitaneamente colpita da una potente scintilla elettrica, arrossì, impallidì, tremò, accennò cadere, si aggrappò al braccio di lui per sostenersi.

— Sì, Maria, sei tu. Benedico questo momento che Dio mi concede da poterti parlare in libertà. T'amo e voglio che tu sia la donna compagna del mio destino; ma non mi piace ottenere questa felicità da altri che dall'amor tuo. Ti senti tu di amarmi? Ti senti tu d'esser mia, tutta mia, sempre mia?

Ella appoggiò la sua fronte al petto di lui per nascondere il dolce rossore del suo viso e mormorò sommessamente:

— Sì... Oh sarò felice!

Allora egli la staccò dolcemente da sè, e con gentile riverenza inchinandosi innanzi, disse:

— Mi permette dunque, madamigella, ch'io domandi la mano di Lei ai suoi genitori?

Maria gli porse la destra.

— Ed io glie la do senz'altro. Babbo e mamma non avranno altra volontà che la mia.

Quando Quercia ebbe baciata quella mano, ella si fuggì ratta, e questa volta andò proprio a serrarsi nella sua camera, dove sentiva il bisogno di essere sola.

Il medichino la seguitò con uno sguardo in cui brillava una bassa cupidigia sensuale.

— Oltre i suoi denari, disse fra sè con cinismo, avrò anche una donnetta che mi piace... finchè ne sia poi stufo.

Ricompose la sua faccia ad espressione onesta, ed entrò nella camera di Francesco.

Il miglioramento dell'infermo era evidente anche agli occhi d'un profano all'arte medica; e il padre e la madre di lui lo avevano subito avvertito, pensatevi se con lieto animo. Quercia certificò questo prospero mutamento e crebbe la consolazione dei parenti, il buonumore del malato. Per la prima volta, dopo parecchi giorni, in quella famiglia così crudelmente provata, entrò di nuovo la tranquillità dello spirito e trovò luogo il sorriso.

Si parlò con mente più libera di cose varie e indifferenti; e Francesco domandò che cosa succedesse per la città, come si fossero passati gli ultimi giorni di carnovale e quali novità occupassero le ciarle dei cittadini. Il sor Giacomo, fra altre cose, disse della principale di codeste novità, che era quella dell'assassinio di Nariccia, di cui non sapeva bene però tutti i particolari, essendo vissuto in quei giorni così segregato dal mondo, e quindi chiedendone al dottore: ma questi non parlò a lungo di tale argomento; ripetè spiccio le voci principali che correvano, e poi tosto consigliò a fare in modo che l'infermo non avesse tanto da parlare, e quindi troncare per allora il discorso.

Ma il ricordare quel delitto aveva richiamato qualche cosa alla mente del padre di Francesco. Quercia, che era osservatore acutissimo e sempre in sull'avviso, s'accorse che a questo proposito alcun che era intravvenuto che più da vicino toccava quella famiglia o il sor Giacomo solo, perchè quest'ultimo aveva preso un aspetto alquanto preoccupato, e guardava il dottore con una certa espressione fra di curiosità e di dubbio, di esitanza e di imbarazzo che pareva significare aver egli qualche cosa da dire ed essere incerto se e come dirla.

Gian-Luigi decise tosto tagliar netto il nodo; si chinò verso il signor Benda, e gli disse sotto voce:

— Avrei bisogno di parlarle. La mi vuole concedere due minuti di colloquio nel suo studio?

— Volentieri. Ho giusto ancor io una strana circostanza da comunicarle.

Quando furono di là il giovane invitò il padre di Francesco a parlare per primo: ma il signor Giacomo non volle.

— No, no, parli Lei: il suo contegno mi dice che le sono cose gravi quelle che la mi ha da dire, ed io, avvezzo oramai a nuovi colpi della sventura, sono ansioso di sentire se qualche nuovo malanno ci minaccia.

Luigi fece sorridendo un atto rassicuratore.

— No. Debbo trattenerla di due cose: la prima è una bazzecola che la mia poca memoria mi ha tolto di dirle prima, come già avrei dovuto fare; l'altra è una proposta, importantissima per me, pel quale si tratta della felicità della vita.

Il signor Giacomo, la cui curiosità fu vivamente desta da tali parole, fe' cenno al suo interlocutore parlasse liberamente.

— Cominciamo dalla cosa indifferente. Il parlare ora del delitto commesso la notte dell'ultima domenica di carnovale, mi ha fatto ricordare che io, quella notte medesima, quando mi sono partito di qua, su questo stesso viale che qui conduce, fui vittima d'un'aggressione.

— Lei?

— Sì, signore. Due uomini mi assalirono, dei quali uno era un colosso. Non pensai mi convenisse opporre resistenza; mi spogliarono di quanti denari avevo, e, quel che più mi dolse, mi presero anche il mantello che qui mi era stato imprestato: ed ecco la cagione per cui non l'ho potuto ancora, nè lo potrò mai restituire.

Giacomo fece un atto ed un'esclamazione che significavano: «Ora capisco tutto.»

[115] — Egli è appunto cosa che riguarda quel benedetto mantello che io le ho da dire. In causa di esso io ebbi una chiamata dal giudice istruttore.

— Davvero? esclamò Quercia, che nascose il suo malessere sotto le mostre dello stupore.

— Sicuro; e ci fui questa mattina medesima.

— E che le si disse adunque? Il mio aggressore sarebbe stato arrestato?

— No, ma il suo aggressore dev'essere niente meno che l'assassino di quell'usuraio.

— Possibile! Oh come? oh come?

— Nelle mani dell'assassinato si trovò un pezzo di bavero, sotto cui trapunte due lettere iniziali. La Polizia ebbe a sè tutti i sarti della città per vedere se alcuno riconoscesse in quello un suo lavoro, e il sarto mio e di mio figlio disse che quello era il colletto d'un mantello da lui fatto pochi mesi sono per Francesco, del cui nome infatti sono iniziali le lettere che vi si trovano trapunte. (E il nostro sarto ha appunto l'uso di ricamare tali cifre per distinguere i panni miei da quelli di mio figlio). Mi si mostrò quello squarcio e mi si domandò se lo riconoscevo: io risposi che quelle erano invero le iniziali del nome di mio figlio, che ben mi pareva quello il pezzo d'un suo vestito, ma che non potevo esserne sicuro. Si volle sapere se un mantello od altro oggetto di vestiario qualunque mancasse alla guardaroba di Francesco, e per che cagione la ci mancasse, ed io dovetti contare come quella sera fatale avessimo dovuto imprestare a Lei, a cui abbiamo tanto debito di riconoscenza, un mantello per tornarsene la notte a casa sua.

Gian-Luigi ebbe tanta padronanza di sè da nascondere la sua contrarietà, la fiera rabbia ond'era assalito.

— Ho avuto torto, diss'egli, a non dare importanza a quell'aggressione. Se fossi andato subito a denunziare il fatto, dando io i connotati dei malandrini, e li posso dare esattissimi, avrei forse conferito allo scoprimento de' rei; ma pensai allora che non valesse manco la pena di scomodarsi. Però si è ancora certamente in tempo, e conto recarmi tosto dal Commissario di Polizia.

— Farà bene. Di sicuro non è su Lei che possano cadere sospetti di tal fatta; ma un altro da questo viluppo di circostanze potrebbe venir compromesso. È meglio affrettarsi a dilucidare le cose.

Quercia, con atto di cordiale franchezza, tese la mano al signor Giacomo.

— Lei, signore, mi dice superiore a questi sospetti, e sono persuaso che tale mi crede; ma in realtà Ella conosce poco di me e nulla delle cose mie. Avrà udito di me varii giudizi nel mondo, e forse malevoli i più: ma il vero è che nessuno sa nulla dell'esser mio, del mio passato, delle mie reali condizioni. Ebbene ora voglio che Ella mi conosca compiutamente; devo farmene compiutamente conoscere, prima di avventurare una domanda, da cui, come già accennai, dipende la felicità di tutta la mia vita.

Si raccolse un momento, e poi raccontò il seguente romanzetto della sua vita ch'egli si era preparato per simile occasione.

— Lungo tempo io vissi come trovatello. La mia nascita toglieva un vistoso patrimonio a certi collaterali della mia famiglia, i quali mi fecero pertanto sparire e mi relegarono in un ospizio. Un po' di rimorso in que' sciagurati che così mi sacrificavano, li indusse a farmi levare di là ed affidarmi alle cure d'una donna che mi fosse nutrice e madre, incaricando di vigilare su di me un medico del villaggio in cui questa donna abitava. Quando fui cresciuto, questo medico, sempre per mandato di que' tali, mi fece studiare, mi mandò all'Università, e poichè fu giunto all'estremo di vita mi ebbe a sè e mi rivelò il segreto. I miei nemici avevano così bene prese le loro precauzioni che nessun documento più, nessuna prova sopravanzava da farmi restituire il mio nome e l'esser mio; d'altronde trattavasi dell'onore di certi autorevolissimi personaggi che si voleva salvo ad ogni modo, così che se io, istrutto di qualche cosa, avessi tentato il ricupero del mio vero stato, mi sarei esposto anche al pericolo di vedere minacciata, non che la libertà, la mia vita. Per rimediare in alcun modo al torto che mi era fatto, quei medesimi avevano mandato al medico circa cento cinquanta mila lire da darmi brevi manu, capitale che per poco mi sapessi industriare avrebbe bastato a farmi vivere agiatamente. Il medico medesimo, commosso dalla pietà del mio caso, mi lasciava parte delle sue sostanze. Che doveva io fare? che mezzi mi restavano da ribellarmi contro il mio destino? Accettai e mi tacqui. Quel capitale, che fu da principio di poco meno che duecento mila lire, per mezzo di certe speculazioni industriali... fatte in Francia... ho più che accresciuto; ed ecco l'origine di quella ricchezza che la gente trova forse misteriosa, e di cui non curo, anzi disdegno di porgere al volgare la menoma spiegazione. A Lei, prima di fare la domanda che sto per volgerle, dovevo dare questa spiegazione; ed anzi, siccome la non è obbligata a credermi soltanto sulla parola, le darò per prova della verità del mio asserto uno scritto tutto di pugno di quel medico, — e la sua firma si può riscontrare e fare autenticare per vera quandochessia — nel quale ogni cosa è narrata per disteso, scritto lasciatomi da lui, appunto perchè in qualunque caso io potessi trionfalmente rispondere ad ogni sospetto che potesse sorgere, ad ogni accusa che mi si potesse affacciare intorno alle fonti di quelle mie sostanze.

— Io non ho bisogno di questo — si credette in obbligo di dire il signor Giacomo, il quale non sapeva ancora a che volesse parare il giovane con siffatti discorsi — per prestar fede alle sue parole.

E Gian-Luigi con maggiore la vivacità:

[116] — Crede Ella dunque che un uomo in queste circostanze, con mezzo milione di patrimonio, possa aspirare senza troppa audacia alla mano della fanciulla d'un'onesta famiglia, d'una fanciulla ch'egli ama più d'ogni cosa al mondo?

Giacomo comprese finalmente; ma la cosa gli giunse così inaspettata che non ebbe parole fatte e non seppe dimostrare il suo stupore altrimenti che coll'espressione della sua faccia; il giovane inchinandosegli dinanzi con cerimonia, come aveva fatto testè dinanzi a Maria, gli disse con accento solenne:

— Ho l'onore di domandarle la mano di sua figlia, madamigella Maria.

Il signor Benda, tanto meravigliato ancora che non sapeva bene tuttavia se questa domanda gli faceva piacere o no, rispose come rispondono tutti i padri in simili occasioni: esser questo un onore, ma prima di prendere una decisione aver bisogno di consultare la famiglia, e la figliuola sopratutto, eccetera, eccetera, e soggiunse che in quelle tristi circostanze in cui si trovavano, troppo non era acconcio il tempo a pensare e parlare di cose siffatte.

Quercia si credette allora in obbligo di spiegare la ragione per cui non ostante la poco propizia occasione, chè riconosceva ancor egli quella essere tale, avesse pur tuttavia affrettato di avventurare la sua domanda. Disse che il suo amore per Maria era nato ben dapprima ch'egli si fosse introdotto in quella casa (il mentire non gli costava nulla) che ora avvicinandola erasi quell'affetto accresciuto a dismisura, e che, dovendo egli partire fra poco tempo per recarsi in Francia, appunto per quelle sue certe speculazioni che aveva detto averci colà intraprese, e fermarcisi forse un anno ed anco più, non poteva acquietarsi all'idea di partire senza aver deciso il destino del suo amore. Questo era il motivo per cui aveva così bruscamente dichiarato le sue intenzioni, e pregava in conseguenza che non gli si facesse di tanto ritardare, qualunque si fosse, la risposta che invocava.

Il signor Giacomo fissò il dopo dimani per una risposta definitiva, e i due si separarono con una stretta di mano che era più che d'amico, quasi già di congiunto.

Gian-Luigi, uscendo da quella casa, s'affrettò verso il Palazzo Madama, dove domandò di parlare al signor Commissario.

CAPITOLO XIII.

Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore: vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese, avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:

— In quanti uomini siete costì?

— Siamo sette.

— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete passare solamente quando avrò suonato.

Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone, il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo stanzino profondamente meditabondo.

Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere, mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava, il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso, [117] poi divenne grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di superiore:

— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi? Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più opportuno.

La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare timorosamente l'ambasciata.

Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:

— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.

Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un gran personaggio.

Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.

Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San Luca o il marchesino di Baldissero.

— Sor Commissario, diss'egli colla sua voce vibrante e l'accento fiero d'un padrone sdegnato, la sa che non mi tocca fare anticamera nemmeno dal Governatore, nemmeno dal signor Ministro?

Tofi alzò gli occhi sul giovane e lo saettò d'uno sguardo acuto, incisivo, penetrante di sotto l'arco sporgente delle sue folte sopracciglia. Luigi sentì da quell'occhiata come un urto nel cervello e nel petto: gli fu necessario usare tutta la sua forza, tutta la padronanza che aveva su se stesso per frenare un sussulto; ma le sembianze non ne lasciarono scorger nulla. Conobbe di botto che aveva un fiero lottatore di fronte; ma non si sentì impari allo scontro. Rispose con uno sguardo più superbamente sdegnoso che mai.

Il Commissario se ne intendeva di forza d'animo e d'espressione di fisionomia.

— Ecco una stupenda figura, pensò, tenendo fisi sul volto del giovane i suoi occhi, che però cessarono di avere l'aggressività di prima. Questo individuo non deve far nulla di mediocre. Se ha posto il piede nella via della scelleratezza ci andrà — ci sarà andato — più innanzi d'ogni altro.

Sentì una specie, non dirò di rispetto, ma di riguardo verso quella forza di tempra che vide rivelarglisi, che indovinò ancora più. Avvezzo a rispettare ogni superiorità sociale, riconobbe e quasi accettò quella superiorità di volere e di pensiero che aveva dinanzi. Laonde nella sua risposta non ci fu tutta quella insolente asprezza che altri si sarebbe potuto aspettare. Sedeva egli alla sua scrivania, al piano della quale appoggiava il gomito sostenendo colla mano la sua faccia pelata di color ulivigno, che teneva rivolta verso il giovane in piedi pochi passi da lui distante, e senza punto muoversi, disse lentamente:

— Se S. E. il governatore e S. E. il ministro non le fanno fare anticamera, gli è perchè andrà da loro in momenti in cui non ci hanno nulla da fare. Io, che non ne ho punto di questi momenti, non posso trascurare il servizio del Re per far piacere a questo ed a quello. Ha capito?

Sulla faccia di Quercia parvero lottare un sentimento d'irritazione e un altro di cedevolezza (ed era questa in lui tutta arte sopraffine da comico): dopo un poco la diede vinta a quest'ultimo, fece uno de' suoi incantevoli sorrisi che significava apertamente: «Siete un originale, e conviene prendervi come siete;» e disse con accento scherzoso:

— Ho capito benissimo.

Siccome lo sguardo acuto di Tofi si levava al cappello che il giovane teneva ancora in testa, ed essendo in casa altrui era dovere levarselo, Gian-Luigi se lo tolse sbadatamente; come compiendo un atto abituale, senza darci importanza, e lo gettò sul forzierino lì presso: poi senza aspettare l'invito di sedere che il Commissario non pareva disposto a fargli, prese una seggiola e venne ad assettarsi ad un passo di distanza dalla scrivania.

— Posso sapere che cosa mi vale questa sua visita? domandò allora con accento burbero il signor Tofi che non aveva mai tolto il suo sguardo dal giovane.

Questi rispose con quell'accento scherzosamente leggiero che pareva aver adottato per tono della conversazione:

— La lo può sapere di sicuro, perchè son venuto apposta per dirglielo.

Raccontò la favola dell'aggressione notturna, quale [118] l'aveva narrata al padre di Francesco, e diede dei suoi aggressori i connotati che corrispondevano precisamente a quelli di Graffigna e Stracciaferro. Tofi lo aveva ascoltato, guardandolo sempre con quella fissità che era fatta per turbare anche un innocente; e Quercia non se n'era menomamente lasciato turbare.

— Bene: disse il Commissario con ironia; Ella mi ha dipinto a meraviglia due malfattori che dovettero prender parte all'assassinio dell'usuraio Nariccia; ce ne manca soltanto uno, poichè abbiamo la certezza che a compire quell'orrendo delitto erano in tre. Saprebbe dirmi qualche cosa anche del terzo?

Gian-Luigi lo guardò come uomo che non comprende, e che non si cura dare importanza agli indovinelli cui piaccia al suo interlocutore affacciargli.

— Credo, rispose con disdegnosa leggerezza, che non sia mio còmpito, ma il suo, quello di rintracciare questa razza di gente.

— E lo rintracceremo, e lo troveremo: disse lento e spiccatamente il Commissario chinandosi alquanto verso Gian-Luigi e guardandolo più fiso ancora di prima.

Quercia non ebbe la menoma contrazione dei muscoli della faccia, nè il menomo batter di ciglia.

— Lei è medico? domandò bruscamente a un tratto il signor Tofi.

Gian-Luigi s'inchinò con una ironica ma elegante cortesia.

— Per servirla; rispose.

— Sarei curioso di sapere in quale Università ha presa la sua laurea di medicina.

— La curiosità è una dote del suo mestiere, ma non credo che sia un obbligo dei cittadini il soddisfarla.

— È un obbligo molte volte cui impone la giustizia. Parecchi anni sono c'era nell'Università di Torino uno studente di medicina che aveva molta rassomiglianza con Lei; ma frequentava più le bische, i bigliardi, i convegni di certe donne, eccetera, che non le lezioni dei professori; e non avvenne mai che questo cotale prendesse la laurea. Sparì un bel dì carico di debiti, e si ha forti dubbi che poi ricomparisse con altro nome, dandosi addirittura per medico e sfoggiando una ricchezza che nessuno sa com'egli si fosse guadagnata — o si guadagni.

Gian-Luigi appressò la sua seggiola alla scrivania ed a questa appoggiò il gomito con mossa piena di grazia e di eleganza; poi, battendo una marcia sul mobile colle dita bianchissime della destra che aveva sguantata, prendendo un tono di libera domestichezza, ma non scevro d'una certa superiorità, domandò:

— Parli chiaro, sor Commissario. È questa una specie d'interrogatorio che la mi dirige?

— E se lo fosse, signor dottore, che la risponderebbe?

— Risponderei la verità. Quello studente ed io siamo una persona sola. S'io non ho la laurea di medico, non n'esercito neppure la professione, ed è innocente inganno quello di prendere un titolo vano che l'uso suol dare di subito a chi intraprende una di simili carriere. Lo studente di leggi è salutato fin dal primo anno col titolo di avvocato, e lo studente di medicina con quello di dottore. Quanto alle mie ricchezze, dove mi se ne chiedesse l'origine, ad uno qualunque, direi che gli è un impertinente, e saprei dargliene anche la meritata lezione; ad un'autorità, come sarebbe Ella, quando credesse per una ragione qualunque di suo ufficio dover entrare in questi che sono individuali segreti, avrei buono in mano da provare la legittimità della provenienza di tutto ciò che possedo.

— Ebbene, signor dottore o non dottore; proruppe con una specie d'impazienza il Commissario; quell'autorità le sta dinanzi, e il momento di dar questa prova è venuto.

Quercia si trasse indietro levando il capo e drizzando il collo in una mossa piena di superbia.

— Si oserebbe sospettare alcuna cosa?...

Tofi lo interruppe ruvidamente.

— Noi osiamo sospettare di tutto e di tutti.

Il giovane gli gettò un'occhiata fiera di minaccia e disdegno.

— La dovrebbe pur sapere chi io mi sia e di quali attinenze mi vanti. Badi che questa troppo spiccia maniera di procedere, se conviene coi miserabili coi quali è solita Ella a trattare, non si affà colle persone ammodo...

— Io sono come sono e fo come mi aggrada, purchè faccia il dover mio: interruppe Tofi diventando sempre più ruvido. Poichè Ella stessa è venuta a me, prima ch'io la mandassi a cercare, la si acconci a darmi in questa conversazione quelle nozioni di fatto che mi abbisognano, altrimenti la conversazione potrebbe prendere un nome più severo, quello che disse Ella stessa un momento fa, e diventare un interrogatorio.

Quercia fece colla mano un cenno di superba condiscendenza accompagnandolo con un sogghigno che significava: «vedremo chi l'avrà vinta alla fine;» e disse con tutta freddezza:

— Bene! Interroghi pure.

Alle domande di Tofi rispose colla storiella che gli abbiamo già sentita narrare al sor Giacomo, e promise presentare come documento lo scritto del suo protettore, il medico del villaggio, il quale scritto già aveva eziandio accennato al padre di Maria.

Tofi scrisse man mano le sue noterelle nel portafogli che soleva portare nella tasca del petto, e non mostrò in modo alcuno sulla sua faccia scura che impressione, buona o cattiva, gli facessero le parole del giovane. Questi, finita la sua narrazione, si levò.

[119] — Parmi che non le occorra più nulla da parte mia e che posso andarmene.

Il Commissario lo guardò un momento senza rispondere. Gian-Luigi sentì un brivido corrergli per le vene: gli parve che dalle labbra grosse di quella bocca squarciata dovessero uscire le tremende parole: — «Ella è arrestata;» ma neanco di lui la fisionomia non espresse nulla dell'interno sentimento.

— Un istante: disse con accento che pareva minaccioso la voce rauca e burbera del Commissario.

Gian-Luigi fece correre tutt'intorno uno sguardo ratto e fugace come chi cerca se vi è modo di scampo.

— Che la vuole ancora? domandò egli sorridendo leggermente.

— La non è venuta qui per dar querela di quell'assalto notturno, di cui dice essere stato vittima?

— Precisamente.

— Dunque aspetti che sia scritta la sua deposizione e ch'Ella l'abbia firmata, perchè si possa poi trasmetterla all'autorità giudiziaria.

Fece venire l'impiegato che sedeva nella camera precedente, e dettò rapidamente il verbale della denunzia fatta da Quercia.

— Va bene così? gli domandò poi col suo tono aspro e burbero.

Gian-Luigi chinò leggermente il capo.

— Allora firmi.

Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato disse:

— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa dove mi si può trovare.

Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della minaccia:

— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.

Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto, ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.

Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che gli scappa.

— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo lascierei sfuggir di mano.

Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che gli è davante.»

— Bisognerebbe tagliar corto e presto a siffatte velleità curiose del sor Commissario, pensava egli. Come governarsi per ciò?... Ah! non c'è altri che mi possa meglio aiutare di quella brava Zoe.

Volse indietro ratto i suoi passi, e, frettolosamente camminando, fu in breve alla dimora della famosa Leggiera. Trovò un gran disordine nel quartiere di quella donna, e lei medesima in una somma desolazione. Nel salotto e nella camera da letto tutto era sottosopra, gli specchi spezzati, le porcellane infrante, gli orologi e i candelabri dorati fatti a pezzi e giacenti in terra, le tende e le cortine strappate, tutti i ninnoli e le minuterie eleganti ond'erano adorne quelle stanze sparsi a frantumi sul pavimento. In mezzo a questo tramestio, le chiome scarmigliate, pendenti sulle spalle, contratta la faccia, le mani serrate, come Mario sulle rovine di Cartagine, sedeva la Leggera.

— Che è egli avvenuto? domandò Gian-Luigi guardandosi attorno stupito. Si direbbe che v'è stata un'invasione di barbari.

Zoe sollevò il suo volto abbuiato e volse al suo complice gli occhi, in cui si vedeva un implacabile risentimento.

— Che cosa è avvenuto? diss'ella con labbra strette e con voce che sibilava fra i denti. Gli è avvenuto che il prince charmant è un cane, ed anche un peggior animale. L'invasione dei barbari fu uno scoppio della sua collera bestiale. Quello scimmiotto andò in furore e parve un orso scatenato. Ma me l'avrà da pagare...... oh se l'avrà da pagare!

E tese verso un punto dell'orizzonte, con atto pieno di minaccia, il suo braccio colla mano chiusa a pugno.

Gian-Luigi diede un calcio ad un coccio di preziosa porcellana che si trovò tra' piedi.

— Ed avrà da pagare eziandio tutto questo.

La Leggera fece un perfido sogghigno.

— E come! Voglio una mobilia tutto nuova e dieci volte più bella.

— Benissimo! E così il sor Principe imparerà a far le bizze. Ma come avvenne?

— Avvenne per causa tua.

— Mia! Oh, in che modo?

Per dirla in breve, al signor Principe era stato detto, affermato e provato che la Zoe era in istrettissime e non innocenti attinenze col famoso dottor Quercia, e S. A. arrabbiatissima aveva voluto con modi da prepotente ottenere che la donna gli promettesse di non ricevere più quel cotale. La domanda e la forma con cui era espressa spiacquero immensamente alla Leggera che non era d'umor dolce nè tollerante. Rispose in pari tono, cioè con insolenza uguale all'imperiosità dell'altro; la discussione divenne in breve più che vivace, e il Principe si obliò al punto da levar la mazza sopra la [120] mantenuta; ma essa, accampandosi fieramente in faccia a lui, le braccia serrate al petto, l'aria imponente di risoluzione, le nari frementi, lo sguardo acceso, gli disse con forza:

— Suvvia! Abbia l'immenso valore di percuotere una donna! Bella principesca impresa!

Il Principe s'era allontanato da lei come un animale domato; ma in qualche modo aveva pur bisogno di sfogare l'irrefrenabil ira che lo rodeva. Con quella mazza che si trovava in mano si diede a percuotere di qua e di là sui mobili, sui quadri, sugli specchi, su tutto, atterrando, rompendo, scaldandosi nella sua opera di distruzione, menando colpi alla cieca come un paladino gettatosi in mezzo ad uno stuolo di nemici; e quando tutto fu infranto, fuggì, perseguitato da uno stridente scoppio di risa della Leggiera.

— Diavolo! Diavolo! mormorò Quercia vivamente contrariato: questa la non ci andava.

Disse alla Zoe com'egli fosse venuto a domandarle di ottenere per mezzo appunto del Principe che il Commissario di Polizia non si occupasse altrimenti dei fatti suoi, ed ambedue riconobbero che l'occasione non era niente affatto opportuna per parlare a S. A. di Quercia, e per chiedergliene in pro di lui un favore.

Zoe giurò e spergiurò ch'ella non avrebbe fatto pure un passo verso il suo principesco amante, e che a costui toccava venirsene umilmente ad implorare ed ottenere il perdono; ma si mostrò sicura in pari tempo che ciò non avrebbe egli tardato di molto a fare. Ella non avrebbe commesso l'imprudenza di entrare subito con S. A. in quei discorsi che Luigi desiderava, ma prometteva che con accortezza, dopo alcuni giorni, avrebbe saputo affrontare destramente l'argomento ed ottenere lo scopo.

Bisognava aspettare alcuni giorni, e Quercia sentiva che i fati premevano ed era urgente il pararne i colpi. Ma come fare? Uscì di casa la Zoe, domandandosi se il meglio non era fuggire di presente, recando seco tutto quel bottino che poteva. Ma l'idea di fuggire gli era ostica, voleva ancora lottare; e poi gli passò innanzi alla mente la immagine di Maria, la cui innocente giovinezza avevagli destato un ardente, scellerato desiderio, decise aspettare.

— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto tempo!... E sarà forse l'ultima volta.

Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte Langosco, e differì la sua partenza al domani.

All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse, Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore, quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta, l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse, senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.

— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo, perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da concederle.

A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano: mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.

— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressione [121] del suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento del suo tempo prezioso.

Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole afferrar meglio il suono delle parole.

— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e dell'impertinente.

— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un aristocratico inuzzolito.

— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti sugl'i.

Il conte lo guardò fiso negli occhi con intendimento malizioso.

— Ah! Ella non dovrebbe avere di tali desiderii. La mi pare in condizioni da dover capire a mezze parole.

Quercia non battè ciglio.

— L'indovinar le sciarade è la prova d'ingegno di chi non ha spirito: disse accostandosi vieppiù al conte ed appoggiando famigliarmente un gomito alla pietra del camino su cui il marito di Candida aveva posta la mano. Le dispiace che ci parliamo in buon piemontese?

Langosco, quasi per moto istintivo, si trasse in là, come per allontanarsi dall'interlocutore.

— Non v'è ragione per cui a me abbia da dispiacere; rispose con tono più asciutto e più superbo di prima. Le voglio significare adunque che Ella non abbia più da mettere piede in mia casa, mai.

Luigi accolse queste parole colla massima freddezza ed indifferenza.

— Perchè? domandò egli semplicemente.

— Perchè? ripetè il conte, cui quel contegno del suo avversario parve presso a far uscire dai gangheri. Il perchè lo chieda al gioielliere X.

Quercia non si mosse: Langosco aspettò un momentino e poi soggiunse con voce più bassa, affondando lo sguardo negli occhi neri e profondi del giovane:

— Lo chieda all'assassinato Nariccia.

Luigi non ebbe il più leggiero sintomo della menoma emozione. Gli occhi di Langosco non poterono cogliere nulla nella oscurità profonda di quegli occhi immoti in cui ficcavan lo sguardo.

— Nariccia, rispos'egli freddamente, non mi potrebbe dir nulla, poichè ho udito che da quella bocca non uscirà parola mai più; il gioielliere non dovrebbe sapermi dir nulla, poichè non credo che Lei abbia voluto porre a parte di cose intime domestiche delle persone estranee.

All'impudente franchezza di quell'individuo, lo stupore del conte superò l'indignazione: stette lì quasi a bocca aperta a guardarlo meravigliato.

Quercia continuò:

— Una rottura fra di noi, creda, signor conte, non conviene a nessuno dei due; poco a me, assai meno a Lei. Io non son tale da lasciare che il mondo sappia aver io ricevuto un affronto quale è quello ch'Ella vuol farmi, ed io avermelo ingoiato con santa pazienza. Vuol Ella che fra noi si venga ad un duello?

Il conte fece vivamente un atto che indicava con chi gli stava dinanzi non si sarebbe battuto mai.

— Ella sa, continuava Luigi con uno speciale sorriso, che un uomo della mia fatta ha mille mezzi per far battere con sè un gentiluomo come Lei. Ma in uno scandalo chi ci ha da guadagnare? Ho bisogno che per una settimana tutt'al più, le cose continuino ad andare come per lo passato. Le propongo quindi, non un trattato di pace, ma una convenzione di tregua. Fra una settimana io parto per l'estero; glie ne do la mia parola; e la sarà libera per sempre dei fatti miei. Durante questo poco di tempo Ella ignori la mia presenza in questa casa ed altrove, le prometto che non le verrò innanzi io a ricordargliela.

Langosco ebbe un movimento di sdegnoso dispetto: gli venne più forte di prima la tentazione di far gettar fuori dai lacchè quell'impudente.

— Se Ella, seguitava lo scellerato pesando sulle parole, si lascia trasportare dall'impazienza, ciò che ora è segreto diventerà pascolo delle perfide ciarle del pubblico.

Il conte non rispose, non si mosse: aveva chinato lo sguardo, incurvata di nuovo l'esile, infiacchita persona e pareva esser egli cui la coscienza rimordesse. Aveva capito che in quelle parole era anche una minaccia e questa gli faceva paura. Quercia attese un momento e poi riprese con accento più sciolto che mai:

— Non voglio trattenerla più a lungo: le ho detto che anch'io non aveva molto tempo da concederle. Questo colloquio non avrà il suo secondo, mai. Non le domando risposta, ma l'attendo dai fatti. Ella già deve conoscermi che io non temo di nulla e non m'arretro innanzi a nulla.

S'inchinò leggermente ed uscì, senza che il conte facesse il menomo cenno, il menomo movimento, mandasse la menoma voce.

— Oh avere il proprio onore in mano di quello scellerato! disse poi fra se stesso raccapricciando. E' vuol partire.... La è di certo la fuga del colpevole... Ed io dovrò azzittire?

Quercia da canto suo faceva il seguente monologo:

— In una settimana avrò sbrigato tutto e partirò. Potrò io sostenere ancora per una settimana questo edificio che si disfà e minaccia crollarmi addosso? Certo che sì. L'audacia e l'accortezza mi aiuteranno.

Il domani a mattina partì ancor egli pel villaggio dov'era stato allevato.

[122]

CAPITOLO XIV.

Don Venanzio e Maurilio erano giunti al villaggio al cader della notte. Un freddo vento aveva sollevato alquanto sopra delle montagne la scura cappa di nubi che incombeva sul cielo, e una riga rossigna, color di sangue, mandava un fantastico chiarore dall'ultimo lembo di quel mantello nero disteso sull'orizzonte. Al rivedere que' luoghi testimoni della sua infanzia e della prima adolescenza, Maurilio, ora così mutato di condizioni, provava una strana sensazione, quasi un rimpianto ch'egli neppure non sapeva spiegare a se stesso.

La carrozza del marchese di Baldissero che ne li aveva condotti, si fermò alla porta della canonica, dove il parroco ed il giovane smontarono. Il rumore dei ferri de' cavalli che scalpitavano e delle quattro ruote che trabalzavano girando sul grossolano e disuguale acciottolato del villaggio, aveva tratto sul passo delle porticine le comari che preparavano il pasto della sera ai mariti ed ai figli, i quali appunto allora tornavano dal lavoro. Don Venanzio le salutava passando, con un sorriso, ed esse rispondevano con un inchino: gli uomini si levavano la berretta od il cappello con una famigliarità rispettosa: i bambini, scappati dalle falde materne, correvan dietro alla carrozza vociando come uno sciame di passerotti.

La chiesa era ancora aperta e ne veniva fuori un velato ronzìo di voci femminili: erano delle buone donne che dicevano il Rosario. Il vecchio moretto, tanto vecchio che oramai poteva appena trascinarsi, colla sua affettuosità di cane fedele, venne fino sulla soglia a dare la buona venuta al padrone collo scodingolare e con un suo mugolìo. Il campanaro dall'alto del campanile mandava per le ombre della sera, che ad ogni momento crescevano, i mesti rintocchi dell'Avemmaria.

La carrozza ripartì di trotto verso Torino, Don Venanzio e Maurilio entrarono nella modesta casetta. In essa tutto era ancora esattamente tal quale il giovane lo aveva visto nella sua infanzia, tal quale lo aveva visto quella sera che, scacciato da Nariccia, era venuto, senza pur saperne il perchè, a confortarsi l'animo nell'aspetto di quei luoghi. Tutto il medesimo e tutto al medesimo luogo. Nulla neppure pareva invecchiato. La paglia delle seggiole era sempre nel medesimo stato, sempre sbiaditi quel medesimo, nè più nè meno, i colori del tappeto a fiorami che stava sulla tavola nel tinello. In mezzo a quella roba sempre uguale non pareva invecchiato nemmeno il buon sacerdote che vi faceva raggiare il sempre medesimo sorriso di bontà, di cui le bianchissime chiome parevano un'aureola di santo ad una fronte piena di candore.

— Mio caro, disse il parroco a Maurilio, poichè si fu tolto il vecchio mantello, l'ebbe accuratamente ripiegato e consegnatolo alla vecchia fantesca perchè lo riponesse: hai tu bisogno di riposarti?

Il giovane fece un cenno negativo. Era commosso nell'intimo così che non poteva parlare: guardava intorno con occhi rimbamboliti, e tutte le ore della sua infanzia passate colà facevano ressa nella sua memoria per affacciarsegli una prima dell'altra, come una frotta di ragazzi che si vogliono cacciar dentro ad una porta alla rinfusa.

Don Venanzio si levò il cappello a becchi, lo lisciò bene colla manica e consegnandolo ancor esso alla serva, soggiunse:

— Ci preparerai un boccone di cena. Poca roba. Il nostro Maurilio non mangia di più di quello che mangiasse un tempo, e benchè sia ora un signore, non ha ancora imparato ad averne le abitudini. Una buona frittata coll'erbe e due capellini al brodo, e ne abbiamo d'avanzo. Non è vero?

Maurilio sorrise. La vecchia fante, che in compagnia di quel sant'uomo di prete aveva imparato la bontà, se ne andò via senza brontolare.

Don Venanzio si pose in capo la sua berretta da prete, nera col fiocco nero, e poi disse:

— Tu fai quello che vuoi. Io non torno mai da una gita qualunque senz'andar tosto a ringraziar la Madonna e il mio Santo protettore d'avermi scampato da ogni malanno. Senzachè questa è l'ora solita in cui mi unisco alle preghiere della sera di una buona parte de' miei parrocchiani. Vado dunque in chiesa; se vuoi attendermi qui...

Il giovane fece segno che l'avrebbe accompagnato.

— Sì? esclamò il parroco tutto lieto. Va bene. Vieni, vieni nella casa del Signore; chi sa ch'esso finalmente non ti faccia la grazia di toccarti il cuore.

Maurilio sorrise e seguì il vecchio sacerdote. Per un corridoio entrarono nella piccola, modesta sagrestia, non ancora rischiarata altrimenti che dal fievol raggio del crepuscolo che andava sempre più spegnendosi: e da questa penetrarono nella chiesa.

Essa era quasi oscura affatto. Una lampada sola ardeva dinanzi ad una statua di Madonna che stava in una nicchia d'uno dei pilastri: la fiamma oscillante di quella lampada mandava poca luce intorno e pareva meglio che altro una macchia rossiccia nel nero di quell'ombra. A' piè di quel pilastro, innanzi a quell'immagine, un gruppo di donne inginocchiate borbottava il Rosario. La poca luce che pioveva dalla lampada accesa, vacillando al di sopra di quelle teste chinate e di quelle spalle curve, coloriva d'una striscia fugace ora i panni di questa, ora il volto di quella donna; poveri panni e pallidi volti. Nessun rumore esterno giungeva fin là, e il brontolìo di quella preghiera saliva su dal freddo spazzo di quadrelli su cui le donne erano prostrate, come un gorgoglio d'onda nel silenzio d'un deserto.

Il parroco non andò a frammischiarsi al gruppo [123] di quelle preganti: si recò all'altar maggiore, s'inginocchiò sui gradini che lo separavano dal resto della chiesa, posò sulla balaustra di marmo bianco la sua berretta, appoggiò le braccia alla balaustra medesima, pose sopra le mani la sua testa ricurva e rimase immobile, assorto nella sua preghiera.

Separata dalle altre, una donna eziandio stava inginocchiata nell'angolo più oscuro della chiesa e pregava ferventemente in mezzo a lagrime e sospiri.

Maurilio si appoggiò alla parete, nell'ombra più scura d'una cappella dalla parte opposta a quella dove sotto l'immagine della Vergine pregavano le donne, ed incrociate al petto le braccia, immobile al par d'una statua, stette prestando l'orecchio, come ad una musica, al monotono accento di quella preghiera, facendo scorrere il suo sguardo dal parroco i cui panni neri spiccavano sul bianchiccio della balaustra, al gruppo delle donne sotto il fioco raggio della lampada, alla creatura isolata, le cui povere vesti scure si confondevano colle tenebre del luogo nell'angolo estremo della navata.

A che pensava egli in tal momento? A nulla ed a tutto. Gli si agitava confuso nella mente il tenebroso problema dei destini umani. Dimenticava un istante il suo io; o per meglio dire questo si assorbiva nel gran complesso della umana famiglia; il suo essere individuale era diventato il tipo, il modello di tutti gli esseri umani, per provarne in quel punto le aspirazioni e gli stimoli superiori alla materia; in lui s'era incarnato, come dire, lo spirito dell'umanità. Ammirava la fede cieca di quella povera gente e la invidiava come rimedio a porre in tacere le angoscie, le ansie, le audacie dell'intelletto investigatore, avido del vero; e la detestava nello stesso tempo come figliuola dell'ignoranza e negatrice della ragione. Avrebbe voluto credere come quelle ignare donnicciuole, pregare com'esse, lasciarsi avvolgere l'anima dalla superstizione, acchetarsi nella stupidità dell'idolatria, bendarsi gli occhi alla luce del vero col velo teocratico del passato: e si sarebbe disprezzato di farlo. Aveva per quelle anime ignoranti che ritraevano ancora, in mezzo alla civiltà moderna, del feticismo del selvaggio, ma nobilitato da una divina speranza, uno sguardo di compiacenza ed un sorriso di compassione. Sentiva entro sè la scienza riagire contro l'influsso del sentimento, contro le impressioni del luogo, delle memorie e dell'ora, e far suonare nel suo cervello le obbiezioni della verità materiale e il riso amaro di Mefistofele.

Quando il Rosario fu finito, le donne si levarono e stavano per partirsene; ma videro sorgere presso la balaustra l'ombra nera e le chiome canute del parroco, videro volgersi verso di loro la faccia soavemente veneranda del vecchio loro pastore, e si fermarono.

Don Venanzio venne presso di loro sotto la fievole ed oscillante luce della lampada, e tutte le furono intorno salutevoli e festanti; — tutte fuor che una: quella che, appartata dalle altre, pregava sempre con fervore nella più remota ed oscura parte della chiesa. Il parroco rispose amorevolmente e lietamente ai saluti ed alle amorevoli interrogazioni delle donne; poi levando la mano destra per chiamarne di meglio l'attenzione, disse:

— Voi avete pregato sinora per voi; è opera di carità e dovere di cristiano pregare eziandio pei nostri fratelli: e tutti gli uomini, lo sapete, sono nostri fratelli. Preghiamo adunque per quelli che soffrono, di qualunque sorta sieno i loro dolori, a qualunque classe o nazione appartengano, qualunque religione professino.

Sostò un momento e poi riprese con voce che vibrava d'una frenata emozione:

— Unitevi a me per pregare soprattutto in favore di coloro che non hanno il conforto ed il merito della fede.

A Maurilio parve che lo sguardo del buon prete andasse fugacemente a cercarlo nell'ombra.

— Preghiamo perchè Iddio apra loro gli occhi e coi santi misteri della religione parli al loro cuore.

Cominciò una preghiera cui le donne, inginocchiatesi di nuovo intorno a lui, ripeterono con tenera compunzione. Era un commovente spettacolo vedere quel vecchio sacerdote dritto innanzi all'immagine di quella che fu madre del Salvatore degli uomini, del creatore del mondo novello, le sue bianche chiome illuminate dal raggio della lampada, le mani giunte, gli occhi sereni e puri, specchio di un'anima senza rimorso, levati con espressione di ardente, angelico desiderio, di fede e d'amore; e intorno a lui chinate a terra quelle meschine, povere di ricchezza e d'intelletto, ma che con tanta fiducia s'associavano a quell'atto sublime di carità spirituale. Maurilio se ne sentì intenerire. Volse a quella rozza statua, che rappresentava la Vergine indiata, il suo sguardo sfavillante e mormorò fra sè con profonda riverenza d'affetto:

— Sì, parlami al cuore o eterno femineo divinizzato dalla religione del Cristo. Tu se' la bellezza, ma non solo delle forme come la greca, sì dell'anima; tu se' la pietà, tu se' l'amore nel suo più alto significato; tu se' insieme colla purezza la maternità, le due più sublimi cose dell'universo. La fede! Sì, dammi la fede che è forza e salvezza; ma non quella fede che distrugge il più prezioso dono di Dio allo spirito umano: la ragione; che nega il vero e vi scema in dignità ed in sapere, piegandovi all'assurdo. Aiuti l'influsso benigno di quella virtù di amore che in Te si rappresenta, ad affermarsi ed afforzarsi in me quella fede che vince ogni errore, perchè va unita coll'altra figliuola di Dio: la scienza.

Quando Maurilio ebbe terminato questa specie d'invocazione, il parroco e le donne avevano terminata la loro preghiera. Le contadine se ne partirono; il sacrestano le seguitò per chiudere alle [124] loro spalle la porta, e Don Venanzio venne verso il giovane, commosso ancora nel sembiante, nel sorriso, direi quasi, per la forza e la vivacità dell'affetto ond'era stata improntata la preghiera che aveva fatto.

— Ed ora, diss'egli con sincera giovialità, andiamo a cena.

Ma un'ombra si staccò dall'oscuro della navata e venne innanzi timidamente verso il cerchio di luce che mandava la lampada della Madonna. Era la pregante stata sempre in disparte e che non aveva abbandonata colle altre la chiesa.

— Signor Prevosto: diss'ella con voce affranta, timorosa, quasi tremante.

Il Prevosto la riconobbe di subito.

— Ah! siete voi, Margherita. Venite, venite meco che ho da parlarvi.

— Sì? disse la povera donna giungendo le mani ed affannata per desiderio, per isperanza, per ansietà. Da parte di lui? Lo ha visto?

— L'ho visto, rispose sorridendo Don Venanzio: ed è proprio di lui e per lui che ho da parlarvi. Seguitemi in casa.

Mentre il sacrestano abbarrava ben bene la porta della chiesa, il parroco, Maurilio e la povera Margherita passarono nella canonica.

Nel tinello schioppettava allegramente una fascina di sarmenti sugli alari del caminetto; sulla tavola, a coprire il famoso tappeto era steso un mantile di tela operata grossolana ma candidissima; due coperti erano posti allato l'un dell'altro, e in mezzo una bottiglia di vino ed una caraffa d'acqua e un bel pezzo di pan bruno. Una lucerna d'ottone a olio, de' cui tre becchi due erano accesi, illuminava la piccola stanza, aiutatavi dal gaio chiarore che mandava il fiammar della fascina. Moretto accoccolato presso il camino, il muso sulle zampe, stava nell'attitudine beata di chi gode tranquillamente il suo benessere. La vecchia fantesca finiva di mettere sul desco le posate di ferro che lucevano come se fossero d'argento, e, colla cesta in cui le si tenevano, se ne andava in cucina. Don Venanzio fece segno di sedere ad un lato del caminetto, a Maurilio, il quale obbedì: sedette anch'egli dall'altra parte sul suo seggiolone a bracciuoli col piano semplicemente impagliato, tirò fuor di tasca il moccichino di tela a quadretti bianchi ed azzurri, se lo pose ripiegato sopra un ginocchio e si volse verso la povera donna che avea fatto venire fin là.

Margherita s'era fermata in sulla soglia dell'uscio, e stava timidamente, ma desiosamente aspettando. I suoi abiti erano quelli della miseria; una veste tutto rappezzata di pannocotone che non avea più colore le si serrava intorno al corpo macilento; un fazzoletto scuro aveva sulle spalle, il quale, incrociandosele innanzi al petto incurvato, veniva ad annodarsele sulle reni; portava in testa un fazzoletto compagno che tanto le veniva innanzi sulla faccia da nasconderne i lineamenti; teneva congiunte le mani che parevano quelle d'uno scheletro ricoperte d'una pergamena color di tabacco e tutto raggrinzita.

— Venite avanti. Margherita: disse Don Venanzio con accento d'amorevolezza incoraggiativa: avete freddo, venite a scaldarvi.

La vecchia mosse due passi innanzi; i suoi zoccoli di legno fecero rumore sopra i quadrelli del pavimento; ella sembrò vergognarsene e si fermò.

— Avanti, avanti, vi dico: riprese il parroco; prendete una seggiola e sedete qui vicino a me dinanzi al fuoco; vi scalderete un poco a questa fiammata i piedi che ci scommetto son ghiacci.

— Oh! sor Prevosto: disse la donna vergognandosi più di prima.

— Animo, animo; sapete che non mi piacciono le cerimonie. Fate come vi dico e non mi impazientate.

Margherita prese una seggiola e venne sedere al luogo che le indicava il parroco.

— Marta, disse questi alla serva che era tornata per portar qualche cosa da mettere sulla tavola, tu porterai una scodella di brodo ben caldo per questa povera donna.

— Sì, signore, rispose la fante che tornò sollecita in cucina per ubbidire all'ordine ricevuto.

— Oh! sor Prevosto, ripeteva la vecchia agitandosi un poco sulla sua seggiola, troppa bontà..... non occorre... la prego.

— Levatevi quel fazzoletto di testa, disse Don Venanzio: ve lo rimetterete uscendo e così non vi avverrà di sentir tanto il freddo andando a casa.

La donna ubbidì. Si vide allora una testa arruffata di capelli grigi, una faccia magra, corsa per ogni senso, per ogni dove da rughe infinite e finissime che facevano come una rete fitta della sua pelle abbronzata e riarsa dal sole, dall'intemperie, dagli anni. Se fosse stata bella chi lo avrebbe potuto dire? Non sembrava pur vero che quello avesse dovuto essere un giorno volto di giovane. Si sarebbe potuto dire un cumulo di rovine che non lasciavano scorger più le forme del primitivo edificio. Niuna vivacità era più nè in quelle fattezze distrutte, nè in quello sguardo spento; nessuna espressione, fuorchè quella d'una profonda, inalterabile, rassegnata mestizia.

Maurilio, che ad ogni volta la rivedeva, trovava nella povera donna cresciuta la tristezza e più fiacca la persona, sentì una viva pietà nel mirarne ora il sembiante così afflitto, benchè in fondo a' suoi occhielli grigi infossati brillasse in questo momento una lieve luce che pareva una speranza, che pareva un pallido raggio di gioia.

— O Margherita, disse il giovane, come la vi va? Non mi riconoscete voi più?

— Che? esclamò ella volgendo verso di lui la sua piccola faccia aggrinzita; tu se' Maurilio?... No davvero [125] non ti avevo riconosciuto... Pensavo così poco doverti vedere!... Gli è pur vero che tu non hai mai obliato il villaggio, tu!...

Mandò un sospiro che diceva di molte cose; ma in quella pose mente alla maggior eleganza dei panni di Maurilio che era vestito com'ella non l'aveva visto mai, proprio da signore, e si vergognò d'averlo trattato con quella famigliarità onde s'era avvezza a parlargli fin da bambino, quando lo vedeva ruzzare col suo.

— Oh! la mi scusi: diss'ella. Io le parlo ancora come se fosse il naccherino d'un tempo, e invece...

Maurilio la interruppe con calore:

— Vi prego a non cambiar nulla dei vostri modi a mio riguardo. Mi avete trattato sempre come compagno di vostro figlio, e come tale voglio che seguitiate a trattarmi.

A quelle parole «vostro figlio» una tinta di colore più scuro era venuta alle guancie abbronzate della vecchia. Era un rossore di piacere e di emozione.

— Il mio Giannino! esclamò essa (non osava ripetere quella espressione «mio figlio» quantunque se ne struggesse dal desiderio). Anch'egli è diventato un signore, mi dicono. Se lo vedessi, non oserei pure guardarlo in faccia.... E tu.... e Lei lo vede sempre? Sono sempre amici?

In quella entrava la serva colla scodella piena di brodo fumante.

— Di tutto ciò parleremo dopo: disse allora Don Venanzio; ora bevete questa roba calda; ciò vi scalderà e vi rifocillerà lo stomaco.

Margherita, in mezzo a mille ringraziamenti e benedizioni, bevve, e se ne sentì veramente riconfortata.

— Or dunque, diss'ella volgendosi poi al parroco, tutto sollecita. Ella ha da parlarmi da parte di lui, del mio Giannino?

— Sì, mia cara; l'abbiamo veduto...

— Sta bene? interrogò la vecchia, a cui il parroco pareva troppo lento a parlare.

— Sta benissimo...

— E si ricorda di me?

— Sì, se ne ricorda.....

— O Dio! Madonna santa! potessi vederlo! Dica, dica, potrò io vederlo ancora prima di morire?

— Sì, sì, lo vedrete...

— Quando? Come?... Che mi tocca di fare?... Oh son pronta a qualunque cosa per provare questo piacere. Non dico bugia, sa!... Devo andarmene a cercarlo colaggiù a Torino?... Sono vecchia e debole, ma per vedere il mio Giannino andrei in capo al mondo, finchè avessi consumato, non che i zoccoli, ma i piedi. Quante volte non ci sarei già andata se non avessi avuto paura di perdermi in mezzo alla folla della città e non poter arrivare fino a lui, e più ancora se non avessi avuto paura di fargli dispiacere... Ma ora finalmente lo rivedrò!... Ella me lo dice..... — Ve lo dirò di meglio, se mi lasciate parlare; interruppe col suo sorriso pieno di bontà Don Venanzio, il quale aveva per commozione umidi gli occhi.

— Oh parli! parli!

— Io dunque ho veduto Gian-Luigi in casa di Maurilio dov'egli venne.

La povera vecchia, il collo teso verso il prete come per esser più presso alle labbra di lui per coglierne a volo le parole, la bocca e gli occhi larghi quasi volesse assorbire anche colle labbra, anche colle pupille il suono di que' detti, faceva col capo de' vivi segni d'affermazione, come per dire che aveva capito, che si sollecitasse a dirle quelle buone novelle ond'essa attingeva tanto bene, tanto elemento di vita.

— Mi chiese di voi, continuava il parroco: e la donna stringendo le mani colle dita incrociate le alzava all'altezza della sua bocca in atto misto di ineffabil gioia, di ringraziamento a Dio, di suprema riconoscenza.

Il buon Don Venanzio non credette fosse peccato rasentare un pochino la menzogna per dare a quella pover'anima di vecchia un momento di beatitudine.

— Mostrò per voi un'amorevole sollecitudine. Disse che non vi aveva mai dimenticata, e che soltanto la forza delle circostanze gl'impedì sinora di venirvi a vedere e di venirvi in aiuto...

— Oh lo credo: interruppe Margherita, asciugandosi col dosso della sua mano una lagrima che scendeva per le grinze della sua guancia. Lo credo. È così buono! Non l'ho mai accusato io, no mai... La gente diceva questo, diceva quello... Volevano farmi della pena... Io non credeva nulla: e pregavo il Signore per lui... e per poterlo ancora vedere... Ecco quel di che ho bisogno: vederlo... Il resto non m'importa. Io sono vecchia, tanto poco mi basta per vivere!

Il parroco avvisò che per procedere a gradi e preparare quell'anima alla gioia maggiore, conveniva serbar per ultimo l'annunzio della probabile venuta di Gian-Luigi al villaggio.

— Egli vuole che d'ora innanzi quel poco almeno non vi manchi più: riprese a dire: e perciò mi ha consegnato una somma da darvi da parte sua, che tengo qui e che ho piacere di rimettervi all'istante.

— Una somma! per me! esclamò la vecchia. Lo ho sempre detto io che aveva un gran cuore... Oh che cuore è il suo!

Don Venanzio trasse dal taschino del panciotto il rotolo di marenghi avviluppato nella carta, quale gli aveva dato Gian-Luigi; e tenendolo fra il pollice e l'indice lo porse alla Margherita.

— Ecco qua, disse, mille lire.

La vecchia si fece indietro sulla seggiola quasi spaventata; battè le mani insieme e poi levò le palme in atto di indicibile stupore.

[126] — Mille lire! esclamò; proprio mille lire!

— Sì, in altrettanti napoleoni d'oro.

— E tutto questo per me? soggiunse la donna ritraendo le mani dal rotolo che il parroco le porgeva, come se avesse paura a toccarlo. Non è possibile. Che cosa debbo io fare di tanto denaro?

— Dovete usarne a seconda dell'intenzione del vostro figliuolo: rispose Don Venanzio col suo sorriso amorevolmente paterno; val quanto dire procurarvi con esso quelle cose necessarie di cui maggiormente abbisognate. Avete addosso appena di che coprirvi non che ripararvi dal freddo; non vedete che i vostri piedi nudi s'intirizziscono e irrigidiscono ne' zoccoli umidi dalla neve? Nel vostro stambugio appena se ci avete, raccolto stentatamente su pei greppi, tanto di legna da potervi cuocere una magra minestra. Potrete adunque comperarvi panni caldi, e calze di lana, e legna da ardere per iscaldarvi; potrete procurarvi un cibo migliore e più sostanzioso di quello che ora vi fornisce l'andare elemosinando.

E quasi di forza mise il rotolo di monete nella mano della vecchia che ne rifuggiva, poco meno che paurosa di toccarlo. Quando però l'ebbe tra le magre, ossee dita, essa lo palpò quasi con amore, lo soppesò, lo strinse forte in pugno, e poi se lo recò alle labbra e v'impresse su un grosso bacio.

— E' mi viene dal mi' figliuolo: disse come per ispiegare la ragione di quell'atto: dal mi' figliuolo: ripetè trovando una cara dolcezza nel pronunziare quelle parole che fino allora non aveva osato adoperare.... Ah lo vorrò custodire come una sacra reliquia.... Spenderlo, mai più!... Forse che ho bisogno di nulla io?... Sono sempre vissuta in mezzo alle privazioni, io.... La gente è buona per me e non mi lascia mancare un tozzo di pane.... E andrei ora a farmi carezze a questo vecchio carcame per quattro giorni che gli rimangono da vivere? Che! che!

Il parroco la volle persuadere che per soddisfare al desiderio di chi glie li mandava ed anche al dovere che ha ciascuno verso di se stesso, la doveva impiegare quei denari nella guisa che le aveva detto; ma la vecchia, pur non osando contrastare alle parole di lui, ben mostrava coll'aria del suo sembiante che quelle ragioni non la scuotevano per nulla dal suo proposito, e ch'ella avrebbe fatto a suo senno.

Margherita approfittò d'una pausa che fece Don Venanzio nel suo discorso per entrare a parlare di quello che più le premeva. Il rotolo di monete seguitava ella a stringere nel pugno e questo aveva nascosto nella tasca della sua misera vestaccia.

— Lei mi disse, interruppe adunque, che io il mio Giannino l'avrei visto... Per carità la mi dica in che modo e quando!... Se la sapesse quanto lo desidero!... Ed io non ho gran tempo da aspettare. Non converrebbe che tardasse di troppo a darmi questa consolazione, se vuol trovare ancora insieme queste grame quattr'ossa.

— No, no, rispose il parroco, non tarderà molto tempo. Forse la settimana ventura, forse sul finire di questa medesima, a quanto egli ha detto, verrà qui per vedervi.

— Verrà qui? Per veder me? esclamò la poveretta giungendo le mani e sollevandole verso il cielo con atto d'inesprimibile gratitudine e soddisfazione. Oh! sia lodato Iddio! Sia ringraziata la Madonna dei dolori!..... È Lei che mi fa questa bella grazia! L'ho pregata tanto, tanto, tanto!.... Ancora questa sera io la pregavo che mi concedesse questa grazia e poi mi togliesse pure dal mondo. E vuole che glie la dica, sor Prevosto? Questa sera medesima, là in chiesa quando ho visto entrar Lei e andarsi inginocchiare alla balaustra, io ho sentito una voce in cuore che mi diceva: «Ecco là di ritorno quel sant'uomo del parroco che ti ha da dir di sicuro qualche buona novella.» Era la Santissima Vergine che mi faceva avvertita avermi accordata la grazia che domandavo... Oh! voglio mostrargliene la mia gratitudine a quella pietosa Madonna... Ecco a che mi serviranno i denari mandatimi dal mio Giannino... Comprerò due bei cuori d'oro, proprio d'oro, da offrire alla sua immagine...

Don Venanzio fece un moto d'impazienza, ma essa non se ne accorse e continuava tutta infervorata:

— E il resto vo' darlo a Lei, perchè la mi dica o faccia dire tante messe...

Qui il parroco la interruppe non senza qualche vivacità:

— Ma no, ma no, che così non istà bene, e siete matta a credere che ciò voglia la Madonna o le faccia piacere... Non è l'offerta d'una cosa di valore che possa contentare Quei di lassù... Che credete che loro importi dei vostri cuori d'oro e d'argento?... È il cuor vero che vogliono, quello che abbiamo nel nostro petto e che dobbiamo presentar loro pieno di bontà, di carità, di adorazione e di fede... Ecco!... Non dico mica che chi può, chi è in caso d'aver da spendere senza torne ai suoi bisogni nè alla beneficenza, che deve esercitare, piuttosto che gettar via altrimenti il superfluo, non faccia bene ad ornare la casa del Signore; ma voi siete in questo caso, poveretta? Non sapete che uno dei primi doveri che ci sono imposti è quello di conservarci noi stessi? E se pecca chi ha troppi riguardi, e troppo amore per la sua persona, pecca eziandio chi ne ha troppo poco?.... Quanto alle messe, di certo la è una buona cosa.... Ma io vi contemplerò nelle mie preghiere in tutte le messe che sarò per dire ancora, senza che vi abbia da costare un centesimo.

— Ella è un santo.... l'ho sempre saputo.... Io la ringrazio; ma mi sembra pure che le messe dette apposta devono piacere di più colassù e farci [127] più favorevoli quelli di cui domandiamo la protezione e l'offerta di qualche cosa....

Il parroco interruppe con più impazienza di prima:

— Eh! voi misurate i Celesti alla nostra povera misura umana. Credete ch'e' sieno come i potenti della terra, che si rendono propizii coi regali?

Se fossero stati soli, il parroco e la vecchia contadina, forse il primo non avrebbe parlato con tanta vivacità; ma in presenza dell'incredulo Maurilio (che tale era il giovane nel concetto del buon sacerdote) questi provò una certa irritazione, che non seppe dominare, nel vedere una sua parrocchiana dare una così patente prova di erroneo concetto nel suo sentimento religioso.

La vecchia, meravigliata e un po' intimorita del tono con cui le parlava il parroco, in lui affatto nuovo, disse umilmente:

— La scusi... Credevo far bene... Ma Lei la sa più lunga di me... E se Lei dice di no, è segno che gli è no... E io sono pronta a far tutto a suo senno.

— Bene, bene: riprese il parroco tornando di subito al suo bonario sorriso ed al suo benigno accento. L'intenzione è quella che dà il carattere ad ogni atto; e la vostra intenzione è la migliore del mondo, lo so. Ma credete a me, e spendete quei denari a sollievo de' vostri bisogni... Ora andate, e Dio vi mandi una buona notte.

La vecchia si levò di fretta.

— Oh! la sarà buona di sicuro: disse. La si figuri se dopo una novella simile!... Già non potrò dormire: ma che importa? Sono la più felice donna del mondo... La buona notte anche a loro... ed a Lei, sor Prevosto, tutte le benedizioni di Dio!...

Uscì. Don Venanzio e Maurilio la seguitarono collo sguardo. Quando rimasero soli i due uomini, successe un silenzio, i loro pensieri giravano intorno ad una grave quistione; ma l'uno e l'altro pareva che si peritassero ad affrontarla. Fu Don Venanzio il primo che francamente l'abbordò. Immaginava egli le ragioni e gli argomenti che la incredulità di Maurilio dovesse agitare seco stesso contro la religione di cui egli era ministro, suscitati da quell'occasione in cui la donnicciuola ignorante aveva manifestato la natura della sua fede: e parvegli che non andare incontro egli stesso a quelle obiezioni e distrurle, non isfidare la disputa, fosse una specie di viltà, fosse un mancare al proprio dovere. Levò arditamente la sua bella fronte canuta, come un valente guerriero che si prepara a combattere, e disse al giovane che gli sedava muto e pensoso dinanzi:

— Quella donna ha seco una forza... Per questa potè reggere ai travagli della sua vita infelice; per essa resiste ora ai mali della vecchiaia e della miseria. Ha la fede! È una fede da semplice, da ignorante, offuscata, se vuoi, da nebbie superstiziose; ma è pure una fede — ed è la vera.

Maurilio volse lentamente la sua grossa testa verso il parroco; lo guardò con una indicibile espressione di calma riflessiva, di convinzione profonda, di fermezza di proposito, e rispose colla sua voce affranta e posata:

— Anch'io ho una fede!... E nelle linee principali, generalissime, s'assomiglia, s'accosta, è forse anco la medesima di quella della povera Margherita; ma nel suo complesso, nel modo di formularsi all'intelligenza, di estrinsecarsi ed attuarsi, è diversissima. Ma Ella afferma che quella della donna ignorante è la vera; e quindi la mia, quella di chi la pensa come me, dev'essere falsa. Qui sta il punto.....

Fu interrotto dalla fantesca che recando in tavola una terrina fumante, disse:

— Eccoli serviti.

— Bene: esclamò Maurilio sorridendo; cominciamo per cenare, e dopo, se la vuole, discuteremo.

Don Venanzio fece un atto di acquiescenza sorridendo del pari, ed ambedue si accostarono al desco. Il parroco stette un momento in piedi colla sua berretta in mano, pronunziando a mezza voce il Benedicite. Maurilio rimase dritto ancor egli con aria di rispetto, ma non disserrò le labbra: finita la preghiera, sedettero, spiegarono le serviette che sentivano un buon odore di bucato, e si posero allegramente a mangiare.

CAPITOLO XV.

Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici, le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.

Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella disputa.

Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiore [128] alla sua sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi, perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In questo senso fu detto il motto sublime: Credo quia absurdum! E ad ogni modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità? E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi, appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera: speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri credenti.

Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa guisa:

— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore, dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo si esplica e manifesta.

«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra, all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma, come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i latini sono cattolici.

«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede, per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano a preparare la modificazione della forma in una fase novella.

[129] «La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario! Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.

«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.

«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete, imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile; ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita religiosa delle anime.

«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...

— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.

— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere, cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore d'ogni eresia.

«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la giustizia è per se stessa.....

— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto, disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine? Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.

— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.

— Ma quale?

— Mi ascolti.

Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.

— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e deve passare.

«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.

«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione dell'universo.

«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali essi obbediscono [130] e ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è il quarto grado del suo sviluppo.

«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo, studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza non ne venga a scapitare.

«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo, che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei supplizi materiali.

«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni, il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca, che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato; il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti, pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando: un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera coscienza.

«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa il rationabile obsequium di San Paolo; allora si verifica la parola del Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.

«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su quell'ultimo gradino della libera coscienza.

«Io mi vanto d'essere fra costoro.

«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione del destino umano che non si compie nella breve vita su questo miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»

Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosa [131] domestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.

— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua brava messa prima che sia giorno chiaro.

I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.

— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! — un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora ti stanno in mente.

Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.

Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente: ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima, erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie della età della fanciullezza.

Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì, da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla piazzetta.

Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo che stava in metà della piazza.

I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera, trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.

— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.

E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al pascolo le vaccherelle di Menico.

Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme, che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario, tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.

Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi, quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi, una verga [132] tra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico, macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse. Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.

Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza dell'uomo.

Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso, confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima, bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva: egli venne colà a bella posta e stette aspettando.

Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.

— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove tu siedi.

«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena; fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu, benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.

«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole; quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato, non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo regno, tuttochè [133] immenso; sento che il mio pensiero è chiamato ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli abissi dell'infinito.

«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo, traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore: Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior luce della vita avvenire.»

Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che parevano parole d'un misterioso linguaggio.

— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!

Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona. L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.

La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare: traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire, un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.

Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi, direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto, non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e tese verso quell'essere non umano le braccia.

— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.

Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.

— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No, infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate. Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più disposto alla vita superiore che t'attende.

«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso — ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili sono le tue pene, e soffri longanime.

«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»

La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo, si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate nel suo pensiero.

[134] — Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze? Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione. Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle condizioni che mi spettano?

Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una domanda.

— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia famiglia? Non è egli vero?

Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede: ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani verso lo spirito.

— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi tutto il vero, qualunque sia...

Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.

— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?

La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:

— No! no! no!

Il giovane sorse con impeto.

— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?

Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.

— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome di Dio! È mia sorella Virginia?

Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra. Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e turbinante della neve aggirata dalla brezza.

Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi sa dove, e chi sa come?

Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla, fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce che già lo aveva chiamato gli disse:

— Eh Maurilio! sei tu sordo?

Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.

La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.

— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che vieni tu a farci?

Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in una franca risata.

[135] — Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima avrei potuto, e promissio boni viri.... con quel che segue. Mi sono detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno di libertà e son volato... coi cavalli dell'omnibus. Sissignore son venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane, per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che cosa son qui per fare?

Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.

— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio ignorato pur ieri?

Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.

— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?

Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.

— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo, tutto plebeo, non altro che plebeo.

Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo, profondo; subodorò un segreto.

— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?

Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.

Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata della chiesa in fondo alla piazza, il medichino domandò bruscamente:

— Dove sei tu avviato?

— Rientro in casa di Don Venanzio.

— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.

Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:

— Se ti accompagnassi dalla Margherita....

— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di riabbracciamenti non vogliono testimonii.

— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nella canonica.

— A rivederci.

Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.

Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.

— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con un piacevole e schietto sorriso.

La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma, gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a mezzo.

— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...

E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? — Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore verso di lui e [136] per esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.

— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma Margherita, abbracciatemi pure.

La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.

— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori! ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere in un pianto dirotto con forti singhiozzi.

L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità, perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire, incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e disse non senza qualche impazienza:

— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!

Margherita si asciugò in fretta le lagrime.

— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non so.....

Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.

— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?

La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.

— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io, povera vecchia?...

— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a salvarmene.

— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?

— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.

La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»

— In tal caso, continuava il medichino, voi ripeterete parola per parola ciò che ora verrò dicendovi.

Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi; appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:

— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua eredità.

Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come una statua.

[137] — Avete capito? le domandò il giovane.

Ella accennò di sì.

— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.

La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.

— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso, senza imbrogliarvi e confondervi.

— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.

— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria, risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al lotto.

Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.

— Ah! questa è una ben grossa bugia.

— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene dirla se il bisogno lo vuole.

La vecchia curvò il capo.

— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.

Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva chinati a terra.

— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.

— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...

— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!

Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.

— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di voler fare qualunque cosa per util mio?

— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...

Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una seduzione:

— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi: vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla disperazione suo figlio?

La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria ragione.

— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.

— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in voi tanta esitazione, sì poco amore!....

La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.

Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e più grave pericolo incombeva sul suo capo.

Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di fervente preghiera, esclamò:

— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori; risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario, dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli sacrificherò anche l'anima.

[138] Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì, ella seppe rattenere il pianto.

— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo abbraccio.

Ella rispose con un cenno affermativo del capo.

— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.

— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad allontanarsi.

Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:

«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della Polizia.»

Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul fuoco, disse fra sè:

— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi possa pregiudicare.

CAPITOLO XVI.

Era il vero che il conte Langosco di Staffarda aveva ricevuto dal generale Barranchi un biglietto con cui lo pregava a recarsi da lui in quell'ora e in quel momento che gli fosse più comodo.

La determinazione di scrivere questo biglietto il Comandante dei Carabinieri l'aveva presa dopo un colloquio avuto col signor commissario Tofi; e per esporre tutto per ordine ciò che avvenne e le cagioni di questi abboccamenti, torniamo indietro un momento, a quel punto, in cui partitisi ambedue da quel funesto luogo in cui si esponevano i cadaveri degli sconosciuti e dove s'erano incontrati innanzi alla salma di Ester annegatasi, il medichino e Macobaro s'erano recati, il primo a casa sua, il secondo nel riposto quartierino dove Barnaba stava guarendo dalla ferita avuta dallo stile di Graffigna.

Entriamo anche noi in quella piccola, modesta e oscura stanza, dove giaceva il poliziotto.

Come già fu accennato, il miglioramento della sua salute era tale ch'egli già poteva starsene seduto sul letto, le spalle appoggiate ai cuscini. Più che l'arte del medico, più che i farmaci dello speziale, ad affrettare la guarigione del ferito erano la forza, la tenacità, il meraviglioso vigore del suo volere costante e fisso in un pensiero solo. Le guancie aveva pallidissime, e il volto, già magro abitualmente, in quei pochi giorni di malattia eragli diventato così scarno e macilento che più non potrebbe un tisico nell'ultimo periodo del suo male; ma gli occhi, che dapprima aveva sempre per ordinario come velati da una nube, ora brillavano di un nuovo splendore che pareva ed era in vero il riflesso del fuoco interiore d'una passione che vegliava continua, e cui nulla avrebbe deviata dal camminare verso il suo appagamento.

Accanto al letto, quasi accoccolato sopra un basso sgabello, i gomiti puntati sulle grosse ginocchia e la testaccia arruffata nascosta nelle mani che parevano quelle di un gigante, stava Meo, il quale era mutato ancor egli d'assai da quello che appariva nella taverna di mastro Pelone, ed avreste detto esser malato eziandio. E lo era diffatti; aveva un male che si poteva paragonare a quello della nostalgia; e n'era cagione il non aver più visto da parecchi giorni, che a lui parevano tantissimi, la faccia grassotta, rubiconda, rubesta, e gli occhi assassini della Maddalena.

Meditavano tuttedue; Meo ad un punto avea rotto il silenzio facendo questa domanda:

— Se io andassi a vederla solamente un minuto, che male ci sarebbe?

Barnaba era così affondato ne' proprii pensamenti che non gli diede retta.

Meo ripetè la sua interrogazione. Il giacente udì, ma non comprese, e vedendo la grossa faccia del giovinastro volta verso di lui con ansiosa aspettazione gli domandò che cosa avesse detto.

— Dico che non ci potrebbe esser punto male s'io andassi a vederla un minuto. Proprio solamente tanto da vederla. Ho bisogno di vederla io quella donna.

Barnaba ebbe un lieve fremito nelle sue fibre. In mezzo alle tante, varie, molteplici, aggrovigliate fantasticherie della sua mente compariva anche per lui un'immagine di donna: degli occhi ora chiari e sereni, ora scuri e torbidi, delle labbra carnose color di sangue, delle chiome fulve, una persona di forme voluttuosamente procaci.

— Vederla! esclamò egli, il quale sentiva nel suo intimo vivissimo pure il desiderio di avere innanzi reale quella bellezza che vagheggiava colla immaginazione. Chi vedere? Di che donna parli tu?

— Di Maddalena.

Barnaba fece un atto d'impazienza.

[139] — Ci sarebbe male e di molto: rispos'egli. All'osteria ti si tratterrebbe, ti si interrogherebbe, tu non sapresti dissimulare.... e la nostra vendetta ci sfuggirebbe di mano.... Non vuoi tu più giungere a far tua quella donna?

La sciocca faccia di Meo divenne rossa, e le pallottole di vetro che aveva nelle occhiaie ebbero un bagliore, che pareva lume d'intelligenza.

— Oh sì! diss'egli con forza.

— Non vuoi tu più vendicarti di quell'altro?

— Oh sì: ripetè egli con più forza e con più vivo luccicar degli occhi.

— Abbi dunque pazienza alcuni giorni ancora, ed avrai l'una e l'altra soddisfazione..... Sì pochi giorni soltanto, e poi potrò agire: lo sento, lo voglio.

In quella entrava il vecchio rigattiere ebreo, la faccia terribilmente sconvolta; stampata entro la mente l'immagine del volto di sua figlia annegata che aveva visto poc'anzi.

Barnaba comprese tosto che il momento era venuto di apprendere tutto quello che desiderava.

— Jacob, diss'egli, ora mi sento abbastanza forte per cominciare l'impresa che deve procurarci a tuttedue una desiderata vendetta. È tempo che favelliate.

— Sì, rispose il padre di Ester, guardando torbidamente intorno. Sono venuto apposta.

Meo fu mandato nell'altra stanza, e Macobaro fece a voce bassa al poliziotto un lungo racconto, che durò quasi un'ora.

Quando il vecchio ebbe finito successe un lungo silenzio; ambedue stavano meditando. Fu Arom che ricominciò a parlare:

— Ella mi salverà, non è vero?

— Sì: rispose Barnaba che tutto aveva già fissato in mente il modo di agire. Vi farò assicurare, come a propalatore, la impunità.

Un'altra idea s'affacciò in quella alla mente del vecchio usuraio pel quale la passion del denaro era sempre la prima.

— Ah! esclamò egli: non vorrei perderci in codesto i miei poveri denari che ho dati a quello scellerato dietro una cambiale coll'avallo della contessa di Staffarda.

Queste parole fecero nascere un nuovo pensiero in Barnaba. Avvisò che anche di codesto poteva trar profitto pel conseguimento del suo scopo. Gli influenti personaggi con cui il medichino aveva attinenza e che lo proteggevano, avrebbero forse pensato a sottrarlo, anche per riguardo a se stessi, alla giustizia; sarebbe stato opportuno far nascere in quei medesimi il desiderio eziandio di vederlo perduto, e forse quella cambiale gli porgeva il destro da ciò.

— Quel titolo, diss'egli a Macobaro, vorreste voi affidarlo a me?

Il vecchio fece una smorfia che dinotava chiaramente come questo partito poco gli piacesse.

— Voi siete nelle mie mani, e potrei imporvelo con assoluto comando; vi consiglio però a farlo di buon grado, assicurandovi che non sarete defraudato dell'aver vostro.

Jacob capì che bisognava rassegnarsi; e di quel giorno medesimo consegnava sospirando nelle mani di Barnaba la cambiale in quistione.

Ora, il giorno dopo, capitava giusto nella stanza del ferito il commissario Tofi, il quale veniva a narrargli tutto ciò che era avvenuto a proposito del dottor Quercia e che abbiamo visto nei capitoli precedenti.

Barnaba ascoltò silenziosamente a suo modo, e poi disse:

— Ciò che vi ha di pregiudizievole in codesto si è che così venne data a quel briccone la sveglia, e ch'ei penserà a porsi in salvo. Conviene farlo custodire ben bene perchè non fugga.

— Ho già dato gli ordini opportuni per ciò..... Ah! l'avrei fatto arrestare senz'altro. Ma il conte Langosco, che a dispetto di tutto lo protegge sempre, sarebbe andato dal generale Barranchi, e mi si sarebbe fatto un rabbuffo.

— Il conte Langosco non lo proteggerà più. Se l'affare dei diamanti non ha bastato, ce n'è qui un altro che lo indegnerà vivamente contro quel cotale e gli farà nascere una maledetta voglia di vederselo torre per sempre dai piedi. Agendo con prudenza si può ottenere d'avere il conte dalla nostra.

Diede la cambiale che sappiamo al Commissario e gli espose quello che a suo avviso doveva farsi, e come. Il signor Tofi approvò tutto e tolse commiato per andar tosto a mettere in pratica i datigli suggerimenti.

— Fra cinque o sei giorni potrò stare in piedi: disse a mo' di conclusione Barnaba, i cui occhi brillavano fieramente: potrò procedere io stesso all'arresto ed alla perquisizione di chi so io e dove so io.

Delle rivelazioni fattegli da Macobaro intorno alla cocca ed al suo capo, non aveva ancora voluto dir nulla al Commissario perchè a sè desiderava serbato l'onore e la soddisfazione dell'importante cattura.

Il signor Tofi si recò dal conte Barranchi, e fu dietro il colloquio avuto insieme che il generale domandò al marito di Candida quell'abboccamento che abbiamo detto.

Barranchi, quando Langosco fu da lui, non fece che ripetergli le parole che destramente gli aveva suggerito il Commissario e che da costui erano state combinate con Barnaba.

— Vengo a darvi un'altra prova, conte, del come la mia polizia si faccia: disse con importanza il generale. Noi sappiamo tutto! E sappiamo qualche cosa che vi riguarda, che forse non sapete nemmeno voi.

[140] — Che cosa? domandò torbidamente il conte che da qualche giorno, per le buone ragioni che conosciamo, non era di umore nè ciarliero nè tollerante.

— Fra noi, amici da lungo tempo, della stessa classe, delle medesime idee, possiamo parlarci francamente, non è vero? D'altronde voi lo sapete che io non ci ho mai valuto niente nelle diplomaticherie. Sono un militare, tutto d'un pezzo, e basta. Ecco dunque di che si tratta. Vostra moglie si è lasciata abbindolare così da mettere la sua firma per avallo ad una cambiale del valore di 52 mila lire.

Il conte sussultò, ma non disse nulla.

— Chi le ha carpita questa firma, continuò Barranchi, forse voi potrete indovinarlo.....

— Lo indovino: interruppe con accento cupo Langosco, alle cui guancie saliva un lieve rossore. Ebbene? e con ciò?

— Noi non si vuole che una famiglia come la vostra sia esposta a certe pubblicità, a certi commenti.....

Il marito di Candida fece un atto che significava nello stesso tempo un ringraziamento e il desiderio di veder troncate quelle parole.

— La disgraziata cambiale abbiamo trovato modo di averla in poter nostro.

— Sì? proruppe vivamente il conte di Staffarda. Lasciatemela vedere, vi prego.

Barranchi la prese da uno dei cassettini della scrivania e glie la porse. Langosco esaminò attentamente la firma della moglie, e più amaro del solito gli sfiorò le labbra il suo ghigno.

— Ebbene, diss'egli al generale porgendogli il foglio, non vedo qui che ci sia nulla da fare. All'epoca della scadenza la contessa farà onore alla sua firma.

— Legalmente ella non poteva obbligarsi....

— La contessa ha firmato: disse con vibrato accento Langosco; e la contessa pagherà.

— Ma quell'uomo a cui favore diede il suo nome è uno sciagurato, indegno d'ogni riguardo.

Il conte scosse la testa come per dire che ciò non ci aveva nulla da fare nella quistione.

— Voi non lo conoscete ancora bene, continuava Barranchi. Abbiamo dati positivi per credere che quel cotale è capace di tutto.... Si hanno i più gravi sospetti sul conto di lui.... Volete che ve lo dica?... E guardate quanto bisogni davvero andar guardingo nello stringere attinenze fuori della nostra classe... Si dubita che quell'individuo sia complice degli assassini dell'usuraio Nariccia.

Langosco, a cui questo brutto sospetto si era già presentato eziandio, impallidì, ma non disse verbo.

— Sapete, continuava Barranchi, che il nostro diligente commissario Tofi aveva già pensato farlo arrestare e perquisire la sua abitazione?

— Ciò non dev'essere, disse vivamente il conte di Staffarda, il quale mise una mano sul braccio del generale come per chiamarne vieppiù l'attenzione sulle sue parole. Siamo amici, generale, ed io per rendervi un servizio che salvasse il decoro della vostra famiglia farei tutto quello che fosse in mio potere. Conviene che ci sosteniamo e ci aiutiamo a vicenda noi che lo spirito rivoluzionario moderno minaccia.... Quel cotale non conviene sia arrestato e gli si faccia un processo.

Abbassò la voce e disse lentamente:

— Fra una settimana sarà fuori di Stato, ve ne do la mia parola.... Aspettate una settimana a farlo arrestare.

Barranchi fece gravemente un segno negativo e Langosco aggrottò le sopracciglia.

— Mi neghereste ciò, anche s'io ve lo chiedessi come un favore?

— Ve lo negherei, perchè così vuole il vantaggio del pubblico.

Il conte di Staffarda fece un brusco movimento cui tosto però represse: il generale continuava:

— Perchè così vuole eziandio il vostro medesimo interesse.

— Oh come?

— Nella stessa guisa che quel mariuolo ottenne questa cambiale, può avere ottenuto altre carte, altri documenti, lettere... o che so io, per cui possa rimanere compromessa qualche persona.... qualche persona, voi mi capite.... che non da me certo, e nemmeno da voi, si vorrebbe potesse venire in ballo. Ora siffatte carte in una perquisizione cadrebbero in potere degli agenti della polizia...

— Ed è ciò che vuolsi evitare: proruppe vivamente Langosco.

— No: disse il generale sorridendo furbescamente, e tenendosene d'un'accortezza che non era sua: no, perchè — (e qui abbassò ancor egli la voce) — quelle carte, qualunque siensi, venute nelle mani d'un uomo acconcio, a cui si daranno le opportune istruzioni, del medesimo commissario Tofi, per esempio, fidatissimo e intelligentissimo, potranno passare senza ritardo qui nel mio studio, e di qua a voi medesimo che ne potrete fare ciò che più vi aggradirà.

Il marito di Candida prese vivamente la mano del Comandante dei Carabinieri e glie la strinse forte per muto attestato di riconoscenza.

— E ciò, seguitava il generale trionfante, varrà sempre meglio che lasciare in potere di quello sciagurato, ancorchè se ne vada in altri paesi, un'arma che potrà rivolgere a vostro danno quando che sia.

— Avete ragione: disse con voce soffocata il conte di Staffarda.

— E pensate che se gl'indizi non c'ingannano, e son tali da poter essere omai sicuri di ciò, colla cattura di costui avremo in mano le fila di quella iniqua setta di malandrini, cui si devono i tanti [141] misteriosi delitti che ebbero luogo ultimamente. Quanto a quella cambiale poi...

— Quella sarà pagata: interruppe con una certa alterigia Langosco, e prese quindi commiato dal generale.

— Contessa; disse poscia con severità quasi sprezzosa il conte a sua moglie, appena fu solo con lei: conviene che vi procuriate al più presto le cinquantadue mila lire da pagare quella cambiale che avete firmata.

Candida levò la testa e gli occhi verso il marito; e senza parlare lo guardò coll'aria smemorata ed offesa di chi non capisce ciò che gli vien detto, e crede d'esser fatto mira d'uno stupido ed insolente scherzo.

Il conte seguitava:

— A me è assolutamente impossibile procurarmele; ma con tutto ciò esigo e pretendo che in pochi giorni quella somma sia pagata. Se non ci avete altro modo, ricorrete a vostro padre, il quale per l'onore della sua figliuola non vorrà, spero, far la menoma difficoltà a venirvi in aiuto.

La contessa guardava sempre il marito di quella guisa, se non che nei suoi occhi scuri si accresceva ogni minuto più la fiamma dello sdegno.

— Vorrete voi avere la compiacenza di por termine a questo che io non so come chiamare, se sciocco scherzo, o temeraria menzogna? Proruppe ella con accento pieno d'ira contenuta e con voce che vibrava profondamente agitata. Siete voi che avete bisogno ancora di tal somma ed avete inventato questo bel metodo per estorcerla alla mia condiscendenza stata troppa finora?

Langosco mandò un'esclamazione soffocata in cui c'erano collera, dolore, vergogna, e si trasse indietro d'un passo come se dal colpo d'una mano robusta al petto fosse stato respinto.

— Ah voi mi calunniate ed insultate! diss'egli con una specie di ruggito.

Candida, che fin allora era rimasta a sedere, si drizzò in piedi, e la faccia dritta levata, fulminando il marito con uno sguardo superbo esclamò:

— E voi che state facendo verso di me? Insulti e calunnie sono le vostre parole, ed io sono una donna, signor conte.

Il marito represse quell'ira che sentiva nel suo petto presso a prorompere. Sapeva quella donna troppo fiera per abbassarsi a mentire ed abbastanza audace per non isconfessare qualunque sua azione. Un sospetto che ancora non gli era balenato alla mente glie ne nacque di botto. Quell'uomo di cui egli aveva creduto scoprire pochi giorni prima che giuocava di baro, che era ritenuto complice d'un assassinio, non era egli capace di tutto? Il conte tornò accostarsi a sua moglie, e guardandola ben bene entro gli occhi, la sua faccia magra e giallognola a un palmo appena di distanza dal viso di lei, di qualche tempo patito e pallido, le disse con parola lenta e spiccata:

— Voi dunque non avete firmata a favore di quell'uomo una cambiale di 52 mila lire?

— Nessuna: rispose seccamente la contessa.

— Ebbene: disse con feroce crudeltà il marito: quella cambiale col vostro nome, l'ho veduta io stesso poc'anzi; e ciò vuol dire che il vostro amante, signora contessa, è tutt'insieme un baro, un assassino ed un falsario.

Le guancie di Candida si fecero d'un rosso cupo e impallidirono poi tosto; gli occhi lampeggiarono e ratto si spensero; le labbra frementi s'aprirono e s'agitarono come sotto la pressione di fiere parole che stessero per prorompere, ma non una voce ne uscì. Da parecchi giorni troppe e troppo fiere erano le emozioni onde quella misera donna era colpita: a quest'ultima non resse. Credette ella o non credette la terribile accusa? Non ebbe campo a sceverare ella stessa nella confusione della sua mente le proprie impressioni. Sentì uno sdegno indicibile e insieme, in fondo all'anima, una segreta, tremenda paura. Il cuore cessò di batterle, il cervello fu oppresso dall'èmpito del sangue che vi salì vorticoso: agitò le braccia, mandò un rantolo, e su quella poltrona da cui s'era drizzata poc'anzi ricadde pallida come un cadavere.

Il conte le fu presso senza premura, senza interesse, senza pietà nessuna, e la esaminò attentamente.

— Animo! diss'egli coi denti stretti: non è tempo di svenimenti; fatevi coraggio ed udite tutto il vero.

Le prese una mano e la trovò inerte e fredda poco meno che quella d'una morta; la lasciò ricadere, e guardò un istante la donna svenuta con più amaro che mai sulle labbra il suo ghigno; poi diede una forte tirata al cordone del campanello.

— La vostra padrona è svenuta: disse alla cameriera che si presentò: soccorretela, mettetela a letto, e si mandi tosto per un medico.

E lento e tranquillo rientrò nelle proprie stanze.

Dopo uno svenimento di mezz'ora, Candida risensava e in mezzo alla confusione delle idee in cui si trovava tuttavia e all'indolorimento generale del corpo, il suo primo pensiero era quello della orrenda novella appresa dal marito. Che questi era incapace di mentire e calunniare troppo ella sapeva. La cambiale falsa era dunque un fatto reale. Delle altre accuse in quel momento non si ricordava, non si preoccupava. Non aveva tempo nè spirito da indegnarsi, da soffermarsi a considerare l'infamia e la scelleraggine della cosa; al suo animo di donna fatalmente posseduto da una tenace, indomabile passione, un solo oggetto premeva, un solo si presentava: quello di salvare il suo amante. Per ciò non v'era che un modo solo, e il conte medesimo glie lo aveva additato: ricorrere a suo padre, farsene dare la somma occorrente, pagar tutto, ottenere coll'influsso del barone La Cappa che in [142] ogni modo l'affare rimanesse soffocato, a Quercia non si desse molestia. La cosa premeva, bisognava correre senza indugio, Candida volle scendere di letto e non potè; le parve d'essere inchiodata in mezzo alle coltri; fece uno sforzo, e tutte le idee le si smarrirono di nuovo, l'intelligenza le si offuscò e tornò a perdere la cognizione, non in uno svenimento, ma nel parosismo d'una febbre gagliarda sopraggiuntale.

Il conte, avvertitone, corse al capezzale di Candida, e siccome rotte e tronche parole uscivano dalle livide, aride labbra della giacente, timoroso ella nel delirio parlasse, allontanò dal letto ogni altro, per rimanerci egli solo, oggetto di meraviglia ai servi che non lo avrebbero creduto mai così tenero della moglie.

Il medico, fatto venire, annunziò che quella era una grave malattia, e che per allora non poteva predire quali ne sarebbero state le conseguenze.

La cameriera della contessa, che sappiamo avere intime relazioni con Gian-Luigi, si affrettò di quella sera medesima a recargli l'annunzio di quel caso.

— Anche questa è per me un'avversa circostanza: disse il medichino dopo congedata la fante con larga rimunerazione. Questa malattia toglie di agire a costei che in certe contingenze, guidata da me, avrebbe potuto essermi d'un aiuto efficace. Conviene davvero che io m'affretti il più che si possa e me ne vada sotto altro cielo.

CAPITOLO XVII.

Maurilio rimase al villaggio tutta una settimana. I suoi dubbi continuarono ad agitarlo, ma non un barlume più venne a rischiarargli la tenebra in cui era caduta a questo riguardo la sua mente. Invano erasi recato di nuovo a quel luogo in cui lo aveva visitato l'apparizione: invano questa, e colà e altrove, aveva invocata con trasporto d'anima ineffabile, con vera frenesia di desiderio: nulla, nulla più era venuto a confermargli o distruggergli quello strano sospetto che così inopinato e così stranamente gli era stato saettato nell'anima. Col trascorrere dei giorni, per ciò, anche questo dubbio aveva scemato di forza: la ragione aveva riagito contro l'immaginativa, e debolmente dapprima, con più forza di poi, aveva mostrato la insussistenza di quel sospetto che non era forse altro se non un portato dell'inferma fantasia. Ad ogni modo, appena di ritorno a Torino, ei si proponeva di raccogliere con religiosa cura tutte quelle informazioni e que' documenti che si poteva sul conto del padre e della madre, tanto da formare colla menoma interruzione di anella quella catena di fatti che dall'amore della nobile donzella di Baldissero pel giovane patriota milanese, doveva condurre fino al ricevimento di lui come rampollo di quell'unione nella illustre famiglia di Aurora.

Al settimo giorno dopo la sua partenza da Torino, Maurilio ricevette una lettera dal marchese di Baldissero, nella quale gli si diceva: essere tempo ch'egli ritornasse, S. M. con immensa degnazione, di cui Maurilio avrebbe dovuto esserle riconoscente tutta la vita, non averlo dimenticato, ma aver fatto benignamente sapere a lui, marchese, che suo nipote sarebbe impiegato nel gabinetto particolare di S. M. medesima: convenire ch'egli senza ritardo si recasse ai piedi dell'Augusto personaggio ad esprimergli quella gratitudine che era più di un dovere: per ciò si tenesse preparato a partir di colà il giorno vegnente, che la carrozza sarebbe venuta a prenderlo al villaggio.

Maurilio lesse e rilesse quella lettera, domandandosi che cosa doveva fare. L'idea glie ne venne un momento di rispondere al marchese, rinunziar egli alle nuove grandezze che gli offriva la sorte, voler fermare la sua dimora al villaggio e viverci ignorato; ma non tardò a riconoscere che questo sarebbe stato «per viltate un gran rifiuto,» che se il destino gli porgeva in quella guisa alcuna possibilità di fare un po' di bene, era suo dovere non fallire all'opera, che il dar corpo ed importanza a quei vaghi, aerei dubbi, senza fondamento di sorta, era peggio che una follia. Annunziò adunque a Don Venanzio il suo ritorno in città pel giorno dopo; e diffatti verso il cader della notte dell'ottavo dì dacchè erasi di là partito, egli, nella carrozza collo stemma della famiglia di Baldissero, rientrava sotto il portone del superbo palazzo, dov'egli, quasi ragazzo ancora, coi panni e nelle condizioni di povero figlio del popolo era entrato primamente di straforo per ammirare la bellezza di Virginia, ond'era stato ammaliato.

Il maggiordomo era ad accoglierlo in alto dello scalone.

— Signore, gli disse con un rispetto che si vedeva chiaramente ispirato dagli ordini espressi del padrone, S. E. il marchese la prega, quando Ella siasi riposata, ristorata e rassettata, di voler passare nel salone, dove troverà riunita tutta la famiglia.

Maurilio fece un muto segno di assentimento.

Il maggiordomo, camminandogli innanzi per quei locali, tutti già rischiarati, lo condusse alla camera assegnatagli, che era un'altra da quella che gli era stata data come a segretario, al primo piano ancor essa come quella degli altri componenti della famiglia, più elegante per mobili, per arazzi e per tappeto.

Il servo, che seguiva, depose sulla pietra di marmo d'una mensola i due candelabri d'argento dalle candele accese che aveva tra mano; e il maggiordomo inchinandosi innanzi al giovane gli disse:

— È pronta una refezione per Vossignoria. Desidera Ella esser subito servita?

[143] Maurilio che pareva aver perduto la parola mettendo piede sul limitare di quel palazzo, fece un cenno che voleva dire, non aver egli bisogno nè desiderio di nulla; il maggiordomo lo interpretò invece per un assentimento anche questo e dopo un altro profondo inchino si ritirò annunziando che colà stesso sarebbe tosto recata la refezione. Il giovane non aveva in quel momento per la testa altro che un pensiero: avrebbe visto fra poco tutta la famiglia, le sarebbe comparso dinanzi egli a prendere ufficialmente il suo posto in mezzo a lei: quest'idea lo turbava e lo spaventava. Sollevò gli occhi e incontrò la sua pallida figura riflessa nello specchio che stava sopra alla mensola su cui il lacchè aveva deposto i lumi, e diede in una scossa come se quella fosse la vista inaspettata d'un ignoto che venisse a guastargli la solitudine che desiderava: dietro la sua, vide pure la figura del valletto che lo guardava con un'impertinente curiosità ammantata di rispetto, degna affatto di un servo di nobil casa. Si rivolse vivamente.

— Che fate costì? domandò con tono abbastanza superbo da padrone che gli valse di botto una maggior stima da parte del domestico.

— Aspetto gli ordini di Vossignoria, in caso volesse cambiarsi d'abiti.

Ma il nostro giovane, cresciuto fra gl'infimi, allevato in mezzo la plebe, non aveva nè indole, nè abitudine da mantenersi in quello sprezzoso contegno d'uomo che si ritien di razza superiore e che non vede nel suo simile che un passivo stromento delle sue volontà; sentì una soggezione e quasi una specie di vergogna de' fatti suoi in presenza di quel cotale, più alto, più grosso, più forte di lui, dalle braccia che avrebbero potuto fare tanto lavoro utile, il quale gli stava dinanzi nella sua livrea gallonata per prestargli dei servizi che non gli erano necessarii e di cui aveva sempre fatto senza. Chinò gli occhi con una nuova umiltà che di colpo fece sparire tutto quel po' di stima che il domestico aveva sentito per lui, e rispose impacciatamente:

— No.... non ho bisogno di nulla: ritiratevi pure.

Mentre il domestico apriva la porta per uscire, entrarono due altri portando un deschetto apparecchiato, che posero poco distante dal camino: uno di essi tirò presso al tavolino un seggiolone e disse al giovane:

— Se Vossignoria vuole accomodarsi, eccola servita.

E i due nuovi valletti venuti stettero come due cariatidi, uno di qua, l'altro di là del deschetto su cui fumava mandando un profumo appetitoso una zuppiera d'argento.

Maurilio sempre immobile, sempre dritto a quel punto da cui vedeva riflesso nello specchio in mezzo alle vacillanti fiammelle dei candelabri, il suo pallido viso che spiccava nella penombra del fondo della stanza; Maurilio guardava con occhio attonito il luccicare degli argenti e dei cristalli sulla tavola dove ripercotevansi e rimbalzavano i raggi di due altri candelabri d'argento, la candidezza della finissima tovaglia, la forma spigliata della bottiglia di vino di Bordeaux, i galloni delle livree e le braccia imbottite della soffice poltrona che parevano tendersi verso di lui per invitarlo.

Dopo un silenzio di pochi minuti, il giovane capì che doveva dire o fare qualche cosa. Fece un evidente sforzo per sciogliere la lingua che gli pareva annodatasi; ed ebbe mestieri d'un atto di coraggio per pronunziare le seguenti parole:

— Andate..... Desidero rimaner solo.

I domestici salutarono e partirono. Allora egli, quando ebbe visto l'uscio richiudersi dietro le loro spalle, si mise a passeggiare su e giù per la camera a capo chino, sostenendo colla mano destra il mento e colla sinistra il gomito del braccio destro. Non pensava a nulla di preciso, ma sentiva un gran disagio di sè, una strana malavoglia. Ora che l'orizzonte della vita pareva esserglisi aperto dinanzi, egli non iscorgeva che buio, peggio di prima, buio in sè ed intorno a sè. La sua mente vagava, vagava in un indefinito chimerizzare, che non aveva neppure una lontana somiglianza di forme, che niuna parola, che nemmeno l'incerto, ondeggiante, generico linguaggio della musica varrebbe ad esprimere.

Ma passando e ripassando egli innanzi alla tavola apparecchiata, gli effluvii di quella succosa zuppa, che profumava l'aria della stanza, finirono per solleticare e destare i suoi sensi: si fermò, si raccostò al desco, cedette all'invito della poltrona, si lasciò cadere fra quelle braccia così benignamente allargate. Quando ebbe mangiato un buon tondo di minestra al consommé, una buona fetta di pâté e bevuto un buon bicchiere di Bordeaux, le cose apparvero sotto ai suoi occhi con aspetto un po' diverso da quel di prima. Si fece coraggio, l'idea di affrontare la presenza e gli sguardi della sua nuova famiglia gli fece battere il cuore, ma non lo spaventò più: si guardò nello specchio con meno spregio e ripugnanza di se stesso; camminò con passo più sicuro per la stanza, si raggiustò la cravatta al collo e i panni addosso, e s'avviò abbastanza risolutamente verso il salone.

Un domestico glie ne aprì l'uscio ed alzò la portiera: Maurilio vide innanzi a sè, aggruppate presso il grande camino, quattro persone che volsero verso di lui il loro volto su cui si dipingeva una curiosità in tutti diversa: quelle quattro persone erano il marchese e sua moglie, la loro nipote Virginia ed il loro figliuolo Ettore, uscito il giorno prima soltanto dagli arresti di rigore in cittadella.

Ma prima di entrar testimonii a questa scena che sta per aver luogo, è conveniente assistere ad un'altra che in quell'ora medesima succede nel piccolo e remoto quartiere di Barnaba, l'agente segreto della polizia. [144] Già dal giorno prima il ferito s'era provato a scendere di letto; ma la debolezza non gli aveva consentito che di far pochi passi per la stanza.

— Eppure voglio esser guarito: aveva mormorato fra sè con fermezza tenace; voglio fra pochi giorni, fra tre, fra quattro al più, poter uscire, poter io recarmi all'importante impresa. Lo voglio! Questo mio corpo non me l'hanno avvezzo fin da piccino a piegarsi ad ogni maggiore sforzo secondo le volontà altrui? Non ho io conservato sempre colla mia volontà un predominio assoluto sopra di lui? Or dunque voglio esser guarito, e lo sarò....

E ripeteva a mezza voce coi denti stretti, come per fermar meglio, dar maggior forza alla sua risoluzione ed imprimersela più profonda nel pensiero, la parola: voglio!

Quel giorno in cui Maurilio faceva ritorno a Torino, Barnaba due volte volle calare dal suo giaciglio, vestirsi e provare a camminare. La seconda di queste volte era appunto alla sera. Una piccola lucerna illuminava di poca luce quella stanza; il viso del poliziotto, pallido ed affilato, pareva una maschera di cera a quel fioco lume gialliccio; Meo colla grossa faccia più melensa, e le chiome più scarmigliate del solito dava il braccio al convalescente che mutava adagio adagio i passi, appoggiato da una parte al non corrisposto amante di Maddalena, dall'altra ad un bastone. Macobaro seduto in un angolo col suo aspetto d'arpia seguiva degli occhi que' due che gli passavano innanzi lentamente andando e venendo.

— Sì, sì, disse Barnaba ad un tratto fermandosi in mezzo la stanza, coll'aiuto di qualcheduno potrò uscire dopo dimani, e se non a piedi, in carrozza, recarmi là dove occorre. Che ne dite Jacob?

— Dico che gli è possibilissimo: rispose il vecchio rigattiere che aveva sul suo volto le mostre di una profonda preoccupazione: ma non conviene che per esercitarsi al camminare la si stanchi di troppo, chè allora poi sarebbe peggio.

— No, no: disse il ferito con una specie d'impazienza: so io bene come devo fare..... Bisogna esercitarlo questo miserabile d'un nostro corpo di nervi e di muscoli per ottenerne quello che si vuole.

E riprese il suo lento passeggiare. Arom sostenne il mento ai suoi due pugni chiusi e si diede tutto alle sue meditazioni che parevano tutt'altro che liete. Successe un silenzio di parecchi minuti, finchè Barnaba andò a sedersi in faccia al vecchio ebreo, e guardatolo attentamente un poco, gli disse poi con vibrato e quasi crudo accento:

— Voi pensate a vostra figlia, alla vostra Ester, non è vero? State tranquillo che fra poco ne avrete piena vendetta.

Jacob sollevò un momento quei suoi occhi piccini, affondati nell'occhiaia, che avevano il guizzo di quelli d'un serpente.

— Penso anche ad un'altra cosa: disse con voce sommessa; penso se mai potrò riavere quelle cinquanta mila lire che ho dato al medichino.

Barnaba fece un atto di dispettoso disappunto.

— Le avrai, vecchio avaro, esclamò impaziente, se ci servirai a dovere.

In quella fu picchiato con mano risoluta all'uscio d'ingresso, e Meo andò a dimandare chi fosse.

— Apri, son io: rispose la voce forte e burbera del commissario Tofi.

— Già levato! esclamò questi entrando nella camera in cui era Barnaba, col suo passo sonante e il portamento da militare: molto bene! È necessario affrettarsi ad agire.

— Perchè? È succeduto qualche cosa di nuovo? domandò Barnaba con molto interesse.

— È succeduto che quel mariuolo sta per isposare una infelice di ragazza di buona famiglia, e gli sponsali avranno luogo domani sera.

Il convalescente pregò il suo superiore gli narrasse tutti i particolari ch'e' sapeva intorno a questa novella; e quando gli ebbe intesi colla più seria e fissa attenzione di cui fosse capace, egli che aveva penetrato le intenzioni del medichino, disse:

— Lei ha ragione, non conviene più indugiare. Quello sciagurato vuole sposare, intascar la dote e fuggire... Di domani bisogna che sia arrestato.

— Ciò non è tutto: riprese il Commissario che non aveva voluto neppure sedersi e stava col suo largo cappellaccio in capo, le mani affondate nelle gran tasche laterali del soprabito. Ci è ancora un'altra novità più strepitosa ed importantissima. Ecco una lettera che ho ricevuto testè dal giudice istruttore.

Trasse da una di quelle sue tasche un foglio che spiegò e porse così aperto a Barnaba: questi lesse il seguente corto bigliettino:

«Il medico che cura il signor Nariccia mi fa avvertito adess'adesso che quest'infelice vittima di quell'orribile assassinio, per un caso provvidenziale, ch'egli non osava nemmeno sperare, ha riacquistato in parte l'uso della favella. Siccome c'è timore che questo non sia che un temporaneo e fuggitivo miglioramento, così è bene non perder tempo ad approfittarne; ho perciò determinato di recarmi questa sera medesima a tentare un interrogatorio dell'assassinato e la pregherei a volerci intervenire Ella pure per recarmi il soccorso della sua pratica e della sua intelligenza.

«L'aspetto dunque senz'altro al domicilio del signor Nariccia medesimo alle ore otto di questa sera, che prima mi sarebbe impossibile di recarmici, ed ho l'onore, ecc.»

— Sono le sette e tre quarti: disse il Commissario quando Barnaba ebbe finito di leggere, e trasse dal taschino un grosso orologio d'argento tenuto ad un occhiello del panciotto per una catena d'acciaio: ci ho giusto il tempo di recarmivi.

Il convalescente restituì la lettera al signor Tofi, poi con qualche sforzo, ma senza l'aiuto di nessuno, [145] sorse in piedi e stette, sorreggendosi alla spalliera della seggiola.

— Signor Commissario: disse con voce impressa di tanto desiderio, che tremava come per emozione; mi conceda che io l'accompagni colà....

— Siete matto..... Potete appena camminare.

— Manderò Meo a prendere una carrozza.

— E le scale?...

— Non tenterò neppure di farle..... e forse ne sarei anche capace..... ma per essere più sicuro e avanzar tempo Meo mi porterà.

Tofi non ci pensò che un minuto secondo.

— Bene: diss'egli colla sua solita ruvidezza: mi potete fors'anco essere utile. Venite.

Si fece come Barnaba aveva detto, e un quarto d'ora non era passato che il Commissario e Barnaba entravano nella camera dove giaceva Nariccia e dove non tardava a raggiungerli il giudice istruttore.

L'usuraio era sempre immobile stecchito e pareva un cadavere mummificato, in cui per miracolo fossero rimasti vivi gli occhi: questi in quella faccia gialla di morto, al fondo di quelle occhiaie incavate e d'un brutto lividore, nella loro irrequietezza avevano una pena, uno spasimo, uno spavento che ti stringeva l'animo, che era una cosa orribile a vedersi. Quegli occhi agitati che vivevano soli in quel corpo morto parevano suppliziati che cercassero fuga, scampo, pietà dalla loro tortura: pareva che le più tremende visioni passassero innanzi a quelle pupille in cui ardeva la febbre; come certo innanzi alla mente passavano tremendi i ricordi di un colpevole passato, le azioni d'una vita scellerata. Le labbra erano livide, e l'inferiore contorto da una parte penzolava dando a quel viso di pergamena una smorfia immobilitata come quella d'una maschera, che faceva paura e ribrezzo a mirarsi. Fra quelle labbra la lingua impacciata, grossa, pendente riusciva a balbettare a stento alcune parole.

Barnaba, a cui la fatica d'esser venuto fin lì, benchè portato per le scale da Meo e per la strada dalla carrozza, aveva tolta ogni forza, si lasciò cader seduto sopra una seggiola al fondo del letto in cui giaceva Nariccia, e quelle due faccie cadaveriche e quei quattro occhi febbrilmente vividi in mezzo il gialliccio pallore da morto si guardarono fisamente, curiosamente, con avida reciproca investigazione. Erano due vittime del medesimo individuo che dovevano assembrare le volontà in un intento comune: quello della vendetta.

Nariccia, sviato lo sguardo dal volto macilento di Barnaba, lo fece scorrere con istupore interrogativo sopra le persone che in gruppo vide accostarglisi e stargli dintorno; le sue labbra contorte si mossero penosamente, la lingua penzolante si agitò e una voce gutturale, stentata, che pareva quella d'un ventriloquo, pronunziò stentatamente alcune parole, che non furono comprese.

— Che cosa avete detto? domandò il medico, il quale, dietro espressa volontà del giudice istruttore, doveva assistere all'interrogatorio. Abbiate la compiacenza di ripetere.

— Confessarmi, confessarmi: balbettò il paralitico colla medesima voce stentata e sommessa, ma con terribile espressione d'angoscia nell'accento: voglio confessarmi prima di morire.

Il medico, il giudice ed il Commissario s'erano curvati sopra il letto a cogliere il debole suono della voce di quel meschino.

— Che cosa disse? domandò Barnaba il quale dal posto ov'egli si trovava non aveva potuto udire.

— Domanda di confessarsi: rispose il medico.

— E' non fa altro dacchè ha riacquistato l'uso della parola: disse l'infermiere che era stato posto a vegliare sul giacente: di queste poche ore l'avrà già domandato un migliaio di volte.

— Sì, vi confesserete e potrete adempiere ai vostri doveri di cristiano: ma prima è necessario che voi adempiate a quelli che avete verso la giustizia umana, che noi qui rappresentiamo. Fate dunque coraggio, raccoglietevi e preparatevi a rispondere alle nostre interrogazioni.

— Mi resterà ancora tempo abbastanza da confessarmi poi? domandò la voce soffocata e penosa del moribondo.

— Sì, disse il medico; stia di buon animo che vi è di meglio ancora per lei: la speranza della guarigione.

Gli occhi di Nariccia espressero un dubbio desolante in risposta a queste confortevoli parole del medico.

Il giudice cominciò senz'altro l'interrogatorio. L'infermiere era stato mandato nelle altre stanze; un segretario s'era seduto ad un tavolino stato posto più presso al letto che fosse possibile, e teneva innanzi a sè la carta su cui era preparato a scrivere le risposte; non altra luce rischiarava l'oscurità di quella stanza, fuor quella della lampada sormontata da una ventola opaca che stava sul tavolino dove s'accingeva a scrivere il segretario; così alto silenzio regnava che si udiva il rumore della respirazione affannosa del giacente, e che le parole da lui pronunziate in risposta alle fattegli domande, quantunque dette a voce più che sommessa, erano intese da tutti.

— Voi siete nel pieno possesso della vostra ragione? cominciò il giudice, parlando piano ancor egli, e curvo sopra il letto.

— Sì.

— Da quando siete rientrato nella vostra cognizione?

— Da parecchi giorni.... non so bene.... quando mi vidi attorno tanta gente....

— Vi ricordate (questa domanda fu fatta dietro suggerimento di Tofi) che vi furono rivolte già [146] altra fiata varie interrogazioni circa il delitto di cui foste vittima?

— Mi ricordo.

— Eravate allora in voi come ora?

— Sì.

— E non potevate parlare?

— No.

— Dacchè siete rinvenuto, avete sempre avuto la cognizione, tuttochè immobile e senza parola?

— Sì.

— Vi ricordate delle risposte che avete espresso allora con segni fatti degli occhi alle domande mossevi?

— Sì.

— Quelle vostre risposte erano la verità?

— Sì.

— Sareste pronto a riconfermarle?

— Sì.

Le domande che sappiamo essergli state fatte in quell'occasione gli furono nuovamente dirette una per una, ed egli colla voce diede la medesima risposta che aveva dato cogli occhi.

— Avete conosciuto i vostri assassini?

— Sì.

— Di due avete annuito al nome che se ne disse: vorreste ripetere questi nomi?

— Sono Graffigna e Stracciaferro.

— E il terzo? Sapete il nome del terzo?

— Sì.

La respirazione del giacente si fece più affannosa e gli occhi si turbarono.

Il medico diede il consiglio di lasciarlo un poco riposare.

Dopo cinque minuti il giudice istruttore riprese:

— Questo nome siete disposto a dircelo?

— Sì.

— Voi capite tutta l'importanza delle parole che state per pronunziare!

— Sì.

— E siete sicuro della verità di esse?

— Sicurissimo.

— Allora diteci questo nome.

— Quercia.

Barnaba che pure si aspettava quel nome, che era sicuro non altro sarebbe uscito da quella bocca convulsa, tuttavia diede in una leggiera scossa e mandò una soffocata esclamazione: gli altri si guardarono in faccia e per un minuto secondo nessuno parlò; non s'udì che il rifiato grave del giacente e lo scricchiolar della penna del segretario che scriveva nel processo verbale incancellabilmente quel nome.

— Ma qual Quercia? susurrò poscia la voce fiacca di Barnaba; ve ne possono essere parecchi, conviene farglielo specificare.

E Nariccia, interrogato in proposito dal giudice, diede tutte le più precise informazioni che si desideravano.

— Signore, disse il giudice al Commissario, quando l'interrogatorio fu finito, della giornata di domani sarà spiccato un ordine di arresto contro quel tale, e sarà sua cura farlo eseguire.

Tofi chinò bruscamente il capo in segno affermativo.

— Sarà eseguito: diss'egli; e frattanto lo farò codiare dai miei agenti. So che col pretesto d'un viaggio di nozze e' si è già procurato un passaporto per l'estero; se appena un timore che si sospetti di lui gli entra nell'animo, può partirne improvviso. Al menomo cenno ch'egli faccia di abbandonar Torino, ordine o non ordine, lo agguantiamo.

— Signor Commissario, disse una voce tremante, quasi supplichevole, all'orecchia di Tofi, mi conceda il favore di affidare a me l'impresa di questa cattura... sotto la sua direzione s'intende.

Il Commissario guardò la faccia patita di Barnaba entro la quale gli occhi ardevano più febbrilmente che mai.

— Ve ne sentirete già capace?

— Oh sì! esclamò il poliziotto. La vedrà! E sarà questa una grazia che mi darà mezzo di rientrare nel favore dei superiori e nell'impiego.

— Va bene..... Di quello che avrete fatto e di quello che farete informerò chi si deve.

Frattanto il giacente, stanco e spossato dallo sforzo mentale che aveva dovuto fare per raccogliere le sue idee, da quello fisico stesso per ispiccar la parola colla sua lingua inretita, dalla passione che glie ne dava necessariamente all'animo il ricordare quei brutti, orribili momenti in cui aveva visto la morte incombere sul suo capo, l'aveva sentita piombare su di lui; Nariccia, dico, aveva chiuso gli occhi e sarebbe sembrato affatto un cadavere se non avesse rivelato in lui un resto di vita la respirazione tronca, affannosa e sibilante.

Quando dal silenzio fattosi intorno a lui, il misero capì che tutte quelle persone eransi partite, egli riaprì nuovamente gli occhi e guardò di qua e di là con una specie di terrore; dalla sua gola uscì una voce che pareva un rantolo e le labbra gli si agitarono con penoso sforzo.

L'infermiere, che era tornato presso di lui, si curvò sul letto con quella indifferente tranquillità che hanno per cotali spettacoli questa gente avvezza a veder soffrire e morire.

— Eh? che cosa la dice? domandò.

— Confessarmi, confessarmi: balbettò Nariccia.

— Ah! gli è vero; ma ora non posso lasciarla sola per andare in cerca d'un confessore: dimani mattina, appena mi si venga a sostituire, glie ne andrò a chiamar uno; Padre Bonaventura del Carmine, che è già venuto tante volte a prendere di sue notizie.

Il moribondo avrebbe voluto esclamare: — No, non quello; — ma le forze glie ne mancarono affatto. [147] Richiuse gli occhi e parve fuor dei sensi od assopito.

L'infermiere, guardatolo un poco, disse fra sè:

— Domattina! Chi sa se avrà ancora bisogno del confessore domattina, e non sia già precipitato a casa del diavolo. Sarebbe poco male un pelacristiani di questa fatta.

E s'adagiò tranquillamente sopra un sofà per passare con più agio possibile la notte. Se Nariccia fosse morto in quella notte senza confessione, avrebbe portato seco un gran segreto.

Ora è tempo che ritorniamo nel palazzo Baldissero dove Maurilio viene ufficialmente presentato alla nobile famiglia.

CAPITOLO XVIII.

Entrando nel gran salone splendidamente illuminato, Maurilio s'era fermato appena fatti pochi passi sul morbido tappeto, come preso da abbacinamento. Sul volto superbo della marchesa e del suo figliuolo Ettore stava una scontentezza che si frenava, domata, soggiogata, direi quasi, dalla espressa volontà del capo della famiglia alla cui autorità essi piegavano la fronte; Virginia, ella, mostrava una sincera emozione che la straordinaria e commovente circostanza ben era fatta per suscitare in un'anima eletta ed amorevole come la sua. Lo strano contegno tenuto da Maurilio con essa in quell'occasione che abbiamo narrato, quando ella ebbe appreso dallo zio l'essere del giovane, aveva avuto da lei la seguente spiegazione: egli conoscendo il segreto della sua nascita era stato mosso allora a manifestarlesi, e l'emozione dell'affetto, la timidità, il brusco e quasi sdegnoso fuggire di lei glie lo avevano impedito. Ella si era fatta viva rampogna d'essersi allora in quel modo diportata. Una parte di quell'affetto, di quel trasporto dell'anima che aveva per la memoria della madre, di cui appena era se ricordava una vaga immagine, aveva sentito rivolgersi verso colui che ora le si additava fratello. Le parve come se qualche cosa di quella madre tanto desiderata, rivivesse; ella che, tranne quello dello zio, non aveva affetti vivaci e teneri intorno a sè, benedisse Iddio di concederle a compagno, di condurle innanzi chi aveva nelle vene il medesimo suo sangue materno. Perciò all'entrare di Maurilio fu con sollecita premura che Virginia fece alcuni passi verso di lui ad incontrarlo. Il marchese però la prevenne ed accostatosi egli primo al giovane, lo prese per mano.

— Eccovi qui i vostri più prossimi congiunti dal lato materno: diss'egli. Questa è vostra zia, la marchesa di Baldissero, questi è vostro cugino, mio figlio Ettore, due altri miei figliuoli che sono nell'Accademia Militare conoscerete poi, e questa è vostra sorella Virginia.

Maurilio fece un inchino alla marchesa che si degnò appena corrispondergli con un altezzoso cenno del capo; scambiò con Ettore un'occhiata ed un saluto in cui c'era nulla d'affettuoso nè manco di cortese; ma tremò da capo a piedi innanzi allo splendido sguardo della fanciulla che si accostò a lui, tendendogli ambedue le mani.

— Mio fratello! esclamò essa con una voce piena d'emozione ed un accento che a queste sole due parole dava la significazione di tanti sentimenti e sensazioni.

Egli prese nelle sue larghe, grosse, volgari manaccie quelle piccole, esili, bianche, dalla pelle finissima che Virginia gli porgeva, non osò stringerle, ma le tenne alquanto, sempre più tremante, e invano tentando di balbettare una parola che esprimesse il suo pensiero.

La scena fu fredda, impacciosa: la presenza della marchesa e del marchesino versava un gelo che impediva ogni espansione. Maurilio medesimo era troppo commosso per parlare; nel suo petto non abbastanza soffocato ancora era quell'amore che tutta aveva dominata la sua giovinezza, perchè egli osasse, per dir così, andare in fondo al proprio cuore, perchè osasse aprire il varco a quei sentimenti che gli sobbollivano con tramestìo confuso nell'anima. Virginia medesima dal contegno di questo rinvenuto fratello, dal suo aspetto ebbe come una specie di delusione; sentì quel suo trasporto d'affetto, quasi risospinto, venirle a ripiombare sull'animo e ritorlo alla dolce espansione di prima; nello sguardo profondo del giovane il quale pure aveva qualche cosa di quello che avevano i bellissimi occhi suoi, Virginia travide alcun che di misterioso, ond'ebbe pressochè paura e sospetto. Scambiate poche parole di convenevoli quali l'occasione li suggeriva, nessuno più seppe che cosa dire, e fu il marchesino Ettore che più impaziente tolse primo il commiato.

— Io sono stato troppo tempo condannato alla immobilità forzata dentro una camera, diss'egli con amaro sorriso facendo allusione alla sua appena finita prigionia in Cittadella, perchè ora mi rassegni a star lungo tempo inchiodato in casa.

Baciò la mano di sua madre, s'inchinò con un rispetto, in cui non c'era mostra d'affezione, al genitore, strinse la destra a Virginia e fermatosi un momento innanzi a Maurilio gli disse con un accento di finissima, velata ironia:

— Mio cugino, puisque cousin il y a, a rivederci. Faremo più ampia conoscenza più tardi: e se potremo andare d'accordo... tanto meglio!

Maurilio non rispose, guardò fiso, seriamente, quasi severamente il marchesino che girava sui suoi talloni con una sprezzosa leggerezza, e non gli fece manco un cenno di saluto.

— Signora, disse poi Maurilio accostandosi alla [148] fanciulla più commosso e tremebondo di prima, non osando levare le pupille sul volto di lei: signora... mia sorella... Virginia... Vorrei domandarvi un favore.

La donzella vide la commozione del giovane e ne fu commossa ella pure.

— Parlate: disse con un interesse, con una specie di tenerezza che fece battere il cuore di Maurilio.

— Voi avete bene un ritratto di nostra madre?

— Sì.

— Conducetemi innanzi ad esso, ve ne prego.

Virginia parve esitare un momento. Quel ritratto era appeso nella sua camera, in faccia al suo letto; le ripugnava a tutta prima introdurre colà un individuo che appena se aveva cessato d'essere per lei un estraneo. Un estraneo? Ah no, non doveva esserlo più. Che cosa avrebbe detto la madre se avesse visto la freddezza diffidente con cui essa accoglieva il fratello, la madre che con tanta espansione avrebbe aperte al figliuolo le braccia, la madre che lieta sarebbe stata se di subito fosse nato fra di loro vivace l'affetto fraterno? Prese ella per mano Maurilio e gli disse:

— Venite.

Si arrestarono tuttedue, tenendosi per mano, innanzi al quadro in cui la contessa Aurora era stata rappresentata quando, già colpita dal dolore, portava nell'anima una ferita insanabile e ne lasciava scorgere le traccie nel pallore del volto e nella mestizia desolata dello sguardo. Tuttedue levarono gli occhi, che si rassomigliavano, verso quegli occhi dipinti, che rassomigliavano ai loro; tuttidue sentirono invadersi da una tenerezza d'affetto più viva, più cara, più calda. A Maurilio nello sguardo mite, triste, nobilmente rassegnato, profondamente pensoso del ritratto, parve scorgere alcun che di quell'inesplicabile, mesta soavità della sua visione: Virginia pensò alla gioia suprema che avrebbe avuta sua madre, se ancora viva avesse visto restituirsi al suo amore quel figliuolo che aveva pianto estinto, e credette vedere nella tela dipinta medesima, rallegrarsi e balenare soavemente quegli occhi color del mare. Il giovane giurò a sè stesso che su quella fanciulla, orfana al par di lui, in cui tante rivivevano delle sembianze materne, avrebbe volto gran parte di quell'affetto che più non poteva consecrare alla persona viva della madre, avrebbe per lei ogni cosa tentato, tutto sacrificato, se occorreva, ogni cosa sofferto per conferire in ogni modo a lui possibile a renderla felice: la donzella da parte sua promise a sè stessa, e ne sentì come il dovere, di compensare ella col suo di sorella quell'amore di madre che questa non aveva potuto mai, non poteva più rivolgere su di lui, di fargli provare quell'affetto dolcissimo di famiglia onde il derelitto era stato sin allora per tutta la vita affatto scevro. Le loro mani, che ancora erano unite, si strinsero, quasi a scambiarsi la mutua interna promessa fatta dal loro cuore, gli occhi s'incontrarono, ed ella porgendo la sua fronte china alle labbra di Maurilio, gli disse:

— Fratello mio, potrò finalmente parlare con alcuno di mia madre, ne parleremo sovente insieme, e ci ameremo com'ella ci avrebbe amati.

Maurilio depose un lieve bacio su quella candida fronte che gli veniva offerta: era un puro bacio di amor fraterno, era un castissimo bacio nell'atto e nel pensiero: ma appena le sue labbra ebbero tocco la pelle finissima di quella fronte leggiadra, uno strano, terribile sobbollimento si fece nelle vene del giovane. La passione d'amore, che egli credeva soffocata nel suo cuore, s'aderse di subito, impetuosa, congiunta con un tumultuoso trasporto di sensi, quale il misero, vissuto purissimo d'ogni voluttà, non aveva provato mai: una fiamma gli passò dinanzi agli occhi, quasi accecandolo, la mente sotto l'impulso del sangue gli si confuse: al suo giovanile ardore, tremendamente infuocatosi ad un tratto, sorrise procace la bellezza divina che aveva dinanzi; una temerità sciagurata s'aggiunse ad un avido desiderio: oh stringere al suo petto quelle mirabili forme, oh baciare con furore quelle labbra coralline! Le sue braccia frementi si piegarono per afferrare, serrare in un amplesso tenace quel corpo leggiadramente elegante. Ma appena sentì il tocco di quelle membra, delle vesti che le cingevano, la ragione si ridestò e riprese in lui il suo impero: volse al ritratto uno sguardo confuso, pentito, pieno di vergogna e supplicante perdono.

— Sono un infame, pensò rattamente fra sè. Oh mi estirperò dal cuore questo scellerato amore, dovessi strapparne insieme la vita.

Si allontanò da Virginia, impallidito di subito, tremante, affannoso il respiro, quasi vacillando.

La fanciulla lo guardò con istupore, e con affettuoso interesse gli domandò:

— Che cos'hai? Tu stai male.

Era la prima volta che Maurilio udiva rivolgersi da lei la dolce parola tu.

— Nulla, rispose, tenendo volti a terra gli occhi. L'emozione di questi momenti è tanta per la mia anima che mal vi può reggere. Lasciatemi..... lasciami ritrarre ad esser solo.

Corse a chiudersi nella sua stanza, inorridito di se stesso, maledicendosi, accusandosi, pensando ogni fatta pazzie, ora piangendo, ora sdegnandosi, pregando a volta a volta e bestemmiando.

— O madre mia, soccorretemi voi, esclamava dal profondo dell'anima, aiutatemi, salvatemi, proteggetemi voi!

Ad un tratto un nuovo pensiero glie ne venne che lo fece riscuotersi in mezzo alla sua dolorosa meditazione. Aveva sempre rivolto l'animo e la mente a sua madre; e il genitore, perchè lo aveva egli dimenticato, o meglio trascurato? Nobile di cuore e d'ingegno era egli, a quanto udito ne aveva, di [149] generoso animo e di virtuosi fatti. Della madre aveva egli almeno una memoria, una reliquia, quel rosario con cui tante volte certo aveva ella pregato, ne aveva ora viste le ritratte sembianze, ma del padre non gli restava nulla, nulla affatto, nè aveva pure alcuno che glie ne potesse parlare. Ardentissimo desiderio gli nacque di sapere qualche cosa di più sul conto di lui; domandò se il marchese era tuttavia in casa e se a lui poteva presentarsi, e venuto in presenza dello zio espose le sue legittime brame a questo riguardo.

— Avete ragione: rispose il marchese; tutto quello che appartenne a vostro padre dev'essere prezioso per voi ed è vostra proprietà. Ci ho un involto delle lettere che egli scrisse a mia sorella, e che questa teneva carissime: un momento volli distrurle, ma poi me ne trattenni pensando che avrei amareggiato l'anima di quell'infelice. Quelle carte debbono essere vostre, e senza indugio ve le rimetto.

Prese da un cassettino del suo stipo un pacco di carte suggellato con quattro grandi impronte di cera lacca nera e lo consegnò a Maurilio, il quale lo prese con religioso rispetto e strettolo al seno come se vi tenesse un tesoro, corse a rinchiudersi di nuovo nella sua camera.

Pose quell'involto di carte sulla tavola innanzi a sè e stette a contemplarlo a lungo come una cosa sacra, a cui non osasse, credesse una profanazione accostar la mano. Ecco tutto quanto gli rimaneva di suo padre! ecco quanto avrebbe potuto aver mai di lui! Di aprire quel plico e leggere i fogli contenutivi, aveva egli il diritto? Certo che sì. Da quelle carte doveva sorgere innanzi a lui e prendere forme più precise quella persona di suo padre, che vagamente soltanto gli si era adombrata nel racconto statogli fatto delle avventure della madre sua. Una nobile figura era quella che già aveva intravvista; quanta più venerazione avrebb'egli avuto per essa, quando più precisamente le si fosse palesata! Tutto l'amor suo figliale, sinora egli aveva concentrato nel pensiero della madre soltanto; avrebbe d'or innanzi volto quest'affetto alla memoria del padre eziandio, nè quell'immenso che sentiva per la donna a cui doveva la vita se ne sarebbe perciò sminuito pure d'un punto.

Ruppe finalmente i suggelli ed aprì il plico: una ineffabile commozione gli faceva tremar la mano. Era la raccolta di tutte le lettere d'amore che Maurilio Valpetrosa aveva scritte alla marchesina Aurora, dalla prima in cui le svelava con ardentissime parole l'affetto suo a quell'ultima che prima di recarsi al duello aveva egli affidata al tristo Nariccia, e nella quale, dicendo alla moglie d'aver confidenza nell'ipocrita scellerato che tanto bene aveva saputo fino all'ultimo ingannarlo, dava alla donna dell'amor suo con parole di tenerezza infinita l'estremo addio, la benedizione del moribondo.

Nel primo gettar gli occhi su quegli scritti, Maurilio provò una strana sensazione: non glie ne parve ignota la calligrafia, ma non seppe dirsi di subito nè come, nè dove, nè quando l'avesse vista mai. Forse non era che una vaga rassomiglianza: e in quel momento l'emozione del suo animo fu tanta, che non ebbe agio a considerare freddamente questa circostanza. Cominciò a leggere quelle lettere con avida curiosità insieme e con riverente affetto, e l'interesse di quella lettura non gli lasciò più per allora pensare ad altro. Palpitò alle affocate espressioni d'una passione che per tanti versi riproduceva quella ch'egli aveva giurato soffocare nel cuor suo; arrossì ed impallidì a volta a volta pel tumultuar del sangue; pianse su quell'ultima lettera dell'amante e marito ucciso in duello, sulla quale rimanevano le traccie delle amare lagrime versate leggendola dalla vedovata donna.

Gran parte della notte passò egli leggendo e rileggendo quelle carte, passeggiando per la stanza, la mente confusa per troppo accavallarsi di pensieri, rifacendo colla sua fantasia quel passato di cui aveva ora primamente innanzi a sè le traccie, ricostruendo quel doloroso dramma del quale gli si presentavano ora le linee principali. La figura di Maurilio Valpetrosa non aveva certo perduto nel concetto del giovane per quella lettura: aveva preso un aspetto di amorevolezza generosa, di franca e soave bontà, quale possono avere soltanto le anime elette. Di tutto quello che veniva apprendendo de' genitori suoi, Maurilio era fiero, era superbamente lieto.

— Oh padre mio! oh madre! chè non posso io coll'amor mio compensarvi in parte di quello che avete dovuto soffrire! esclamava egli con dolci lagrime negli occhi. Ma farò ogni mio possibile sforzo — lo giuro per la vostra memoria — affine di rendermi in tutto degno di voi!

Una dolce stanchezza ora lo occupava: dall'anima erano partite tutte le torbide sensazioni, le dolorose e pugnaci emozioni. Un assopimento, ristoratore tanto della mente e dell'animo, quanto delle membra e dei sensi, lo invadeva pian piano, come il dolce influsso d'un tepido ambiente che lo avvolgesse. Egli sedeva al suo scrittoio colle lettere aperte davanti; prese in mano quell'ultima così mesta e rassegnata e dignitosa e forte nel suo dolore, la guardò ancora cogli occhi già imbambolati dal sonno che cadeva, come se volesse imprimersene i caratteri nel cervello per averli presenti anche nel sogno, la baciò e poi reclinato il capo sulle braccia e le braccia su quelle carte preziose, tranquillamente si addormentò.

Fu senza sogni e placido il suo sonno; ma ad un punto, chi l'avesse mirato dormire, avrebbe visto la fronte corrugarglisi come per dolorosa subita impressione ricevuta: il suo corpo si riscosse, ed egli svegliato di botto rizzò il capo e la persona in [150] sussulto. Quanto avesse dormito non sapeva; ma la candela era di molto consumata. Maurilio si prese il capo fra le mani e stette un momento come per riconoscersi, come chi ha ricevuto sul cranio un colpo poderoso e ne rimane per un poco intronato. Che cosa era successo? Nel più profondo del suo sonno, come se alcuno avesse potuto susurrarglielo direttamente al cervello, eraglisi presentato un sospetto circa quella somiglianza di scrittura che fin dalle prime aveva creduto notare nelle lettere di Valpetrosa. Parve che quei caratteri, cui egli aveva prima d'addormentarsi così intensamente osservati, nella quiete della mente prodotta dal sonno, trovassero pure alla fine quell'angoluccio in cui era riposto il sovvenire di quei simili già visti dal giovane, e lo tirassero innanzi a presentarglielo ad un tratto chiaro e preciso.

— Possibile! esclamò egli liberando poi la testa dalla stretta delle sue mani, ed afferrata una di quelle lettere l'accostò vivamente alla candela a farci piovere su la luce gialliccia di quella fiammella. Non c'era da aver dubbio. Come aveva egli fatto a non riconoscer subito una cosa sì evidente? Quella scrittura era affatto identica a quella della lettera strappata che a Gian-Luigi era stata posta nelle fascie quando abbandonato nel pubblico ospizio dei trovatelli, a quella di quell'altro biglietto che da poco tempo Gian-Luigi aveva acquistato e non aveva detto dove, lettera e biglietto che pochi giorni prima soltanto Maurilio aveva potuto minutamente ed attentamente esaminare.

Che voleva dir ciò? Come uno scritto di Valpetrosa era stato messo per contrassegno di riconoscimento a Gian-Luigi infante? Chi era dunque colui? Ed egli, Maurilio, chi era? Gli tornò in mente l'apparizione che aveva avuta al villaggio: ricordò quel segno negativo che aveva creduto intravvedere. Ma allora?... La conclusione lo spaventò. Che si doveva fare? Una paura ed una smania nello stesso tempo lo afferrarono, di venire in chiaro della verità. Decise cercare di Gian-Luigi, rivedere quegli scritti, confrontarli colle lettere di colui che già non osava più dire suo padre, ed appurata meglio la cosa risolver poi.

Appena fu venuto il mattino uscì del palazzo e corse all'abitazione di Quercia: questi dormiva ancora e il domestico non lasciò entrare Maurilio: gli disse tornasse fra due ore. E giusto due ore o poco più dopo che il giovane era uscito dal palazzo Baldissero, si presentava nell'anticamera di questo Padre Bonaventura, chiedendo urgentemente di parlare al marchese. Il frate veniva senza indugio introdotto e un lungo colloquio aveva luogo fra il fratello della marchesa Aurora e il confessore di Nariccia, imperocchè Padre Bonaventura veniva allora allora dall'aver udito in confessione il vecchio usuraio moribondo.

CAPITOLO XIX.

Quando Maurilio tornò alla casa di Gian-Luigi ebbe ancora in risposta dal mariuolo che faceva da domestico, il dottor Quercia non esserci e di tutto quel giorno non potersi vedere perchè gli era giorno troppo solenne, in cui aveva troppo da fare per accogliere chicchessia. Così dicendo il servitore esaminava Maurilio con ostile diffidenza di cui il giovane s'accorse. Il medichino che si sapeva circondato dalla sorveglianza e dallo spionaggio della Polizia aveva raccomandata la massima cautela a tutti i suoi seguaci e dipendenti; quella mattina, quando il domestico avevagli detto che un giovane in ora così mattutina era venuto per parlargli, Gian-Luigi, a cui la descrizione fatta dal servo non aveva fatto pur nascere in mente che quell'individuo dalle guancie pallide, dall'aria cupa e dagli sguardi tenebrosi di cui gli si diceva fosse Maurilio; Gian-Luigi aveva dato ordine lo si mandasse a quel paese s'e' fosse ritornato.

Ma il nostro protagonista insistette cotanto, disse con sì franca e calda asseveranza importantissime ed urgentissime essere le cose che aveva da rivelare a Gian-Luigi, che il finto servo, scosso alquanto dal timore che quello sconosciuto venisse invece a recare qualche avvertimento che potesse giovare, finì per dire:

— Ella afferma che, se il dottor Quercia intendesse il suo nome la vorrebbe ricever subito?

— Sì....

— E che si tratta di cosa onde dipende la sorte del dottore medesimo?

— Sì.

— Or bene, qui non è bugia che di tutto il giorno sarà impossibile rinvenire il dottore, ma le indicherò il luogo dov'Ella lo possa rintracciare; ed è nella casa del signor Benda, di cui egli sposa la figliuola.

— Benda! esclamò Maurilio meravigliato. Il fabbricante di ferro?

— Sì signore, quello presso cui successe pochi giorni sono quel maledetto buscherio.

— E il vostro padrone ne sposa la figliuola?

— Si fa il contratto degli sponsali questa sera medesima.

Maurilio partissi di là perplesso assai, con una nuova cura nell'animo. Era egli amico di molto a Francesco Benda, del quale il generoso animo, le buone qualità, i meriti singolari non gli faceva disconoscere la invida gelosia natagli da poco per la rivalità in amore. Sapeva egli quale onesta e buona famiglia, degna di stima, d'amore e di felicità fosse quella: e conosceva abbastanza delle vicende e delle condizioni di Gian-Luigi per arguire che se da parte dei Benda erasi acconsentito a dargli in isposa la ragazza del loro sangue, era certo per effetto di [151] un inganno in cui il tristo li aveva indotti. Che doveva far egli in presenza di questo avvenimento? Lasciar correre le cose e compire il sacrificio di quella innocente fanciulla e il danno, forse e senza forse, di tutta la famiglia? Glie ne rimordeva la retta coscienza, rampognandolo che avrebbe mancato al dovere di amico e di onest'uomo. Farsi denunciatore del suo compagno d'infanzia? Sentiva in sè qualche cosa eziandio che a ciò ripugnava, come se fosse un tradimento. Si aggirò lungo tempo incerto, travagliato da dubbio tormentosissimo; col sì e col no che nel capo gli tenzonavano. Ora voleva accorrere dai Benda e dir tutto quello che sapeva di Gian-Luigi: ora voleva in ogni modo adoperarsi per avere a tu per tu quest'ultimo e intimargli rinunziasse egli a quel maritaggio, minacciandolo di far conoscere la verità; ora si diceva che quello in fin dei conti non doveva essere il fatto suo, e che il meglio sarebbe stato tacere di tutto, a Gian-Luigi della per sè fatale scoperta circa i due frammenti di lettera da lui posseduti, ai Benda delle cose di colui al quale avevano accordato la mano della fanciulla.

Aveva bisogno d'un consiglio, d'un aiuto, d'una direzione in tanta perplessità, e non sapeva a cui rivolgersi, quando ad un punto in una delle principali strade per la quale andava girelloni, assorto ne' suoi pensieri, senza vedere cosa alcuna nè persona, il fondaco d'un libraio si aprì vivamente, un uomo di età matura, dalle sembianze oneste e schiette ne uscì ratto, e preso per un braccio Maurilio, gli disse con accento di cordialità, d'affetto e insieme di supplicazione:

— La vedo finalmente! La mi avrà da scusare, ma io non la lascio più finchè non m'abbia fatto il favore d'essere venuto nella mia casa, ripresentato alla mia famiglia e aver ricevuto in presenza di questa quelle scuse che ci tengo assaissimo a rinnovarle.

Era il signor Defasi, innanzi alla cui bottega Maurilio era passato senza accorgersi, e il quale però avendo scorto il giovane erasi slanciato sulla strada ad arrestarlo.

Maurilio, così richiamato dalle sue meditazioni alle cose circostanti, guardò il libraio con un'aria smemorata che parve al signor Defasi un'espressione di mala voglia e di rancore.

— Ella me lo ha promesso: riprese con calore il libraio. Si ricorda di quel dì che l'ho incontrata in casa del dottor Quercia? Io le ho domandato il favore d'un abboccamento in cui potessi far ammenda e riparazione del mio grande, del mio grandissimo fallo verso di Lei: ed Ella fu tanto generosa da promettermelo non solo, ma da dirmi che sarebbe venuta Ella medesima a casa mia. Or dunque la prego non mi neghi la grazia di mantenere quella sua promessa. Se la sapesse con che ardore di desiderio l'ho attesa tutti questi giorni passati! come l'attendono con vivezza pari di sentimento, con ansietà d'impazienza i miei figli, tutti i miei, che si sentono in colpa come me verso di Lei, e che ci tengono supremamente a farsene perdonare! Oh! la non sia tanto inesorabile da rifiutarci questa grazia di perdono.

Maurilio avrebbe ceduto ad ogni modo alla richiesta del signor Defasi; non era senza precisa volontà di attenere la promessa ch'egli aveva detto al suo antico principale sarebbesi recato a casa sua appena ritornato dal villaggio; ancor egli ci teneva a ricomparire purgato da ogni accusa e da ogni sospetto in quella casa da cui era stato scacciato come un malfattore; ma a deciderlo più presto ancora concorse il cenno che il libraio fece di passata della circostanza per cui si erano trovati pochi giorni prima in casa di Quercia. Questo nome gli rappresentava appunto tutte quelle perplessità in mezzo a cui s'agitava l'anima sua, riguardo a ciò ch'egli dovesse fare e per sè, e per Gian-Luigi, e pei Benda. Aveva sentito il bisogno d'un onesto consiglio, e nella lontananza di Don Venanzio, dove avrebbe potuto trovare uomo più acconcio di quello che la Provvidenza gli conduceva ora dinanzi, la rettitudine della cui anima traspariva dalla sincerità delle sembianze, del quale egli, per abbastanza lunga consuetudine domestica, conosceva positivamente il cuore generoso, la mente illuminata e la delicata coscienza? Maurilio fece un cenno affermativo del capo senza parlare, ma sorridendo amorevolmente e non senza commozione, e passando innanzi al signor Defasi, entrò nella bottega.

In quel fondaco Maurilio non era entrato più da quel brutto momento in cui ne era stato scacciato come lo udimmo narrare da lui medesimo a Giovanni Selva. Appena entratovi, guardò egli intorno a sè con una curiosità quasi desiosa: parevagli che il trovarsi di nuovo colà potesse far rivivere per lui que' primi tempi di sua dimora in quell'onesta famiglia, che furono i più tranquilli e più felici giorni della sua esistenza, parevagli che tutto avesse da cancellarsi come se non avvenuto quell'avvicendamento di sventure e dolori che aveva dovuto sopportar poi. Che non avrebbe egli dato per tornare davvero a quei momenti colà vissuti allora, i soli di pace che avesse provati mai? Tutto era nel medesimo stato in quel fondaco, tutto al medesimo posto, se non che vi si vedeva di subito un'attività anche maggiore, appariva accresciuta la prosperità dello spaccio.

I figliuoli del signor Defasi, il commesso che già era colà al tempo di Maurilio, ai quali il padre e il principale aveva narrato l'incontro del giovane e le parole fra loro scambiatesi, riconobbero tosto l'antico loro compagno nell'individuo signorilmente vestito cui ora il libraio era corso ad arrestare nella strada e introduceva nella bottega; s'alzarono tutti e gli vennero incontro coll'aspetto raumiliato e pentito di chi ha un grave fallo verso altrui ed [152] è disposto a far di tutto che gli spetti onestamente per farselo perdonare.

Il signor Defasi prese il giovane per mano e presentandolo così agli altri che facevan cerchio, disse con una certa solennità in cui c'era molta commozione eziandio:

— Eccovi qui il signor Maurilio Valpetrosa che noi conoscemmo sotto il nome di Maurilio Nulla; noi abbiamo da riparare verso di lui e da farcene perdonare la maggiore delle colpe che altri possa avere verso un onest'uomo; la peggiore delle offese che gli si possa fare, quella d'una falsa accusa, di una calunnia. Dichiaro io qui in presenza di tutti voi altri che mi ascoltale, e vorrei dichiararlo in presenza di tutto il mondo che, raggirato da ostili relazioni fattemi intorno a lui, ingannato da fallaci apparenze, ho osato sospettare la onestà d'un giovane che in tutto il tempo durante cui rimase presso di me aveva dato prove della maggior rettitudine. La Provvidenza volle molto tempo dopo chiarire il mio sciagurato errore, perchè, facendo poi aggiustare il banco, fu trovata in fondo, scivolatavi non si sa come, quella miserabile somma la cui mancanza dal cassetto aveva originato il dubbio. Io glie ne domando perdono, signor Maurilio, e qui meco glie lo domandano i figli miei: e se il gettarmi in ginocchio innanzi a Lei, e se ogni altra maggior mostra di pentimento e d'umiliazione potesse bastare...

Fece una mossa come se volesse davvero inginocchiarsi; ma il giovane intenerito, l'anima dolcemente sollevata, fu lesto a trattenerlo abbracciandolo; e con ineffabile commozione si lasciò cadere sul seno di lui, mentre due lagrime gli colavano giù per le guancie.

— Grazie, grazie: diss'egli con voce per emozione tremante. La perdono, li perdono tutti; li avevo già perdonati... Avevo io il diritto pure di lamentarmi di questo errore a mio carico? Tutto congiurava contro di me. Io a luogo loro non avrei fatto forse ancora più temerario giudizio e non sarei stato più crudele di quello ch'essi furono per me? Dimentichiamo tutto e perdoniamo.

Si strinsero la mano quanti erano, si abbracciarono con cordiale effusione. Maurilio da quelle mostre d'affetto, da quel puro ambiente d'onestà che lo circondava, sentì l'animo confortato, quasi rallegrato; girò intorno lo sguardo, annasò voluttuosamente quell'odore di stampati in mezzo a cui era vissuto così volonteroso parecchi anni e disse lentamente pronunziando le parole come chi desidera non le sieno leggermente accolte da chi le ascolta:

— E forse avverrà, signor Defasi, ch'io venga fra non molto a domandarle un gran favore; e voglia Ella, come riparazione a quella disgraziata vicenda, essere disposto ad accordarmelo: questo favore sarebbe quello di venire accettato di nuovo qui nella qualità in cui già ci fui un tempo, come se il tempo, aimè poco lieto, che trammezzò non fosse avvenuto.

Il libraio lo guardò con istupore.

— Come! diss'egli; ora ch'Ella ha trovato la sua nobile famiglia...

— A questo riguardo, se la mi consente, devo parlarle ed invocare i suoi consigli. Quando avrà udito la capirà la ragione delle mie parole.

Il signor Defasi, che voleva appunto ripresentare il giovane eziandio alle donne della sua famiglia, si affrettò a condurlo di sopra nella sua domestica dimora. Ci trovarono la madre e la figliuola modestamente ma con graziosa pulitezza vestite, in un modesto salotto da cui però non erano esclusi i comodi della vita, alacremente occupate ai loro donneschi lavori. Maggiore ancora che altrove era in quel salotto l'ambiente di pace, di amorevolezza, di onestà: tutto il pregio della cara vita domestica, le delizie degli affetti famigliari che ha seco per prezioso corteo la donna virtuosa, madre, sposa, figliuola, si trovava colà raccolto, rappresentato in quelle modeste e benigne figure femminili, attempata una, fanciulla l'altra.

Maurilio, ricevuto con molta gentilezza, con quella cara espansività di grazia muliebre a cui nulla può paragonarsi, rammentò in quel punto come vi fosse stato un tempo in cui il signor Defasi, così generosamente affettuoso per lui, non avrebbe fors'anco negato di dargli nella sua una famiglia, di regalargli con quella mite giovanetta la felicità della vita. Pensò quanto diverso, quanto lieto sarebbe stato il suo destino; quanto migliore fors'anco sarebbe diventato egli stesso... Ma ora era troppo tardi! Soffocò un sospiro e ridomandò al signor Defasi quel colloquio che già gli aveva accennato.

Invaso, per così dire, da quell'atmosfera d'onestà in cui si respirava il sentimento del dovere, nella quale viveva quell'ammirabile famiglia, il nostro giovane s'era sempre più risoluto a svelar ogni cosa al suo antico principale e seguirne i consigli, nè aveva il menomo dubbio su quello che il galantuomo gli avrebbe consigliato.

Narrò dunque da capo a fondo quello che riguardava la scoperta della sua creduta famiglia e le lettere del supposto suo genitore, narrò ciò che sapeva di Gian-Luigi e quel di più che aveva potuto argomentare dai fatti di lui dal momento che, dopo lungo intervallo, l'aveva rivisto quella sera nella taverna di Pelone, e conchiuse che questo tale stava per isposare la ragazza d'un'onoratissima famiglia, sorella d'un amico suo.

Nel signor Defasi non ci fu la menoma esitazione ad esprimere colle parole che dettava il buon senso que' consigli che gl'ispirava la rettitudine dell'animo. Erano quali Maurilio aveva pensati e quali era ormai risoluto di porre in atto senza fallo. Uscì di là colla determinazione di svelare al marchese la circostanza delle lettere di Gian-Luigi, di correre da [153] Francesco Benda a fargli conoscere qual fosse l'uomo che stava per isposare sua sorella.

Siccome quest'ultima bisogna premeva di più, fu la prima che imprese, e con sollecito passo s'avviò verso lo stabilimento del fabbricante di ferro.

Quei locali, che solevano essere così rumorosi sempre per la quotidiana attività del lavoro, erano ora silenziosi come un cimitero. Le traccie dell'incendio nel fabbricato in fondo al cortile davano a quella solitudine l'aspetto della desolazione. Maurilio venne sino al portone di cui lo sportello aperto lasciava scorgere la vista dell'interno e non ebbe il coraggio di entrare. La timidità della sua natura l'aveva tutto ripreso ed era il più impacciato del mondo. Come si sarebb'egli presentato in quella casa? domandavasi: quali parole usate? con che faccia abbordato il difficile argomento? Fece due o tre giri innanzi alla porta: ma conveniva pur decidersi alla fine: dopo le parole del signor Defasi, meglio ancora di prima e' vedeva in quell'atto un dovere cui gli bisognava compiere assolutamente. Si fece forza ed entrò. La voce burbera di Bastiano, che aveva ancora la testa fasciata ed in corpo un umore terribile, lo venne arrestare ai primi passi colla domanda fatta in tono feroce:

— Che la vuole? di chi cerca?

Maurilio diede in una scossa quasi di paura.

— Cerco, rispose con esitazione e quasi balbettando..., vorrei.... se ci fosse il dottor Quercia....

Bastiano diede un'occhiata sospettosa a quel personaggio così impacciato nelle parole. Se avesse avuto panni da povero, l'avrebbe creduto un cercator d'elemosina e l'avrebbe rinviato senza tanti discorsi. Vistolo riccamente vestito, il portinaio si contentò di bruscamente rispondere:

— Il dottore in questo momento non c'è.

Maurilio rimase lì stecchito, senza muoversi, senza saper più che dire, senza consiglio.

— Ha capito? gli disse dopo un poco Bastiano alzando la sua grossa voce, come se avesse da parlare ad un sordo: il dottore non c'è, nè so quando sia per venire, nè qui è luogo da stare ad aspettarlo.

— Allora vorrei parlare con Francesco: disse finalmente Maurilio che sentiva l'obbligo di non uscir più senza tutto aver tentato per compire il suo ufficio.

— Francesco! esclamò più ruvidamente ancora il portinaio offeso di tanta famigliarità pel suo padroncino in uno sconosciuto. Il sor avvocatino la vuol dire?

— Sì... appunto... l'avvocato Benda.

— E' gli è a letto... La lo dovrebbe sapere, chè se n'è parlato abbastanza per tutta Torino da empirne le orecchie di tutti... E non riceve nessuno.

— Lo so che gli è a letto, ma ho pure inteso che sta meglio di molto, ed è gran mestieri ch'io gli parli per cose che importano gravemente. Sono molto suo amico io e sono certo che appena udito il mio nome mi vorrebbe ricevere.

— Sì? domandò il bravo Bastiano di subito un po' rabbonito, ma guardando con cera attenta e scrutativa quel cotale, per vedere se gli era un impostore. Se la è così me lo dica a me il suo nome, ed io lo faccio passare al sor avvocatino che deciderà quello che vuol fare.

— Sarà meglio anzi ch'io scriva due righe per chiedergliene udienza: disse Maurilio, ed avuto dal portinaio l'occorrente vergò poche parole che furono tosto fatte ricapitare nelle mani di Francesco.

Questi nel leggere il biglietto di Maurilio provò un senso che per poco non era di ripugnanza e disgusto. Per quel trovatello, se Francesco aveva partecipato ai generosi sentimenti di compassione che avevano verso di lui i comuni amici, non aveva però mai sentita nissuna vivacità di simpatia nè vera tenerezza d'affetto: ultimamente, quando, arrestato, fu introdotto in presenza del Commissario, Benda, se vi ricorda, aveva udito da quest'ultimo, come quel giovane fosse stato accusato d'un orribile delitto e sostenuto molto tempo in carcere. Egli non aveva punto creduto che di quel delitto Maurilio fosse veramente colpevole, l'umana giustizia stessa aveva dovuto riconoscerlo innocente, se lo aveva rilasciato libero; ma pure l'apprendere allora una simile circostanza sempre ignorata, non era concorsa a sminuire quel certo allontanamento fra il suo e l'animo del trovatello, allontanamento, il quale, senza ch'essi lo volessero, e fors'anco se ne accorgessero, da qualche tempo si faceva maggiore per effetto del loro istinto di rivali in amore. Tuttavia ricevendo ora la preghiera di un colloquio per cose importanti, e temendo potessero queste cose avere attinenza colla loro fallita congiura politica e colla sorte dei comuni amici, non credette poter fare altrimenti che ordinare lo s'introducesse.

Maurilio entrò più timido ed impacciato che mai. Appena dentro a quella stanza, in presenza di quel giovane pallido e nel suo pallore più leggiadro, lo assalse il pensiero ch'egli amava Virginia e n'era riamato, e questo pensiero accrebbe il suo turbamento; gettò uno sguardo sul giacente, e negli occhi di lui vide una diffidenza ed un sospetto che lo offesero senza dargliene coraggio. Annaspò le parole per ispiegare la ragione della sua venuta e cominciare il suo discorso e non seppe trovar cosa che valesse.

Il suo contegno era dunque tale da ispirar poca fiducia anche in chi non fosse mal prevenuto a suo riguardo. Il sor Giacomo, che si trovava presso suo figlio, credendo alla sua presenza doversi attribuire la difficoltà di parlare in Maurilio, volle partirsi; ma il giovane lo pregò anzi rimanesse perchè le cose che aveva da dire era opportunissimo le udisse egli pure. Allora chiamò in aiuto tutto il suo coraggio e saltò a pie' pari in mezzo dell'argomento. [154] Narrò dell'infanzia sua e di Gian-Luigi: chi fossero ambedue, d'onde venissero, come allevati; disse dei veri rapporti del suo compagno col medico che l'aveva fatto allevare, dell'ingratitudine di lui verso la donna che lo aveva nutrito, della misteriosa sorgente di quei denari che ora il sedicente dottore spendeva e spandeva, delle attinenze ch'egli stesso, Maurilio, aveva scoperto avere Gian-Luigi colla feccia della plebe, quando era entrato per caso nella taverna di Pelone, ripetè le proposte che l'antico suo camerata era venuto a fargliene, svelò a Francesco che quello era il misterioso personaggio il quale, come aveva rivelato Mario Tiburzio, nella progettata insurrezione doveva recare il soccorso della sommossa plebea, il quale poteva perciò dirsi il promotore ed il risponsabile di quella medesima riotta di cui essi, i Benda, erano rimasti vittime.

Padre e figlio si guardavano meravigliati, incerti, più increduli che altro; nè sapevano ancora qual risposta dare, qual risoluzione prendere, quando nella camera vicina venne udito il passo affrettato e deciso d'un uomo, poi la porta s'aprì vivamente e comparve sulla soglia Luigi Quercia medesimo, con una fiamma terribile di sdegno e di minaccia nell'occhio nero, con un fremito di furore che ben dominava egli tuttavia, ma che stava per prorompere.

CAPITOLO XX.

Gian-Luigi aveva, si può dire, ammaliato tutta la famiglia Benda; mercè i falsi documenti aveva provato al padre di Maria tutto quello che aveva voluto, mercè l'appassionato amore che aveva desto nell'animo della fanciulla era riuscito ad aver questa efficace aiutrice al suo disegno: sposarla e partire, aveva i congiunti indotti a consentirvi. Quella mattina in cui Maurilio s'era risoluto a quel dilicato e difficil passo, Quercia recavasi ad ora più presta del solito dalla sua sposa, quando nel passare innanzi alla loggia del portiere venne da questo avvertito che un cotale con sembianza di questo e quel modo, chiesto prima di lui, aveva poscia ottenuto d'essere accolto dall'avvocatino, a cui affermava aver cose importantissime da dire, mercè un biglietto scrittogli nello stesso camerino del portinaio.

Quercia, che sospettoso era e sempre in sulle guardie già per natura, e che tanto più era divenuto cauteloso e diffidente in quegli ultimi giorni in cui stava giocando col suo destino l'ultima posta, temette di subito in quel visitatore un nemico, un accusatore, un rivelatore di verità che troppo a lui interessava rimanessero ignote. Dalle risposte che Bastiano diede alle sue numerose, pressanti, rapide interrogazioni, venne egli a concepire il sospetto che quello fosse Maurilio, e l'intromettersi di costui egli non dubitava il meno del mondo non volesse essere in suo favore. Salì affrettatamente, entrò improvviso nella camera di Francesco dove aveva inteso essere quel cotale. Veduto Maurilio e l'espressione della faccia di lui, veduto con un sol colpo d'occhio il contegno dei Benda, badato al silenzio pieno d'impaccio che successe alla sua venuta, Quercia capì che tutti i suoi sospetti avevano ragione, che in Maurilio eragli ora sortogli innanzi un ostacolo cui bisognava levare e tosto, a prezzo anche di schiacciarlo. Il furore che aveva cominciato a sobbollire nella sua fiera anima impetuosa al primo dubbio di quel pericolo, si levò potente ed efferato, ma la sua volontà più forte d'ogni cosa riesciva a dominarlo tuttavia e, per dir così, regolarlo. Incrociò le braccia al petto e camminò lentamente verso Maurilio guardandolo fiso con occhio feroce, di cui la significazione ben era chiara al giovane commosso.

— Sconsigliato, diceva, osi tu venirti a porre inciampo sul mio cammino? Sai pure che vo' giungere alla meta che mi assegno, e chi mi si oppone infrango.

Maurilio chinò innanzi a quelli di Gian-Luigi i suoi occhi, e dal rispettivo contegno di que' due parve nel primo fosse il colpevole, nel secondo l'autorevole accusatore.

— Che cosa è che succede qui? domandò poscia Gian-Luigi levando lo sguardo dal suo compagno d'infanzia e facendolo scorrere sicuro, investigatore, un po' stupito e quasi offeso sopra i Benda padre e figlio. Se bado al vostro contegno, o signori, se argomento dalla presenza e dall'imbarazzo di costui devo credere che son giunto a tempo per udir cose che mi riguardano.

Il tono con cui egli pronunziò la parola costui accennando con un moto disdegnoso del capo a Maurilio era così pieno di superbo disprezzo, che Maurilio si sentì come una sferzata traverso la faccia; arrossì egli, impallidì, levò lo sguardo col proposito di cimentarlo contro lo sguardo di Gian-Luigi, ma non potè reggere allo scontro e riabbassò le pupille sentendosi nell'anima un'angoscia, nel petto un affanno che era pena, che era sgomento e che gli faceva temere fosse per assalirlo uno svenimento.

Quercia continuava con più fierezza:

— E poichè gli è questo cotale che vien qui a parlare di me, ben posso già indovinare fin da prima di che fatta discorsi egli ha osato tenere ed a che scopo egli mira. Or bene, parla in mia presenza, miserabile, se l'ardisci, e ripeti, continua e compi le calunnie che ti sei determinato a vomitare a mio carico.

Maurilio sussultò sotto il fiero oltraggio. La soverchia offesa per effetto di reazione gli diede un po' di coraggio: levò risoluto la testa, un lieve rossore salì alle sue guancie macilente che s'erano fatte color della cenere, ardì volgere e tener fisso [155] lo sguardo sul volto leggiadro ed ora spaventosamente feroce di Gian-Luigi, sulla cui fronte era incavata quella ruga caratteristica, fatale contrassegno del suo furore. Il medichino, egli, guardava il suo avversario con quel modo con cui il domatore di belve guarda la tigre che accenna rivoltarglisi, con quel modo con cui aveva fissato Stracciaferro, prima di domarlo colla forza delle membra, quando l'assassino aveva voluto resistergli. E forse Maurilio ora dallo sdegno del vivo affronto ricevuto avrebbe attinto abbastanza coraggio per reggere a quell'urto, se in quel momento, per sua sventura, una nuova impressione non gli fosse stata prodotta dalla vista delle sembianze di Gian-Luigi. Benchè animata allora da quel profondo sentimento d'odio e di furore, la beltà scultoria delle fattezze di lui non ne veniva punto alterata, e quella beltà nella memoria di Maurilio trovava riscontro in altri stupendi lineamenti di viso umano visti, contemplati, vagheggiati con attenzione, con espansività d'affetto da poco tempo, la sera precedente soltanto: i lineamenti dipinti nel ritratto della contessa Aurora di Castelletto, ch'egli aveva ammirato, innanzi a cui era rimasto con profonda emozione stampandosene i tratti nell'anima perchè credeva stamparvisi i tratti del volto della propria madre. Era innegabile, evidente a chiunque vi ponesse attenzione, la rassomiglianza fra le sembianze di Gian-Luigi e quelle del ritratto. Egli rassomigliava assai più alla defunta contessa di quello che le rassomigliasse Virginia; e nella rassomiglianza alla madre era un punto di contatto fra le sembianze della contessina e quelle del sedicente dottore, punto di contatto che sfuggiva a chi non paragonasse i loro volti a quel terzo termine di confronto. Maurilio non dubitò menomamente più che gli stesse dinanzi il vero figliuolo della sorella del marchese di Baldissero e di Maurilio Valpetrosa, e ciò lo rese turbatissimo, più che non fosse ancora stato fino allora in quella scena difficile e penosa.

Con qual fronte resistere egli a colui, venirsi a fare accusatore e procurare l'infamia e il danno di colui al quale egli, innocentemente è vero, era venuto a togliere il grado, il nome, la fortuna? In presenza di questo strano avvenimento qual era ancora il suo dovere? Le idee gli si abbuiavano a questo riguardo, e la commozione, la meraviglia, il dispiacere non gli consentivano prontezza nessuna d'avviso. E lo turbava quel rapporto di lontana somiglianza che gli appariva fra i tratti di Gian-Luigi e quelli di Virginia; in mezzo a quei tanti sentimenti che gli tumultuavano nell'anima, egli si sorprendeva a raccogliere tutta la sua attenzione nell'investigare in che consistesse la parità e la differenza fra quei due volti a così diverso titolo cotanto impressi nella sua mente, a cercare sotto i tratti di lui quelli adorati della fanciulla.

Ogni parola venne meno alle labbra tremanti di Maurilio, ogni voce mancò alla sua gola serrata.

Giacomo Benda credette allora ufficio suo ricapitolare in breve quanto il giovane era venuto sino allora esponendo. Quercia, che dominava sempre più il suo furore, benchè questo punto non scemasse, ascoltava con un sogghigno di fiero disprezzo, qual può avere innanzi alla più vile calunnia l'innocenza superba e superiore ad ogni arrivo d'oltraggio.

— Mirabile ed accorto tessuto d'infamie! esclamò egli poi con vece fremente, che, quantunque contenuta, vibrava come il suono chiaro e squillante d'una tromba. La calunnia vi è tanto meglio architettata che si prende a base una parte della verità. Che io sia stato allevato al villaggio e con costui, ve lo dissi io stesso; che la donna la quale mi fu nutrice viva colà modestamente della vita che sempre fece e le piacque fare, è pur vero, perchè le sorti in cui ella è nata e in cui visse pur sempre non le piacque mutar mai per quante istanze glie ne facessi; ma costui medesimo, che ora mi accusa, videmi, non son passati che pochi giorni, recarmi io stesso colà a riabbracciar quella donna, a recarle un migliaio di lire, a fare per lei tutti quegli atti che verso una madre ad un figlio amoroso s'addicono: e sfido l'impudenza di questo sciagurato a darmi una smentita.

Fece una pausa; Maurilio avrebbe voluto parlare, ma la lingua gli aderiva al palato, le labbra gli parevano irrigidite, non un soffio di voce glie ne venne alla gola.

Gian-Luigi riprendeva:

— Sì, io ho partecipato ai folli sogni della redenzione della patria di quell'animo intemerato che è Mario Tiburzio; come voi pure, Francesco, vi avete partecipato; sì, io offrii a quella santa causa il concorso della plebe, perchè mi feci l'illusione che per mezzo di parecchi fra essa che mi sono devoti per affetto di gratitudine, avrei potuto guidarla a mio talento, ma coll'empie passioni demagogiche del proletario io non ebbi nulla mai che fare; fui visto, è vero, da codestui in una miserabile stamberga di bettola, vestito da popolano, e fu ventura che arrivassi a tempo a salvare chi ora si fa mio calunniatore, dall'ira di operai ch'egli aveva, non so come, provocata; ma s'io m'immischio colla povera gente e talvolta vestito de' loro abiti per non dar loro nè soggezione, nè antipatia, nè sospetto, penetro nei luoghi dei loro ritrovi, come nelle miserabili loro abitazioni, si è perchè ricco e disoccupato com'io sono, volli a me stesso imporre un còmpito: quello di soccorrere i miei fratelli nella miseria, in quella miseria che sarebbe pure stata mio destino se l'intravvento di quel mio protettore, se il rimorso de' miei nemici non avesse poscia in parte riparato al male che fu fatto al povero fanciullo. Io vado recando agli infelici che soffrono di fame, di malattia, di disperazione, non poco dell'oro della mia borsa, il contributo della mia [156] scienza, il conforto d'un'amica parola. Ecco il modo onde acquistai attinenza e sperai aver acquistato influsso in quel mondo tenebroso ed agitato che sobbolle come una minaccia sotto i piedi delle classi agiate — di noi. Quando a costui favellai de' miei intendimenti a tal proposito, non dissi altro che questo. Ancora una parola e finisco, sdegnoso e vergognato d'avermi avuto a difendere da tali accuse e da tale accusatore. Questi fu sempre mio nemico, perchè l'invidia lo rose pur sempre dei successi dovuti in parte ad una fortuna — lo confesso — che forse è compenso datomi dalla Provvidenza, ma in parte eziandio alla mia attività ed intelligenza. Quelle passioni di cui egli accagiona me, fremono nel suo animo inasprito, feroce insieme e codardo. Ora mi ha visto presso a metter la mano sulla più cara felicità che uom possa desiderare. Ha voluto venir cacciare frammezzo l'arte sua di malevolo. Ma di quanto io dissi sul conto mio, di quanto vi affermai di essere, io diedi prove di documenti; or dica egli se pur di una delle sue accuse può dare una sembianza di prova.

Tacque come aspettando risposta: Maurilio, diventato sempre più pallido, non parlò.

— Credereste voi dunque più che alla mia parola, più che alle mie prove, alle semplici ciancie d'un tale individuo?

In quella l'uscio si aprì, ed entrò sollecita Maria che aveva notata la venuta dello sposo ed accostandosi alla camera di suo fratello aveva udito il suono alto e l'accento accalorato della voce di lui.

— Luigi, esclamò ella, che c'è?

Quercia le andò incontro e la prese per mano.

— Maria, disse con quella famigliarità cui già legittimava l'intimità dei rapporti in cui erano: ecco un uomo che viene ad accusarmi di sleale, di mentitore, di baro, e di nemico della vostra famiglia; guardateci ambedue, e dite chi si ha da credere fra lui e me che mi affermo innocente.

Nissuno sarebbe stato perplesso nella risposta, così era sicuro, animato, trionfante l'aspetto di Gian-Luigi, tanto era smarrito, confuso, disfatto quello di Maurilio; ed una donna può ella mai esitare nel riconoscere l'innocenza dell'uomo che ama?

Maria si gettò al collo di Quercia.

— O mio Luigi, esclamò con passione, tu sei l'angelo mio.

Maurilio, nella dolorosa confusione in cui era la sua mente, capì pure che tutto era detto, che la sua causa era perduta, che gli rimaneva solamente di partirsene scornato, colla vergognosa nota d'un calunniatore impotente. Come fece egli per torsi di là? Non avrebbe saputo dirlo. Il vero è che si trovò fuor della casa, sul viale, intronato, quasi barcollante, sentendosi ancora alle orecchie come suono di sferzate, il suono delle parole di Gian-Luigi.

Quella sera medesima avevano luogo, come se nulla fosse intravvenuto, gli sponsali di Luigi Quercia e di Maria Benda.

Era stato desiderio espresso di Quercia che nessuna festosa solennità, nessun fasto accompagnasse la firma del contratto degli sponsali: desiderio a cui s'affrettarono di aderire i parenti della sposa e la sposa medesima, siccome quello che stava pure nell'animo loro, e veniva consigliato dalle circostanze medesime in cui si trovavano, le conseguenze cioè del tumulto degli operai e l'infermità di Francesco. Nella camera di quest'ultimo la sera avevano luogo gli sponsali e, fuori de' più prossimi congiunti di cui non poteva evitarsi la presenza, una mezza dozzina di persone, non vi assisteva alcun invitato.

Lo sposo, Luigi Quercia, qualificatosi per dottore in medicina e in chirurgia, aveva recato seco e presentato all'atto delle promesse la somma di cento mila lire in biglietti di banco francesi che dichiarava voler costituire in aumento dotale alla sua dilettissima sposa e lasciava al suo futuro suocero perchè, celebrato il matrimonio, investisse in altrettante cedole del debito pubblico piemontese (allora in grandissimo pregio) nominativamente intestate alla sposa medesima: questa, Maria Benda, portava in dote al marito ottanta mila lire in oro ch'egli ritirava all'atto medesimo. Le due somme, i biglietti di banco a fasci di dieci da lire 50 ciascuno, e i napoleoni d'oro a torricelle di venticinque ognuna, stavano sopra la tavola a cui sedeva il notaio che rogava il contratto, fra due massicci candelabri d'argento.

Vario era il contegno dei diversi personaggi che partecipavano a quella scena; Maria, essa, posseduta da un'intima letizia che non si scompagnava dall'agitazione, passava da un caro pallor delle guancie ad un rossore più caro ancora, i suoi occhi si tenevano più volentieri chinati a terra, ma talvolta però si levavano verso il suo sposo e lampeggiavano d'una viva luce soave; egli, lo sposo, aveva l'orgoglio temperato e l'allegria di buon gusto d'un trionfatore modesto; in ogni sua mossa, come in ogni parola appariva l'uomo di squisito sentire, di carattere delicato e di perfetta educazione; solamente chi avesse conosciuto a fondo la variabilità d'espressioni di quella fisionomia così soggetta alla volontà, avrebbe potuto notare una lieve mostra come d'inquietudine, nella vivacità di certi sguardi, quasi un'impazienza che quelle formalità durassero cotanto, un desiderio che tutto fosse finito al più presto. La madre di Maria, come tutte le madri in simili circostanze, era dominata da una commozione cui mal poteva frenare, e spesso le si riempivano di lagrime gli occhi che teneva rivolti con immenso affetto sulla figliuola. Il sor Giacomo aveva nell'animo qualche cosa ancor egli che non lo lasciava del tutto contento. Aveva liberamente e lietamente acconsentito a quel maritaggio con tanta ardenza desiderato dalla figliuola, che doveva procurarne la felicità, e cui credeva sotto ogni rispetto convenevole; sedotto ancor egli dalle brillanti qualità dello [157] sposo, persuaso per prova di fatto della generosità dell'animo di lui, gratissimo verso di esso per quanto aveva fatto in pro della famiglia, aveva pur sentito nascergli in cuore per quel giovane una simpatia che già era quasi un affetto, e tuttavia a questo momento, fosse inesplicabile istinto, fosse inavvertito effetto delle accuse udite da Maurilio, non credute ma che, ciò nulla meno, come quasi sempre d'ogni accusa suole accadere, avessero lasciata traccia, il vero era che egli sentiva una specie d'agitazione, una mala voglia che non si sapeva spiegare. Francesco, debole ancora, propenso per indole e per la propria condizione a desiderare ed allietarsi nel veder soddisfatto un reciproco amore, non provava che una affettuosa tenerezza per la gioia della sorella.

Il notaio leggeva lentamente, con quel tono di voce e quell'accento speciale di questi pubblici ufficiali che tutti conoscono, le clausole del contratto. Gli sposi il domattina dovevano celebrare il matrimonio alla parrocchia e partire immediatamente alla volta della Francia.

La lettura era finita: si procedette alle firme. Vi appose prima la sua, non senza un legger tremito, Maria; poscia lo sposo. Nel passare la penna alla suocera, Quercia drizzò l'orecchio e, senza che alcun altro nulla udisse ed a questo suo atto badasse, stette intentissimo ad ascoltare. Il finissimo suo senso dell'udito era stato percosso da un lontano susurrio, da un penetrar di gente sotto il portone, da uno scambio di parole. Egli, a buona ragione sospettoso di tutto, si ritrasse indietro con moto naturalissimo e s'accostò lentamente alla finestra. Maria, che non aveva occhi, che non aveva anima, che non aveva vita che per lui, gli venne presso; egli, vivamente preoccupato com'era, tutte le sue facoltà concentrate, per dir così, nell'intentività dell'udito, ebbe pure l'arte e la forza di sorriderle e di prenderla per mano.

— Cara, le disse traendola verso la finestra come volendo isolarsi con lei dal resto delle persone presenti: cara, tu sei mia finalmente, e il primo sacro vincolo ci ha avvinti di quella dolce catena che deve tenerci uniti per tutta la vita.

Ella non sapeva che dire, non poteva parlare, tremava in tutte le fibre d'un tremito soave; lo guardava e sorrideva.

Gian-Luigi aprì le imposte di legno della finestra e guardò fuori traverso le invetrate. Quella finestra s'apriva dalla parte del cortile in una delle due ale che si stendevano verso la fabbrica incendiata. Il tempo s'era rimesso al bello e batteva la luna. Sulla neve del cortile Quercia vide stendersi l'ombra di parecchi uomini.

— Che siano dessi? pensò; mi sembrano in pochi, tre o quattro tutt'al più: ne avrei facilmente ragione.

Misurò l'altezza del ripiano a cui si trovava.

— In caso di bisogno, soggiunse, sono capace di far salti anche maggiori di questo.

Tastò nelle saccoccie dove teneva due pistole corte e ne accarezzò il calcio colla destra che si era sguantata per firmare, e frattanto sorrideva sempre alla fanciulla innamorata.

Ma le sue orecchie non l'avevano ingannato; un rumore di passi e di voci venne diffatti accostandosi vieppiù fino a che giunse nella camera che precedeva, dove parve risolversi in un contrasto. L'ultima delle persone presenti aveva appunto allora finito di sottoscrivere; chè tutti, secondo l'uso, avevano voluto apporre a quell'atto la loro firma; Giacomo Benda, stupito come gli altri di questo incidente, si tolse di mezzo alle congratulazioni ed ai complimenti dei congiunti, ed andò verso la porta dicendo:

— Vo a vedere che cos'è questo rumore.

Gian-Luigi parlava sempre con Maria nella strombatura della finestra, e frattanto aveva pian piano alzato il palettino di sotto e fatto girare il gancio di sopra che tenevano chiuse le invetrate; Maria non s'accorgeva di nulla di quanto avveniva intorno a lei, non vedeva nulla fuori delle pupille nere del suo sposo che seguitavano ad affisarla con una fiamma che le sembrava di vivo amore.

Mentre il sor Giacomo stava per metter mano alla gruccia della serratura dell'uscio, questo si aprì spinto dal di fuori, ed apparve Bastiano tutto conturbato.

— Che cos'è? gli chiese quasi severamente il padrone.

Il gigantesco portinaio chinò la sua alta persona verso l'orecchio di sor Giacomo e gli disse con un certo piglio d'ansietà, di disgusto e di timore:

— V'è un cotale che vuole ad ogni costo entrare.....

— Gli è matto: interruppe parlando forte il signor Benda. Entrare! Qui, a quest'ora? Perchè? E che pretende?

Tutti gl'invitati, la cui curiosità era solleticata ed in cui era nata un'inesplicabile aspettazione, si avvicinarono al padron di casa e fecero gruppo dietro di lui.

Bastiano, parlando sempre più sommesso rispose:

— Non è un matto; gli è un agente di polizia, con una mano d'arcieri.

Queste parole furono pronunciate pianissimo, ma pure, tanto era il silenzio che s'era fatto, che furono udite da un capo all'altro della stanza; da tutti, fuorchè da Maria. Il sor Giacomo aggrottò le sopracciglia; Francesco sul suo letto si tirò su a vedere con moto più vivace che non avrebbe ancora dovuto; la signora Teresa levò le mani verso il cielo spaventata: gl'invitati allibirono, e più d'uno, temendo d'essere compromesso, si pentì d'esser venuto.

— Ancora la Polizia! esclamò indignato il padron di casa. Che cosa mi si vuole, per Dio?

— Falli entrare, padre mio, gridò Francesco dal suo letto, falli entrare e vedremo tosto con che [158] pretesto si viene a turbare nei momenti più solenni la pace d'una famiglia, a violarne il domicilio.

Queste parole parvero molto audaci alla maggioranza dei presenti che furono sempre più pentiti di trovarsi in quel luogo.

— Ebbene, vengano: disse bruscamente il signor Benda.

Bastiano non ebbe che ad aprire un battente. Sulla soglia si presentò la faccia scialba d'un uomo, cui Gian-Luigi, dalla finestra ove si trovava, riconobbe subito con dispetto per quella di Barnaba.

— Sciagurato d'un Graffigna: diss'egli fra sè: gli è proprio diventato buono da nulla. Ora sì che son perduto. Chi sa?...

Aprì pian piano l'invetrata e il suo occhio corse rapidamente su due punti: all'uscio per cui entravano gli uomini della Polizia ed al tavolino sul quale erano le torricelle lucenti dei napoleoni d'oro.

Barnaba s'avanzò nella stanza, e dietro di lui si schierarono in fila quattro brutti ceffi che non mentivano colle sembianze il loro essere di arcieri travestiti.

— Non si sgomentino, disse il poliziotto che camminava ancora a stento, appoggiandosi ad un bastone: non siamo venuti che per arrestare il sedicente dottore Luigi Quercia.

La vecchia similitudine dell'effetto che produce un fulmine precipitato a ciel sereno, non può menomamente esprimere lo stupore di quell'adunanza alle parole dell'agente di Polizia.

Stettero lì, intenti tutti quanti, guardandosi, mentre Barnaba con una rapida occhiata mandata in giro si rendeva conto della situazione materiale delle cose per decidere del modo più opportuno di agire. Vide Quercia nel vano della finestra e fra sè e lui frammezzare il gruppo degl'invitati, il tavolino su cui era stato rogato il contratto e il notaio che si levava allora esterrefatto, e per ultimo Maria che all'udire le parole del poliziotto s'era gettata al petto dello sposo, come per fargli scudo della sua persona.

Il medichino ancor egli guardava codesto e pesava le circostanze di tal disposizione di persone e di luoghi per servire al suo scampo. Non aveva menomamente perduto del suo sangue freddo, nè aveva smesso il suo superbo sorriso. E pensava:

— Fortuna traditrice! Nel migliore la mi manca. Due giorni avesse tardato i suoi colpi!... Qualcheduno mi ha tradito.... chi?... Lo saprò, e allora!... Intanto sfuggiamo alle loro unghie... Potessi almeno arraffare eziandio parte di quel denaro!...

Barnaba aveva visto le invetrate aprirsi cautamente sotto la mano di Quercia. Se le forze glie lo avessero concesso, si sarebbe slanciato egli medesimo addosso all'uomo da arrestarsi: ma egli appena si reggeva in piedi.

— Eccolo, gridò additandolo ai quattro seguaci, eccolo là alla finestra: presto, afferratelo, ch'ei non ci sfugga.

Ma gli uomini avevano da passare in mezzo al gruppo degl'invitati che avevano assistito al contratto, i quali senza punto volerlo, ma per l'attonitaggine in cui erano, stavano piantati a fare ostacolo; e quindi avevano da schivare il tavolino che si trovava nella linea retta da loro al medichino.

— Sì, sono qua, gridò questi con una temeraria ironia; ma non mi ci avete ancora preso, signori miei.

Erasi accorto che doveva rinunziare a far bottino di quei bei napoleoni d'oro che splendevano sulla tavola, e n'aveva un dispetto da non dirsi; appena appena se gli era possibile la fuga per la finestra. Si sciolse dall'amplesso di Maria che stava palpitante sul suo seno; la rigettò bruscamente contro i quattro uomini che si slanciavano su di lui; colla rapidità del lampo fu sul parapetto della finestra e di là nel cortile.

Maria strammazzò nelle gambe degli arcieri, mandando un grido, e colla sua caduta li arrestò un istante.

Barnaba, fatto più pallido, le labbra contratte dall'ira, gridava:

— Su, su, animali, buoni da nulla: fategli fuoco addosso; ch'e' non ci sfugga, alla croce di Dio!

Quando gli arcieri giunsero ad affacciarsi alla finestra, videro un uomo che si dibatteva in mezzo a quattro altri ond'era circondato; si udirono due colpi di fuoco, due dei quattro caddero e quello che era stato aggredito fu visto fuggire con una rapidità straordinaria verso le macerie della fabbrica incendiata.

— E' ci scappa, e' ci scappa: gridava furibondo Barnaba, giunto ancor egli alla finestra. Fuoco, fuoco, su di lui.

Fu salutato dallo sparo di parecchie pistole, ma inutilmente: egli era sparito.

Giacomo e Teresa erano accorsi a sollevare la figliuola; indicibile era l'emozione in tutti.

— Signore, disse poscia il signor Benda con voce tremante dal turbamento e dallo sdegno; si può almeno sapere a che titolo si voglia procedere all'arresto del dottor Quercia?

Barnaba rispose con feroce crudità:

— Perchè gli è un ladro, un falsario ed un assassino. È il capo di quella tremenda banda che chiamasi la cocca, ed è il soprannominato medichino.

Maria non ebbe pur la forza più di mandare un grido; appoggiata com'era alla spalla del padre si lasciò andare smarrita nelle braccia di lui, ed egli l'adagiò sopra il sofà, priva affatto di sensi.

L'occhio del poliziotto era caduto sulle polizze di banca francese che stavano sopra il tavolino.

— Ed ecco appunto, diss'egli, dei falsi biglietti [159] di cui quell'associazione di malfattori aveva la fabbrica.

E li sequestrò. Diede ordine tosto s'inseguisse da ogni parte il fuggitivo.

— Oh! lo piglierò, diss'egli fra i denti, lo piglierò ad ogni modo.

Il padre e la madre di Maria erano intorno a lei desolati; i testimoni di quella scena non rinvenivano dall'attonitaggine in cui erano caduti, non sapevano che farsi nè che dirsi; alcuni, quelli che avevano meno perduto il cervello, eransi partiti di cheto.

Barnaba si affrettò ad andarsene. Scendendo trovò i poliziotti che aveva lasciati a guardia nel cortile, scornati, timorosi, mortificati; avevano levati di terra e posti sotto l'atrio i cadaveri dei loro due compagni stati uccisi dal medichino. L'agente della Polizia non fece loro il menomo rimprovero; solamente li guardò con un occhio che parve loro più severo d'ogni parola. Fu ad un giovinastro tarchiato e tozzo, dall'aria scema, che Barnaba diresse una rampogna.

— E tu, imbecille, non sei stato da tanto di aggrapparti a lui e non lasciarlo muover più? Ora egli ci scapperà per sempre, conducendo seco la tua Maddalena.

Gli era Meo, che Barnaba aveva voluto condur seco, nella speranza che gli sarebbe stato utile.

Lo stupido rispose con voce quasi piagnolosa:

— E' fu così lesto ch'io appena ebbi tempo a vederlo; quando accorsi egli era già via; ma se mai lo trovo ancora a tiro della mia mano, le giuro per la Madonna della Consolata, che non mi scappa più.

— Ah sì: mormorò Barnaba: ma il difficile ora sta appunto nel ritrovarlo. Andiamo.

Camminando verso la città, il poliziotto pensava:

— Dove può egli ricoverarsi pel momento? Nella sua dimora abituale, mai più. Nella palazzina del viale, difficilmente. Però or ora le passeremo dinanzi ed osserveremo... Più probabilmente dalla Zoe.

In breve giunsero alla casina dei segreti ritrovi; Barnaba s'arrestò, fece arrestare in perfetto silenzio la sua scorta e si pose ad osservare attentamente. L'abitazione era muta e scura per l'affatto, nè si aveva un menomo indizio che vi fosse anima viva. La neve caduta i giorni addietro era stata spazzata via per una stretta striscia, dal cancello all'uscio d'ingresso, quindi non vi poteva esser traccia di pedate; però l'occhio acuto del poliziotto, in uno degli orli della neve in mezzo a cui erasi aperto il sentiero, vide una lieve impronta; aprì il cancello con un grimaldello e s'avanzò a contemplar davvicino quel segno. Era l'impronta recente d'un piede ben fatto ed elegantemente calzato d'uomo. Certo nel turbamento con cui camminava, il fuggente non aveva dovuto badare che il suo passo, andato un po' di traverso, aveva lasciato una piccola orma.

— Gli è qui: esclamò a bassa voce Barnaba, drizzando la sua faccia illuminata da una fiera gioia. Il sorcio è in trappola, e questa volta non ci può scappar più a niun modo.

Aveva seco sei guardie e Meo, che faceva sette. Non volendo tralasciare cosa alcuna cui la previdenza consigliasse, egli trascelse due dei più intelligenti fra i suoi uomini e diede loro l'ordine di recarsi sotto le finestre dell'abitazione della Zoe a invigilare. Se mai per caso non fosse Quercia quegli che era entrato nella palazzina, o già ne fosse uscito, si tenesse d'occhio la dimora della cortigiana dov'egli poteva riparare: tutti gli altri luoghi in cui era presumibile si recasse già erano custoditi.

Partiti i due uomini, Barnaba fu all'uscio della casina, e senza molti sforzi coi suoi grimaldelli lo aperse. Tutto era scuro là dentro: uno degli arcieri accese una lanterna, e cautamente, le pistole in mano, s'introdussero tutti.

— Meo, disse Barnaba mettendo una mano sulla spalla del garzonaccio: gli è ora che conto su di te.

CAPITOLO XXI.

Gian-Luigi, appena si fu colla sua rapida corsa di tanto allontanato pe' campi da non temer più pel momento d'essere raggiunto, si fermò ansimante a pensare quel che meglio gli convenisse. Fuggire addirittura la città e il paese, tentar di giungere ad estere contrade era certo la prima idea che gli doveva venire, e fu quella che gli venne: ma non tardò a crollare il capo con uno scoraggiato sorriso.

— E che farò io, disse amaramente a se medesimo, senza mezzi nessuni, senza punto denari? Aver tanto raccolto e veder tutto sfumarsi dinanzi! Aver con tanti sforzi costrutto un edifizio e vederselo tutto crollare!.. Espormi alla vita della miseria in altri paesi, ricominciare da capo la vita del baro e dell'assassino per vivacchiare.... oh no! non io discenderò sì basso.... Piuttosto morire.... Poichè tutto mi ha fallito ad un tratto, che mi cale gettar via questa vita che ha mancato a tutte le sue promesse?

Trasse fuori un pugnaletto acuto e sottile e ne guardò stranamente il luccicar della lama al raggio della luna.

— Su via: diss'egli con quel suo sogghigno in quella solitudine, a quel momento, più amaro, più superbo, più temerario che mai.

Ma la mano già levatasi per ferire, si arrestò e poi si chinò lentamente.

— Non è una viltà fuggire innanzi al pericolo perchè si è fatto gravissimo? Vo' lottare fino all'ultimo con questa società matrigna che suscita tutti [160] i desiderii e nega all'onestà ogni soddisfazione di essi, e che ora mi minaccia colla forca... Vivo non cadrò nelle loro mani a niun patto... Dunque tanto vale tentare ancora. Se potessi fuggire con parte almeno de' miei tesori, sarebbe tuttavia una vittoria.

La sua decisione era presa, ringuainò il pugnale e si diresse verso la palazzina. Camminava prudentemente celandosi dietro i tronchi degli alberi, poco diverso dal cauteloso procedere che descrivono i romanzieri americani dei selvaggi che vogliono sorprendere il nemico. Intorno alla casina del viale tutto era quieto: Quercia spiò attentamente e non vide indizio d'anima viva. Si fece ardito tanto da entrare nel cancello ed introdursi nell'abitazione. Una lieve speranza gli venne che il segreto nascondiglio detto Cafarnao non fosse ancora conosciuto dalla Polizia e colà potesse non solo penetrare sano e salvo a prendere il denaro che vi aveva, ma rimanervi alcuni giorni nascosto a sviare la vigilanza e le ricerche della Polizia. E certo se nessuno avesse tradito, quel rifugio avrebbe dovuto essere compiutamente ignorato; ma che vi fosse stato un traditore fra i servi era pure la prima idea che gli si era affacciata, quando aveva visto comparirgli Barnaba per arrestarlo.

Pel segreto passaggio dalla palazzina passò nell'andito sotterraneo che conduceva al grande stanzone centrale. Camminava lento, gli occhi e le orecchie tese con ogni sua possibile intentività; la mano destra teneva sull'elsa del pugnaletto, colla sinistra veniva tastando la parete per guidarsi, essendo che quella sera non fossero accese le lampade lungo il corridoio, ed egli avesse pensato meglio non recar seco lume nessuno. Ad un punto udì innanzi a sè un suono, che gli fece spavento, se pure può questa parola usarsi per l'intrepida tempra di quella natura. Era un rumore di lotta: alcune voci d'ira e di minaccia, alcuni gemiti che parevano di feriti, colpi e percosse. Il medichino ristette. Era questa una rissa fra i soliti abitatori del Cafarnao, oppure una lotta con nemici invasori? Il dubbio non durò a lungo. Si udì una voce che Quercia riconobbe per quella dal commissario Tofi.

— Non fate fuoco, gridava la voce, e' si vogliono prender vivi; che diamine! siete in tanti e non ci valete ad opprimere due uomini soli, di cui uno ancora non è che la metà d'un uomo?

Al punto in cui era giunto Gian-Luigi, poteva scorgere una luce rossiccia in fondo al corridoio. Erano delle lanterne che tenevano in mano vari uomini che non tardò a riconoscere per guardie di polizia. Sui gradini che conducevano a Cafarnao stavano ritti Stracciaferro e Graffigna che si difendevano bravamente, il primo con un palo di ferro, il secondo col suo coltello affilato, contro l'assalto d'una schiera di poliziotti: alcuni di questi già erano distesi per terra malconci; dietro degli assalitori appariva l'alta persona del Commissario, il quale, nel suo solito contegno, le mani affondate nelle sue grandi tasche del soprabitone, incoraggiava i suoi uomini all'assalto. Allo sbocco dell'andito che conduceva alla bottega di Baciccia apparivano altri poliziotti appostati.

Il primo impulso di Gian-Luigi fu quello di gettarsi là in mezzo a soccorso de' suoi; ma fu lesto a cambiar d'avviso, egli si perdeva inutilmente senza salvare gli altri. Sola cosa da farsi era tornare il più presto sui suoi passi, prendere in fretta tutto quello che si poteva di valore che era nella palazzina, e fuggire se pure s'era tuttavia in tempo. Retrocesse adunque affrettato; giunto dietro all'uscio segreto che metteva nel salotto della casina sostò ed applicò l'orecchio alla commessura per ascoltare; non udì rumore di sorta; colà non era dunque ancora penetrato nessuno. Toccò la molla nascosta; l'uscio si aprì; egli passò ratto e lo richiuse: ma aveva fatto appena pochi passi che udì nell'andito a pian terreno gente che entrava, che si accostava alla scala, che saliva. Si morse le labbra fino al sangue, gettò un'occhiata disperata intorno a sè, come per cercare una via di scampo: non ce n'era nessuna: tornare nel sotterraneo era peggio: gli occhi gli balenarono orrendamente: si vide compiutamente perduto e si disse con una bestemmia che la sua ultima ora era venuta; si piantò sulla soglia di quella stanza, impugnò con mano convulsa il pugnale e stette ad aspettare.

Non aspettò a lungo; l'uscio della camera che precedeva si aprì e comparvero agli occhi suoi quattro uomini — quei medesimi che già lo avevano assalito nella casa dei Benda — e in mezzo a loro, come duce, Barnaba. Nessuna parola fu scambiata: nè i poliziotti minacciarono, nè il medichino aprì labbro; gli arcieri ad un cenno di chi li capitanava fecero un moto per islanciarsi addosso a Quercia: questi brandì il pugnale, solidamente piantato sulle sue gambe, in una mossa robusta ed elegante da gladiatore antico. Era sì fiero l'aspetto di lui, sì ferocemente lampeggiavano i suoi occhi neri, la profonda ruga incavatasi nella sua fronte dava una tale sembianza di forza, di risoluzione disperata, di volontà e di ferocia indomabili a quel suo volto fatto per imporne altrui e per comandare alle turbe, che gli arcieri, come intimoriti, s'arrestarono. Ciascun di loro sapeva che il primo fosse arrivato a tiro di quella sottil lama, che brillava nel pugno piccolo e nervoso del medichino, sarebbe stato un uomo morto; e per quanto si sia sicuri che la nostra morte verrà vendicata, non è questo pensiero abbastanza consolante per deciderci a farci accoppare così di piano senza punto oscitanze.

Barnaba, il quale voleva finirla presto, si volse indietro e chiamò a sè un uomo che era rimasto nell'altra stanza in coda degli altri.

[161] — A te, gli disse, vieni qua e guardalo. È egli quel desso?

Gian-Luigi vide, dietro le spalle dei quattro arcieri, comparire la faccia scema e gli occhi vitrei di Meo, il garzone di mastro Pelone.

— Ah! sei tu il traditore: mormorò fra i denti il medichino: che sì ch'io ti darò qui stesso la tua paga... Ma tu non sei già il solo, perchè il segreto di Cafarnao non t'era noto.

Lo sguardo di Meo, fissandosi nel volto di Gian-Luigi, s'animò per quanto quello sguardo poteva animarsi.

— È lui, esclamò, gli è proprio lui: lo riconosco, quantunque e' sia vestito da signore.

Barnaba aveva giudicato egli pure che alcuno dei presenti doveva sacrificare la vita per la cattura di quell'importantissimo personaggio; ed avvisò che, fra quante aveva in quel momento a sua disposizione, l'esistenza di quel poveraccio era la più sacrificabile, come quella che, arrestato il famoso medichino, diventavagli affatto inutile.

— Or bene, gli disse piano all'orecchio, saltagli addosso ed afferralo tu, se non vuoi che più ci scappi e ti porti via per sempre la Maddalena.

Meo allungò il collo fra le spalle dei poliziotti che erano dinanzi e misurò collo sguardo lo spazio che gli restava da percorrere per arrivare al medichino.

— Animo! gli susurrò all'orecchio Barnaba: l'hai giurato che non te lo lascieresti scappar più; e così ti vendicherai di lui e di lei.

Il garzonaccio diede in una specie di grugnito: fece come il cane che, animato dalla voce del cacciatore, esita a slanciarsi addosso al cinghiale attergatosi ad una pianta, e poi ad un tratto ei si decide e corre addosso alle mortifere zanne: colle due mani trasse indietro due degli arcieri per farsi lasciare il passo, e coll'impeto d'una catapulta, piombò addosso al medichino di tutto il peso della sua persona.

Gian-Luigi piegò un istante a quell'urto; ma le sue gambe s'irrigidirono tosto ed egli riprese di subito la sua impostatura di difesa; però l'assalitore l'aveva afferrato alla gola e gli stava ingombro sul petto, facendo sforzi ad abbatterlo in terra. Si vide al lume rossiccio della lanterna balenare per aria la lama sottile, ed una riga di sangue colare ad un tratto e per più luoghi dalle reni di Meo. Questi tuttavia non lasciò la presa: muggiva e rantolava in orribil guisa, ma le sue braccia si stringevano convulse al collo del medichino, così che tutto pavonazzo ne diventava il viso di costui; e negli squassi dell'agonia, cadendo a terra come sacco buttato, Meo traeva seco, sempre stretto dalla morsa feroce delle sue braccia contratte, Gian-Luigi a mezzo soffocato. Ma quando aveva toccato il pavimento, il povero Meo già era cadavere.

— Su, su, gridò Barnaba: saltategli addosso ora ed impedite ch'ei possa uccidersi, e disarmatelo.

Gli arcieri tutti quattro piombarono su di Quercia nell'atto che stava per divincolarsi dall'amplesso orrendo di quel cadavere e volgere su di sè l'arma omicida; non senza sforzi riescirono a torgli di mano il pugnale e legarne le braccia e le gambe, e finirono per lasciarlo disteso in terra ansimante, sanguinoso, pesto e allividito dai colpi ricevuti, ma terribile ancora a mirarsi. Il pittore che avesse voluto rappresentare il Satana fulminato, non avrebbe potuto trovare modello più acconcio e più efficace di quell'uomo pallido, dalle chiome nere irte sul capo come serpenti, dagli sguardi feroci e rabbiosi d'una ferocia impotente, il quale si mordeva il labbro inferiore da far spicciar il sangue che gli colava lungo il mento, sulla cui fronte la ruga profonda che vi si incavava fra le sopracciglia, pareva l'impronta della maledizione di Dio.

Barnaba, che aveva assistito con trepidante interesse alla breve ed aspra lotta, ora che si vide disteso ai piedi, vinto ma non domato, quell'uomo; come se soltanto per questo fine gli avessero bastato le forze che aveva raccolte mercè il conato perseverante della sua volontà, si lasciò cader seduto sovra una scranna, mandando un lungo sospiro, e parve presso a svenire.

Gli occhi neri del medichino caduto lo saettavano con isguardi pieni d'un odio feroce.

Dopo un istante in cui gli arcieri medesimi parvero riposarsi ancor essi, stupiti insieme e della forza che loro aveva opposto quel giovane dalle forme eleganti e quasi della loro vittoria, e' si volsero al caduto a vomitargli mille improperii, urtandolo co' piedi. Il medichino rimase impassibile, muto ed immobile, nè i suoi occhi degnarono pure volgersi sopra i suoi insultatori, ma continuarono a restar fissi con quella espressione sopra di Barnaba.

Questi, appena gli fu tornato tanto di vigore da poter alzare la voce, gridò ai suoi subalterni:

— Silenzio olà, e fermi!... Lasciate in pace il prigioniero.

Obbedirono colla prontezza e colla sommessione della disciplina militare: e messisi nell'impostatura del rispettoso aspettar gli ordini dal superiore, uno di essi, il brigadiere, domandò:

— Che ci comanda ora?

— Procederemo alla più minuta perquisizione in tutta la casa. Chiamate gli altri uomini che abbiamo lasciato abbasso: due rimarranno qui a custodia del prigioniero, gli altri romperanno tutti gli scrigni, apriranno tutti i mobili, così ch'io possa rifrugar tutto e dappertutto.

Fu fatto secondo questi ordini. Ogni carta fu attentamente esaminata da Barnaba, quelle sopratutto che avevano apparenza di lettere di donna. Di queste se ne trovò di molte, ma non quelle che cercava l'agente della Polizia; altre carte che avessero importanza non se ne rinvennero.

[162] — Ed ora, disse Barnaba quando la perquisizione fu finita e lo disse in modo che il medichino potesse udire: ora non ci resta che penetrare nel sotterraneo.

Gli occhi di Gian-Luigi che rimanevano sempre fissi sull'agente della Polizia, diedero un leggier guizzo.

Barnaba si accostò al giacente e, curvatosi verso di lui, gli disse:

— Vedete che sono informato di tutto. So che per quella grande specchiera laggiù si penetra nel sotterraneo covo della vostra cocca, e so che la si può aprire mediante una molla segreta che si preme. Fareste assai bene ad indicarci questo segreto per avanzarci la fatica e il tempo di rompere ed abbattere quell'uscio così ben dissimulato, senza contare che gli è un peccato mandar a male un sì bel cristallo.

Il medichino seguitò a guardar fieramente chi gli parlava, ma non disserrò le labbra.

— Rompete quello specchio, comandò Barnaba accennandolo colla mano, e sfondate l'uscio che esso nasconde.

L'ordine fu tosto eseguito. Dieci minuti dopo appariva il vano nel muro e il tenebroso pozzo della scala che s'affondava. Allora il prigioniero fece un movimento ed accennò colle pupille a Barnaba che gli stava seduto dappresso.

— Sentite: diss'egli.

Il poliziotto, aspettandosi qualche rivelazione, si curvò su di lui con sollecita premura.

— Che ragioni personali d'animosità avete voi contro di me? gli domandò Quercia, facendogli penetrare negli occhi il suo sguardo acuto.

Per un ratto istante le pupille, abitualmente velate, di Barnaba ebbero un improvviso bagliore; ma le si spensero tosto.

— Nessuna: rispose egli freddamente.

— Voi mi avete data la caccia con ispeciale accanimento; foste voi che veniste a suscitare fra i miei seguaci un traditore.

— Era dovere del mio ufficio.

Gian-Luigi fece quel suo scettico amaro sogghigno che ora su quelle labbra sanguinose era più penoso a vedersi.

— Troppo zelo: diss'egli ironicamente.

Barnaba si drizzò della persona ed accennò avviarsi verso l'uscio atterrato.

— Aspettate: disse vivamente il medichino con un accento che pareva di comando.

Il poliziotto si fermò.

— Curvatevi di più verso di me. Quello che voglio dirvi dev'essere udito da voi solo.

Barnaba si chinò più che poteva.

— Per fare codesto mestiere voi dovete non esser ricco.

— Sono poverissimo.

— Chi mi lasciasse scappare potrebbe avere venti mila lire.

— Bah! dove le prendereste? Tutto quello che avevate qui sotto già vi fu sequestrato.

La risposta del poliziotto accese un po' di speranza nel cuore di Gian-Luigi. Chi si preoccupa del modo onde gli può essere pagato il compenso ad un atto che gli si domandi, è presso ad accettare di compire quest'atto.

— Ho in serbo altrove delle somme: disse con vivacità il medichino. Sono presso una persona, dalla quale potreste avere subito, questa sera medesima, la mercede che vi dico.

— Chi è questa persona? domandò Barnaba i cui occhi tornarono ad animarsi alquanto.

— Vi condurrò io stesso da lei, appena ci saremo tratti di qua.

— Forse la Zoe? disse l'agente poliziesco con voce che sibilava fra i denti.

Quercia era troppo osservatore per non por mente alla fiamma che aveva lampeggiato nelle pupille di Barnaba, al tremare dell'accento con cui aveva pronunziato quel nome di donna: sollevò alquanto il torso dal suolo, puntando il gomito d'uno de' suoi bracci insieme strettissimamente legati, ed affondò i suoi negli occhi dell'interlocutore.

— La Zoe!... Voi la conoscete?

Barnaba aveva chinato sulle pupille le ciglia, e volto il capo dall'altra parte.

— No: rispose freddamente. Non la conosco..... Ma mi offriste anche un milione non consentirei nemmeno a chiudere un occhio perchè voi poteste riacquistare la libertà.

— Va bene: disse con tutta indifferenza il medichino, lasciandosi ricadere lungo e disteso per terra: siete l'eroe della Polizia.

E non pronunziò più una parola.

— Scendiamo giù: disse Barnaba ai suoi uomini: due di voi rimangano qui; gli altri vengano meco. Credo che a quest'ora il Commissario avrà finito con quegli altri, e se no arriveremo appunto in suo aiuto.

E l'agente cogli arcieri, tolti i due che rimasero presso il medichino, sparirono nell'oscuro della scaletta che scendeva al corridoio sotterraneo.

CAPITOLO XXII.

Per l'arresto dei malfattori della cocca, tre squadre poliziesche eransi partite ad un tempo dal Palazzo Madama, la prima capitanata da Barnaba si era diretta alla casa Benda dove sapevasi doversi cogliere alla posta il capo della banda, e già abbiam visto quello che a questa squadra era intravvenuto; la seconda erasi recata all'abitazione ordinaria del cosidetto medichino sotto la guida di un altro agente che godeva ancor egli la speciale confidenza del signor Commissario, e colà aveva [163] arrestato i servi del sedicente dottor Quercia ed in una minutissima perquisizione sequestrato tutte le carte che vi ci aveva trovate, cui l'agente doveva consegnare nelle mani medesime del signor Tofi: quest'ultimo poi, a capo della terza squadra, più numerosa delle altre e rinforzata dall'aiuto di una mezza dozzina di carabinieri, s'era assegnato il compito di penetrare nel covo sotterraneo e misterioso di quella tremenda associazione di assassini. Giunta a poca distanza dalla strada in cui s'apriva la taverna di Pelone, questa schiera si divise in due, e chetamente le due frazioni s'avviarono, l'una verso la bettola, l'altra verso la bottega di Baciccia.

Il bravo Pelone, che già da qualche giorno aveva inquietudini e di molte, restò di stucco al vedere aprirsi l'uscio a vetri della bottega e in mezzo al fumo denso delle pipe, delle vivande, dei lumi a olio, presentarsi la faccia del Commissario, faccia che ispirava apprensione a tutti e che in quel punto alla coscienza sporca di mastro Pelone fu spaventosa come la testa della Medusa nei poeti classici. Ad accrescere spavento questa faccia tremenda era incorniciata in un fondo di ceffi arcigni di guardie poliziesche e di cappelli a becchi di carabinieri. Al fondo dello stanzone, dal suo banco a cui sedeva secondo il solito, il tavernaio, facendo una splendida eccezione alla ordinaria lentezza di moti del suo lungo corpo dinoccolato, sorse di scatto sulle sue zattere di piedi, assalito da un parosismo maligno della sua tosse profonda e dal fondo delle occhiaie incavate girando attorno uno sguardo sgomento:

— Il Commissario in persona! si disse egli in fretta in fretta con un ansioso monologo mentale. Caspita! Gli è dunque qualche cattura importante che qui si vuol fare.

Ma lo sguardo che aveva mandato in giro gli aveva fatto conoscere che presenti nell'osteria a quel momento, non c'era che una minutaglia di birbanti, pesciolini senz'importanza, per cui non occorreva tanta forza di reti nè tanta abilità di pescatore: e ciò lo spaventò ancora più.

— Ahi, ahi! Pelone, continuò egli nel suo monologo; codesto mi ha l'aria molto brutta per te; tutto ciò temo voglia avviarsi molto male. Qualcheduno avrà commesso delle imprudenze; già lo sapevo che sono una manica d'imbecilli; lo dovevo prevedere ed avrei fatto bene a contar tutto al Commissario. Ora temo d'essere nella ragna pur troppo, che il diavolo li porti tutti quanti, e me con essi.

L'alto rumore che facevasi nella bettola, e vociare nel giuoco della morra, e sbraitare di canzonaccie, e parole concitate che erano grida e sghignazzamenti e imprecazioni e bestemmie, all'entrare della forza pubblica, era cessato tutto ad un tratto, come per incanto. Tutte le faccie s'erano rivolte alla porta, tutte le bocche erano rimaste spalancate e gli occhi fissi nell'espressione d'una paurosa sorpresa, nel cuore di tutti s'era messa l'ansia, perchè fra tutti quegli avventori non ce n'era forse uno cui quella vista non dovesse dare a riflettere ai casi suoi.

La Maddalena, che trovavasi nella cucina al pian di sotto, stupita grandemente pel subito succedere senza transizione di quell'alto silenzio al baccano di prima, venne su a vedere che mai fosse capitato, e mostrò la sua faccia impertinente e rubiconda al di sopra della botola.

— Figliuola di mala femmina, sgualdrina, sfacciata che Dio ti dia bene! le disse mozzicando le parole fra le sue gengive il bettoliere che s'era levato premurosamente di dietro il banco per muover all'incontro del Commissario. Ecco qui la sbirraglia: siamo tutti perduti, che Satanasso ti abbranchi!

Maddalena per prima cosa pensò alla più diletta persona, alla sola diletta che avesse al mondo, al medichino, cui quel pericolo poteva minacciare; guardò alla porta e veggendo entrare cinque o sei sgherri e con essi tre carabinieri, ed una riserva di poliziotti rimanere ancora al di fuori sulla strada, capì con molto dispetto che il fuggire di là era impossibile. Suo proposito era correre in cerca di Luigi e tanto aggirarsi finchè l'avesse trovato per avvisarlo di quel che avveniva nella bettola, di guisa ch'egli potesse provvedere ai casi suoi. Qualunque altro non avrebbe più avuta speranza nessuna di riuscire in questo intento; ma la Maddalena era tenace nelle sue volontà, era audacissima, accorta, ed era donna; si disse che un'occasione di sgattaiolarsela sarebbe nata ed ella avrebbe saputo approfittarne, ed anche l'avrebbe saputa far nascere, e salita del tutto fuor della botola, si venne accostando lentamente al gruppo degli agenti della forza pubblica, come spinta soltanto da una curiosità naturale, ma affatto disinteressata.

Chi s'accostò non lentamente ma con zelante premura al sor Commissario fu mastro Pelone, il quale, trattosi fuori di dietro il banco, levatosi dal cranio lucido di avorio giallo la berrettaccia unta e bisunta, veniva all'incontro del signor Tofi, lungo la corsìa in mezzo ai due ordini di tavole, facendo passi da gigante colle sue lunghe gambaccie stecchite e trinciando inchini da toccare colla punta del suo naso da uccello di rapina le rotelle piatte de' suoi ginocchi.

— Oh signor Commissario, illustrissimo signor Commissario! gridava egli colla sua voce rauca, punteggiata dagli sbruffi della tosse: in che cosa posso servirla, signor Commissario? Mi metto a sua disposizione, signor Commissario.... Fatevi in là voi altri: si diede a gridare a parecchi degli avventori che ingombravano il passaggio, e li urtava nella schiena per farneli ritrarre: toglietevi di qua, mascalzoni, fate largo, date luogo al signor Commissario.

Questi dall'alto del suo cravattone guardò con [164] occhio severo l'oste tutto confuso, che credette, a quell'occhiata, sentir aprirsi il terreno sotto i piedi, e non rispose pure una parola; poi volto al brigadiere dei carabinieri ed a quello delle guardie di polizia, disse:

— Nessuno esca di qua sino a nuovo ordine. Prendete nome, cognome e condizioni di tutti e quelli che sono in nota sieno ammanettati senz'altro.

Carabinieri ed arcieri si posero tosto all'opera. Della maggior parte di quegl'individui non avevano pure da domandare il nome; chè erano antiche loro conoscenze e non nuovi inquilini della carcere. Tutti protestavano che gli era uno sbaglio, che erano innocenti come neonati, ma le proteste non indugiavano d'un punto il ratto procedere degli agenti della forza pubblica.

— Voi, Pelone, disse il signor Tofi con quel suo brusco accento, che gelava il sangue nelle vene a chiunque: venite meco di là in quello stanzino.

Il Commissario fe' cenno al brigadiere dei carabinieri, a quello degli sgherri e passò primo; Pelone entrò dopo di lui abbrancato ad un braccio dal caporale arciere, e le sue lunghe gambe gli si piegavano sotto: l'uscio a vetri colle tendine rosse fu chiuso dietro di loro.

— Pelone; cominciò il signor Tofi con quel tono che toglieva ogni volontà di resistenza; apriteci subito l'uscio segreto che c'è in quella impiallacciatura di legno, pel quale si comunica col sotterraneo ricovero della cocca.

L'oste sentì un brivido come mai l'uguale corrergli per tutte le vene e gli venne un nodo alla gola che, secondo si espresse egli medesimo di poi, gli parve una carezza della corda di mastro Impicca.

— Signor Commissario, balbettò egli, verde in viso e oscillando come briaco sulle sue pertiche di gambe, non so..... non capisco..... in parola di Pelone.....

Si ricordò che quel passaggio, per fortuna, ultimamente era stato murato, che quindi non lo si sarebbe rinvenuto, e povero di consiglio com'era in quel momento, preso alla sprovveduta, si figurò che il miglior mezzo era di negare risolutamente.

— Non so che cosa Vossignoria voglia dire..... che il diavolo mi porti.

Tofi lo guardò con aria feroce, e senz'aggiunger verbo andò a quel punto dove Barnaba gli aveva detto esistere il passaggio; toccò nel luogo dove, per le rivelazioni di Arom, sapevasi esistere la molla, ma nulla si mosse.

— Aprite, sarà meglio per voi: disse il Commissario furibondo a Pelone.

— La mi scusi, signor Commissario, ma per la salute dell'anima mia, per la Madonna delle grazie e quella della Consolata, pel mio Santo protettore, protesto.....

Il Commissario non lo lasciò finire: aprì l'uscio a vetri che metteva nel primo stanzone e disse con accento di comando:

— Due uomini qua con ascie e picconi.

Gli uomini vennero solleciti.

— Abbattete quel tavolato lungo tutta questa parete: comandò il signor Tofi.

In dieci minuti la bisogna fu compiuta. Non vi era passaggio di sorta nella muraglia, ma ad un punto, ed era facile accorgersene, la muratura era fresca.

Tofi si rivolse al bettoliere, più furibondo di prima.

— Brigante! Avete murato l'apertura, eh? E credete scappolarla? Miserabili! siete tutti nei miei artigli ad ogni modo, ed avrete dal boia quel che vi meritate... Distruggete quella muratura.

Gli uomini si posero a dar coi picconi in quella parte che si vedeva costruita di recente.

Ma ecco che in quella giunge correndo un arciere della squadra che erasi recata alla bottega del Baciccia, e viene a recare un'ambasciata al sor Commissario.

A questa squadra ecco che cosa era avvenuto.

Giunti alla bottega del rigattiere e trovatala chiusa, se l'erano fatta aprire ed irrompendo avevano senza perder tempo legato ben bene il Baciccia e la sua famiglia, poi recatisi diviati al nascosto passaggio che comunicava col sotterraneo, vi si erano introdotti, camminando pian piano, con ogni cautela, colle loro lanterne accese.

In Cafarnao erano i soliti inquilini, che non avevano altro soggiorno più sicuro di quello: i due galeotti evasi dal bagno, Stracciaferro e Graffigna. Dormivano ambedue; ma l'ultimo, in qualunque luogo si trovasse, non dormiva che di quel sonno che il volgo suole attribuire alla lepre, la quale non chiude che un occhio e coll'altro sta sempre spiando ciò che le succede dintorno. Graffigna adunque udì fra il sonno e la veglia il rumor lontano e soffocato dei passi guardinghi di più persone suonare per la volta rimbombante del sotterraneo e si drizzò in sussulto a sedere sul suo strammazzo. Era un sogno frequente ch'ei faceva quello di essere perseguitato dai giandarmi, e credette anche questa volta essere stato disturbato da un sogno; ma ora e' si sentiva bene sveglio, e quel rumore non che dileguarsi veniva sempre più accostandosi; balzò dal giaciglio e corse alla porta che usciva su quella specie di vestibolo che precedeva lo stanzone, onde entrava colaggiù un poco d'aria e di luce, vide dal corridoio che veniva alla bottega del Baciccia, unica strada che ora ci fosse oltre quella della casina del medichino, appressarsi uno splendore rossiccio che giudicò prodotto da più lanterne portate a mano, e udì un tintinnare d'armi che al suo orecchio esercitato rivelò di che razza fossero i sopravenienti. D'un salto egli fu presso Stracciaferro a scuoterlo vigorosamente. Suo disegno era correre in tutta [165] fretta su per l'andito che menava alla palazzina di Quercia, il quale aveva visto ancor libero, e di là fuggire, se ancora possibile, alla aperta campagna. Ma quanto era leggiero il sonno di Graffigna, altrettanto era sodo e pesante quello di Stracciaferro onde alle scosse ed agli urtoni che il suo compagno gli dava, quell'omaccione, senza punto destarsi, non faceva che rispondere con un grugnito e con certi atti impazienti e collerici che provavano essere il mal capitato chi venisse a disturbarne il riposo. Vedendo che la cosa premeva oltre ogni dire, Graffigna pensò ricorrere ad un mezzo che ritenne infallibile: punzecchiò forte colla punta del suo pugnale nelle carni dell'addormentato e nello stesso tempo gli gridò nel padiglione dell'orecchia:

— Su, su, Stracciaferro; sono qui gli sbirri ad arrestarci.

L'omaccione mostrò che era sveglio pur finalmente sparando insieme una grossa bestemmia e un tremendo pugno che guai per Graffigna se n'era colto.

— Possa tu venir appiccato, traditore d'un birbone da forca: esclamò Stracciaferro: mi lascierai tu dormire in pace?

— Il tuo augurio sta per essere avverato: di rimando Graffigna, martuffo del boia, mio caro amico, che ti venga un accidente; e sta per avverarsi anche per te, giacchè stiamo per essere presi come due sorci in trappola.... Ti dico che è qui la Polizia.

Questa volta Stracciaferro fu desto del tutto.

— Possibile! esclamò egli levandosi.

— Senti! disse Graffigna.

L'omaccione udì ancor egli il passo in cadenza della squadra che s'avanzava lentamente. Al suo spirito ottuso non balenò neppure il pensiero d'un possibile scampo; non pensò che a vender cara la sua vita; girò intorno lo sguardo degli occhi sanguigni e borbottò fra i denti:

— Ah cani maledetti! Or ora ne spedisco io una frolla all'altro mondo a farmi da battistrada.

Aveva visto in un angolo un palo di ferro di quelli onde si servivano ad abbattere imposte e sgangherar usci, e fu ad afferrarlo, maneggiandolo con tanta facilità, come altri farebbe d'un semplice bastone.

Graffigna gli spiegò in fretta in fretta la possibilità che forse eravi ancora di fuggire per la casetta del medichino; ed egli allora consentì a tentar questo passo, armato del suo palo di ferro; ma era troppo tardi, ed appena usciti dallo stanzone, i due banditi si videro saltare addosso gli agenti della forza pubblica. Si ritirarono essi sulla soglia del Cafarnao, in alto dei pochi gradini che vi conducevano, e disperati del tutto della vita, si prepararono ad una strenua difesa. Non racconterò le vicende di questa lotta resa più orribile dal luogo, dalle tenebre appena se rotte da quella luce rossiccia che pareva anch'essa macchiata di sangue, dalla forza erculea di Stracciaferro, dall'agilità di Graffigna che balzava come una pantera addosso ai nemici e riparava poscia sotto la protezione della tremenda mazza del suo compagno, riportando ad ogni volta bagnata di sangue novello la lama sottile del suo pugnale. Il fatto è che già troppo durava questo combattimento, senza che si fosse potuto venire a capo di opprimere i due assassini, e parecchi degli assalitori giacevano malconci; speravano gli agenti della Polizia veder giungere da un momento all'altro il rinforzo del Commissario co' suoi uomini, che secondo le intese dovevano riunirsi colà appunto al resto della squadra, ma non vedendo nulla arrivar mai, chi comandava quella frazione aveva pensato miglior consiglio mandare alcuno ad istruire il signor Tofi di quello che avveniva ed invocarne sollecito il soccorso. Codesto era venuto a fare l'uomo che abbiamo visto soprarrivare sollecito alla taverna di Pelone, e il Commissario appena inteso com'erano le cose, lasciato nella bettola appena quanti uomini bastassero a tenere in freno gli arrestati che già erano a due a due avvinti dalle manette, con tutto il resto delle sue forze accorse sul luogo del conflitto.

La Maddalena, visto partire il Commissario e la maggior parte dei birri, sentì accrescersi la sua mai perduta speranza di fuggire. Se ne venne tranquillamente verso la porta d'uscita, e saettò un'occhiata assassina all'arciere che stava là appostato. Quell'arciere, per fortuna di Maddalena e per sua sfortuna, praticava non di rado nella bettola, e le attrattive petulanti della giovane lo tentavano maledettamente; a quell'occhiata ch'egli credette gli dicesse tante cose, non potè a meno che rispondere con un fatuo sorriso di compiacenza.

Maddalena, con atto di affettuosa domestichezza, gli pose una delle sue mani paffutelle sul petto.

— Ho da dirvi una cosa: gli susurrò sotto voce, ponendogli bene innanzi le sue pupille smaglianti, la sua faccia fresca e il suo sorriso provocatore.

— Che cosa? disse il babbuino aitandosi ed andando tutto in brodo di giuggiole.

— Non qui: soggiunse la briccona sempre più sommesso, guardandosi dattorno con diffidenza: venite fuori un momento; è una cosa che vi farà piacere.

E senza attender altro, lesta pose la mano sulla gruccia della serratura, socchiuse l'uscio e sgusciò fuori: ma l'arciere fu sollecito ad allungar il braccio, afferrò la ragazza pei panni e le tenne dietro nella strada.

— Or bene, parlate ora, mia cara...

Non ebbe tempo a finire queste parole che la Maddalena, la quale forzuta era e coraggiosa più che a donna s'addica, gli scaraventava un pugno sul naso con tanta violenza che il povero arciere vedeva a un tratto cento mila fiammelle, e recandosi le mani alla parte offesa non pensava più a trattenere [166] la donna, che non perdeva tempo a darsela a gambe e spariva ratta nell'oscurità di quelle viuzze contorte.

Dove la si recasse vedremo poi, ora torniamo con Barnaba che dalla camera ove giaceva il medichino legato, si calava per la scala segreta nel sotterraneo della cocca.

Quando Barnaba discese in Cafarnao la lotta era finita, il sopraggiungere del Commissario con nuovo rinforzo di poliziotti, aveva dato più animo agli assalitori ed era riuscito a superare ben tosto colla prepotenza del numero la difesa degli assassini. Questi, disarmati e strettamente legati, stavano in quella specie d'atrio circolare dove facevano capo le varie strade coperte, posti in mezzo ad una mezza dozzina de' più robusti e risoluti sgherri, i quali li custodivano tenendo gli occhi fissi su di loro e le mani sui calci delle pistole. Il signor Tofi, penetrato nello stanzone sotterraneo, tutto lieto delle infinite cose che vi scopriva, onde di gran lunga era superata la sua aspettazione, ne faceva una ricognizione sommaria; riserbandosi, a cose più calme, un minuto esame ed un esatto inventario. Intanto aveva già riconosciuto che colà stavano le prove materiali di parecchi reati di cui fino allora non si erano potuti trovare i colpevoli: quelli che in linguaggio criminale si chiamano corpi del delitto. Là era la cassa di ferro portata via al signor Bancone; là il mantello di Francesco Benda, di cui uno squarcio era rimasto in mano all'assassinato Nariccia; là varii e molteplici oggetti caduti nei più audaci furti ed assassinii commessi. Adocchiato finalmente l'uscio che metteva nel gabinetto particolare del medichino, il Commissario lo faceva atterrare, e penetrato in quel recesso, rotte le serrature dei forzieri e della scrivania, giungeva ad impadronirsi pur finalmente di tutti i segreti della tremenda associazione, di tutti i fili di quella permanente congiura di malfattori contro la proprietà e la società.

Barnaba arrivava appunto nel migliore dell'opera di sommario esame e di separazione dei documenti sequestrati.

— Signor Commissario; cominciò egli, per richiamare su di sè l'attenzione del suo superiore.

Il signor Tofi levò il viso vivamente e di sotto la larga tesa del suo cappello che teneva piantato in capo, mandò uno sguardo pieno di soddisfazione e brillante di trionfo verso il suo subordinato che gli stava ritto dinanzi. Parve persino che le sue labbra severe si atteggiassero ad una sembianza di sorriso; cosa che da anni ed anni avevano affatto disimparato.

— Ah siete qui voi!... Spero che non vi sarete mica lasciato scappare il merlotto.

Mai, a memoria di birro, il signor Commissario Tofi non aveva usato parole e tono così scherzosi.

— No, signore, rispose Barnaba, che, sfinito del tutto di forze, si appoggiò alla scrivania per sorreggersi; egli è colassù legato come un salame.

— Bene, benissimo: esclamò Tofi fregandosi le mani. Ma come colassù? Dove volete dire?

— Nella palazzina del viale.

— Ah sì! E come ce l'avete costì, perchè ce l'avete portato?

— L'abbiamo preso colà.

— Oh bella! Raccontatemi come andò la cosa.

Ma in questa il Commissario degnò accorgersi che il suo subalterno non poteva proprio più stare in piedi.

— Sedete: gli disse con accento più benigno di quello che da lui si potesse aspettare; avete bisogno di riposo; lo si vede.

Barnaba si lasciò andare sopra una scranna e raccontò le peripezie dell'arresto.

— Che minchione! esclamò il Commissario: poichè vi era sfuggito dalle branche, venirsi a porre da sè in trappola. Ma e' son tutti così: ce la fanno, ce la fanno per un pezzo, e nissuno mai, conviene dirlo, ce l'ha fatta così bene e per tanto tempo come questo scellerato, e poi ad un bel punto perdono la scrima. Ora, grazie a Dio, ce l'abbiamo ed è affar finito; non ci scappa più. Metteremo in pratica tutta la possibile sorveglianza.

— L'affidi a me, sor Commissario: esclamò con un certo ardore Barnaba, rianimandosi nonostante la sua sfinitezza. Lo vorrò sorvegliare anche quando sia nelle carceri, perchè quell'associazione di cui il medichino è capo, ha tali diramazioni ed è sì potente che ci sarà impossibile, anche con questo colpo, schiacciarla del tutto, e perchè vi hanno troppe persone ed influenti che seguiteranno ad interessarsi per la sorte di quel miserabile. Dobbiamo aspettarci a molti ed accorti tentativi d'evasione.

— È giusto. Voi avete tanto merito in questa faccenda che a voi si spetta appunto il badare che la si conduca a buon termine. Del resto avete reso un sì gran servigio e ci avete posto tanto zelo che saprò raccomandarvi a chi si conviene perchè ne abbiate degno compenso. Intanto aiutatemi a frugare qui in mezzo se si trovano quelle certe lettere di quella tale signora che vi ho detto..... O forse le avete voi trovate nella palazzina?

Barnaba rispose di no: nemmeno fra le carte di quel gabinetto segreto non si trovarono le lettere che si cercavano, e che il lettore ha già indovinato esser quelle della contessa Candida Langosco di Staffarda. Si sperò allora che le si sarebbero rinvenute fra le carte che agenti speciali avevano sequestrate al domicilio abituale di Quercia e in quelle altre camere che egli teneva qua e là per la città, e di cui Arom aveva del pari rivelato l'indirizzo.

Presi seco i documenti più importanti; assicurata ben bene la custodia dei locali e d'ogni cosa; dato [167] ordine si traducessero in carcere il bettoliere Pelone che invano invocava tutte le Madonne e tutti i Santi del Calendario a protesta della sua innocenza, e quegli altri che erano stati arrestati nell'osteria, il Commissario e Barnaba salirono nella palazzina del medichino, traendosi dietro ammanettati Stracciaferro e Graffigna.

Gian-Luigi giaceva sempre sul pavimento, legato braccia e gambe, immobile, muto, l'occhio nero fisso innanzi a sè, la fronte corrugata a suo modo, un'espressione d'indomabile energia nel volto. Quando vide entrare i due agenti della polizia, que' suoi occhi ardenti li saettarono con uno sguardo d'ira feroce; visto dietro di loro i galeotti, suoi complici, trascinati dai carabinieri e dalle guardie, le sue pupille presero fugacemente un'espressione di disappunto rabbioso, di rampogna, di comando, poi divennero profondamente indifferenti.

Il Commissario si accostò al medichino con passo piuttosto sollecito, come spinto dalla vivace curiosità; gli si fermò a' piedi, guardandolo attentamente, incrociando le sue braccia sul petto sporgente ed abbottonato fino al collo del suo soprabito, il mento sostenuto al solito alle stecche dure del cravattone, gli occhi felini, sfavillanti al fondo della larga tesa del cappello abbassato sul fronte da coprir le ispide e folte sopracciglia grigiastre. Il medichino concentrò tutta l'attenzione delle sue pupille su quel volto burbero che gli si piantava dinanzi in alto di quella lunga, impalata, impettita persona. Non c'era nel suo sguardo e non nella sembianza la menoma vergogna nè la menoma paura: una sicurezza che poteva dirsi impudenza; quasi una sfida a quel potere che l'aveva vinto, a quella autorità che lo teneva ora in sua balìa.

Si sarebbe potuto credere che il signor Tofi dicesse qualche aspra parola di vanto dell'ottenuta vittoria, od uscisse fuori con qualche ironico cenno intorno al colloquio che avevano avuto insieme pochi giorni prima; forse il giacente medesimo se l'aspettava, e nel contegno aveva già posta per ciò tutta quella disdegnosa audacia con cui si preparava a rispondere; ma invece il Commissario non disse pure una parola; stato alquanto a contemplarlo con osservatrice e non niquitosa attenzione, si volse poscia a Barnaba, e disse a mezza voce, come risultamento del suo esame e del suo meditare:

— Un'anima da demonio, una volontà di ferro, ed un corpo da Adone..... Sicuro che c'era da far girar le teste di tutte le donne di questo mondo.

Gian-Luigi fece uno sprezzoso sogghigno e volse gli occhi ad altra parte.

— Accostatevi: disse Tofi a Stracciaferro ed a Graffigna, tornando a tutta la brusca e fiera imperiosità del suo accento.

I due assassini, spinti alle spalle dai carabinieri, fecero pochi passi innanzi verso il luogo dove giaceva il loro capo.

— Conoscete quest'uomo? domandò loro il Commissario, additando il medichino.

Stracciaferro e Graffigna abbassarono gli occhi sul volto del giacente; il primo con quel suo piglio stupido d'uomo fatto mezzo scemo dall'abuso dei liquori, il secondo con tutta la penetrazione maliziosa del suo sguardo intelligente. Gian-Luigi li guardò egli con perfetta indifferenza, come per dire: «Rispondete un po' come vi pare, che per me gli è affatto uguale.» Graffigna pensò che in ogni caso il silenzio val sempre meglio di qualunque parola, e deliberò tacersi; Stracciaferro che non aveva consiglio proprio, guardò Graffigna, e vistolo tener chiusa ermeticamente la bocca, stè zitto ancor egli.

— Conoscete costui? ripetè il signor Tofi con più ruvido e minaccioso accento; ma nè anche questa seconda interrogazione non ebbe l'onore d'una risposta.

— Bene! esclamò egli: razza di cani, parlerete più tardi; oh ve lo assicuro io che parlerete... Ora conduceteli in prigione.

I due galeotti furono menati via.

— Slegate le gambe a quell'uomo: comandò il Commissario accennando al medichino con una mossa del capo.

L'ordine fu tosto eseguito.

— Potete camminare? domandò allora il signor Tofi.

— Desidero una carrozza; rispose il medichino con tono di orgogliosa superiorità: me la volete concedere?

— Potete camminare? ripetè ruvidamente il Commissario.

Gian-Luigi lo guardò con inesprimibile disdegno e gli volse le spalle.

— Sono con voi: disse al brigadiere dei carabinieri. Dove avete da condurmi?

Il brigadiere interrogò collo sguardo il Commissario.

— Al palazzo Madama: comandò questi; e poi rivolgendosi al prigioniero, soggiunse: fra un quarto d'ora ci troveremo colà di nuovo faccia a faccia, signore.

Il medichino, le braccia così legate come aveva che le cordicelle gli entravano nella carne intorno ai polsi e gli facevano gonfiare le vene da parere dovessero scoppiare, andò a porsi in mezzo ai carabinieri che lo dovevano accompagnare e disse loro semplicemente:

— Andiamo pure, signori.

Le gambe, per la stretta legatura che avevano sofferto sino a quel momento, gli dolevano così che sembravagli da principio non poter mutare pure un passo; ma la sua fisionomia non rivelò nemmeno con una smorfia il tormento ch'egli soffriva: impose al suo corpo d'obbedire alla volontà, alla sua mente di non sentire il dolore, e con passo franco si partì scortato dai carabinieri.

[168] Il Commissario e Barnaba si avviarono da parte loro verso il Palazzo Madama: e la debolezza del secondo rese necessaria una carrozza. Tofi fece passare quest'essa nella strada ove abitava il generale Barranchi e fermarsi alla porta del palazzo. Per fortuna il capo supremo della Polizia era appunto in casa e, fatto introdurre senza ritardo il Commissario, ne apprendeva tosto le importanti novelle delle catture e della scoperta avvenuta quella sera.

Il bravo sor Generale lodava con moderazione e sussiego il buon successo del Commissario, e poi tosto soggiungeva:

— Spero che quelle tali lettere di cui vi ho parlato saranno già in poter vostro.

— No, Eccellenza, non ancora: rispose Tofi, e disse come nei luoghi da esso perquisiti non le si fossero rinvenute.

Barranchi corrugò la sua piccola fronte superba.

— Diavolo! Codesto ve lo avevo tanto raccomandato!

— La non dubiti, s'affrettò a soggiungere il Commissario: le si saranno trovate alla casa di quel mariuolo od in qualcuna di quelle altre camere mobiliate ch'e' teneva a pigione.

— Va bene: e ricordatevi che appena le abbiate me le recate voi stesso.

— Sì signore.

Tofi discese, tornò nella carrozza dove Barnaba era stato aspettandolo, e fu dopo pochi minuti nel suo bugigattolo al Palazzo Madama. Gli agenti che avevano fatto la perquisizione al domicilio del medichino e nei varii suoi altri ricoveri, traendone in arresto i servi e taluni di coloro che gli affittavano le camere, già stavano colà per fare la relazione del loro operato. Il Commissario li interrogò sollecitamente e se ne fece rimettere le carte che avevan preso: ve n'era di molte, ed alcune abbastanza importanti, ma quelle benedette lettere tanto cercate non v'erano. Tofi fu preso dalla stizza: mandò via con mal garbo tutti que' suoi subordinati, e rimase solo con Barnaba, il quale in questo affare era naturalmente elevato al grado di suo confidente e consigliere.

— Che quello scellerato le abbia distrutte? disse il Commissario: non posso crederlo. Mi vien voglia d'interrogarlo e cercare di strappargliene la verità.

Barnaba fece un moto che indicava come alla riuscita di questo tentativo credesse poco, ma disse che era forse spediente interrogare l'arrestato in quel primo sbalordimento che certo gli aveva prodotto il suo arresto.

Tofi diede ordine il medichino gli fosse condotto dinanzi.

Gian-Luigi era arrivato pur allora e stato rinchiuso in una delle segrete delle torri. Fino a che era stato in presenza di gente, la sua faccia aveva conservata una tranquillità quasi sprezzante, una fierezza quasi minacciosa: ma quando fu rimasto solo, al buio in quella piccola cella, di cui udì chiudersi con infausto rumore le serrature e tirarsi i catenacci alla porta, dritto in mezzo alla carcere, la sua fisionomia ebbe un'espressione di spasimo, di disperata rabbia, di selvaggia ferocia che avrebbe fatto paura e pietà a chi l'avesse potuto vedere. Sollevò verso la volta le sue mani ancora strettamente legate ai polsi e ruppe in orribili bestemmie.

— Ecco: si disse: tutto è finito. Stolto ch'io fui! Non ho saputo evitarla questa sorte che superbamente mi dicevo non sarebbe mai stata la mia. Qui fanno capo tutte le mie audacie e tutti i miei sogni!... E non ho nemmeno saputo uccidermi!...

Pensò scaraventarsi col capo contro la muraglia ed infrangervisi la cervice: ma era tanto buio là dentro che non si vedeva abbastanza per misurare il colpo e l'aire. In quella udì riaprirsi le varie serrature e i chiavistelli dell'uscio, una luce rossiccia penetrò nel carcere, e gli si disse che doveva comparire innanzi al Commissario. Egli aveva ricomposto il suo volto alla superba calma di prima.

— Il vostro nome? gli domandò Tofi squadrandolo col suo burbero sembiante.

— Lo sapete: rispose brusco Quercia stando innanzi all'interrogatore colla mossa di un principe.

Il Commissario proruppe coll'accento che intimoriva qualunque:

— Ah! non vi crediate di fare il bell'umore con me, chè sono capace di ridurre alla ragione anche voi.

Gian-Luigi levò le sue mani legate all'altezza dei suoi occhi e si mise a guardare le profonde incavature livide e sanguigne che gli facevano nella carne le cordicelle.

Tofi vide quell'atto; diè una volta per lo stanzino, e chiamò dalla prossima camera una guardia con voce minacciosa e tonante.

— Slegate il prigioniero: disse bruscamente alla guardia che accorse.

L'ordine fu obbedito. Il medichino non disse nulla, non ringraziò nemmeno con uno sguardo, non mandò neppure un sospiro di sollievo: alzò le braccia in su ed agitò lievemente le mani per farne discendere il sangue agglomeratovisi tanto da renderne turgide le vene e gonfie le carni.

— Risponderete? disse allora il Commissario.

— No: rispose asciutto il prigioniero.

— Alla croce di Dio!

— Non bestemmiate, sor Commissario. Non ho nulla da dire, non voglio dir nulla. Rimandatemi nella carcere, risparmierete a voi l'irritazione e la collera, a me il fastidio di queste scene.

Tofi stette un istante in silenzio a guardare il suo prigioniero; poi gli si accostò lentamente.

— Lascierò il carico d'interrogarvi ai signori giudici; ve la caverete con essi come vi parrà; io vo' farvi una sola domanda che ha tratto ad un vostro interesse particolare, e rispondendo alla quale potrete averne giovamento.

[169] Accostò le labbra all'orecchio del medichino e susurrò:

— Dove sono le lettere della contessa?

Un lampo sfavillò negli occhi di Gian-Luigi.

— Ah, ah! diss'egli scherzosamente: vi ha gente che s'interessa di molto a quella prosa?... Or bene, prima di rispondere, ditemi un po', sor Commissario, quale sarà il giovamento che m'avete annunciato io ne avrei?

— Sareste trattato con più riguardi.

— Eh che cosa m'importa dei vostri riguardi? Esclamò con superbo disdegno il medichino. Avreste dovuto vedere ormai s'io sono una femminetta..... Quelle lettere sono in luogo sicuro, e dite a chi se ne interessa, ch'io non isvelerò questo segreto fuorchè ad una persona sola: alla contessa medesima che si degni venire a fare un'opera di carità, visitandomi carcerato.

Non fu possibile cavarne altro. Quercia fu ricondotto alla sua prigione, e il Commissario per disperato, esclamò avrebbe fatto qualunque cosa per venire a capo di spuntarla e metter la mano su quelle carte. Barnaba che aveva taciuto sino allora, accasciato com'era e mezzo disteso in un angolo, si levò e venne dire al Commissario:

— Credo avere indovinato chi è il depositario di quelle lettere.

— Chi? domandò Tofi con tutto l'interesse che meritava una simile circostanza.

— Una donna che fu la confidente di quest'uomo, che forse ne è complice e che si farebbe molto bene ad arrestare eziandio: Zoe, detta la Leggera.

Il Commissario strabiliò.

— La mantenuta del Duca!... Siete matto? Volete perderci tuttidue?

— Se si facesse una perquisizione colà, son certo che si troverebbero quelle lettere che vogliamo avere.

Tofi pensò un momento.

— Converrebbe che a far ciò ci fosse un agente dei più sicuri...

Barnaba si fece ancora più pallido di quello che era, disse mettendo una mano sul braccio del Commissario:

— Ci andrò io stesso.

— Voi! Se non potete più reggervi in piedi!

— Avrò forza bastante anche per ciò... Lo desidero, la prego di concedermelo.

— Ebbene sia.

Era presso la mezzanotte quando Barnaba con sufficiente scorta s'introduceva nella casa abitata dalla Zoe e suonava all'uscio della celebre cortigiana.

CAPITOLO XXIII.

La Maddalena, sferratasi a quel modo che abbiamo visto, dalle mani dell'arciere, si diede a correre per le viuzze scure e tortuose di quella antica parte della città, senz'altra direzione e senz'altro scopo fuor quelli d'allontanarsi dalla bettola e il più presto possibile. Si temeva inseguita, e non cessò dal correre, finchè non la si trovò fuori della città, sopra uno dei viali che circondavano allora Torino, in una perfetta oscurità ed in un più perfetto silenzio. Allora la si fermò alquanto, e per riposare, e per riavere un po' di respiro affatto impeditole dall'affanno, e per pensare che cosa dovesse fare.

La prima cosa che voleva era sapere del medichino. S'accorse che le gambe l'avevano portata su quel viale dove era la casetta isolata dei misteriosi ritrovi, e per prima cosa pensò accostarsi cautamente a quella palazzina, per tentare di scoprirvi alcun che. S'accorse di subito, appena l'ebbe vista, che la casa era occupata, e non dubitò punto che non ci fossero gli agenti della Polizia. Indugiatasi in quelle vicinanze un po' di tempo, ora venendo presso al muro nella speranza di scorgere cosa che le svelasse il vero, ora allontanandosene per timore d'esser vista da qualche poliziotto messo a guardia ed in agguato, avvenne che ad un punto ella vedesse uscire di là un gruppo di più persone, fra le quali non tardò a conoscere Graffigna e Stracciaferro, posti in mezzo e legati alle mani.

Suo primo impulso fu spingersi innanzi, mostrarsi ai due mariuoli, interrogarli con uno sguardo che essi avrebbero capito ed a cui avrebbero saputo rispondere per apprenderle la sorte di Gian-Luigi. Ma se ne trattenne, con più prudente consiglio, che mostrandosi correva rischio, anzi era certa di essere arrestata anch'essa, ed allora non avrebbe più nulla potuto per lui, al quale, senza sapere ancora il come, era suo proposito, sua speranza, suo unico pensiero il giovare.

Vide allontanarsi il gruppo de' prigionieri, ed ella rimase colà, nascosta nell'ombra, dietro il tronco d'un grosso albero, i piedi nella neve, la testa scoperta, le spalle non difese, all'aria frizzante di quella notte d'inverno, che la era quale al momento dell'invasione de' poliziotti trovavasi nella calda atmosfera della bettola, incerta l'animo, palpitante, tremante.

Che cosa era successo in quella palazzina? Che cosa in Cafarnao? Era egli finito colà l'atto della tragedia in cui era in giuoco ciò ch'ella aveva di più caro sulla terra? Pareva di no, perchè nella casetta continuavano ad esser lumi e vedersi moto di ombre traverso i cristalli. Maddalena era nella più ansiosa dubbiezza del mondo. Mentre la non si poteva staccar di lì, perchè una voce segreta pareva avvertirla che in quel luogo si decideva la sorte di lui, la quale era la sua sorte; una quasi rampognante riflessione le diceva che forse avrebbe potuto altrove spender meglio quel tempo che lì consumava inutilmente in sì febbrile ma sì inerte aspettazione, che avrebbe dovuto esser già corsa all'abitazione [170] di lui, dove avrebbe sentito di certo, senza pur interrogare, dalle ciarle della strada, se il medichino colà fosse stato colto, o no, che avrebbe potuto già far qualche cosa per adoperarsi in favore di lui, per salvarlo.

L'istinto che la teneva inchiodata a quel luogo ebbe ragione. Dopo una lunga attesa, che a lei parve eterna, udì nuovo rumore di gente che si moveva dalla palazzina, vide un altro gruppo di persone uscire da quell'uscio, scendere lo scalino, venir lentamente traverso il cortile, accostarsi al cancello di ferro. Non ebbe mestieri che d'un'occhiata sola per conoscere al chiaror della luna, chi fosse quell'uomo che più legato ancora dei due che erano usciti precedentemente, veniva fuori in mezzo ai carabinieri, camminando con uno stento che si sforzava a dissimulare.

Era lui! Maddalena sentì il sangue darle un rimescolo: ebbe appena tanto di prudenza e di forza da trattenere nella gola il grido di dolorosa sorpresa, di spasimo e di rabbia che voleva scoppiare; si tenne al tronco dell'albero dietro cui si riparava, e nella rugosa corteccia dell'olmo piantò le sue unghie, tra per sorreggersi in piedi chè le gambe le mancavan sotto, tra per dare un subito sfogo alla tanta passione tormentosa che l'invase.

Come le apparve bello al pallido chiaror della luna! Più pallido di quel raggio, che illuminandole, pareva accarezzarne le sembianze, ma fermo, ma tranquillo, ma con una leggera amarezza d'ironia che pareva una nota di superiorità a quelli che lo circondavano, all'umana schiatta, alla sua sorte, egli rappresentava una sfera di gentilezza, un ideale di distinzione a quella giovane plebea dal sangue ardente, in cui tumultuava la passione, cui spingeva un'aspirazione d'istinto verso il bello e l'eletto, come spinge anche la farfalla notturna una ignota possa verso la lucentezza della fiamma.

Avrebbe voluto slanciarsi addosso a lui ad abbracciarlo; avrebbe voluto aver le forze di Sansone per atterrare quei rappresentanti della tirannia sociale e liberarlo; non voleva a niun conto lasciarlo passare senza fargli sentire che ella era lì, che il cuore di lei non si mutava e traboccava di passione per esso, che a costo anche della vita avrebbe ella tentato giovargli. Ma non dimenticò la prudenza, camminando pian piano, con accorta cautela, venne a portarsi innanzi ad uno dei rari lampioni che avevano ufficio, e non lo adempivano, di rischiarare il viale, e si pose in modo che ella, stando nell'ombra, vedesse chi passava nel ristretto cerchio di luce rossastra, mandata dal lampione. Quando Gian-Luigi fu a quell'altezza, ed ella ne potè ancora mirare le dilette sembianze, Maddalena levò la voce in quel silenzio della notte, che non era turbato fuorchè dal passo in cadenza dei carabinieri, gridò una sola parola:

— Spera!

I carabinieri si riscossero e gettarono acuti sguardi nell'oscurità da quella parte ond'era venuta la voce; ma nulla scorsero. Gian-Luigi quella voce la riconobbe: volse a quel punto un sorriso di ringraziamento, di gratitudine, d'affetto e continuò tranquillamente la strada.

Maddalena era sparita.

Prendendo la corsa lungo il viale nella direzione opposta a quella che avevano i carabinieri col loro prigione, nell'intento di rientrare in città per un'altra parte, Maddalena non sapeva bene ancora che cosa avrebbe potuto fare, che cosa avrebbe fatto in pro del suo amante. Agire, la doveva, la voleva; sentiva una interna agitazione che non la lasciava stare alle mosse. Ma che fare? che fare, ella povera fanciulla della plebe, senz'altre attinenze che coi miserabili perduti nelle più basse regioni della infima classe, nel fango sociale della povertà, dei vizi e del delitto? Avrebbe dato tutta la sua vita, la sua bellezza fin anco, la sua parte di paradiso (se pur osava sperar d'avere possibilità d'entrarci) per arrivare un momento, un solo momento, a possedere forza e potenza, l'autorità del grado, del nome, della ricchezza, la balìa delle cose del mondo. Un'idea spuntò finalmente nel suo cervello affaticato a immaginare spedienti dalla sua volontà incitata dalla passione. Si ricordò che quel Barnaba medesimo, che era stato messo di certo alla caccia del medichino, parlandole di costui appunto, le aveva rivelato come Quercia fosse l'amante della Zoe, cortigiana sfarzosamente elegante, mantenuta d'un Principe, della contessa di Staffarda, nobilissima fra le nobili dame della città. Queste donne dovevano avere quello che a lei mancava, l'influenza; ed esse al pari di lei dovevano desiderare ardentemente di adoperarsi in pro del giovane, poichè lo amavano. Non c'era altro adunque per allora da fare che correre da una di queste, da tuttedue, raccontare il fatto e spingerle subitamente all'opera. A quale doveva ella dare la precedenza? Editò alquanto, e poi si decise per Zoe. Quantunque in altro ambiente, in altro grado, direi quasi, quest'ultima era pure una cortigiana; e Maddalena sentiva quindi con essa maggiori i punti di contatto, e per ciò glie ne pareva più facile l'abbordo e che le sarebbe meno impacciato, quando si trovasse in faccia a lei, il discorso. Da Barnaba essa s'era fatto dire l'indirizzo dell'abitazione dell'una e dell'altra dalle sue rivali: senza perder più tempo, corse dalla Leggera.

Costei, ancora in iscrezio col suo principesco amante, si faceva consolare dell'abbandono di lui dalle galanterie del signor Bancone, il re di denari nel mondo bancario d'allora; galanterie quotate alla borsa del cuore della celebre cortigiana, e presentemente in rialzo. Quando la confidente megera, che le serviva anche da mezzana sotto il pretesto di farle da fante, venne a susurrarle nel padiglione di [171] un'orecchia che una povera popolana, giovane, belloccia, agitata, ansante era colà che chiedeva parlarle di cosa gravissima e che premeva assai, la Zoe non ebbe altro miglior pensiero fuor quello di mandarla ai cento mila diavoli e risparmiarsene il fastidio d'una visita e d'un colloquio che non poteva e non sapeva attribuire a cosa che lei potesse riguardare. Fra la schiera immorale e tuttodì crescente con sempre più audace spudoratezza delle venditrici d'amore, la Leggera teneva un poco invidiabile e pur da molte e da molte invidiato primato; invidiato non che dalle compagne di vergogna cui la bellezza o la fortuna non favorivano di tanto, ma, e questo è doloroso a pensarsi, dalle ragazze di povere famiglie che stentavano la vita e si frustavano la non sorrisa giovinezza ad un povero lavoro, e cui la mancanza d'attrattive, il caso solamente, la sorveglianza de' genitori soltanto, non più un'onestà che era sparita nelle dure prove della miseria, impediva di avere con sì facile infamia vesti di seta ed ebbrezza di vizi. Per ciò all'antica saltatrice di corda e danzatrice sul dorso di cavalli, avveniva sovente quello che suole avvenire ad artisti da teatro di gran fama, a cui, cioè, molti, o spinti dalla vocazione, o dalla molla d'una vita che appare al pubblico piena di soddisfazioni e di gaudii, o dalla mattana, o dall'irrequietezza dell'indole, ricorrono per aver consigli, avviamento ed aiuti per intraprendere quella carriera in cui il consultato è giunto già a sì elevata meta. Dalla Zoe ricorrevano povere fanciulle abbandonate dall'amante, perseguitate dalla tirannia d'un padrigno, od anche d'un padre ubriacone, perseguitate dalla miseria, solleticate dalla smania dei piaceri mondani, dall'infingardaggine e dalla voluttà, per imparare come si doveva fare a vendere utilmente quel poco d'onore che loro ancora rimaneva. La Zoe, o loro rispondeva con disprezzosa ironia, o le respingeva con indegnazione, o si commoveva alle narratele miserie e veniva largamente in soccorso della sventura: imperocchè per un'anomalia, che trovasi frequente in questa fatta di donne, ella, spietatissima a pelare i giovani che le cadevano sotto le unghie, non dandosi il menomo pensiero pur mai de' guai, delle dissensioni o de' danni che recava in oneste famiglie, era poi a volta a volta pietosissima per le sofferenze dei poveri, per quelle strette della miseria traverso le quali ricordava pure esser passata la sua infanzia, e di cui non esente la sua adolescenza.

Quando adunque la cameriera osò violare la soglia del gabinetto in cui la padrona e il banchiere milionario stavano fronte a fronte nell'intimità d'un petit-souper inaffiato del vino spumeggiante di Sciampagna, la Zoe credette che la fanciulla presentatasi a domandare un colloquio con lei fosse una di quelle sventurate, a cui l'urgenza del pericolo o della miseria facesse impaziente di gettar via al più presto quel poco fardelletto di virtù e incaricò la fante della risposta che accennai poc'anzi: ma quando la cameriera medesima tornò a riferire che quella giovane con aria della maggior disperazione insisteva per vedere subito la signora, affermando trattarsi di vita o di morte d'una persona che a lei pure era carissima, la cortigiana non fu mossa da nessuna inquietudine, sibbene da una certa curiosità che le fece sperare nel domandato colloquio, uno spasso, un'occupazione d'un quarto d'ora — tanto di rubato alla fastidiosa compagnia del Giove della banca che l'aveva visitata in Anfitrione.

— Che cosa c'è? domandò appunto questi veggendo i sommessi parlari della cameriera colla padrona.

Zoe guardò la faccia melensamente vanitosa del banchiere ringalluzzito dal vino di Francia, i ciondoli d'oro che oscillavano e tintinnivano sul madornale di lui ventre, e sentì viemmaggiore il desiderio di un diversivo.

— È una povera giovane che dice avermi da parlare di cose di rilievo... La vogliamo far venire?... Chi sa che le sue ciancie non ci divertano!.... La è anche bellina.

Bancone ebbe un sorriso, in cui erano armoniosamente fusi quello d'un Satiro e quello di Sileno.

— Ah ah! la è bella? domandò egli alla fante, facendo saltare i gingilli dell'orologio.

— Signor sì.

Il banchiere si sdraiò di meglio sulla poltrona cui occupava col suo corpo da elefante, ponendo in vista maggiormente la potenza della sua pancia da Epulone; prese in mano un bicchier da Sciampagna e guardò con occhio ammiccante il rifrangersi della luce traverso il liquore rosato.

— Va bene, va benissimo. Fate pure entrare quella ragazza.

Nell'entrare in quel luminoso e caldo camerino pieno di tanti profumi che salivano impetuosamente al cervello: fiori, acque nanfe, vapori di vivande e di vini, Maddalena rimase come abbagliata e sbalordita. La veniva dal freddo e dall'oscurità della notte, e trovavasi di botto, come per un colpo di verga magica, trasportata in mezzo ad uno splendore di Eden sensuale. Stanca ed ansimante per la corsa che aveva fatta, la si arrestò un momento sulla soglia e gettò nel gabinetto uno sguardo di stupore, di curiosità quasi selvaggia. Gli occhi accesi dalla passione del cuore e dall'animazione del sangue, le guancie infiammate per la violenza del moto, pel flagellare dell'aria ghiaccia notturna, pel rapido passaggio dal freddo intenso della strada al calore pieno di effluvii di quello stanzino, la bellezza proterva della popolana aveva una tale espressione di temerità, di sfacciataggine direi, che il vizio intelligente del vecchio libertino ne fu sovraccolto.

— Oh oh! esclamò egli posando il suo bicchier da Sciampagna sul candidissimo mantile: ecco una [172] mariuola che deve sapere l'affar suo. Venite avanti, venite avanti, ragazza.

La Zoe aveva piantato i suoi occhi smaglianti e a fior di pelle in volto alla nuova venuta, e col tatto che è dote naturale delle donne, in lei fatto più fine per codesto uso dall'esperienza, aveva subitamente giudicata la strana visitatrice; la non era di quelle solite che vengono a chiedere consigli di corruzione o soccorsi; ella non aveva bisogno di andare a prendere da nessuno lezioni d'audacia o d'arte per torsi d'impaccio. Ma per che cosa veniva ella dunque? Vi era nella sua risolutezza qualche cosa di amaramente doloroso, nell'attenzione con cui guardava quella innanzi a cui aveva domandato essere introdotta, v'era alcun che d'ostile e insieme di espansivo. Zoe guardò con non celata curiosità quel mistero in gonnella cui non sapeva spiegarsi. Maddalena, nel medesimo tempo, esaminava con un sentimento assai complesso la famosa cortigiana. Ne scrutava con occhio critico di rivale la bellezza, ne studiava nell'espressione dei tratti l'indole, per indovinare che cosa potesse sperarne. Quei due esseri simili, in quel mutuo raffronto, non ostante un certo elemento di ripulsione che sentivano fra loro, si riconobbero un'anima compagna, un'origine comune, una sorte medesima ed un inesplicabile legame che le avvinceva.

Zoe fece un gesto invitativo colla mano e disse a sua volta:

— Venite avanti.

Maddalena venne fin presso alla tavola su cui specchieggiavano i cristalli e gli argenti, appoggiò una mano al tessuto finissimo di quel mantile di tela di Fiandra candido come la neve appena caduta, e disse con voce che l'affanno della corsa e l'emozione del momento rendevano saltellante e velata:

— Scusi se vengo a disturbarla, ma si tratta di cosa che preme cotanto!...

— La è un pezzo di consistenza: disse col cinismo del ricco corrotto e corruttore, Bancone, che guardava con occhio cupido le forme procaci della giovane plebea. Avete freddo, eh carina? Sedetevi qui presso me, innanzi a questa bella fiammata. Ve' la non può manco trarre il fiato. Aspettate: bevete questo bicchiere e ne sarete rinfrancata.

Riempì sino all'orlo di vino di Sciampagna un bicchiere fatto a calice e glie lo porse. Maddalena lo prese, guardò chi glie lo stendeva con una malvogliosa indifferenza, come si fa d'un fastidioso che secca incontrare, e bevve d'un fiato.

— Da brava: esclamò Bancone, tornando ad arrovesciarsi sulla sua poltrona e scoppiando in un riso grossolano e sgangherato che gli era solito. Che ne dite eh, cara la mia giovane?

Allungò un braccio per prenderla alla vita; Maddalena si trasse in là e lo guardò con dispettosa impazienza.

— Tacete: disse severamente Zoe all'Anfitrione, e state fermo.

Poi volta alla giovane:

— E voi, che cosa avete da dirmi di tanta premura?

Maddalena accennò con moto del capo al grosso banchiere.

— Ho bisogno di parlare a Lei sola.

La Leggera si levò e disse alla giovane:

— Venite meco.

— Ecchè? Voi mi piantate in questo bel modo? Esclamò Bancone volendo dare al suo aspetto ed alla voce l'espressione del corruccio d'un uomo che paga per essere divertito.

Zoe, che già era avviata all'altra stanza, non volse che la testa verso il milionario.

— Se volete aspettarmi, siete padrone: diss'ella: se vi rincresce l'indugio, siete padrone eziandio di andarvene.

Il banchiere borbottò una filza di rimproveri al battente dell'uscio che si rinchiuse dietro le spalle delle due donne, e sfogò la sua bizza sulla bottiglia di Sciampagna che aveva a tiro della mano.

— Ebbene? domandò la Leggera, piantandosi in faccia alla popolana. Ora siamo sole e potete parlare.

Maddalena avvicinò il suo al capo della interrogatrice, le affondò, per così dire, gli occhi negli occhi e disse con voce sommessa, ma vibrata:

— Gian-Luigi fu arrestato.

Zoe ebbe un sussulto di tutta la persona e una fiamma le balenò nello sguardo; ma raffrenatasi tosto, disse freddamente:

— Chi? Quale Gian-Luigi?

— Quercia: rispose sempre a voce bassa ma con una veemenza quasi indignata la Maddalena: il medichino, il vostro amante... ed il mio!

— Chi siete voi? domandò allora la cortigiana, serrando al suo petto le braccia. Come mi conoscete? Perchè siete venuta da me? Ditemi tutto, e siate schietta e veritiera.

La giovane contò ogni cosa, dalla prima conoscenza da lei fatta di Gian-Luigi che aveva visto con abiti da popolano, frammisto a popolani, introdursi nella taverna di Pelone, alla compiuta fiducia che presso di lui le aveva acquistato la sua devozione amorosa, agli avvenimenti di quella sera che avevano finito coll'incarceramento del medichino.

— Ed ora che cosa bisogna fare? disse la Leggera, quasi interrogando se stessa, quando Maddalena ebbe finito.

— Bisogna salvarlo: esclamò la popolana con forza e calore. Bisogna che lo salviamo noi, donne che lo amiamo. Io, sventurata, non ci posso nulla che metterci la mia vita. E son pronta a dare tutto il mio sangue. Ma Lei e la contessa di Staffarda che sono potenti: loro possono e debbono toglierlo dal mal passo... Io imparai l'indirizzo di casa sua, con ben altri intendimenti che di venire ad un amichevole colloquio, sa!... Fui gelosa di Lei con una rabbia [173] feroce, e mi sarei sentito il cuore e la forza di sbranarla. Ma ora ch'egli è colpito dalla sventura, ho pensato che non avremmo più che una volontà sola, che uno scopo... Lo salvi, ed io le sarò riconoscente più che se me avesse tolta alla morte...

Zoe meditava. Recarsi dal Principe non le pareva in quel momento il mezzo migliore; per riafferrare tutta la sua influenza su di lui era necessario lasciare che S. A. fosse la prima a venirsi umiliare alla bassezza della cortigiana: ed andarlo a cercare essa per supplicarlo in favore appunto di colui che era stato la cagione del suo principesco furore, era un'imprudenza e non altro. Il cenno che Maddalena fece della contessa di Staffarda le richiamò alla mente una circostanza che in quel punto non ricordava, e la pose sulla vera strada.

— La contessa di Staffarda! diss'ella. Sì! Ecco il filo che si ha da tirare. — Ella per amore e per paura... e suo marito... sì, anche suo marito ci ha da concorrere — il marito colla minaccia della pubblicità. — A ciò pensava Luigi dandomi quelle lettere... Le sono un vero talismano.

Si volse a Maddalena e disse ratto:

— Aspettatemi un momento, ed usciamo insieme.

Suonò con forza il campanello.

— Si attacchi subito subito e in tutta fretta: disse alla fante che accorse. A me un cappellino, una mantiglia, una cosa qualunque da mettermi sulle spalle...

La non era vestita che di una stupenda veste da camera di cachemir foderata di seta; e nelle biancherie del collo e nella chioma aveva un disordine, effetto di quella orgia a due che la Maddalena era venuta ad interrompere. La cameriera domandò qual abito avesse da recare, per indossarle.

— Nessuno: disse con impazienza la Zoe. Dove vo non avranno campo nè voglia da guardarmi l'acconciatura.

Si avviluppò in un mantello e passò nel gabinetto dove Bancone combatteva la noia dell'attesa con gli avanzi del banchetto.

— Mi capita una delle maggiori sciagure che mi potessero mai capitare: disse affrettatamente la cortigiana a Bancone sbalordito. Bisogna ch'io corra subito a tentar di rimediarvi. Non vi dico più di aspettarmi e perchè non so quando potrò essere di ritorno, e perchè tornata, non avrò tale umore da esservi di piacevole compagnia.

E senza aspettar risposta, fatto cenno alla Maddalena di seguirla, uscì. La carrozza era pronta, le due donne vi salirono, e pochi minuti dopo arrivavano alla porta del palazzo di Langosco.

— State qui dentro ed aspettatemi: disse Zoe alla sua compagna, ed aperto l'usciòlo saltò leggermente a terra, corse per l'andito, su delle scale, e si presentò nell'anticamera degli appartamenti, dove parecchi domestici stavano sbadigliando.

— Vorrei parlare alla contessa: disse vibratamente la Leggera e con tono di comando.

— Non si può: rispose uno dei domestici: la signora contessa è a letto malata e non riceve nessuno.

La cortigiana guardò con aria di superba superiorità i domestici, e soggiunse fieramente:

— Andate dire alla vostra padrona che sono la Zoe, detta la Leggera, che ho da dirle cose che la riguardano molto da vicino, e che non mi parto di qua senza averle parlato.

Candida che sapeva pur troppo qual unico punto d'attinenza esistesse fra sè e quella donna, indovinò riguardo a che ed a chi le si voleva parlare: e benchè una grande ripugnanza fosse in lei a mettersi a contatto con simile rivale, la curiosità, l'ansia, il pensiero di apprendere qualche importante circostanza, la paura d'uno scandalo fecero ch'essa tal ripugnanza superasse, e la Zoe venne introdotta nella camera da letto della contessa di Staffarda.

Quelle due donne di sì diversa classe, educazione e qualità, che ora si trovavano a fronte per sì strano giuoco di caso, già si conoscevano di veduta, già, senza che paresse, incontratesi parecchie volte per istrada ed a teatro, s'erano esaminate con occhio di rivali, non ostante la immensa distanza che ne separava la condizione, ed avevano recato l'una dell'altra reciproco, dispettoso e sprezzante giudizio della bellezza. S'erano odiate: la Zoe perchè nella nobile dama invidiava quella superiorità sociale contro cui, anche in lei, si ribellava il sangue plebeo; la contessa perchè con vergogna sapeva che la vil cortigiana le disputava l'amante. Si disprezzavano eziandio: e in un contrasto fra loro, Candida aveva da riuscir meno forte e risoluta, perchè non aveva più nemmeno di se medesima la stima, e l'autorità del grado e del nome ch'essa aveva coscienza d'avere macchiato, non bastava a tener luogo di quella della virtù che aveva perduta, contro la sfacciataggine della donna, che del disonore faceva il suo mestiere. Si guardarono un poco senza parlare, anche quando, per ordine della contessa, furono lasciate sole; e l'imbarazzo e l'onta apparvero sulla fronte della padrona di casa che accoglieva una tal visitatrice, e non su quella di costei.

Povera Candida! Com'era ella mutata in poco tempo! Il pallore ordinario delle sue guancie — una delle sue bellezze — che le dava un'espressione di sentimento e rivelava l'essere della sua anima appassionata, era diventato un pallore morboso, segno di sofferenza; il viso dimagrato, le labbra scolorate, le occhiaie infossate ed allividite, gli occhi brillanti d'una luce febbrile colle palpebre rosse rivelavano le ansietà e i patemi dell'animo suo, le mal celate lagrime dolorose. Sollevandosi alquanto della persona, col gomito puntato ai cuscini, ella stava aspettando, come si aspetta l'annunzio d'una sventura, le parole che erano per uscire dalle labbra della cortigiana; ma questa, come se godesse di quell'ansietà e di quell'imbarazzo, si teneva immobile, in silenzio, innanzi a lei, le braccia [174] incrociate al petto, con mossa d'una insolente famigliarità, con un certo piglio di ostile osservazione, di ironia e di minaccia.

La contessa si decise a provocare con una richiesta le parole della Zoe. Esitò un momentino se avesse ad usare il voi od il lei parlandole; e per allontanare la difficoltà, disse nel modo seguente, non senza sforzo e con voce non del tutto sicura:

— Siamo sole; si può parlare liberamente e credo non vi sia ragione d'indugiare. Sono qui ad ascoltare tutto quello che mi si vuol dire.

La Leggera fece ancora un passo per avvicinarsi di più al letto, si curvò alquanto della persona, come per diriger meglio le sue parole sulla faccia della contessa, e guardandola sempre a quel modo impertinente e minaccioso, disse con voce sommessa, ma vibrata:

— Luigi..... il nostro Luigi fu arrestato questa sera..... E se non lo salviamo noi, egli dovrà salire sulla forca!...

Per Candida fu, come se ricevesse nella faccia e nel petto l'urto d'un colpo materiale: si lasciò andare indietro sui cuscini impallidita come una morta, gli occhi sbarrati da uno sgomento indicibile; ma la riazione fu lesta a venire. Quella che le tornava un'esagerazione, le apparve con tutti gl'indizi della falsità. L'azione, le parole, l'aria del volto della cortigiana non furono più per lei che un sanguinoso oltraggio, cui quella donna perduta aveva avuto la temerità di venirle ad infliggere nella sua casa medesima. Il sangue le salì di bel nuovo alla faccia a ricolorarle più vivacemente le guancie, a ridonare più fuoco allo sguardo. Fulminò d'un'occhiata imponente la sciagurata che le stava dinanzi, e il disprezzo non consentendo al suo sdegno di pronunziare pure una parola, non fece altro che allungare il braccio verso il cordone del campanello. La Zoe, con un balzo da tigre a ghermir la preda, le fu sopra, le afferrò quel braccio e stringendolo colla sua mano nervosa, da lasciarvi sulla pelle liscia e finissima l'impronta delle sue piccole dita, disse piano, con un fiero sogghigno:

— La badi, non faccia imprudenze. Cacciarmi per mezzo de' suoi domestici di casa sua, è presto detto, ma non può farsi così presto e così piano che non ne nasca uno scandalo. Il darmi retta è non solo nell'interesse di Luigi, che deve starle a cuore a Lei, come sta a me, ma nell'interesse suo: la lo dovrebbe capire, senza ch'io mi sfiati a dirglielo.

Candida fu quasi dominata da quella violenza; non pensò a riluttare; il suo braccio rimase inerte; il suo capo si trasse in là, e gli occhi si sottrassero allo sguardo ardente di quelli della cortigiana. Successe un momento di silenzio.

— Lasciatemi: disse poi la contessa con accento di comando e di superba impazienza, movendo il braccio per isvincolarlo dalla stretta di quella mano il cui contatto le era più doloroso d'un'offesa.

Zoe lasciò andare la mano della contessa e incrociò nuovamente le braccia al seno.

— Che cosa volete da me? Che siete venuta a pretendere qui colle vostre menzogne?

— Menzogne! ripetè la cortigiana col suo sogghigno. Ah Lei ricorre al comodo spediente di non credere. Le ripeto che Luigi Quercia fu arrestato e che lo aspetta la forca, perchè gli è accusato di parecchi assassinii e depredazioni...

Abbassò ancora la voce e soggiunse:

— E l'accusa è vera. Quercia è il famoso medichino capo della cocca.

Candida non ebbe altra forza che quella di mandare un fievol grido.

— Che cosa voglio e pretendo? continuava la Zoe: che voi sua amante... al pari di me... più di me... mi aiutiate a salvarlo; che non lo lasciate passare dalle vostre braccia a quelle della morte la più ignominiosa.

La contessa chiamò a raccolta tutta la dignità e tutto il coraggio che ancora le rimanevano.

— Strano modo di venire ad implorare la mia protezione pel vostro amante, assalendomi con calunnie e minaccie, non so se più assurde o ridicole... Uscite; io non posso e non voglio far nulla per voi nè per quel cotale... E s'egli è quello sciagurato che voi dite, ben lo colpisca la vendetta delle leggi.

La Leggera guardava con profondo stupore la donna che così le parlava; ad un punto proruppe con un'esclamazione che pareva un ruggito:

— Ah sì?.... Ah gli è così che la prendete?..... Implorare io?..... Dove avete visto, da che avete capito che io venga ad implorarvi?... vengo a comandare.... Voi non volete far nulla per quel cotale?... Vi dico io che farete.... Potevate addirittura affermare che voi non l'avete mai visto, nè conosciuto... Ecco come sono queste gran dame che si chiamano oneste, e che non hanno per noi che disprezzo. Ci vengono a rapire i nostri amanti, a rubare il mestiere, e quando si sono saziate dei loro vergognosi capricci, con fronte spudorata vi negan tutto, coprono la loro infamia del loro blasone; fanno cacciare alla porta quella ch'esse chiamano una donna perduta, abbandonano nella disgrazia colui che pur ieri onoravano dei loro amplessi.... Infamia ed ipocrisia!.... Voi valete assai meno di noi, signora.... Ma vi dico che io — la quale non abbandono chi amo — io non permetterò che sia così. Ho in mano il mezzo di farmi obbedire, e mi obbedirete.... Conveniva essere più prudente per prepararvi il comodo spediente del diniego.... Ho in mano io le lettere d'amore che avete scritte a Quercia l'assassino.

Candida, senza più forza, non seppe dare altra risposta che mandare una voce di disperazione; ma di botto la sua fisionomia espresse ancora maggiore l'angoscia, la vergogna e lo spavento, [175] mentre gli occhi fissavano atterriti appiè del letto. La Zoe si volse a guardare, e vide colà apparire il cranio giallo e gli occhi viperini del conte Langosco.

— Voi insultate mia moglie, credo: disse il marito di Candida con espressione di supremo disprezzo ed autorità: v'impongo di rispettarla.

La cortigiana, come domata da quell'aspetto, dallo sguardo e dall'accento, fece un passo indietro e non ribattè parola. Langosco si avanzò così da mettersi in mezzo fra Zoe e sua moglie, e senza pur volgere un'occhiata a quest'ultima, ripigliò a dire:

— Ho udito nominare certe lettere..... che possono essere interessanti per noi..... Ho io inteso bene?

— Sì, signor conte: rispose la Leggera.

— E le sono in poter vostro?

— Sì signore.

— Bene!... Gli è dunque un affare.... Si tratta di compra e vendita... Non è alla moglie che dovevate indirizzarvi, ma al marito... Venite meco di là.

Zoe parve esitare un momento: guardò la contessa che si sarebbe detta svenuta, se non avesse avuto larghi e spaventati i suoi grandi occhi neri, guardò il conte che nascondeva il suo furore sotto il solito ghigno sardonico delle labbra sottili, ed alla moglie prestava tanta attenzione, come se non esistesse, e rispose con una insolente crollatina di spalle:

— La moglie o il marito fa il medesimo: fra loro se l'aggiusteranno come lor piace; in faccia al mondo è una causa sola ed un medesimo interesse.

Passarono nell'appartamento del conte. Questi, appena entrato nello stanzino che avrebbe potuto chiamarsi il suo studio, se mai fosse stato presumibile ch'egli studiasse, piantato a mezzo la stanza, fermò que' suoi occhi grifagni in volto alla cortigiana e le disse con accento in cui il disprezzo e la minaccia non erano temperati che da quel certo riguardo che la sua galanteria serbava pur sempre per qualunque giovin donna in qualsiasi grado e condiamone la fosse:

— Gli è dunque un ricatto, un chantage, quello che vieni ad esercitare qui da noi, la mia bella giovane?..... Bene! Non perdiamo tempo. Quanto ne vuoi di quelle lettere?

— La libertà di Luigi.

Langosco crollò le spalle con impazienza.

— Non dire e non farmi dire delle parole inutili. Due mila lire ti bastano?

Zoe tentennò il capo.

— Tre?... Cinque?... Otto mila lire, via.

— Nè anco venti... Le ripeto, signor conte, che voglio la libertà di Luigi. Non è per altro che son venuta.

— Non ti capisco: spiegati.

— Quelle lettere darò a Lei od a sua moglie quel dì, in cui Luigi sarà uscito di carcere.

— Sei matta... Bisogna domandare alla gente cosa che si possa fare.

— E questo, Lei, se vuole, lo può fare.

— Come?

— Con quel denaro ch'Ella è disposta a spendere per riavere quelle lettere, si può comprare qualche guardiano; coll'autorità e le protezioni di cui Ella dispone si può ottenere che qualche occhio si chiuda..... Quercia può di questa guisa trovare aperta la sua prigione, pronta una carrozza ed un passaporto e....

Il conte l'interruppe.

— È questo il solo partito che tu venga a propormi, il solo che tu voglia accettare?

— Il solo.

— Olà! Che interesse ci hai tu cotanto a salvar la pelle di quello sciagurato?

Gli occhi della cortigiana brillarono stranamente, ed ella rispose con accento di voce più sommesso, quasi cupo:

— L'amo.

— Oh oh, tu!... Esclamò il conte; ma l'espressione scettica e sardonica del suo sorriso mefistofelico si dileguò in presenza della risolutezza e della serietà che erano impresse sulla faccia della Zoe; egli riconobbe lo stampo della passione, e meravigliato di quel miracolo che aveva creduto impossibile nell'animo di quella venduta, s'inchinò leggermente:

— E tu fuggiresti con lui?

— Forse!

— Per andare a vivere da tortorelle in una solitudine: une chaumière et son cœur. Che strana razza di gente che siete!... Senti, Zoe. Tu mi domandi una cosa che non si deve fare. Capirai che non si può rispondere lì su due piedi un sì, e neppure un no, quando tanto interesse è in giuoco. Lasciami pensare. Promettimi intanto una cosa: che di quelle tali lettere non farai uso nessuno, finchè tu non abbia perduta ogni speranza di salvare... colui.

— Glie lo prometto.

— Io ti farò sapere la mia decisione fra pochi giorni.

Zoe si mosse per partire; ma fatti pochi passi, s'arrestò, e venendosi a piantare di nuovo in faccia a Langosco, disse con forza quasi feroce:

— Badi che vane promesse non mi potranno ingannare; e che saprò ricorrere a tali cautele da premunirmi contro ogni tradimento.

Il conte non rispose; lasciò partire la cortigiana, poscia avvoltosi ben bene entro la sua pelliccia, senza servirsi della carrozza, a piedi s'avviò di buon passo verso l'abitazione del generale Barranchi.

Questi aveva ricevute le relazioni compiute ed esatte delle importanti operazioni eseguite quella sera dalla sua Polizia: stupito, egli stesso, lieto e superbo dei risultamenti ottenuti, si fregava le mani per un trionfo di cui egli non aveva il menomo merito.

[176] La comparsa di Langosco lo fece ricordarsi che a quel successo mancava una sola circostanza per essere compiuto: ed era che non si aveva potuto trovare quelle lettere di cui aveva promesso il ricupero al suo buon amico. Ma quando appena ebbe incominciato a dire tale non affatto lieta novella al marito di Candida, questi lo interruppe.

— So che non le avete rintracciate, diss'egli: ma so eziandio dove le sono e dove si possono pigliare.

— Ah sì? esclamò il generale con aria tra meravigliata ed incredula. Sentiamo un po'.

— Le ha in suo potere Zoe, la mantenuta del Principe.

Barranchi guardò Langosco con un certo stupore, ma nello stesso tempo si rimpettì, ed atteggiò la sua persona ad una mossa di orgoglioso soddisfacimento.

— Ah ah! voi credete, caro conte, di venirci ad apprendere una novella mai più sospettata... Udite, ed ammirate come la mia Polizia è ben fatta. In questo stesso momento uno de' nostri più fidi, più segreti, più sicuri agenti, quello a cui molto si deve nello scoprimento di questa rete infernale, trovasi in casa la Leggera a farvi una minuta perquisizione, appunto per trovarvi quello che voi desiderate. Domani mattina prima che siate levato, riceverete il plico che conterrà tutte quelle carte; potete dormir tranquillo con questa certezza.

Ma il domattina, invece del plico che Barranchi gli aveva promesso, il conte di Staffarda ricevette il bigliettino seguente:

«Conviene che le relazioni avute da voi e quelle che a me pervennero fossero false, o che quel demonio d'una Zoe sia stata avvisata in qualche modo; il fatto è che per quanto minutamente siasi perquisita tutta la sua abitazione, nulla si rinvenne, nè quelle tali lettere, nè altro che la potesse compromettere. Ho dato tuttavia ordine che la si arrestasse; e vedremo se la prigione la farà parlare.»

Langosco sgualcì con mano rabbiosa quel pezzo di carta, stette un poco a meditare, e poi rispose al comandante della Polizia:

«Credo inutile sostenerla in carcere; quella donna non parlerà. Libera, potrò trattare con essa ed ottenere la consegna di quei fogli, che voglio avere a qualunque costo; e poichè nessuna prova ci avete contro di colei, io vi consiglio e vi prego di metterla in libertà. Eviterete così anche la collera del Duca.»

Mandò sollecitamente il biglietto al suo indirizzo.

— Purchè, disse fra sè, quella sciagurata nello sdegno di vedersi presa, non pensi di subito a vendicarsi con quell'armi che ha tra mano.

Ma la Zoe, in grazia del maggior interesse che aveva in vista, represse il furore onde in fatto era occupata. Ecco il bigliettino che a sua volta, appena libera, scrisse al conte Langosco:

«Ella aveva promesso di non ricorrere a tradimenti. Ho imparato che valore hanno le sue promesse. Ecco ora l'ultimo patto che le vengo a dettare: se fra una settimana L. non è libero, quelle lettere faranno il giro di tutta Torino. Nè creda impedire in altro modo qualsiasi questo fatto. Dovessi anch'io sparire dalla faccia della terra, quei documenti sono in luogo sicuro ed in mano di tale che eseguirà ad ogni costo la mia volontà.»

Or ecco di che guisa l'accorta Zoe aveva sottratto le lettere di Candida alla ricerca della Polizia.

Uscendo dal palazzo di Staffarda, dopo i colloquii avuti colla contessa e col conte, la cortigiana era salita nella carrozza, dove stava attendendola palpitante la Maddalena.

— Ebbene? Aveva domandato costei colla sollecitudine della maggiore ansietà.

— Ebbene: aveva risposto la Leggera, tutto ancora agitata dalla passione che l'aveva mossa in que' narrati abboccamenti: ebbene li tengo per i capelli e li farò marciare a mio talento.... Vi è tutto da sperare.

Maddalena in uno slancio di gioia riconoscente, prese la mano della Zoe e la baciò con calore.

— Oh oh! esclamò la elegante mantenuta del Principe con un accento strano in cui c'era ironia, commozione, sdegno e simpatia nello stesso tempo: cara la mia ragazza, tu ami dunque molto quel birbone di Luigi?

— Tanto, tanto! rispose la giovane col più sincero espandersi della passione.

— Dovremmo essere nemiche ed odiarci, poichè l'amo anch'io. Ma tu non sei come quella superba impostora di contessa. Tu lo ami per lui e non per te. Possiamo intenderci, noi due. Ah! due donne che amano sono una gran potenza, sai; e lascia fare che fra noi due lo salveremo. Di poi, per contrastarcelo, ci caveremo anche gli occhi....

— Ah no! proruppe Maddalena, cui la bellezza, la risoluzione, la vivacità, la passione della cortigiana soggiogavano. Io sento di non esser nulla, di non poter nulla. La mi adopri come vuole, prenda la mia vita se occorre: lo salvi solamente, ed io sparirò nell'ombra per lasciarla felice con lui.

— Povera fanciulla! disse Zoe, passandole un braccio intorno al collo. Sei tu forse quella che merita più d'essere amata.... E gli uomini son essi degni di un simile amore?... Bah! Forse che si ama per merito e ragione?... Quello che avverrà fra noi non so; per ora sento che ti voglio bene e t'ammiro.

E tratta a sè la faccia animata della ragazza del volgo, le diede un bacio di sorella.

— Di te, dunque: continuava: mi fido come di me stessa. Dà ben retta. Per obbligare ad agire secondo le nostre voglie il conte e la contessa ho un [177] talismano che solo fa tutta la mia forza, e di cui per ciò essi hanno massimo interesse a spogliarmi. Questo talismano sarà più sicuro nelle tue mani che nelle mie. Conviene che tu mi prometta di non mostrarlo a nessuno, di non farne cenno con anima viva, di nasconderti con esso e di non restituirlo poscia che a me, nelle mie mani, quand'io te lo ridomandi.

Maddalena promise.

— Or bene, vieni meco nella mia casa ed io te lo consegnerò di presente, perchè temo qualche tentativo per privarmene.

Entrando in casa, Zoe apprese che vi era tuttavia Bancone; senza preoccuparsene il meno del mondo, ella condusse Maddalena nel suo elegante camerino da toelette, e chiuse là dentro le consegnò il pacco delle lettere della contessa di Staffarda.

— Ed ora dove pensi tu andarti a rimpiattare?

— Ci ho la mia camera; ma colà non oso riparare per paura ci vengano gli arcieri.

— Hai ragione. Bisogna assolutamente trovare altro ricovero. Aspetta un poco. Te lo procurerò io.

Passò di là nel salotto da pranzo, dove trovò il banchiere milionario, sbottonato il panciotto, disfatto il nodo della cravatta, arrovesciata la testa sulla spalliera della poltrona, russare con voce sonora, saporitamente addormentato.

La Leggera inzuppò nell'acqua l'angolo d'una servietta, e bagnò al dormiente la fronte e le tempia. Bancone si svegliò senza sussulto e, vistasi innanzi la bellezza sorridente della cortigiana, fece un beato sorriso ancor esso.

— Tò, m'ero addormentato... Tanto meglio! Così il tempo della tua assenza mi è passato più presto... Sognavo di te, sai, sognavo che tu mi facevi sul ventre i passi di danza che ballavi con tanta grazia sul dorso nudo del cavallo al galoppo... Sei stata lungo tempo fuor di casa?... Hai finito i tuoi misteriosi affari?... Sei tornata definitivamente e possiamo stare allegri insieme senza che nessun più venga a disturbarci?

— Quante domande! rispose Zoe con tutta la grazia seducente di cui era capace. Vi risponderò pregandovi di farmi un piacere... che sarà un piacere anche per voi.

— Che cosa? domandò Bancone stirandosi.

— Non ci avete mica nessun'abitatrice nel vostro appartamentino, dove, di nascosto dalla moglie, andate a fare delle orgie da scapolo, viziosone che siete?

Il banchiere fece saltare la sua pancia enorme in una grassa risata di soddisfazione.

— Eh eh! Bisogna bene darsi un po' di buon tempo. La bellezza virtuosa di mia moglie m'annoia come una quaresima; vado a fare di quando in quando un po' di carnovale.

— Sentite. Si tratta di ricoverare e nascondere in quel vostro così ben riposto quartieretto una bella ragazza.

Il vecchio satiro drizzò le orecchie e si levò sulle anche.

— Oh oh! esclamò egli, guardando incredulo la cortigiana: una bella ragazza! Davvero?

— Sicuro: quella medesima che avete visto qui poco fa, e che non vi dispiacque, io me ne sono accorta, vecchio peccatore.

— Sì, la è un discreto tocco di grazia di Dio. Ma perchè ricoverarla, perchè nasconderla?

— Vi rincresce fare a me ed a lei questo piacere, procurare a voi medesimo questo vantaggio?..... Lasciate stare: ricorrerò ad un altro.

— No, no. Sono disposto ad obbedirti.

— Quella giovane è perseguitata da qualcheduno, è venuta a raccomandarsi a me; voglio salvarla, ed ho pensato il meglio fosse di affidarla alla vostra generosa protezione.

— Affidala pure: disse il vecchio libertino, nei cui occhi brillavano le fiamme d'una oscena cupidigia: la sarà in buone mani.

— Va bene... Vengo a consegnarvi tosto la giovane... La mia carrozza è ancora bella ed allestita sotto il portone. Voi salite in essa colla ragazza e... e buona notte.

— Come! Come! esclamò il banchiere meravigliato: così subito?

Ma la Leggera già era sparita dietro le cortine dell'uscio.

Bancone si mescette un bicchiere di Sciampagna e lo bevette d'un fiato per rischiararsi le idee. Cinque minuti dopo vide ricomparire la Zoe che si traeva per mano la Maddalena. Si levò in piedi e sorresse alla tavola il suo corpo oscillante.

— Dunque, diss'egli, aitandosi della persona colla grazia d'un orso che si dimena entro la gabbia di un serraglio, mia bella giovane tu hai da essere la mia ospite?

Maddalena lo guardò colla sua petulante figura e fece un sorriso poco rispettoso; la Leggera le si chinò all'orecchio e le susurrò alcune parole, alle quali ella non rispose che con una crollatina di spalle chiaramente significante: «Bah! ciò poco m'importa.»

— Non perdete più tempo: disse Zoe: sono le undici e mezzo, e più. Andate.

Il vecchio libertino osò abbandonare l'appoggio della tavola e fece due passi barellando verso la cortigiana.

— Crudele! mormorò con occhi che volevano essere espressivi d'un amoroso rimprovero ed erano in realtà imbamboliti dall'ebbrezza: hai il coraggio di scacciarmi di casa tua...

Zoe lo afferrò ad un braccio per aiutarlo a rimettersi in equilibrio sulle gambe podagrose, e gli accennò Maddalena che aspettava presso l'uscio con una certa impazienza.

— Avrete un fortunato compenso... nella buona opera che state per fare.

[178] — Ah birbona!... susurrò il Creso della banca con quel suo certo sorrisaccio; poi, parlando a Maddalena: vieni qua, soggiunse, vienmi presso, biricchina... Così; dàmmi il braccio... Perbrio! che braccio sodo... Dunque, buona notte, Zoe. Andiamo.

Appena furono usciti, la Leggera chiamò a sè i servi.

— Chiunque v'interroghi, non direte che qui venne una giovane e che la è partita con Bancone.

Ottenutane questa promessa, ordinò si spegnessero tutti i lumi, si ridusse nella sua camera, e in pochi minuti fu spogliata ed a letto. Eravi essa appena coricata, quando si udirono forti colpi al portone da via. Il portinaio svegliato si recò a vedere che fosse: successe un breve e vivace parlamentare fra quelli che picchiavano di fuori e il portiere all'interno, quindi il portone s'aprì e i passi pesanti di molte persone suonarono su per le scale. La Zoe stava ascoltando questi rumori con interesse, quasi con ansia, dubitosa che quest'incidente la dovesse riguardare, quando a levarle ogni dubbio sentì una violenta scampanellata all'uscio del quartiere.

— È una visita della Polizia, ci scommetto: disse ella fra sè con un sorriso di trionfo. La Maddalena è partita a tempo.

La sua fante le si precipitava in istanza, mezzo spoglia, assai sgomenta.

— Ah signora, esclamava con voce tremante, è la forza, è l'autorità, vogliono entrare ad ogni costo... Domandano di Lei... o mio Dio! o mio Dio!

La Leggera si sollevò un poco in mezzo alla candida neve delle sue lenzuola, puntando il gomito ai guanciali ornati di ricche balze di mussolina ricamata, incrociò al petto il suo giaco da notte ricco di trine stupende e con atto superbo ed imponente da regina esclamò imperiosamente:

— Qui non ha da entrare nessuno... Non lasciate entrare nessuno.

— Siamo già entrati: rispose una voce fiacca, affranta, ma in cui suonava una certa maligna ironia, e in mezzo alle cortine dell'uscio Zoe vide la faccia pallida ed infermiccia di Barnaba, e dietro lei i ceffi caratteristici degli arcieri da cui s'era fatto accompagnare.

La Zoe riconobbe di subito nell'uomo che le si affacciava, quel cotale che da assai tempo si aggirava intorno all'abitazione di lei, gli occhi rivolti alle finestre della medesima, e che la sua vanità femminile aveva preso per un timido amatore. Luigi aveva avuto ragione: egli era invece una spia. Essa lo fulminò con un'occhiata di sdegnoso disprezzo e con un accento degno compagno di quello sguardo, domandò:

— Chi siete? Che volete? Che modo è questo d'introdursi nella casa d'una donna?

Barnaba parve esitante; si sarebbe detto che su quella soglia trovava un inciampo che stentava a superare; nella sua faccia scialba e sempre impassibile eravi pure come un'ombra di misteriosa emozione; i suoi occhi al fondo delle incavate occhiaie, velati quasi sempre, avevano ora uno strano bagliore, mentre, trascurato ogni altro oggetto, si fissavano sulle forme giovanili, leggiadre, procaci della cortigiana a mezzo seduta sul suo letto.

Era davvero un'originale, irritante, potente bellezza quella che splendeva dagli occhi, dal volto, da tutte le membra della giovine donna. Le sue chiome abbondanti di color fulvo, slacciate, le pendevano in ciocche ondulate che avevano i riflessi dell'oro, intorno al collo candidissimo ed a perfezione tornito, sulle spalle, venivano a battere come una carezza su quel turgido seno, il cui candore appariva traverso le trine, come l'argenteo chiaror della luna traverso le squarciate nubi. Sacerdotessa della voluttà, la sua espressione suprema, quella in cui tutte s'appuntavano le espressioni delle sue sembianze, de' suoi atti, d'ogni sua mossa, era l'espressione della voluttà. Anche nello sdegno di quel momento c'era una grazia, un fascino malvagiamente provocatore delle sensuali passioni dell'uomo.

Dopo un istante ella ripetè, ancora più sdegnosa di prima, le sue richieste a Barnaba, il quale gli occhi fissi su di lei, il respiro leggermente affannoso, nè parlava, nè si moveva. Allora l'agente della Polizia si riscosse, vinse la sua emozione, ricoprì nuovamente la faccia della maschera d'una gelata indifferenza, e con voce sorda ed affaticata rispose:

— Siamo la Polizia; e veniamo a perquisire la vostra casa. Nessuno si mova e nessuno fiati. Dobbiamo frugare scrupolosamente cose e persone. Credo che ad alcuno non verrà in mente la pazzia d'una resistenza.

La donna con un sobbalzo si drizzò del busto sui cuscini ricamati del suo letto.

— Cose e persone avete detto? Domandò ella con inesprimibile accento di fiero disdegno:

— Sì: disse freddamente Barnaba: e per togliervi più presto a questa seccatura e lasciarvi tosto libera e tranquilla comincieremo da voi.

Fece alcuni passi verso il letto della cortigiana, ma più incerta che mai era la sua andatura e le mani gli tremavano.

Le pupille di Zoe mandarono fiamme: con un moto rapido e violento si torse della persona verso il comodino, ne aprì il cassetto e toltone uno stile damaschinato, di bella fattura, lo impugnò risolutamente colla piccola destra nervosa. L'avreste detta una Lucrezia romana.

— Guai chi mi tocca! gridò essa fremendo.

Il poliziotto ebbe sulle pallide labbra un sogghigno indefinibile d'ironia insieme e di compassione e di profonda mestizia.

— Tanto sforzo di coraggio starebbe bene, diss'egli, se si volesse attentare alla vostra virtù, ma questo non è ora il caso. Dovreste sapere che contro la [179] forza non vale la ribellione dello sdegno. Se voi... od altri per voi... tentò un giorno salvare la vostra innocenza dalla brutalità d'un prepotente, che valse?

Queste parole che le ricordavano un tristo episodio della sua prima adolescenza, quasi della sua infanzia infamemente corrotta da uno scellerato, sovraccolsero potentemente e stranamente la donna. Quella disgraziata ventura ella non aveva raccontata mai; il miserabile che l'aveva fatta sua vittima era morto; il suo compagno di stenti che era stato testimonio inorridito ed impotente era scomparso. Come poteva sapere alcuna cosa di quel dramma quest'ignoto? E sapeva egli veramente, od era il caso soltanto che gli aveva posto in bocca quelle parole che sembravano fare allusione alla sventurata vicenda? Non ebbe campo per allora a meditare su codesto, perchè l'agente di Polizia, assumendo un tono imperioso e solenne continuava:

— E noi siamo la legge, signora, noi siamo l'autorità, ed a noi non si resiste.

Si volse agli arcieri che dietro di lui s'erano inoltrati nella stanza.

— Disarmate quella donna: comandò.

In un attimo due uomini furono allato della Zoe, le ebbero afferrate le braccia e toltole di pugno il ferro. Allora ella vide avanzarsi su di lei e starle sopra la faccia terrea di Barnaba; allora sentì sulla sua persona il contatto di due mani che parevano frementi. Trasalì, come corse le vene da un brivido di ribrezzo, mandò un gridolino di rabbia repressa, slanciò uno sguardo di ferocia impotente su quel volto pallido, macilento, incavato, che incombeva sul suo. I loro sguardi s'urtarono come due saette che s'incontrino per aria volando, parve se ne sprigionassero scintille. Nessuno dei due cedette e si abbassò innanzi all'altro; ma nelle pupille di quell'uomo che le parvero in fondo alle occhiaie come belve appiattate in fondo ad una caverna, Zoe travide un fuoco profondo, cupo, terribile, credette travedere un pauroso mistero.

— Chi è quest'uomo? domandò a sè stessa. Che vuol egli da me? Perchè mi pare che costui debba entrare nella mia vita?

La perquisizione, come già sappiamo, non ebbe risultamento di sorta. Zoe arrestata venne il giorno dopo messa nuovamente in libertà. Verso sera di quel giorno medesimo, ella riceveva da mano ignota un bigliettino scritto col lapis che riconobbe tosto di pugno del medichino.

Esso non conteneva che queste poche righe:

«Sono nelle carceri senatorie. Confido in te. Oro e protezioni ci vuole. Verrà a tempo opportuno un uomo a mettersi teco in rapporto. Per ora agisci con prudenza. Quell'uomo che ci ha spiato, che mi ha arrestato, Barnaba, ha qualche ragione personale contro me o contro te. Cerca d'accostarlo, studialo, tenta di sedurlo. Non mi pare impossibile.»

Erano due giorni che la Zoe non poteva scacciare di mente il pensiero di quell'uomo cui anche Luigi veniva ora a ricordarle. Per quanto avesse frugato e rifrugato nelle sue memorie, non aveva trovato nulla che le rammentasse aver avuta con lui relazione.

— Lo cercherò; si disse; voglio penetrare questo mistero.

Come il medichino fosse riuscito a far pervenire quel biglietto alla Leggera, vedremo di poi. Ora torniamo indietro d'alquanto e rechiamoci al letto di morte dell'usuraio Nariccia.

CAPITOLO XXIV.

La mattina del giorno che successe all'interrogatorio di Nariccia, Padre Bonaventura, chiamatovi dall'infermiere, accorreva al letto dell'usuraio moribondo. Questi, che avrebbe desiderato un altro per confessore, esitò un momento fra la ripugnanza che allora gl'ispirava il suo antico complice e lo spavento di morire senz'assoluzione, portando seco nella tomba il fatale segreto del suo orribil peccato. Lo spavento la vinse, e sentendo in se stesso che non gli rimaneva tempo abbastanza, nè vigoria d'animo e di volontà da mandar via il gesuita ed aspettare la venuta d'un altro confessore, si rassegnò a far manifesta la brutta storia del suo passato in una confessione che fu lunga, penosa, interrotta da debolezze e da spasimi, fatta con voce soffocata, il più spesso appena se intelligibile, a coglier la quale il frate doveva star curvo sopra il letto e tener l'orecchio proprio sulla bocca del giacente.

Trascurando tutto il resto che non ha rapporto colla nostra storia, diremo ciò che da siffatta confessione il gesuita apprendeva riguardo al figliuolo di Maurilio Valpetrosa e di Aurora di Baldissero.

Nariccia, incaricatosi, come sappiamo, di fare scomparire quel bambino, erasi partito solo dalla casa in cui dolorava la povera madre, recando seco il neonato. Di molte cose, e scellerate tutte, pensava egli, strada facendo, e ne conchiudeva che a lui avrebbe giovato forse che quel bambino fosse perduto di guisa che altri non arrivasse a rintracciarlo mai più, ma egli pur lo potesse tuttavia, quando di ciò glie ne nascesse convenienza. Per prima cosa, a questo fine, pensò togliergli d'intorno i contrassegni di riconoscimento che gli aveva posti la Modestina e che da costei e da Padre Bonaventura erano conosciuti; e quei contrassegni ritenerli presso di sè. Così nè la donna, nè il frate non avrebbero più avuto nessun bandolo da servirsene essi stessi o da dare altrui per venire in chiaro di ciò che fosse diventato il bambino. Egli poi avrebbe messogli un altro contrassegno particolare, per mezzo del quale potesse all'uopo ricuperare [180] l'abbandonato fanciullo e sarebbe stato egli solo padrone del suo segreto.

Con siffatti pensamenti pel capo, e già risolutosi a porre in atto questo proposito, egli era giunto alla frontiera di Lombardia, cioè al Ticino, s'era liberato con una mancia dalle seccature degli agenti austriaci mezzo addormentati, e penetrava sul ponte, a capo il quale i doganieri e carabinieri piemontesi dovevano fermarlo per dar conto di sè e delle sue robe. Aveva viaggiato di notte, e rompeva appena l'alba. Tutto era deserto e silenzioso sulla riva piemontese, e la sola cosa che ci fosse di vivo era il lumicino della lanterna attaccata al casotto dei doganieri, che però era presso a spegnersi. Nariccia arrestò il cavallo a mezzo il ponte, guardò ben bene se anima viva lo potesse vedere e sentire, e rassicurato compiutamente, scese dal legno, prese il bambino, e pian piano, in punta di piedi, venne a deporlo per terra a capo del ponte dalla parte del territorio piemontese. Come contrassegno egli, trascelta fra le lettere di Valpetrosa che aveva nel suo portafogli quella che meno contenesse parole onde si potesse avere indizio della provenienza, l'aveva stracciata per lo lungo e una delle due metà del foglio insinuato in mezzo alle fasce del bambino.

Quando ebbe deposto per terra il poveretto, Nariccia tornò dello stesso modo al suo legno e facendo chioccar la frusta se ne venne di trotto verso la uscita del ponte, dove un agente della dogana ed uno della pubblica sicurezza, levatisi al rumore e mezzo sonnacchiosi, lo fermarono al solito per le solite formalità. Mentre Nariccia, senza scendere neppure dal carrozzino, esibiva il suo passaporto e mostrava che nella piccola valigia che era suo solo bagaglio, non v'era oggetto alcuno che dovesse pagar dazio d'entrata, ecco un vagito di bambino suonare lì presso.

Il viaggiatore si sporse in fuori del suo legno, e il carabiniere e il doganiere si volsero verso il luogo da cui quel lamento era venuto. Videro il fagottino per terra: il doganiere lo prese ed esclamò:

— Tò: qualche scellerato che abbandonò qui questa piccola creatura.

Il carabiniere guardò con sospetto il viaggiatore; ma questi aveva un'aria così innocente e meravigliata; l'avevano veduto giungere pur allora e non scendere nemmeno: come dubitare di lui?

— E che cosa ne facciamo di questo bel regalo? domandò il doganiere, il quale per ventura era trovatello anche lui, aveva un cuore eccellente, e s'intenerì di botto alla vista di quel poveretto.

— Lo prenda Lei, disse il carabiniere a Nariccia, lo reca seco sino a Novara, e là lo mette all'ospizio.

— Io no certo: rispose Nariccia. Non vo' compromettermi. D'altronde può essere che alcuno venga ancora qui da voi altri a farne ricerca.

Partì di buon trotto, lasciando il bambino fra le mani di quella gente.

— In un caso, si disse, potrò sempre sapere che cosa costoro ne avranno fatto.

Naturalmente, dopo ciò, Nariccia non si diede più il menomo pensiero di quel fanciullo; ma un anno e mezzo dopo cominciò a credere che l'occasione di rifarlo vivo era presso a presentarsi con grande suo giovamento. Se vi ricorda, Aurora aveva sempre in fondo al cuore la speranza che suo figlio non fosse morto, di questa sua speranza aveva parlato col fratello quando, tornato egli di Spagna, era successo fra loro la riconciliazione, e il fratello, la cui anima generosa era lacerata dal rimorso pel tanto male che aveva fatto ad Aurora, aveva accettato, qual mezzo di compensarnela e di riparare, la missione di tentare, se fosse possibile, il ricupero del bambino.

Nariccia, al quale, come abbiam visto, il marchese erasi rivolto, aveva subito capito di quali guadagni potesse essergli sorgente il rinvenimento del figliuolo di Valpetrosa, quando il marchese padre fosse per mancare ai vivi, cosa che pareva non dover tardare di molto, tanto era egli già male avviato di salute. Incominciò egli adunque le sue ricerche per potere quando che si fosse metter la mano sul bambino; ed apprese, recandosi egli stesso sui luoghi, che il doganiere il quale trovavasi di servizio quella tal mattina del tal giorno, ed aveva raccattato il trovatello, non aveva voluto metterlo all'ospizio di Novara, ma recatolo con sè, lo stesso giorno in cui gli era stato dato un congedo, l'aveva allogato presso qualche famiglia di villici, non si sapeva quale, nè dove. Nariccia volle sapere dove fosse questo doganiere per andarlo interrogare ed apprendere da lui medesimo la intera verità; ma gli fu risposto che questo era impossibile, perchè mandato poco dopo sul Lago Maggiore verso la frontiera svizzera, in uno scontro avutovi coi contrabbandieri, era stato colto da una palla di schioppo nella testa e mandato all'altro mondo col suo segreto.

L'antico intendente dei Baldissero non si perse d'animo per tutto questo. Se il vero bambino era impossibile trovarlo, ben se ne poteva avere un altro da sostituirgli; e non erano presso di lui quei contrassegni che dovevano farlo riconoscere come figliuolo d'Aurora? Ad affrettare in lui la maturazione e l'esecuzione di quest'empio disegno venne il marchese padre, il quale esigette che in quindici giorni il bambino della sua figliuola fosse dato in poter suo. Nariccia ebbe a sè Graffigna, che ben conosceva capace di qualunque cosa, e gli commise lo provvedesse d'un bambino maschio, andandolo a prendere così lontano e con tali precauzioni che mai più non potesse venire scoperto qual fosse, donde venisse, come preso. Graffigna comunicò la cosa al suo fido amico e complice Michele Luponi, fratello di Modestina e marito di Eugenia, il quale allora già erasi fatto noto nella cronaca criminosa col soprannome di Stracciaferro.

[181] Lo scellerato Graffigna, il quale sapeva come la moglie di Michele fosse madre di un bambino e vivesse a Milano donde non voleva venir via più per non ricongiungersi col marito, propose a quest'esso senz'altro di andare ad impadronirsi di suo figlio e presentarnelo all'usuraio. Michele riluttò assai, ma l'influsso che già aveva preso su di lui l'omiciattolo più tristo del demonio, qualche ubbriacatura accortamente saputagli dare dal suo compagno, la seduzione della promessa di una buona somma, finirono per deciderlo. Quello che avvenisse udimmo narrato da Maurilio medesimo a Giovanni Selva, quando gli ripeteva i delirii e le visioni che il rimorso cagionava a Stracciaferro, lui presente nel carcere.

Questo bambino così acquistato, coll'uccisione della povera madre, il figliuolo di Michele e di Eugenia, veniva consegnato al marchese padre, il quale lo faceva spietatamente abbandonare in mezzo alla strada.

Terminando la sua confessione Nariccia additava al frate dove fosse custodita la metà della lettera di Valpetrosa, di cui s'era servito per dare un segno di riconoscimento al vero figliuolo della marchesina Aurora e dove fossero tutte le carte che riguardavano le sue attinenze con Valpetrosa, e il gesuita se ne impadroniva. Data l'assoluzione al moribondo, Padre Bonaventura l'abbandonava a morir solo senza altri conforti, e correva in tutta fretta al palazzo di Baldissero.

Dello strano fatto che il moribondo gli rivelava, Padre Bonaventura fu più lieto ancora che stupito. Il falso Maurilio, ch'egli aveva tentato trarre nelle sue reti, erasi ad ogni sua seduzione sottratto, e avea mostrato, nel suo liberalismo, l'animo d'un nemico a quella parte a cui il gesuita apparteneva, a quei principii in servizio dei quali l'ordine monastico, e non degli ultimi in esso il Bonaventura, mettevano tutta la loro accortezza e l'influsso. Se nel giovane cui si trattava di restituire il grado e il posto nella nobile famiglia, il frate avesse trovato un possibile affiliato della congrega, un acconcio stromento, avrebbe anche potuto avvenire che egli tenesse per sè il suo segreto, e di questo anzi facesse un legame più forte e più stretto per avvincere all'interesse del partito e far più obbediente e sottomesso quel giovane: ma Bonaventura, conoscitore degli uomini e sollecito apprezzatore dei caratteri di coloro in cui s'incontrava, aveva subitamente riconosciuto che dal nostro Maurilio non avrebbe mai potuto nulla ottenere a suo pro, e quindi che ogni tentativo eziandio di tenerlo soggetto colla minaccia di farlo respingere da quel luogo a cui era appena arrivato, sarebbe stato inefficace. Non c'era nulla di meglio adunque che svelar tutto al marchese e ricacciare il falsamente creduto figliuolo d'Aurora in quell'abbiezione e in quell'oscurità da cui si era andati ora a levarlo.

Il marchese di Baldissero, udita la narrazione del gesuita, rimase il più attonito, perplesso ed amareggiato uomo del mondo. Che cosa doveva egli fare? Abbandonare di nuovo alla miseria quel giovane a cui aveva aperti, come a suo sangue, il cuore e la casa, non voleva di certo; ma conservarlo in quella condizione di congiunto non doveva, nè gli piaceva. Decise esporre tutta la verità al giovane medesimo e lasciarlo giudice lui medesimo della condotta da tenersi reciprocamente: ad ogni modo egli non avrebbe abbandonato più l'infelice ai rigori della sorte.

Maurilio rientrava al palazzo Baldissero, l'anima sconvolta. In casa Benda aveva avuto luogo quella scena che abbiamo narrato, in cui Gian-Luigi lo aveva cotanto avvilito. Quando il domestico gli disse che il marchese desiderava parlargli, Maurilio fu sul punto di rispondere che non poteva recarsi da lui, che stava male, che aveva assoluto bisogno di solitudine e di silenzio. Ma non osò: obbedì sollecito alla chiamata, e camminando lentamente verso lo studio del marchese, domandava a se stesso se doveva o no esporre allo zio di Virginia tutti i suoi dubbi e le ragioni dei medesimi. Non ebbe me